Prologo

 

 

LA LUCE soffusa che illuminava il suo ufficio all’interno della casa creava lunghe ombre che danzavano attraverso la stanza. Il legno che bruciava nel caminetto produsse uno schiocco e il profumo gli riportò alla memoria avvenimenti dell’anno passato. Irrequieto, Warwick spinse indietro la sedia dall’enorme scrivania.

Il caldo del fuoco lo attirò a sé e, non vedendo alcun motivo per precludersi un simile piacere, attraversò la stanza. A mano a mano che si avvicinava, il calore avvolse il suo corpo, e lui sospirò, soddisfatto. Si chinò e tese le mani verso il fuoco scoppiettante. Quando le sue dita si furono scaldate, raddrizzò la schiena e si voltò.

Dando le spalle al camino, spinse sovrappensiero una lunga ciocca di capelli dietro all’orecchio. Aveva aperto le persiane quando era entrato nell’ufficio, sperando di far entrare la luce del giorno, anche se la situazione non era migliorata granché. Per fortuna la sua vista era superiore a quella di un umano.

La giornata era tetra, piovosa e coperta. Odiava quel periodo dell’anno. Poteva indossare tutti gli strati di vestiti che voleva, ma il freddo gli penetrava lo stesso fin nelle ossa. Preferiva di gran lunga il caldo e l’umidità, i cieli azzurri e sereni. La sua razza detestava il freddo.

Mentre guardava fuori dalla grande finestra a tutta altezza, rivolse l’attenzione al viavai dei passanti, che sfrecciavano di qua e di là come api operaie. Le creature paranormali si mescolavano tranquillamente agli umani: non c’era più bisogno di nascondersi, ormai. Come sempre, c’erano quelli che ritenevano che le diverse specie dovessero rimanere separate, e quelli che non erano d’accordo. I lupi mannari avevano reso nota la loro presenza intorno al 1700 e gli altri esseri sovrannaturali li avevano imitati poco dopo.

Quando la prima ondata di panico si era calmata, gli umani avevano reagito in generale piuttosto bene, nonostante ci fossero ancora delle dispute, ovviamente. Sembrava che gli uomini non sapessero farne a meno. Per fortuna tendevano a lasciare i paranormali in pace: per la maggior parte del tempo erano troppo impegnati a lottare tra di loro.

Quella che gli umani chiamavano la Grande Guerra era in pieno svolgimento. Warwick sfiorò la camicia per rimuovere dei pelucchi, scuotendo la testa. Gli umani e le loro guerre. Avrebbero mai imparato? Ma doveva ammettere che la loro natura bellicosa permetteva a lui di investire in quei conflitti, e i draghi non perdevano mai occasione di aumentare il loro tesoro.

Un lieve bussare attirò la sua attenzione. Quando inspirò, l’odore di pomata per capelli, vestiti stirati da poco e di essere umano gli solleticò i sensi.

“Avanti,” disse Warwick.

Era Clarence Wiltshire, il suo segretario. Quando l’uomo aprì la porta, fece per andare alla scrivania, ma si bloccò quando vide che non c’era nessuno seduto al tavolo. Sapendo dove avrebbe trovato il suo capo, si voltò verso il caminetto. “Signore, l’Alfa Theodore Montgomery del Branco di Sunset Creek è qui per vederla.”

Warwick strinse le labbra. “Interessante.”

“Può ben dirlo, signore.” Clarence annuì. “Dev’essere successa una catastrofe perché l’Alfa si presenti di persona alla sua porta.”

“C’è solo un modo per scoprirlo.” Per quanto odiasse allontanarsi dal fuoco scoppiettante, Warwick attraversò la stanza, i suoi passi attutiti dai tappeti orientali, e tornò alla scrivania. “Lascia passare venti minuti, poi accompagnalo qui. Inoltre, assicurati di offrirgli una bevanda calda nel frattempo.”

“Non sarà felice di dover aspettare, signore.”

“Ne sono consapevole.” Warwick afferrò la giacca esageratamente costosa che si era fatto fare su misura e la indossò. “È proprio quello lo scopo.”

“Sissignore.” Clarence fece un sorrisetto, quindi cancellò ogni minima emozione dal viso, tornando alla maschera affabile che mostrava ai possibili clienti. “Venti minuti.”

“Grazie.” Warwick si sistemò sulla comoda sedia dietro la scrivania. Quella di certo non era una visita di cortesia, e aveva intenzione di prendere in contropiede l’Alfa facendolo attendere, mettendo allo stesso tempo in chiaro chi aveva davvero il potere nella stanza.

Esattamente venti minuti dopo, il suo efficiente segretario accompagnò nell’ufficio l’Alfa Montgomery. Warwick si alzò in piedi e salutò l’Alfa con un lieve cenno del capo. Non c’era bisogno che gli porgesse il collo dato che non era un altro lupo mannaro, e non l’avrebbe fatto comunque: i draghi erano in cima alla catena alimentare dei mutaforma. Non gli porse neppure la mano perché quegli sciocchi dei lupi mannari tendevano a reagire in malo modo quando venivano toccati senza permesso.

L’Alfa accettò il saluto e contraccambiò, anche se il suo cenno del capo fu molto più pomposo.

“Alfa Theodore Montgomery del Branco di Sunset Creek, ti do il benvenuto. Prego, unisciti a me.”

“Grazie.” L’Alfa attraversò la stanza con passo rapido. “Apprezzo che tu abbia trovato il tempo per ricevermi anche senza appuntamento.”

“Sì, beh, quando qualcuno viene da me, di solito si trova in circostanze difficili e spesso non ha il tempo di fissarne uno. Siediti pure.” Warwick indicò le comode poltrone in pelle color vinaccia poste davanti alla sua scrivania. Non si sarebbe seduto per primo. Costringere un altro paranormale ad alzare lo sguardo verso di lui era un altro modo per sottolineare chi tra i due avesse maggiore autorità.

L’Alfa digrignò i denti. Ah, non c’era niente di meglio di qualche gioco di potere al mattino.

Mentre continuavano la loro lotta per il comando, Warwick studiò il suo visitatore. Come la maggior parte dei lupi mannari, l’Alfa era un uomo imponente e muscoloso. A meno che non si stesse parlando di un Omega, di solito erano anche pelosi, più alti della media e avevano capelli e occhi scuri.

Warwick si assicurò di mantenere l’espressione neutra, anche se dentro di sé stava sorridendo. Paragonato a un lupo mannaro, non era solo più basso, ma sembrava anche meno forte. Mentre il lupo era massiccio, lui era snello e la sua altezza nella media. L’unica cosa che lui e l’Alfa avevano in comune erano i capelli scuri che anche Warwick portava lunghi.

“Ti ringrazio.” L’Alfa Montgomery si accomodò.

“Ora, per favore, dimmi pure come posso esserti utile.” Soddisfatto di aver messo in chiaro come stavano le cose, Warwick prese posto dietro la scrivania. Solo perché l’atmosfera era tesa, non significava che si dovesse rinunciare alle buone maniere.

“Ho bisogno di un prestito.”

“Come quasi tutti quelli che vengono da me.” A Warwick piaceva che fosse andato dritto al punto. Aprì il cassetto della scrivania e ne estrasse diversi moduli. “Di quanto parliamo?”

L’Alfa menzionò una cifra e lui inarcò un sopracciglio sottile. Non era facile sorprendere un drago.

“Capisco.” Spinse i fogli di carta verso l’altro lato della scrivania. “I moduli sono standard. Riempili, in modo che io abbia un’idea di cosa intendi usare come garanzia per un prestito di tale entità.”

“Garanzia.” L’Alfa Montgomery si strattonò il colletto in quello che Warwick interpretò come un tentativo di allentare la stretta soffocante della cravatta. “Io, ah, speravo di non dover vincolare nulla.”

Warwick trattenne la risata che minacciava di travolgerlo. “E io speravo di trascorrere questo inverno su una calda spiaggia assolata… ma purtroppo non accadrà nessuna delle due cose. Se vuoi un prestito, devi indicare qualcosa come garanzia. È l’unico modo in cui conduco i miei affari.”

L’Alfa Montgomery si accigliò. “Non sai chi sono? Quali sono i miei contatti? Il fatto che il mio branco sia uno dei più grandi della zona dovrebbe bastare come garanzia.”

“Invece no.” Warwick fece scorrere freddamente lo sguardo sulla scrivania. “Alfa, hai bisogno di soldi. Io potrei darteli. I paranormali vengono da me solo come ultima risorsa, quindi sono sicuro che hai provato a ottenere i fondi da qualche altra parte. Ho ragione?”

L’Alfa non parlò, ma il suo cipiglio lo fece per lui, così come l’improvviso picco di tensione: l’odore acido di una profonda preoccupazione riempì le narici di Warwick, che faticò a trattenere uno starnuto.

“Come pensavo. Se ti presto i soldi, tu devi indicare una garanzia,” continuò Warwick. Quel lupo arrogante! L’Alfa aveva davvero pensato che lui gli avrebbe prestato una somma del genere con una semplice firma come copertura? “E per l’ammontare che hai richiesto, chiederò come garanzia tutte le proprietà che possiedi.”

“Non puoi farlo!” Gli artigli dell’Alfa uscirono lievemente quando strinse i braccioli della poltrona. “Se dovessi risultare inadempiente…”

“Prenderei tutto quello che possiedi, scaccerei il branco dalla tua terra e la rivenderei per ammortizzare le mie perdite.” Warwick scrollò le spalle. “Questo è il prezzo degli affari, mio caro Alfa. Puoi prendere i soldi oppure no. A me poco importa.”

L’Alfa Montgomery ringhiò piano. “Sei davvero un bastardo a sangue freddo, non è così?”

Warwick lo fronteggiò. I suoi occhi si trasformarono diventando viola acceso, il colore del suo drago, e le pupille nere divennero verticali. Sulle palpebre e attorno agli occhi gli comparve un’elaborata decorazione a volute di colore lievemente più chiaro rispetto alle sue iridi. I denti, che in forma umana sembravano normali, si allungarono, e le sue unghie divennero mortali artigli affilati mentre si trasformava parzialmente. “Lo sono davvero.” La minaccia cupa e severa gli risuonò nella voce. “Forse ti converrebbe tenerlo a mente, considerando che potrei spezzarti il collo senza pensarci troppo.” Warwick liberò il suo potere, che si diffuse nella stanza annegando qualsiasi cosa. Dall’ufficio accanto, dove si trovava la scrivania di Clarence, provenne un rantolo soffocato. Non era la prima volta che il suo assistente provava una sensazione del genere, e senza dubbio non sarebbe stata l’ultima.

L’Alfa raddrizzò la schiena e ringhiò mentre concentrava il suo potere per affrontare quello del drago. Sul viso del lupo si formarono delle gocce di sudore che gli scivolarono lungo la fronte. Le fiamme nelle lanterne tremolarono e l’aria parve scintillare, ma il potere dell’Alfa crollò come una marionetta con i fili tagliati alla stessa velocità con cui era comparso. Montgomery ricadde contro lo schienale, pallido e tremante.

“Per tutti gli dei della foresta,” sussurrò, con il terrore dipinto in volto.

Warwick, composto come sempre, permise finalmente al sorrisetto che aveva trattenuto fino ad allora di comparire. “Non è stato molto saggio, Alfa. Sarai anche potente, ma non sei nulla paragonato a me. Ero vecchio di secoli prima ancora che tu nascessi. Sfidami di nuovo e la prossima volta non uscirai di qui sulle tue gambe.”

L’Alfa deglutì.

“Ora, hai intenzione di compilare quei moduli o intendi lasciare il mio ufficio a mani vuote?”

“C-compilerò i moduli.” Il corpo del lupo trasudava paura.

“Eccellente.” Warwick si appoggiò contro lo schienale e riprese l’aspetto completamente umano, soddisfatto di aver messo in chiaro le cose. “Ora, assicurati di riempirli in tutti i punti, per favore.”

Oh sì, sarebbe stata una bella giornata.

 

 


Capitolo Uno

 

 

Cento anni dopo

 

“BUON COMPLEANNO a me,” sospirò Avery avvilito mentre guardava il suo riflesso allo specchio.

Quel giorno, secondo le leggi del branco, Avery sarebbe diventato ufficialmente un uomo. La festa per il suo centesimo compleanno era in pieno svolgimento al piano terra, e lui era nascosto in bagno. Incapace di sopportare l’infelicità nel proprio sguardo, si voltò.

Avery era una delusione monumentale sotto tutti i punti di vista e lo sapeva anche se nessuno della famiglia l’aveva mai detto. Non poteva non esserne consapevole. Suo padre, l’Alfa Theodore Montgomery, aveva già avuto quattro cuccioli femmina. Quello di cui aveva disperatamente bisogno era un cucciolo maschio e Alfa.

E quello che aveva ottenuto era stato Avery, un Omega.

Forse le cose non sarebbero andate tanto male se il talento speciale di Avery (un dono con cui nascevano tutti gli Omega) si fosse rivelato importante. Ma no, Avery si era ritrovato con la capacità di identificare i metalli, le pietre e i minerali. Qualche secolo prima forse avrebbe anche potuto essere un’abilità estremamente utile, ma nel mondo moderno? Con la tecnologia che avevano sviluppato gli umani? Era peggio che inutile.

Dei colpi alla porta distolsero la sua attenzione da quei pensieri poco festosi. Avery uscì dal bagno ed entrò in camera, ma si fermò qualche passo prima della porta e annusò delicatamente. Era Mandy, la sua sorella più grande. Lei poteva sopportarla, quindi aprì. “Ehi.” Si scostò velocemente per lasciarla passare.

Mandy indossava un vestito attillato color rubino, con le maniche vaporose che le lasciavano le spalle scoperte e uno spacco laterale molto profondo. Come tutti i loro simili, aveva un corpo perfetto che il vestito metteva in risalto. I lunghi capelli scuri le ricadevano morbidi sulle spalle.

“Hai un bell’aspetto, sorella.”

“Grazie.” Mandy aveva una personalità talmente forte da dominare qualunque stanza in cui entrasse e Avery la invidiava per quello. “La gente inizia a notare la tua assenza alla festa. Nostra madre ha detto che devi scendere.”

Avery annuì, ma invece di uscire si sedette sul bordo del letto, cercando di trattenere un brivido. L’ultimo posto in cui voleva trovarsi era al piano terra. Quel giorno era diventato ufficialmente un uomo, e allora? Che importava? Non era l’Alfa di cui suo padre aveva disperatamente bisogno, era un peso e basta.

Mandy sedette accanto a lui e gli appoggiò una mano sul ginocchio. “Stai bene?”

“Bene?” La sua risata strangolata tradiva una punta di lieve isterismo, e non era affatto quello che aveva avuto in mente. “Credo che nulla potrà mai andare bene a questo punto.”

Lei sospirò. “Avery, tesoro…”

“No.” Avery fissò la mano della sorella, poi sollevò lo sguardo a incontrare i suoi occhi color cioccolato. Bastava la sua presenza a confortarlo, cosa che le altre sorelle non erano mai riuscite a fare. “Dovresti essere tu l’Alfa, sai,” esclamò all’improvviso.

Mandy strinse le labbra. “E tu sai che le leggi del nostro branco dicono che deve essere un maschio.”

“Allora le nostre leggi devono essere cambiate, perché è ridicolo. Hai tutte le qualità che servono per essere un’Alfa.”

“Tutto tranne un pene.”

Aveva ragione, purtroppo. Stando alle leggi del branco, chi nasceva femmina non poteva diventare capobranco. In teoria le donne non avevano la brutalità necessaria per farsi valere. Era chiaro che i maschi del branco avevano bisogno di distogliere l’attenzione dai loro uccelli di tanto in tanto e guardare in faccia la realtà.

Avery non avrebbe potuto guidare il branco, esattamente come non poteva farlo lei, perché era nato Omega. Gli Omega non erano aggressivi, non amavano lottare, e in genere venivano considerati gentili. Nella società dei paranormali, gentilezza era sinonimo di debolezza. Gli Omega erano considerati preziosi, ma spesso venivano trattati con i guanti di velluto dato che il loro povero cuore sensibile poteva essere ferito con estrema facilità. Quel genere di trattamento gli faceva venire voglia di mordere qualcosa. Forte.

Avery preferiva tentare di risolvere le dispute a parole piuttosto che ricorrere ai pugni. Non era arrogante, scaltro o manipolatore, tutti tratti da Alfa, e quelle lacune nel suo carattere erano un problema enorme. Non potevano ignorare ancora a lungo la scottante domanda di chi avrebbe assunto la posizione di Alfa quando suo padre si fosse ritirato, sempre che non venisse sfidato prima. Soprattutto perché il compleanno del suo unico figlio maschio era quel giorno.

“Mi dispiace. Davvero. Penso che saresti un’Alfa grandiosa,” disse Avery.

“Ti ringrazio. È un peccato che in molti non siano d’accordo con te.” Mandy gli accarezzò la mano e si alzò. “Andiamo. È meglio scendere prima che la mamma faccia salire una delle nostre sorelle.”

“Lo ha già fatto, ha mandato te.”

“E non sei felice che abbia mandato me?” disse lei con un sorrisetto.

“Terribilmente.” Avery aveva quattro sorelle: Mandy, Michelle, Megan e Michaela. Michaela era l’unica a non avere un compagno e viveva ancora a casa.

“Non so se essere insultata o divertita.”

“Divertita,” suggerì Avery, poi scoppiò a ridere davanti all’espressione accigliata della sorella e la seguì al piano terra.

La notte era calata da molto. Mentre camminavano verso l’ala in cui aveva luogo la festa, Avery lanciò un’occhiata fuori dalle finestre: delle soffici nuvole coprivano in parte la luna, che brillava luminosa. L’aria era pulita, fredda e frizzante. Il dovere lo chiamava, ma quello non gli impediva di desiderare di mutare forma e correre, scappando da tutto quanto.

La casa a tre piani del branco era enorme, quasi cinquecento metri quadri, e al primo piano c’era quello che sua madre definiva con affetto il salotto. Era una stanza enorme con un pianoforte a coda, diversi punti in cui era possibile sedersi e portefinestre che conducevano a una terrazza con scale che scendevano fino alla piscina.

Le portefinestre non erano aperte dato che era inverno, anche se Avery sospettava che non sarebbero rimaste chiuse ancora a lungo: i lupi mannari tendevano ad avere caldo, e con tutti quei corpi l’ambiente era già soffocante. E c’erano molti corpi. Erano presenti tutti i Beta con le loro compagne, assieme alla maggior parte dei membri del branco e a tutti gli Anziani.

Dovevano esserci almeno venticinque o trenta persone che gironzolavano solo in quella stanza, e lui e Mandy ne avevano superate almeno altre dieci o quindici per arrivare lì. Chi poteva sapere quanti altri invitati ci fossero nella casa o all’esterno?

Avery si guardò attorno in salotto: il legno luccicava, il marmo attorno al caminetto brillava e i suoi compagni erano vestiti in maniera sfarzosa. Il loro branco era il più ricco dell’area, e si vedeva.

Quello che non si vedeva, erano i sottili segnali che le cose non fossero come apparivano, e questo Avery l’aveva notato di recente. Per esempio, la tensione che suo padre aveva accumulato nell’ultimo anno, le rughe che erano improvvisamente comparse attorno agli occhi e alle labbra di sua madre, e le discussioni sommesse a tarda notte che giravano attorno ai soldi.

Sua madre si avvicinò, bellissima come sempre, in un attillato vestito nero che le calzava a pennello. Avery si accorse di aver raddrizzato inconsapevolmente la schiena. Lei aveva quell’effetto sulle persone. Portava i capelli scuri raccolti in un’elegante acconciatura e i suoi gioielli mandavano lampi di luce. Era poesia in movimento.

Amava sua madre, pur con tutte le sue stranezze. Per qualche incomprensibile ragione, aveva deciso che tutti i nomi delle figlie femmine dovessero iniziare con la lettera M. Nessuno ne sapeva il motivo, ma suo padre aveva scrollato le spalle e aveva detto che non c’era modo di capire i ragionamenti della mente femminile.

“Stavo iniziando a chiedermi se mandare i rinforzi.” Magdalena sorrise mentre allungava la mano per attirare a sé il figlio e schioccò dei baci in prossimità delle sue guance ma senza toccarle, quindi fece un passo indietro. “Stai molto bene. Solo… tesoro, davvero? Quella cravatta con quel completo?”

Avery scrollò le spalle anche se sentì un nodo allo stomaco. Il suo completo grigio chiaro era di Bespoken e costava una cifra notevole. Il lato ribelle della sua natura aveva insistito perché indossasse una camicia di seta di uno scandaloso viola acceso assieme a una cravatta viola a pois altrettanto scandalosa.

“Secondo me sta bene con i suoi capelli biondi.” Mandy si lanciò in sua difesa, come al solito.

Avery non aveva gli stessi colori del resto del branco. I lupi mannari avevano i capelli castani o neri e gli occhi scuri. Le uniche eccezioni erano gli Omega, che in forma umana avevano i capelli castano chiaro o biondo scuro e gli occhi di un nocciola dorato.

Quando un Omega mutava forma, i suoi occhi diventavano color ambra e la pelliccia di un bianco argentato, e il suo lupo era di piccola stazza. I membri normali del branco avevano pellicce che coprivano diverse gradazioni di marrone, mentre gli Alfa erano completamente neri e molto più grossi del resto del branco. Tutti gli altri lupi avevano occhi giallo acceso.

“Non ho mai detto che non gli stesse bene, Mandy,” puntualizzò gentilmente sua madre, per poi voltarsi verso Avery. “Adesso, visto che sei l’ospite d’onore, lascia che ti presenti a tutti.”

Avery avrebbe preferito affrontare una castrazione, ma si incollò un sorriso in faccia e seguì la madre.