Capitolo 1

 

 

LE MANETTE gli incidevano i polsi, e Caleb si mosse per alleviare la pressione. Divideva il divano con altri tre arrestati nella retata. Nessuno di loro parlava agli altri o ai poliziotti. Il loro boss, il capo dell’organizzazione da quattro soldi, era stato portato via con il naso rotto dopo aver tirato un pugno a un agente. Come risultato della breve scazzottata, Caleb aveva un piccolo taglio sulla guancia procuratogli dal poliziotto che lo aveva spinto per allontanarlo. Gli sembrava che avesse smesso di sanguinare.

Due ore dopo che la polizia aveva bussato alla porta e si era introdotta nella proprietà con un mandato di perquisizione, i tre sospettati aspettavano ancora in silenzio. Caleb capiva che la lunga attesa serviva a sfinirli per l’interrogatorio successivo, e non ne era infastidito. Erano le manette un po’ troppo strette e il prurito del sangue rappreso a irritarlo.

Un giovane agente con jeans scuri e una camicia bianca sotto la giacca impermeabile della polizia si avvicinò ai tre pigiati l’uno contro l’altro sul divano. “Va bene, ragazzi. Vi sono già stati letti i vostri diritti, quindi adesso è ora di parlare. Qualcuno ha qualcosa da dirmi?”

Caleb riconobbe l’uomo biondo, e così dovevano aver fatto i suoi colleghi. Gabriel Carter era un sergente della Buoncostume di Seattle. Era stato trasferito da Las Vegas, in Nevada, con un personale conto in sospeso con i mercanti del sesso. Aveva formato velocemente una squadra speciale e aveva colpito il settore duramente, prendendolo in contropiede, facendo arresti multipli, e creandosi una notevole lista di nemici senza volto.

“Vaffanculo.”

Caleb non aveva idea di chi avesse imprecato, ma quella prevedibile esclamazione era fastidiosa. Gabriel sbuffò e fece un cenno agli agenti. “Metteteli in veicoli separati.”

Un agente afferrò Caleb per il braccio e lo tirò su.

“Io ho qualcosa da dire,” disse Caleb, resistendo alla stretta.

Gli altri avevano sputato vari insulti contro la polizia, ma si zittirono quando Caleb parlò.

Gabriel fece un passo avanti e strinse gli occhi. “Tu hai qualcosa da dirmi?”

“Sì.” Caleb fece un sorrisetto e si piegò in avanti. “Non hai niente su di noi, e lo sai. Era August a gestire questa casa. Noi siamo solo civili innocenti che sono rimasti coinvolti.”

“Lo vedremo.” Gabriel rise piano e fece un passo indietro.

Caleb girò la testa e gli lanciò un’occhiataccia, finché l’agente in uniforme non lo afferrò per il braccio e lo trascinò fuori, sotto il portico. Rivolse alcuni insulti contro la moglie che l’agente doveva avere a casa. Caleb non aveva mai incontrato prima quell’uomo e non sapeva se fosse davvero sposato, ma descrivere cosa avrebbe fatto alla donna che il poliziotto amava era un modo sicuro per innervosirlo e mettersi in mostra davanti agli altri.

Appena prima di essere spinto sul sedile posteriore di una volante, sentì uno dei suoi amici della casa gridargli un saluto. Caleb sorrise e si lasciò cadere sul sedile senza protestare. Lì aspettò. Le altre macchine partirono prima, lasciandolo da solo senza testimoni criminali.

La portiera si aprì e Gabriel si sporse dentro. “Sei un coglione a volte.”

“Tu di più. Toglimi queste manette.”

“Devi ancora portare avanti lo spettacolo finale alla centrale. Gli altri devono vederti in arresto e sotto interrogatorio. Ti rilasceremo lì.”

Caleb sospirò. “Puoi allentarle almeno?”

Gabriel annuì, e Caleb si scostò. Mostrò al sergente i polsi dietro la schiena e sospirò di sollievo quando sentì le manette allentarsi. Poi Gabriel gli diede un colpetto sulla spalla e chiuse la portiera, lasciandolo ancora una volta da solo nella volante.

Al detective Connor Bishop mancavano poche ore per vedere la fine di tre mesi di lavoro sotto copertura nei panni di Caleb Dulanski e per tornare a una vita normale. Avrebbe smesso di fingere di essere un’altra persona in compagnia di criminali noti e di guardarsi le spalle nei giorni in cui stava a casa. Sarebbe andato in centrale per una normale giornata di lavoro, come i suoi colleghi della Buoncostume, e sarebbe tornato a casa alla fine del turno. Avrebbe di nuovo indossato i suoi vestiti, che erano rimasti appesi nel suo armadio per tre mesi.

Connor poggiò la tempia contro il finestrino ed emise un breve sospiro, appannando il vetro. Erano molte le cose che era ansioso di fare, ora che la sua missione era finita, ma sapeva che ne avrebbe accettata un’altra se il sergente gliel’avesse assegnata. Anche se gli piaceva la sua vita ordinaria e sicura sulla riva, non aveva problemi ad avventurarsi nelle profondità dell’oceano, dove giocavano i mostri.

“Hai fatto un buon lavoro, Bishop,” disse Gabriel, sedendosi davanti sul sedile del passeggero. “August Nempke è stato un viscido bastardo per anni. È ora che veda la cella della prigione.”

“Posso avere un aumento ora?”

“Non mi occupo degli stipendi.”

Connor si appoggiò all’indietro e guardò l’agente che aveva appena insultato scivolare dietro il volante. “Scusa per quello che ho detto. Era solo per messinscena.”

“Questo è il nostro agente sotto copertura, Connor Bishop,” spiegò Gabriel al poliziotto con un gesto della mano. “Lui è Williams. Spera di fare carriera nel corpo federale delle forze dell’ordine,” disse, alzando la voce per rivolgersi a Connor.

“Sarebbe a dire FBI?”

“Sì,” sospirò Gabriel e si girò in avanti.

Connor si piegò in avanti per guardare Williams. “Che sezione dell’FBI, Williams?”

“Crimini informatici.” Williams ricambiò lo sguardo di Connor. L’avversione non era svanita con la spiegazione della sua missione sotto copertura.

“Dalla Buoncostume all’informatica. Sei un masochista.”

“Senti chi parla.”

Connor tornò ad appoggiarsi allo schienale con un sorriso. “Ti riferisci al fatto di infiltrarsi per entrare in contatto con un protettore e spacciatore di droga? Quello era niente. Pesce piccolo.” La sua spavalderia era per lo più una scena, e Connor l’aveva messa a punto per convincere se stesso che le tenebre che lo perseguitavano non l’avrebbero mai raggiunto.

“Non esistono pesci piccoli,” disse Gabriel. Il tono tagliente mise fine alla discussione.

William mise in moto l’auto e si allontanò dall’affollata scena del crimine. Il silenzio calò sul veicolo, disturbato solo dal tenue brusio della radio della polizia. Dopo diversi chilometri, Gabriel si girò sul sedile e guardò Connor.

“Come stai?”

“Mi fanno male i polsi.”

“Non intendo fisicamente.”

Connor sollevò le spalle. “Voglio solo tornare a casa, farmi una doccia calda, e dormire fino alle dieci di domani. Mi lascerò gli ultimi tre mesi alle spalle fino al processo.”

“Non dimenticare di fare rapporto.”

“Come potrei?” Connor si spostò per alleviare la pressione sulle sue braccia. “Spero che il mio sergente sia abbastanza gentile da concedermi un po’ di tempo libero dopo tutto questo.”

“Non credo che il tuo sergente abbia voce in capitolo,” replicò Gabriel. “La politica del dipartimento che ti impone le ferie batte il suo desiderio di avere la squadra al completo.”

Connor sorrise della risposta a tono e guardò, fuori, la città che gli scorreva davanti.

La pioggia autunnale si era attenuata un’ora prima, ma l’aria restava pesante di umidità, e le strade bagnate luccicavano sotto le luci della città. Nonostante gli orrori di cui Connor era stato testimone nella casa per tre mesi, riusciva ancora a trovare la bellezza nelle parti peggiori della grande area di Seattle.

“Sergente Carter, lei ha lavorato sotto copertura a Las Vegas, vero?”

La domanda di Williams cancellò il tenue buonumore di Connor. Studiò la testa di Gabriel da dietro chiedendosi cosa avrebbe risposto. Se Williams non lo sapeva, e non faceva parte della squadra speciale, il sergente avrebbe rivelato il suo passato?

“Sì. Ero nella Buoncostume,” rispose Gabriel.

Il suo tono sbrigativo avrebbe evitato qualunque ulteriore domanda. Connor tornò a guardare la strada. Era curioso della storia del sergente tanto quanto sembrava esserlo Williams, ma quel che già sapeva era abbastanza.

Connor aveva incontrato Gabriel otto mesi prima quando il sergente gli aveva chiesto di unirsi alla squadra. Gabriel aveva messo in chiaro allora che né il suo passato né il suo presente erano argomenti di conversazione. La ricerca che aveva svolto di nascosto su internet aveva fatto un po’ di luce su quello che l’uomo aveva portato a termine a Las Vegas, e aveva dato a Connor un’idea del sergente che bastava a tenere a bada la sua curiosità per un po’.

 

 

LA SALA interrogatori era silenziosa e fredda, ma almeno Williams gli aveva tolto le manette. Connor fissava il proprio viso nello specchio semiriflettente e cercava di non notare quanto sembrasse stanco. Nei tre mesi della missione, aveva lasciato che i suoi capelli castani si allungassero fino alle orecchie. Si fissò le mani per evitare l’immagine dell’uomo in cui a stento riconosceva se stesso. Un taglio di capelli non avrebbe risolto il problema, ma sarebbe stato un buon inizio.

La porta si aprì, e Connor parlò rivolto al tavolo. “Chi mi porterà a casa?”

“Pensi che il dipartimento di polizia di Seattle sia il tuo servizio taxi personale?” Gabriel gli porse un bicchiere d’acqua e si sedette di fronte a lui. “Ora ti lasciamo andare, ma stai attento mentre torni a casa come hai fatto negli ultimi mesi. Non vogliamo che qualcuno ti segua.”

“Ok.”

“Hai due giorni di riposo pagati visto il successo dell’operazione. Come sai, ma devo comunque dirtelo, è disponibile e fortemente suggerito un consulto psicologico.”

“Sì. Non è il mio primo giro in giostra.” Connor bevve l’acqua che Gabriel gli aveva portato, poi mise da parte il bicchiere vuoto.

“È il primo giro lungo tre mesi. Sarai anche tornato a casa ogni giorno, ma sei stato Caleb Dulanski per tre mesi. Il ritorno a Connor Bishop a tempo pieno potrebbe non essere così facile come pensi.”

“Mi sento bene. Mi sento me stesso.”

“Tutto liscio come l’olio, vero?”

“Esatto,” concordò lui, grattando il taglio pulito e chiuso sulla sua guancia.

“Sono stato anch’io al tuo posto, quindi non esitare a chiamarmi se ti serve parlare con qualcuno.”

Connor vide un’opportunità per sapere qualcosa del sergente e si piegò in avanti. “Hai fatto crollare Arden, giusto? Era una pedina chiave in un grande traffico di esseri umani nel Nevada. La tua operazione ha anche fermato il padre di Arden e un trafficante di nome Demetrius. Il processo è stato di alto profilo e a porte chiuse, ma il tuo nome è saltato fuori come testimone chiave.”

“Non parlo di quel caso. Mi sono infiltrato così a fondo solo una volta. Camminare in punta di piedi sulla linea di confine tra il bene e il male è una cosa con cui si può venire a patti una sola volta, e che non mi piacerebbe ripetere.”

“Le notizie non riportano mai cosa accadde agli agenti coinvolti. Tu sei venuto fuori da quella missione…” Connor fece una pausa e cercò le parole adatte. La sua unghia affondò nella crosta che si stava formando sulla guancia e lo fece sussultare. “Sei tornato normale?”

“All’epoca credevo di sì.” Gabriel si bloccò. “Il mio compagno ha sofferto di più, e vedere con quanta fatica è tornato alla vita normale mi sono reso conto che non ero più l’uomo che ero stato prima della missione.”

Connor si chiedeva se quello che il sergente gli stava dicendo fosse vero, o se stava solo tentando di convincerlo ad ammettere che stava mantenendo i nervi saldi grazie a una serie di false speranze e vane promesse di amnesia selettiva. Sorrise e si alzò.

“Tra due giorni, entrerò nel tuo ufficio e sarò lo stesso uomo che ne è uscito tre mesi fa.” Connor si tirò i capelli. “Con un bel taglio costoso di capelli e una rasatura perfetta.”

“Ok.” Gabriel aprì la porta. “Ti porto a casa.”

“Pensavo avessi detto che non sei un servizio di taxi.”

“Se vuoi litigare con me, ti ci porto in manette.”

Connor sorrise e seguì il sergente senza un’altra parola.

 

 


Capitolo 2

 

 

NONOSTANTE IL tentativo di dormire fino alle dieci – che includeva andare a letto alle quattro di notte passate – Connor rotolò giù dal letto alle otto e fece una doccia. Gettò la pianta morta, regalo di un ex ben intenzionato, e guardò accigliato il contenuto del suo frigorifero. Tre mesi di cibo da asporto gli avevano lasciato solo poche bottiglie di condimenti con date di scadenza discutibili.

Fece il giro dei canali televisivi non a pagamento e colse qualche minuto delle notizie dal mondo. Quando cominciò la pubblicità, spense la TV e rimase seduto in silenzio. Per tre mesi la sua vita era ruotata intorno a August Nempke e ai suoi soci. Se Connor non era con loro o sul punto di incontrarli, leggeva di loro. Ora era finita, e lui non riusciva a ricordare come si fosse svolta la sua vita nei giorni liberi prima di andare in missione.

Si scostò i capelli dal volto. La lunghezza gli ricordò il suo attuale aspetto. Era un piccolo passo di ritorno al mondo normale, e avrebbe potuto compierlo facilmente. Afferrò una giacca e aprì la porta del suo appartamento. Si fermò e diede un’occhiata ai jeans sbiaditi, le scarpe e la maglietta. Lentamente richiuse la porta, tornò in cucina e afferrò un sacchetto dell’immondizia.

Tutte le magliette e i pantaloni che aveva indossato per la missione finirono nel sacchetto. L’unico paio di scarpe ci entrò per ultimo, e il sacco trovò una nuova sistemazione in fondo all’armadio. Connor afferrò poi qualcosa di non elegante dal suo guardaroba di detective. Era davvero uno di quei dettagli che facevano una grande differenza.

Vestito come se dovesse andare al lavoro, Connor tirò fuori il distintivo dal cassetto dei calzini, lo fece scivolare in tasca, e lasciò l’appartamento.

 

 

IL QUARTIER generale del dipartimento di polizia di Seattle non era cambiato durante i suoi tre mesi di assenza. Connor si diresse alla Buoncostume e si fermò all’ingresso. Non vide nessuno dei suoi colleghi alle scrivanie, quindi fu sorpreso di vedere il sergente nel suo ufficio. Gabriel leggeva un fascicolo facendo avanti e indietro nello studio quando Connor bussò alla sua porta.

Gabriel sollevò lo sguardo e aggrottò la fronte. “Che ci fai qui, Bishop?”

“Ero nei paraggi.” Connor entrò e si indicò la testa. “Bello il taglio?”

Gabriel lo guardò con attenzione e annuì. “Quindi il tuo barbiere è qui vicino e tu volevi assicurarti che la tua scrivania ci fosse ancora?”

“Più o meno.”

“Ma hai saltato la rasatura?”

Connor si passò una mano sul mento e sollevò le spalle. “L’ho dimenticata.”

“Sei in riposo obbligatorio,” gli ricordò Gabriel.

Connor si lasciò cadere su una sedia. “Lo so, ma scommetto che potreste usare un altro paio di mani per chiudere il caso.”

“Certo che potremmo.” Gabriel poggiò il fianco contro la scrivania. “Ma possiamo comunque aspettare fino al tuo rientro. Lunedì.”

Connor emise un lamento. Era ancora giovedì. “Posso pulire il pavimento durante le ferie?”

“Sei così annoiato?”

“È solo che non so che fare.”

Gabriel annuì e poggiò il fascicolo sulla scrivania. “Ti suggerisco di vedere un film. Magari fare la spesa. Scommetto che hai un sacco di commissioni da fare ora che sei tornato alla tua vita normale.”

Connor non aveva idea se fosse davvero così. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva pagato le bollette, ma se ne sarebbe preoccupato quando il proprietario di casa sua gli avrebbe staccato la luce. “Perché sei in ufficio alle undici di mattina?”

Gabriel si accigliò per un istante, ma Connor notò la reazione e si incupì a sua volta.

“Lavoro dalle sette alle quattro quando non abbiamo un uomo in campo.” Un momento di silenzioso disagio riempì lo spazio tra di loro. “Ehm.” Gabriel tamburellò due dita sul fascicolo sulla sua scrivania. “Stavo pensando di passare dalla casa di August per vedere come se la stanno cavando i ragazzi della scientifica. Vorrei che concludessero tutto per domani. Da lunedì avremo molto da passare al setaccio.”

“Perché vuoi tornare lì?” Connor percepì l’asprezza nel suo tono e aggiunse velocemente: “Non hai abbastanza prove?”

Gabriel si massaggiò la fronte e sospirò. “Senti, voglio che ti svaghi un po’ e dimentichi il lavoro fino alla prossima settimana.”

“Svago,” ripeté Connor. “Cosa fai tu per svagarti, sergente?”

Gabriel emise un lungo sospiro. “Lavoro.” Connor rise, e Gabriel lo imitò. “Passo il tempo con il mio compagno,” si corresse Gabriel. “Guardo la TV. È da poco che vivo qui, e faccio dei giri come quei turisti che voi trovate tanto fastidiosi.”

“Quando dici che passi il tempo con il tuo compagno, intendi la tua persona speciale?”

“Sì.”

Connor sapeva che Gabriel era gay e aveva un compagno a casa, ma non sapeva niente di quest’ultimo, nemmeno il nome. “E quando dici che passi il tempo con…”

“Sesso. Intendo sesso.”

Connor rise di nuovo. Lui era gay dichiarato, ma diversamente dal suo sergente, solo pochi fidati nella squadra lo sapevano. Gabriel non aveva mai fatto della sua sessualità una questione, e ignorava tutti quelli che tentavano di tirarla in ballo, ma Connor non aveva una relazione con qualcuno, quindi non vedeva ragioni per annunciare a tutti i suoi colleghi che era gay.

“Mi stai dicendo che dovrei passare tutto il weekend con un ragazzo?” lo provocò Connor.

“Forse una scopata non è l’idea peggiore.”

Connor fissò il profilo di Seattle dall’altra parte delle veneziane. “Non penso…” Lasciò cadere la frase nel lieve ronzio dell’illuminazione fluorescente. Dopo solo un mese di missione sotto copertura, non aveva più pensato alla possibilità di entrare in intimità con un altro essere umano.

Gabriel si schiarì la gola, e Connor si ricordò della sua presenza.

“Le cose che hai visto in quella casa sono state atroci,” disse Gabriel a bassa voce. “È normale avere ricordi fissati nella memoria che preghi di dimenticare, ma ritornano di continuo. Potresti essere abbastanza fortunato da riuscire a creare dei nuovi ricordi da collegare a un posto o a un atto. Penso che la maggior parte di quelli brutti spariranno col tempo. Ma anche se non dovesse succedere, imparerai a conviverci.”

“Non sembra un buon suggerimento psicologico.”

“Se ne vuoi uno, vai da un dottore, non dal tuo sergente.”

Connor sorrise. “Grazie.”

“Ora…”

Un leggero bussare attrasse l’attenzione di Gabriel, e Connor sentì la porta aprirsi. Colse il cambiamento nell’espressione del sergente nel momento stesso in cui il suo sguardo saettò verso la porta. Non era niente più di un addolcimento nel sorriso, ma Connor non lo aveva mai visto guardare qualcuno in quel modo. Voltò velocemente la testa per vedere chi era entrato.

“Disturbo?”

Un uomo dai capelli castani e gli occhi del colore del miele scuro attrasse lo sguardo di Connor, che aprì la bocca ma non riuscì a formulare una risposta. Aveva incontrato molti begli uomini, ma questo in particolare, lì sulla porta nel suo completo grigio, era da togliere il fiato.

“No, assolutamente,” disse Gabriel. “Evan, questo è il detective Connor Bishop. Connor, lui è l’agente speciale supervisore Evan Fallow.”

Connor si alzò e strinse la mano di Evan. Connor raggiungeva il metro e ottanta di altezza di Gabriel, ma era più basso di qualche centimetro rispetto a Evan. “Lieto di conoscerla.”

“Altrettanto.” Evan sorrise e fece scivolare la mano libera nella tasca. Nell’altra portava un fascicolo con l’inconfondibile logo dell’FBI. “Ho sentito molto parlare di te. Spero che a Gabe non dispiaccia se lo dico, ma si preoccupava per te tutte le sere.”

Gabe. Tutte le sere. “Tu devi essere il suo ragazzo,” suppose Connor. “Il sergente odia essere chiamato Gabe.”

“Mi piace pensare di essere qualcosa di più del suo ragazzo.” Evan guardò Gabriel e gli fece l’occhiolino.

Improvvisamente Connor ebbe l’impressione di stare interrompendo qualcosa di privato. “Dovrei andare.”

“Non devi andare, Connor.” Gabriel rivolse a Evan uno sguardo tagliente. “Puoi restare se vuoi. Evan è qui per una questione di lavoro.”

Connor guardò Evan, in cerca di conferma. Evan sollevò il fascicolo e sorrise. “Questo in realtà è pieno di foto di gatti che ho trovato su internet. Un felino è il perfetto animale domestico per offrire ore di divertimento. E posso detrarre il pranzo dalla mia dichiarazione dei redditi se porto in giro un fascicolo e parlo con un tono importante.”

Connor ridacchiò a quella che immaginava fosse una battuta. “No. Devo andare davvero. Devo… cosa mi hai detto di fare?” chiese a Gabriel. “Oh, giusto. La spesa.”

“E guardare un film,” disse Gabriel. “Chiamami se ti va di parlare. Sono sempre disponibile.”

Connor sapeva che il sergente aveva buone intenzioni. Che comprendeva i suoi tormenti perché li aveva vissuti lui stesso, ma in qualche modo Connor sapeva che esprimere a parole i suoi dubbi e incubi avrebbe solo peggiorato le cose. Avrebbe affrontato la sua noiosa vita di tutti i giorni con un sorriso e sarebbe tornato alla società civile in un lampo. Le due metà di Connor Bishop si sarebbero comportate come si deve e avrebbero messo a riposo il personaggio di Caleb. Almeno per un po’.