Capitolo 1

 

 

“NON CREDEVO fossi uno che si eclissa, Ery.” Chris sorrise e gli passò un bicchiere di vino bianco.

Ery si accorse che quello che teneva stretto in mano era vuoto e fece volentieri cambio. “Non mi eclisso.”

“Ti apposti?”

“Dormi con il dizionario sotto il cuscino?” Ery bevve un sorso di vino. Era di buona qualità, di certo molto più costoso di quello che comprava lui da Trader Joe. “Comunque, mi sto riposando. Rilassando.”

“E nemmeno credevo fossi capace di rilassarti, amico.”

Chris si strattonò la camicia e la cravatta come se fossero in procinto di strozzarlo. L’unica volta che Ery aveva visto il suo amico in vestito era stato alla loro unione civile, quando Dylan era riuscito a convincerlo a mettersi lo smoking. Probabilmente quel pomeriggio era stato troppo emozionato perché gli importasse cosa avesse indosso, ma quella sera era chiaro che avrebbe preferito la sua T-shirt sdrucita e i jeans sbiaditi.

Bevve un altro sorso di vino. Forse Chris era a disagio come un pesce fuor d’acqua ma Ery aveva l’impressione che degli insetti gli stessero strisciando sotto la pelle e sullo stomaco. Non si sentiva per niente rilassato. “Dov’è Dylan?” domandò.

Chris agitò la mano verso la sala affollata. “Sta chiacchierando con il suo capo e uno dei clienti più grossi dello studio. Mi sono stancato di sentire parlare di tetti a mansarda, portici e Dio solo sa di cos’altro stessero discutendo.” Nonostante le lamentele, Ery vedeva che era orgoglioso del suo compagno, diventato da poco uno dei partner dello studio di architettura.

“Ultimamente Dylan si sta muovendo nelle alte sfere, vero?”

“Già. Ma quando torna a casa mi assicuro che non si dia troppe arie.”

Nonostante Ery non si sentisse a suo agio, non riuscì a non ridere allo sguardo lascivo del suo amico. “Gli ricordi quali sono le sue priorità, eh?”

“Sempre.”

Chris era riuscito a trovare una bottiglia di birra; si appoggiò al muro di fianco a Ery, sorseggiando lentamente. Osservarono un uomo con un abito elegante e una donna con indosso una collana, che sicuramente era costata più dell’intero salario annuale di Ery, studiare una grande statua di bronzo.

“L’adoro!” commentò la donna. “È la concettualizzazione perfetta del cambiamento climatico. Geniale!”

Serio in volto, il suo compagno annuì. “Esattamente. Soprattutto il modo in cui la superficie dell’opera rappresenta lo scioglimento dei ghiacciai e l’impatto sulle città costiere. E qui dove l’artista…”

“La storia del riscaldamento globale è una stronzata.” Fu una donna magra, di età indefinibile e che aveva subìto una considerevole serie di interventi chirurgici, a interrompere la loro conversazione. “È solo l’ennesimo complotto progressista per riuscire a controllare la libertà d’impresa.”

La donna con la collana aggrottò la fronte. “Ne abbiamo già parlato, Jenn. La maggior parte degli scienziati è concorde…”

“La maggior parte degli scienziati credeva che le persone fossero controllate dai loro umori, e che lo sperma fosse composto da minuscoli esseri umani. Questo non significa che fosse vero.” Jenn si portò una ciocca di capelli dietro all’orecchio. “Inoltre, sono tutti pagati per fabbricare questo tipo di rapporti. E i media ci cascano come polli.”

L’uomo scosse la testa. “Non è vero. E non puoi negare che il cambiamento climatico sia già in atto. Che mi dici della siccità che stiamo vivendo?”

“Certi anni c’è la siccità e in altri ci sono le alluvioni.” Jenn fece spallucce. “Si bilanciano. Comunque, a me questo tempo piace. Caldo e non così deprimente per mesi.”

“Solo perché tu vieni dalla California,” ribatté l’altra donna con la collana. Enunciò il nome dello Stato come se fosse una parola orrenda; l’uomo annuì.

Jenn emise una risata strozzata. “E voi siete arrabbiati perché quest’anno non si potrà sciare.”

Stavano ancora discutendo quando si allontanarono rendendo impossibile ascoltare quello che si stavano dicendo.

“Gesù,” commentò Chris dopo un altro sorso di birra. “Ecco perché non stai socializzando. In momenti come questi vorrei che Dyl si potesse trasformare. Mi piacerebbe vedere questa gente in preda al panico.”

Per un momento Ery si dilettò all’idea di un lupo mannaro scatenato che ringhiava contro Jenn per poi urinare sulla statua del cambiamento climatico. Ovviamente Dylan non si sarebbe trasformato. Diventava un lupo mannaro solo quando era al sicuro nella sua fattoria o nella foresta adiacente, e non avrebbe lasciato che nessuno gli fosse vicino eccetto Chris. Una soluzione abbastanza responsabile ma deludente, date le circostanze. Che gusto c’era a essere amici con una creatura soprannaturale se non si poteva terrorizzare un gruppetto di idioti?

Ery rimase appoggiato al muro e Chris si avvicinò alla statua per osservarla da vicino. Passò un paio di minuti a piegare la testa da una parte all’altra prima di tornare da lui. “A me sembra un capodoglio che sta partorendo un pianoforte.”

Ery provò a non ridere ma con scarsi risultati. Dio, adorava Chris, era completamente diverso da tutte le altre persone che frequentava. E non era di sicuro il tipo che si era immaginato avrebbe finito con lo stare assieme a Dylan, ma Ery era davvero felice che lo avessero fatto.

Il suo buonumore svanì immediatamente. “L’hanno venduta per quarantamila dollari.”

Chris fece una smorfia. “Che idioti.”

“Almeno una parte andrà in beneficenza.” Era vero. Tutti gli artisti avrebbero donato parte dei loro guadagni a un centro di accoglienza per adolescenti senza tetto.

“Se avessi quarantamila dollari da buttare via, li darei direttamente ai ragazzi, non li sprecherei per questa cagata.” Chris arrossì leggermente e lanciò un’occhiataccia a Ery. “Non mi riferisco alle tue cose, amico. I tuoi dipinti non sono brutti.”

“Ma non stanno vendendo.”

“Quello sì.” Chris agitò la bottiglia in direzione di un grande quadro che Ery aveva dipinto di un cielo azzurro con delle strisce sfumate tipo nuvole. Al centro c’era una spessa linea a zig-zag, come la registrazione di un sismografo o un elettroencefalogramma. Delle piccole macchie rosse e delle sfumature accennate di verde completavano l’effetto.

Ery sospirò. “Lo ha comprato Stender.” Il socio anziano dello studio di Dylan. Ery avrebbe dovuto essere contento che una delle sue opere sarebbe presto stata appesa in uno degli studi di architettura più importanti della città, dove parecchie persone lo avrebbero visto. Però era quasi certo che Dylan lo avesse convinto a comprarlo mosso dalla pietà, solidarietà o per semplice amicizia. Ery voleva che i suoi quadri fossero comprati perché le persone ci avevano visto qualcosa, perché gli piacevano davvero.

Chris doveva essersi accorto della sua espressione triste, perché gli tolse di mano gentilmente il bicchiere vuoto. “Vado a vedere se riesco a trascinare via Dylan da qui. Poi ti permetterò di portarci in qualche discoteca dove ti potrai trovare un ragazzo e ballare fino a quando non ti verrà da vomitare.”

Ery provò a rallegrarsi a quell’idea. Cercava spesso di portare Dylan e Chris in qualche posto divertente, se non altro per far vedere a tutti che era amico della coppia più bella di tutta l’area metropolitana di Portland. Ma quella sera era più in vena di un posto tranquillo dove avrebbe potuto deprimersi a suo piacimento. Diede una pacca sulla spalla di Chris. “Certo. Vi aspetto qui.” Appoggiò di nuovo la schiena contro il muro, come se anche lui fosse parte integrante della mostra.

Di solito non era una persona timida. Alla maggior parte delle esposizioni girava da un gruppo all’altro, ammirava le altre opere, parlava con gli amici, flirtava con i ragazzi carini. Si divertiva. Non quella sera.

Il problema era che di solito i suoi dipinti erano esposti in bar e ristoranti, o magari in uno spazio comune che si trovava tra uno studio di yoga e un negozio di biciclette. Tutti bevevano birra e nessuno indossava la cravatta, se non per ironia. C’erano parecchie persone con tatuaggi e piercing, ma niente chirurgia plastica o collane che valevano decine di migliaia di dollari. E se riusciva a vendere qualche dipinto, allora benissimo, aveva qualche soldo in più in tasca, ma non se ne faceva un gran problema. Non importava.

Quella sera sì, però. Erano presenti critici d’arte e persone con le tasche piene di soldi. La mostra era fuori dalla sua portata. Aveva ottenuto l’invito solo grazie a Dylan, perché lo studio era uno degli sponsor più importanti. Quella sera avrebbe avuto la possibilità di farsi conoscere, di realizzare il suo sogno, lasciare il suo lavoro e diventare un artista a tempo pieno.

E non sembrava sarebbe andata così.

Nessuno stava lanciando verdura marcia contro i suoi dipinti, il che avrebbe dovuto essere una consolazione. Però non avevano nemmeno ricevuto molta attenzione. Erano tutti presi a svuotarsi le tasche per i cetacei del cambiamento climatico.

Triste, si stava fissando le scarpe quando una mano lo toccò sulla spalla. Alzò la testa e vide Dylan sorridergli. Dio se aveva un bell’aspetto. Teneva Chris a braccetto.

“Sembrate saltati fuori dalla copertina di una rivista,” commentò.

Chris emise una risata strozzata. “E che rivista sarebbe? Homo Vogue?”

Dylan alzò gli occhi al cielo. “Andiamocene da qui prima che mi trovi Jack Everson e inizi a parlare della sua facciata nel dettaglio.”

“La sua facciata, eh?” Chris fece ballare le sopracciglia. “Dovrei essere geloso?”

“Devi per forza rendere tutto una battuta volgare?”

“Sì, devo.”

Erano adorabili insieme. Ery sospirò per la decima volta. “Andiamo, ragazzi.”

Dovettero fermarsi prima a salutare la coppia che aveva tenuto l’evento. Ma i due erano chiaramente molto più interessati a Dylan che a Ery, per cui lo scambio fu breve. Qualche minuto più tardi, i tre uscirono nella notte straordinariamente calda per essere ottobre.

“Noi abbiamo parcheggiato nel garage,” disse Dylan, indicando la direzione. “Tu?”

“Anch’io.”

“Guido io, poi ti portiamo a casa noi. Puoi venire in centro domani a riprendere la macchina, giusto?”

“Immagino di sì.” Emise un altro sospiro pesante. “Ascolta, possiamo… non so… andarci a prendere un caffè o qualcosa di simile?”

Dylan e Chris si scambiarono delle occhiate veloci. “Certo.” Fu Chris a rispondere. “Ma così ti perderai Dyl scatenarsi in pista.”

“Anche il suo modo di ballare è migliorato?” Quando Ery lo aveva conosciuto al college, Dylan era carino in un modo molto goffo e geek. Per un qualche motivo, essere diventato un lupo mannaro aveva reso il suo corpo molto più muscoloso e aveva accresciuto il suo magnetismo, così adesso dovunque andasse tutti si voltavano a guardarlo. Però lui aveva occhi solo per il suo compagno.

Chris rise. “No, sembra sempre che abbia le convulsioni quando balla.”

“Ehi!” protestò Dylan senza convinzione.

Ery scosse la testa. “Sarà per un’altra sera. Credo di essere distrutto.”

Mentre Chris mormorava qualcosa sulla prossimità della fine del mondo dato che Ery non aveva energie, arrivarono davanti a uno Starbucks. Niente di che, ma si sarebbero dovuti accontentare. Mentre Dylan e Chris ordinavano da bere, Ery riuscì a trovare dei posti in un angolo. Il locale era piuttosto affollato e rumoroso; la musica si sentiva appena, tanto meglio. Non aveva voglia di ascoltare retro-pop o bossanova o qualsiasi altro genere volessero promuovere quella settimana quelli dei piani alti. Se fosse stato a casa, probabilmente avrebbe scelto Stravinsky o Bartók. Qualcosa di deprimente, dell’Europa dell’est. Il tipo di musica che dovrebbe essere accompagnata da vodka e sigarette senza filtro.

“Ecco,” disse Dylan, posando un bicchiere sul tavolo. “Tre cucchiaini di zucchero, giusto?”

Ery sorrise. “Sì.”

Chris e Dylan si sedettero entrambi di fronte a lui, il che lo fece sentire come se fosse a un colloquio di lavoro. Dylan si era preso un frappuccino, Chris aveva scelto un caffè ristretto. Dylan lanciò sul tavolo un paio di sacchetti di carta. “Biscotti con le scaglie di cioccolato e pane ai frutti di bosco. Non fare complimenti.”

“Grazie.” Ery non aveva fame e nemmeno bisogno di aggiungere calorie alla sua dieta, però i dolciumi non sarebbero andati sprecati. Dylan mangiava sempre; diceva che era dovuto al suo strano metabolismo. Ery avrebbe desiderato davvero poter mangiare senza mettere su peso.

“Mi dispiace che tua nonna non sia riuscita a venire questa sera,” disse Dylan spezzando un biscotto.

“Già. Voleva farlo. Si sarebbe anche divertita. Ma sta invecchiando, capisci? Ha detto che si sarebbe stancata troppo.” Ery non voleva pensarci. Anche se i suoi genitori erano fantastici, aveva sempre avuto un rapporto speciale con sua nonna. Era una donna incredibile. Anche adesso che lui aveva superato i trenta, continuava a credere che fosse in grado di rispondere a tutte le domande dell’universo.

Decise di cambiare argomento. “E voi due cosa avete combinato, ultimamente?”

“Il solito,” rispose Chris. Poi aggrottò la fronte, si allentò la cravatta e se la tolse, lanciandola verso Dylan. “Molto meglio. Abbiamo quasi finito con il bagno, poi metterò delle nuove scaffalature nella nicchia del soggiorno. E rimetteremo in funzione il camino.” La vecchia fattoria di Chris e Dylan era in un costante stato di ristrutturazione, cosa che non sembrava importare a nessuno dei due.

Dylan ridacchiò. “E Chris ha comprato questa… questa cosa che dice riuscirà a mettere in funzione.”

“Non è una cosa. È una Oldsmobile 442 degli anni settanta, e quando avrò finito di metterci le mani sarà un capolavoro.”

“È come Christine,” sussurrò Dylan come se fosse su un palcoscenico. “Solo che invece di uccidere le persone, la macchina si mangia tempo e soldi.”

Ery si appoggiò allo schienale e continuò ad ascoltare i suoi amici battibeccare. Non importava quanto fossero sarcastiche le loro battute, non smettevano di toccarsi: spalla contro spalla, una mano stringeva l’altra velocemente poi andava ad arruffare con affetto i capelli. E qualsiasi cosa stesse combinando Chris sotto il tavolo, nascosto alla vista di Ery, di certo stava facendo arrossire e sussultare il suo partner.

Dylan finì il primo biscotto e attaccò il secondo. “È un po’ che non ti fai vedere allo studio.”

Chris e Dylan avevano trasformato il piccolo granaio della fattoria in uno studio per Ery e gli avevano fatto chiaramente capire che poteva usarlo in ogni momento, eccetto nelle notti di plenilunio. All’inizio ci era andato quasi ogni week-end e ogni tanto anche dopo il lavoro, per divertirsi a ricoprire le tele di colore. Gli piaceva l’edificio, che conservava ancora un leggero sentore di paglia. Di giorno c’erano le rondini e la sera i pipistrelli facevano la loro comparsa da dietro i travetti.

Ma negli ultimi mesi la frequenza delle sue visite era andata scemando. Era da settimane che non ci andava.

“Sei stato preso con il lavoro?” indagò Dylan.

“Immagino di sì. Ho un nuovo cliente; sto ridisegnando il logo e le insegne per una catena di supermercati. Il che è elettrizzante proprio come sembra. E sto facendo delle illustrazioni per un manuale di studenti di infermieristica.”

“Oh.”

Mentre Dylan mangiava con gusto evitando il contatto visivo, Chris si slacciò i primi bottoni della camicia e iniziò a piegare un tovagliolo per farne un origami. Ery osservò un gruppo di studenti universitari seduti a un tavolo vicino. Avevano tutti i loro libri di testo e i portatili aperti ma sembravano passare la maggior parte del tempo al telefono. Poi la sua attenzione si concentrò sul bancone; uno dei baristi aveva l’aria leggermente familiare. Forse il breve incontro di una notte. O forse no. Il tizio non sembrò accorgersi di lui.

Per un motivo che Ery non comprese, Dylan sussultò improvvisamente. Lanciò un’occhiataccia verso Chris, che sollevò un sopracciglio con aria d’attesa.

“Tra un paio, ehm, di settimane faremo un viaggio,” annunciò Dylan.

“Ancora campeggio?” L’anno precedente Dylan aveva sorpreso Chris comprando un camper Airstream nuovo di zecca, e gli piaceva usarlo per raggiungere la costa o le montagne ogni tanto.

“No. Chris non ha neanche un timbro sul suo passaporto, quindi dobbiamo porre rimedio. Europa.”

“Wow! È fantastico! Avete già deciso dove?”

Fu Chris a rispondere. “Barcellona. È in Spagna.” Per un qualche motivo ridacchiò e Dylan si adombrò. “Anche Parigi. Passeremo una settimana in tutte e due le città.”

Per il suo venticinquesimo compleanno sua nonna aveva regalato a Ery un viaggio a Parigi. Lo aveva accompagnato il ragazzo che frequentava a quel tempo e si erano divertiti da morire, passando ore intere al Louvre, ma era stato il Museo d’Orsay ad avergli rubato il cuore. Aveva ammirato rapito i dipinti degli impressionisti, fantasticando che un giorno anche i suoi lavori avrebbero avuto una simile ubicazione. Ah. Ci sperava poco ora.

“Ricordatemi di darvi i nomi di un paio di discoteche a Le Marais,” suggerì. “Non potete farvi un viaggio così lungo senza apprezzare la vera Parigi gay.”

“Lì farò una figura ancora più da campagnolo,” disse Chris tristemente.

Ma Ery scosse la testa. “Stai scherzando? I ragazzi francesi ti mangeranno vivo. Mangeranno vivi entrambi.”

I suoi amici assunsero un’espressione scettica. Dylan non era ancora convinto di essere diventato un sex symbol, e Chris sembrava pensare che il mondo intero lo vedesse come un bifolco senza speranza invece di un uomo attento, brillante e talentuoso. La loro scarsa fiducia in se stessi avrebbe dovuto seccarlo, invece trovava la cosa affascinante. “Vi divertirete tantissimo,” commentò.

Chiacchierarono per un po’ di Parigi e Barcellona. Dylan fece finta che stare seduto per undici ore filate sull’aereo di fianco al suo frenetico compagno lo avrebbe fatto disperare. Chris continuò a lamentarsi del fatto che in Europa Dylan avrebbe voluto assaggiare mille piatti strani e pretenziosi. Gli studenti lasciarono il loro tavolo e ben presto una donna di mezza età con una ciocca di capelli tinti di rosa prese il loro posto. Anche lei era munita di portatile, però invece di fissare il telefono, cominciò a digitare sulla tastiera come un’ossessa. Ery si chiese cosa stesse scrivendo.

Chris e Dylan cominciarono a scambiarsi di nuovo degli sguardi eloquenti. Probabilmente stavano pensando che era giunto il momento di affrontare la loro ora di macchina per raggiungere casa. Se Ery fosse stato un vero amico, li avrebbe lasciati andare senza fare storie. Non era dell’umore di tornare nel suo appartamento deprimente – sempre troppo freddo o troppo caldo – e i suoi vicini avevano dei gusti musicali orrendi. Così rimasero seduti per un po’.

Alla fine, Chris esplose: “Oh, Santo cielo! È impossibile far dire all’uomo lupo qualcosa d’importante.” Diede una spallata a Dylan abbastanza forte da farlo sussultare. “Dobbiamo parlare di qualcos’altro a parte croissant e baschi, Ery.”

Dylan si morse il labbro, con l’aria di chi stava per subire un doloroso intervento odontoiatrico. “Che succede, Ery?” domandò alla fine.

“Che vuoi dire?”

“Voglio dire… ultimamente mi sembri un po’ distante.”

Fu il turno di Ery di distogliere lo sguardo. “La mostra di stasera è stata un po’ un fallimento. Mi ha un po’ ferito nell’orgoglio.”

“Non intendo solo stasera. Non stai usando lo studio. Non hai…” Dylan agitò le mani senza controllo.

Chris si intromise per tradurre quel gesto. “Non svolazzi più.”

Ery lo guardò con gli occhi spalancati. “Svolazzi?”

“Già. Di solito sei sempre in movimento, parli senza sosta, sorridi a tutti. Sei mister Simpatia. Ma adesso… be’, guardati. Non sei nemmeno vestito come al tuo solito.”

Guardandosi i vestiti, Ery fece spallucce. “Sono in giacca e cravatta. penso sia abbastanza normale.”

“Per qualcun altro forse. Di solito sembri uscito dal Mago di Oz. La versione in Technicolor.”

Chris non aveva tutti i torti. La giacca e i pantaloni erano color antracite e la camicia blu carta da zucchero L’unico indumento colorato era la cravatta: rossa con un surfista disegnato a mano.

Dylan e Chris sembravano preoccupati. Questa volta almeno Ery riuscì a non sospirare. “Il lavoro mi ha divorato l’anima.” Non riuscì a evitare un gesto drammatico: abbassò la testa lentamente fino a quando la fronte non andò a poggiare sul tavolo. Odorava di biscotti e disinfettante.

“È davvero così terribile?” domandò Dylan con cautela.

Ery alzò la testa dal tavolo. “Sai cosa ho fatto oggi? Ho disegnato un uomo con un catetere attaccato al pene. E ho dovuto cercare di decidere tra quindici identiche sfumature di verde per il nuovo logo del supermercato. Di solito riuscivo a passare tranquillamente tutto il giorno su queste cose, e quando avevo tempo libero, potevo fare della vera arte e sfogarmi.” Era stato felice, mentre gettava pittura dappertutto come fossero colate di arcobaleno. Si era sentito un po’ come un bambino il primo giorno di vacanze estive, ma ultimamente quella sensazione era andata svanendo.

“Non puoi cercarti un altro lavoro?” domandò Chris.

“No. Voglio dire, sì, forse. Ma non credo che servirebbe. È troppo tardi. Ho ucciso la mia musa.”

Alla mostra, un uomo dai capelli argentati accompagnato da un ragazzo molto più giovane che doveva essere il suo fidanzato o suo nipote si era fermato davanti a uno dei dipinti di Ery e lui, tutto orecchie, aveva orbitato intorno ai due. “Mi piacciono i colori,” aveva commentato l’uomo più anziano. “E il modo in cui la composizione è leggermente disarmonica. Ma nel complesso, ehm, manca di originalità. L’artista non mi comunica nulla.”

Il giovane aveva annuito. “È troppo imitativo. Non dice nulla di nuovo.”

Quelle parole lo avevano ferito, in gran parte perché credeva fossero vere. Ery non aveva provato la solita gioia quando lo aveva dipinto. Aveva pensato parecchio a quel quadro, lo aveva pianificato con attenzione, includendo intenzionalmente delle citazioni di De Kooning e Gorky, ma alla fine era risultato quasi freddo come l’illustrazione di un pene in cui era stato inserito un tubicino.

“Sembra che la tua fonte d’ispirazione si sia prosciugata,” commentò Dylan, poi fece una smorfia. “Scusa. Devo aver ascoltato Stender troppo a lungo.”

“No, no, hai ragione. Di solito avevo così tante idee che facevo fatica a tenere il passo. E adesso? Nada.”

“È triste, amico,” commentò Chris mentre Dylan scuoteva la testa con empatia. Ery si sentì leggermente meglio dopo aver condiviso quello che provava. Ultimamente non aveva nemmeno confessato a sua nonna quello che gli passava per la mente, anche se non gli erano sfuggiti gli sguardi preoccupati di lei. Non era uno che si lamentava, di solito, e non voleva lagnarsi, ma negli ultimi tempi si sentiva come se qualcosa di importante si fosse rotto dentro di lui, come se una parte di lui fosse venuta a mancare.

“Ehi,” disse Dylan. “Magari cambiare aria potrebbe esserti d’aiuto. Vieni in Europa con noi.”

Ery emise una risata strozzata. “A reggere il moccolo?”

Chris sorrise. “Nah. Scommetto che sei divertente in vacanza. Potresti portarci in quelle discoteche di cui hai parlato.”

A essere sinceri l’idea lo allettava parecchio. Anche se Ery aveva delle vacanze ancora da sfruttare, non aveva molti soldi. Non poteva permettersi di darsi alla bella vita. “Grazie, ragazzi. Siete carini. Ma, credo che resterò qui.” Però, fu colpito da un’altra idea: “Ma mi prenderò dei giorni di ferie. Non vi scoccia se uso lo studio, vero?”

“Lo abbiamo costruito per te,” disse Dylan. “Ci puoi stare quanto vuoi. In realtà, mentre siamo via, ti dispiacerebbe dare un occhio alla proprietà? Kay si è offerta di farlo, ma dovrebbe portarsi dietro la bambina, ed è una peste. Adesso cammina.” Rabbrividì.

Chris annuì energeticamente “Già, buon’idea. Inoltre, non penso che vostra cognata voglia stare lì con la mocciosa se dovessimo essere di nuovo invasi da fantasmi o un branco di lupi mannari.” Stava sorridendo, ma non aveva esagerato. L’anno precedente, la fattoria era stata infestata da un fantasma e un gruppo di lupi poco simpatici aveva cercato di uccidere Dylan e Chris.

“Posso occuparmi dei fantasmi, ma non saprei che fare con i lupi mannari.”

“Io li ho dovuti affrontare due volte,” disse Chris. “Se non sono come Dylan, suggerisco di gridare come una scolaretta e darsela a gambe. È quello che ho fatto io.”

Dylan strinse le spalle di Chris. “Non è vero. Mi hai salvato.”

“Però prima ho strillato e sono scappato. Non ti ho salvato fino a quando zio Frank non mi ha dato i superpoteri.”

“No, no. Tuo padre mi ha detto com’è andata: stavi già correndo verso di me e il branco quando Frank si è messo di mezzo; se il suo fantasma non ti avesse aiutato, ti saresti gettato nella mischia e ti avrebbero fatto a pezzi. Scemo,” aggiunse con tono affettuoso.

Continuarono a battibeccare per un momento, ma mentre lo facevano i loro sguardi erano adoranti. Ery doveva ammetterlo: era al novantanove per cento felicissimo che si fossero trovati e che avessero costruito una bella vita per loro stessi, ma c’era quell’un per cento che lo rendeva geloso marcio. E non perché si pentisse del fatto che, dopo aver sperimentato tra loro ai tempi dell’università, lui e Dylan avessero riconosciuto che sarebbe stato meglio se fossero rimasti semplicemente amici. Era stata di sicuro la decisione migliore. Era solo che… caspita, voleva quello che avevano loro.

Forse Dylan aveva ragione. Una vacanza e un cambio d’aria lo avrebbero aiutato. Di certo male non avrebbero fatto. “Certo, penserò io alla casa. Mi ci accamperò mentre voi siete via, se non è un problema.”

“Quando vuoi,” dissero Chris e Dylan quasi all’unisono. Risero tutti e tre.

“Siete adorabili. Diventerete una di quelle vecchie coppie che finiscono l’uno la frase dell’altro.” Ery sorrise. “Grazie. Mi farà bene. Al diavolo! Magari si facesse viva qualche creatura soprannaturale. Quello sì che mi darebbe una svegliata.”

“Attento, il tuo desiderio potrebbe avverarsi,” lo avvertì Chris. “Vicino a Dylan succedono delle cose strane.”

Dylan protestò. “Ehi! Il fantasma era roba tua.”

“Certo, certo. Tu sei solo responsabile per i licantropi assassini.”

“Che parolone, caro il mio ragazzo di campagna.”

“Conosco parecchie parole forbite, signorino. Come castigo penitenza.” Chris fece ballare le sopracciglia maliziosamente.

Ery si appoggiò allo schienale e osservò i suoi amici con un leggerissimo tuffo al cuore, un tuffo che forse stava a significare che le cose sarebbero migliorate. Sorrise e finì il biscotto di Dylan.