Capitolo 1

 

 

“CONGEDO ASSOLUTO per invalidità.”

“La documentazione è tutta in ordine. La ferita compromette l’abilità del soggetto di compiere i suoi doveri.”

“Fissazione interna dell’articolazione dell’anca, grave perdita di muscolatura nella regione del quadricipite con danni al tendine del quadricipite e alla rotula.”

Eric Tremaine aveva già sentito quelle cose più e più volte. Anzi, gli sembrava che glielo avessero detto fino allo sfinimento, dentro e fuori l’ospedale. Durante la terapia. Durante la valutazione prima del medico civile e poi di quello militare. Il suo ufficiale comandante aveva emesso tutti i giusti versi di compassione, anche mentre suggellava l’inidoneità di Eric a continuare il suo lavoro nella prima divisione di cavalleria.

Così, da lì a una settimana, sarebbe diventato un uomo libero. Avrebbe ricominciato da capo. Basta lavorare per raggiungere i vent’anni di servizio e la pensione. Eric stava per diventare un civile.

Cazzo. Cosa diavolo avrebbe dovuto fare, adesso? Mentre sedeva nella sala d’aspetto, tirò fuori il telefono e cercò tra i suoi contatti, che doveva proprio aggiornare.

Sua madre e suo padre erano fuori questione. Eric aveva il loro numero sul suo fascicolo solo perché potessero essere avvertiti, nel caso fosse stato ucciso in combattimento. Sua sorella, che viveva in Arkansas, avrebbe preferito non dover spiegare la sua esistenza alla Chiesa della sua comunità.

Tutti i suoi altri contatti erano ancora nel cazzo di esercito, e adesso Eric era l’equivalente di una vedova bianca. Nessuno voleva ammettere che quello che era successo a lui sarebbe potuto succedere a loro, quindi semplicemente non gli parlavano più.

Il che gli lasciava solo un nome, un numero. Adam Winchester era stato furbo e se ne era andato dopo soli sei anni. Il Mediterraneo, poi Baghdad, dove lui ed Eric si erano conosciuti. Avevano legato grazie a quello che non avrebbero dovuto chiedere o dire, e la loro amicizia aveva superato la prova del tempo.

Eric fece un respiro profondo, poi premette la piccola icona della chiamata accanto al nome di Win. Poteva solo sperare che l’uomo fosse ancora disposto a fare un favore a un vecchio compagno d’armi.

Dopo alcuni squilli sentì: “Pronto, cellulare di Adam.” Quello non era Win.

“Oh. Ah, salve. Win è lì nei paraggi?” Si schiarì la gola, incredibilmente sorpreso che qualcuno che non fosse Win rispondesse al suo telefono. “Sono Eric. Eric Tremaine.”

“Ehi, Eric. Sono Sage. Sage Redding. Adam è proprio qui, sissignore. Dice di dargli un paio di minuti per ripulirsi. Ha fatto il bagno a un cane mascalzone.” Sembrava che qualcuno si stesse godendo un mondo quella cosa.

“Oh. Ciao, Sage.” Quello doveva essere il compagno di Adam. Aveva avuto qualche notizia di lui tramite le e-mail. L’amico era stato preso per le palle.

“Ciao. Eccolo che arriva.” Eric sentì il telefono passare di mano e un sommesso: “La prossima volta che ti dirò di lasciarla dentro, scommetto che lo farai.”

“Sì, sì. Ehi, Eric. Come va, amico? Pensavo che fossi in Afghanistan. In qualche posto che finisce con -stan.” La voce di Win era come un balsamo, amabile e familiare. Non proprio casa, ma sicuramente non estranea.

Eric era della Louisiana, quindi il suo accento era un po’ più… rotondo, forse. Però una voce amica era sempre benvenuta. E Dio sapeva che aveva bisogno di entrambe le cose: di un amico e di essere il benvenuto.

“Congedo per invalidità. La nostra carovana è stata attaccata.” Le parole gli si incrinarono un po’ in gola.

Ci fu un unico respiro leggero, e poi sentì: “Oh cazzo. Davvero? Dove sei? Di cosa hai bisogno?”

Eric chiuse gli occhi per il sollievo puro e sfacciato che provò per quelle domande dirette, per l’offerta di aiuto che sapeva essere sincera. Lui e Win erano amici, ma non aveva saputo per certo se fossero ancora buoni amici.

“Io… so che è molto da chiedere, ma ho bisogno di un posto dove stare per alcune settimane. Solo finché sistemeranno la questione degli indennizzi e io capirò che cazzo fare.” Si morse il labbro, sapendo che probabilmente la sua sarebbe stata un’intrusione pesante.

“Certo, certo. Puoi guidare? Sei ancora a Fort Hood?”

“Sono autorizzato a farlo per brevi tragitti. Sono per lo più a Darnall, a Fort Hood.” La gamba gli doleva all’idea di portare il suo pick-up da Greenville al Texas orientale.

“Possiamo essere lì in… un’ora, più o meno. Passerò per la 183, per evitare il casino dentro Austin.”

“Davvero? Pensavo fossi ancora a nord di Dallas.” Era stata una cosa veloce.

“Nah. Dripping Springs. Lavoro nella sicurezza privata a Austin, e Sage ha i suoi cavalli. Abbiamo saltellato da una città all’altra come un sassolino sull’acqua.”

“Oh wow. È grandioso, amico. Non ti dà fastidio? Voglio dire, non mi sono fatto sentire molto, lo so, e questo è un cazzo di grosso favore.” Voleva dire ti prego vieni a prendermi, ma doveva dare a Win una via d’uscita.

“Bah.” Di colpo quel singolo suono gli riportò alla mente Win. Riusciva a vedere quel ragazzone, che giocava a carte in una tenda, beveva caffè e raccontava storie del tipo ‘credimi, io c’ero’. “Verremo con il camioncino, e Sage può tornare qui portando la tua auto.”

Per un istante il sollievo gli diede le vertigini. “Oddio, grazie.”

“Nessun problema. Mandami un messaggio con il tuo indirizzo e ti verremo a prendere.”

“Grazie. Grazie, Win. Non sapevo dove altro andare.” Aveva un po’ l’impressione che avrebbe cominciato a iperventilare.

“Abbiamo una vecchia casa stile ranch a un piano, amico. C’è un sacco di spazio, privacy. Pace.”

“Ho abbastanza risparmi per pagare parte dell’affitto. Ti mando l’indirizzo.”

“Bene. A presto.”

E così, all’improvviso, aveva un posto dove stare per un po’. Spazio. Privacy. Pace. Oh ti prego, Dio.

“Grazie di nuovo.” Eric gli mandò il messaggio dopo aver attaccato, poi si rese conto che doveva darsi una calmata. Si sollevò in piedi con uno sforzo e afferrò il bastone.

Poteva farcela. Poteva. Aveva un posto dove andare. Eric fece un respiro profondo, sorpreso di come il pensiero lo avesse calmato.

Win era un bravo ragazzo, solido come una roccia, ed Eric… cazzo, aveva bisogno di un amico. Non aveva mai pensato, neanche una volta, che avrebbe lasciato l’esercito prima della pensione, prima della maggior parte dei suoi commilitoni. Era tutto quello che aveva sempre desiderato fare: servire il suo Paese, ritirarsi con la sua pensione. Poi, forse, avrebbe aperto un piccolo ristorante. Niente di lussuoso. Colazione e pranzo, perché sarebbe stato vecchio per allora, e avrebbe voluto mettersi a letto per le nove. Aveva un progetto, accidenti, e adesso…

E adesso era, letteralmente, saltato.

“Basta. Piantala di commiserarti, brutto cazzone.” Era molto più facile a dirsi che a farsi, ma vabbè. Era stato difficile superare i postumi dell’incidente. Rifarsi una vita sarebbe stato anche peggio. Era il momento di rimboccarsi le maniche.

Almeno aveva il suo assegno di invalidità; aveva il Dipartimento degli Affari dei Veterani. Aveva… aveva un amico.

Dopo aver finito di preparare le sue cose, si mise seduto ad aspettare. Non aveva molto. Diavolo, i tutori e le bende occupavano la maggior parte dello spazio.

Non passò un tempo spaventosamente lungo, davvero, prima che accostasse un grosso F-150 nero della Ford, con il volto familiare di Win al posto di guida. Eric non riconobbe il passeggero, ma il tizio era un cowboy tascabile con la faccia abbronzata e gli occhi curiosi, quindi doveva essere Sage.

Non assomigliava a quello che Eric aveva pensato fosse il tipo di Win, ma buon per lui che aveva trovato qualcuno con cui allacciare una relazione duratura.

Eric alzò una mano, chiedendosi se sembrasse troppo ansioso, seduto lì fuori. Quella camera sterile all’interno era terribile, però.

Sage scese lentamente dalla vettura, lo raggiunse e gli tese una mano tozza. “Salve. Sage. Sage Redding, piacere.”

“Ciao.” Gli strinse la mano; gli piacque come il modo di fare di Sage apparisse fermo e diretto. Quell’uomo non si perdeva in stronzate, neanche un po’. “Sono Eric Tremaine. Vi sono molto grato.”

“Non è un problema. Adam parla molto bene di te, e ci piace avere compagnia. Ho sentito dire che sai cucinare le uova e il resto.”

Già, Dio solo sapeva cosa Sage aveva sentito dire da Win.

“Sì. Una volta ne ero capace. Voglio dire, dovrei esserlo ancora.” Evitò di farfugliare e gli consegnò le chiavi del suo furgoncino. “Win ha detto che guiderai tu il mio pick-up.”

“Certo. Vi seguirò.”

“Ehi, amico!” Win aveva parcheggiato ed era balzato fuori dall’auto per aiutare con la sacca di Eric. “Ti hanno registrato in uscita in triplice copia?”

Eric ridacchiò, sollevato di incontrare una faccia che fosse felice di vederlo. Win aveva un gran sorriso che prometteva guai e possedeva una fermezza che gli fece sentire che sarebbe andato tutto bene.

“Sì. I documenti sono tutti a posto.”

“Evvai. Sei pronto per metterci in strada? So che… non hai molte cose.”

“Dio, sì. La mia auto è quella Dodge rossa laggiù, Sage.” Indicò il furgoncino: doveva ammettere che aveva passato troppo tempo a personalizzarlo e non abbastanza a guidarlo.

“Okay, ho il cellulare dietro. Fate un fischio se avete bisogno di me.” Sage si diresse verso la Dodge. Mentre attraversava il parcheggio, Eric notò un leggero e stranissimo ondeggiamento nella sua andatura, una bizzarria, ma nulla che riuscisse a identificare.

Fissò poi lo sportello del furgoncino di Win, del tutto sopraffatto dall’altezza del pianale. Era impossibile salirci.

Proprio impossibile, cazzo.

Diavolo, c’erano stati dei giorni in cui il cordolo del marciapiede era stato un ostacolo impossibile.

“Puoi darmi una mano a salire, Win?” Non aveva voluto chiederglielo davanti a Sage.

“Certo, nessun problema.” Win lo aiutò come… beh, come se fosse naturale.

Eric si mise in piedi, muovendosi un po’ a zig zag, prima di prendere il bastone da Win. “Ci sono. Grazie. Sto ancora cercando di ritrovare l’equilibrio dopo tutto questo casino.”

“Nessun problema. Sage ci ha messo un sacco di tempo per abituarsi alle sue nuove ginocchia.”

Ah. Ecco perché Sage aveva quell’incertezza nell’incedere.

“Entrambe, eh?”

“Già. Uno schifo, ma vanno molto meglio adesso.”

“Ci scommetto. Parlavano di rimpiazzarmi l’anca, ma le altre ferite hanno reso l’operazione impossibile.” Eric fissò di nuovo il grosso pick-up, non sapeva neanche come iniziare a immaginare di salire là sopra.

“Cavolo. Aspetta. Ho la scaletta di Sage.” Win tirò fuori dal retro una scaletta pieghevole. “Ti reggerà, giuro.”

“Mi sento come un vecchio Labrador.” Eric permise a Win di reggerlo, però, e fece un gradino alla volta.

Si sistemò; il furgoncino era comodo, confortevole, e c’era un forte odore di fieno, melassa e cuoio. Sorrise, pensando a quando era un ragazzino. Cavolo, sembrava passata una vita da quando gironzolava nel Bayou, a sguazzare e a spaventare gli alligatori. Però aveva avuto una vecchia mucca da mungere e un paio di cavalli. Conosceva quell’odore.

Il motore prese vita e Win abbassò la radio, fece un cenno a Sage e partirono.

Gli furono concessi circa cinque minuti di silenzio prima che iniziassero le domande.

“Allora, sei proprio a pezzi,” disse Win, con un tono pratico.

“Già. Sì, sono… messo male.”

“Non sto cercando di impicciarmi, ma se c’è qualcosa che ho bisogno di sapere per poterti aiutare, basta che me lo dici.”

Così concreto. Win gli rendeva semplice elencare le proprie ferite senza emozione. “Ginocchio distrutto. Perdita di muscolatura nella coscia con danni alle ossa causati da frammenti di proiettile. Piastra e sbarra nel fianco. Alcuni danni ai nervi delle dita dei piedi a causa della mancanza di afflusso di sangue durante la guarigione.”

“Ti hanno assegnato una buona percentuale per tutte queste cose?”

“Immagino di sì.” Sbuffò. “Ho il Dipartimento degli Affari dei Veterani, giusto?”

“Sì, ma se non hai ottenuto una grossa percentuale di invalidità, ti fotteranno.”

“Penso di essere andato bene. Ti farò controllare i documenti.” Win era sempre stato il protettore dei meno fortunati. L’uomo contro la macchina. “Allora, tu e Sage fate coppia fissa?”

Win gli lanciò un’occhiata e poi sorrise, l’espressione che mostrava gioia pura. “Abbiamo una relazione solida, sì. È quello giusto per me. È un problema, amico?”

“Perché cazzo dovrebbe esserlo? Sono felice come un maiale nel fango. Dove vi siete conosciuti?”

Win rise forte, ed Eric pensò di udire un po’ di sollievo in quel suono. “Nella nostra cittadina. È una lunga storia. Più lunga del tempo che abbiamo per tornare a casa.”

“Beh, non ho intenzione di causare problemi. Ho solo bisogno di riorganizzarmi.”

“Non preoccuparti.” Win accelerò, facendoli muovere sul serio, percorrendo strade secondarie. Non passò molto tempo prima che accendesse la radio satellitare e iniziasse a cantare con George Strait. Eric era un fan di Tim McGraw, ma conosceva tutte le parole e il viaggio passò in un lampo. Specialmente dopo che si addormentò profondamente.

Quando si svegliò, erano fermi all’esterno di una vecchia casa stile ranch che si estendeva in modo caotico, appena ridipinta di un bianco brillante, con un vecchio bulldog rossiccio che passeggiava all’esterno. Il prato aveva bisogno di essere tosato e i cespugli di rose potati, ma si intravedeva il lavoro che ci era stato fatto.

“Sage si è fermato al Salt Lick per prenderci la cena. Sarà una mezz’ora o giù di lì dietro di noi.”

“Oh. Merda, amico. Scusami.” Lo faceva un sacco, in effetti. Dormicchiare.

“Per cosa?” Win non sembrava neanche un po’ preoccupato. “Fammi chiudere Miss Penny nel recinto, altrimenti ti salterà addosso. Ama fare nuove amicizie.”

“Grazie.” Gli tremavano un po’ le mani quando le allungò verso la maniglia dello sportello. Doveva iniziare ad allenarsi. Diventare più forte. Ridiventare umano.

Win prese il cucciolo e lo sistemò in un grosso recinto per cani, poi tornò indietro per aiutarlo a uscire dal furgoncino. Eric scese, poggiandosi con forza su di lui, cercando di non gemere forte.

“Hai degli antidolorifici da prendere, Tremaine?”

“Io… sì. Da qualche parte nella borsa.” Gli si stava annebbiando la vista e sentiva la testa tre volte più grossa del normale. “Scusa. Scusa.”

“Shh. Ecco.” Win lo sollevò come se fosse minuscolo, si diresse subito dentro e lo fece sedere su un divano comodo e morbido. “Ti porterò qualcosa da bere e una pillola.”

“Okay.” Appoggiò la testa all’indietro sui cuscini, mortificato che Win riuscisse a trasportarlo così facilmente.

“Piantala. Non lo saprà nessuno. Bevi ancora la Dr Pepper dalla lattina?”

“Sì. Sarebbe fantastica.” Fredda e frizzante, gli avrebbe schiarito le idee.

“Ottimo.” La TV venne accesa, il telecomando premuto nella sua mano.

“Grazie.” Fluttuò, ascoltando il telegiornale, forse. Forse Oprah.

Gli arrivarono una bibita e una pillola, poi dormicchiò, comodo come non era stato da mesi.

Quando si risvegliò, sentì delle risate provenienti dalla cucina, delle sommesse prese in giro. Sorrise perché quel suono gli ricordava momenti più felici, quando i suoi genitori gli permettevano ancora di tornare a casa. C’era una luce tenue che avanzava nel salotto, ma il sole era ancora in cielo, il tramonto che a malapena colorava gli oggetti di viola e rosa attraverso la vecchia vetrata.

“Vado a dare da mangiare agli animali, amore. Vuoi controllare se il tuo amico ha fame?”

“Certo. È da un po’ che si sta riposando.” Win sembrava un po’ preoccupato.

“È dura cercare di rimettersi in sesto. È uno sforzo che sfinisce terribilmente un uomo.”

“Tu lo sai meglio di me, tesoro.”

Eric sentì parlare molto poco per alcuni istanti e fece del suo meglio per non pensare a quello in cui i due potevano essere impegnati. Poi udì un’altra risata, roca, felice.

“Mettiti all’opera, adesso. Sii amichevole, io vado a dare da mangiare agli animali.”

“Torna per cena, va bene?”

Alcuni istanti dopo, Win comparve in salotto, accanto a lui. “Ehi. Ti va di cenare?”

“Sì. C’è un odorino fantastico.” Aveva già mangiato al Salt Lick in precedenza; quello vicino al Dell Diamond era sensazionale, ma il profumo che sentiva era anche meglio. Immaginò che fosse per la cottura alla fossa, e il modo in cui la carne era insaporita.

“Sage ti ha preso anche della torta di pecan. Non sapeva che ne pensavi della crostata di frutta.”

“Oh. Che cosa gentile. Ha bisogno di aiuto fuori?”

“Sage? Oh buon Dio, no. Quello è il suo universo, il suo lavoro, e nessuno deve intromettersi quando nutre gli animali.” Win aveva in volto un’espressione meravigliosa, e vagamente attonita.

Eric rise, sentendosi meno agitato di quanto non lo era da settimane. “Beh, fammi sapere se c’è bisogno che aiuti con qualcosa.”

“Puoi mangiare e aiutarmi a insegnare a Sage a giocare a pinnacolo in tre.”

“Certo.” Il pinnacolo lo conosceva. La loro unità ci aveva giocato in modo ossessivo.

“Hai bisogno di aiuto per alzarti, amico?”

“Io… sì. Grazie.” Dio, era un inutile pezzo di merda.

Win lo tirò su, semplicemente, senza drammi, senza storie. Era così bello alzarsi senza tutte quelle stronzate del ‘puoi farcela’ con cui cercavano di spronarlo.

Il cielo si stava scurendo, con lampi in lontananza mentre scendeva la notte. La primavera nel Texas. Fece un gran sorriso. “Puoi passarmi il bastone?”

“Sicuro.” Win guardò fuori e si incupì. “Tanto perché tu lo sappia, il padre di Sage è morto a causa di un tornado un anno fa, a ottobre. Lui dice che sta bene, ma…”

“Oh, che disgrazia.” Aveva perso dei parenti per colpa degli uragani. “Hai bisogno di andare a vedere come se la cava? Posso apparecchiare io.”

“Ti dispiace? È che… mi preoccupo.”

Davvero, era adorabile.

“Ci penso io. Il sonnellino mi ha fatto bene.” Poteva ficcanasare un po’ mentre Win non c’era, dare un’occhiata alla casa.

“Grazie. Abbiamo praticamente due stanze da letto principali, quindi hai un letto e un piccolo salottino in fondo al corridoio, con un bagno proprio fuori la camera. Sage un giorno vorrebbe trasformarla in una vera camera da letto principale, ma vedremo.”

“Amico. È una figata.” Era più di quanto avesse potuto sperare.

“Abbiamo fatto un buon affare, e Sage sa riparare tutto. Non è normale.”

Eric rise, facendo cenno con la mano a Win di uscire. Avrebbe fatto il giro non appena fosse riuscito a far muovere la gamba malata. Avrebbe dovuto portare le stampelle.

La casa era semplice come un sacco di farina, ma così pulita che si sarebbe potuto mangiare per terra. I piatti di entrambi i servizi erano impilati nelle credenze come dei piccoli soldati. C’era un servizio della Corelle per tutti i giorni e uno nero in litoceramica per quando avevano compagnia, pensò. Magari usavano quello economico per la colazione e il pranzo e quello buono per cena, ma non vide nessun piatto nel lavandino, così immaginò che usassero quelli di carta. Apparecchiò la tavola per tre con il servizio della Corelle, perché, salve? C’era il barbecue. Poi scoprì il cassetto dell’argenteria accanto ai fornelli e afferrò le forchette e i coltelli per il burro prima di essere chiamato dalla natura e andare zoppicando vistosamente verso la sua nuova stanza per usare il bagno.

La stanza degli ospiti era del tutto soddisfacente, sebbene arredata ovviamente da una donna di sessant’anni, con tanto di centrini. Avrebbe scommesso che era della madre di Win, forse, o di quella di Sage. Cavolo, forse era già così quando avevano preso la casa. Odorava di pulito, anche se un po’ come l’Old Spice misto a rose.

Però aveva un letto matrimoniale grande, spazio per i vestiti, un bagno con una doccia aperta. C’era anche un piccolo tavolino pieghevole con sopra un puzzle mezzo fatto. Molto più carina dell’ospedale o del reparto di riabilitazione.

Guardò fuori dalla finestra verso il bosco ceduo e quello che prometteva di essere uno stagno di dimensioni discrete. Eric sorrise. Si chiese se lo riempissero di pesci.

Avrebbe scommesso che, se non lo avevano fatto, ne avevano l’intenzione.

“Ehi, tutto bene, amico?” lo chiamò Win, e lui tornò in cucina con passo pesante.

“Sì. Avete fatto tutto?”

“Sì. Sage si sta lavando un po’ fuori, poi arriva.”

“Avete battuto la pioggia?”

“Così sembra. Punta di petto e salsicce?”

“Gnam! L’insalata di patate ha un bell’aspetto.” Per un istante, quella situazione gli sembrò irreale. L’esercito aveva rappresentato la normalità per fin troppo tempo.

Sage entrò. “Sta iniziando a piovere. Il tuo furgoncino si guida proprio bene… Eric, giusto? Adam ti chiama Tremaine.”

“Eric va bene.” Ridacchiò. “Le vecchie abitudini dell’esercito sono dure a morire.”

“Sissignore, e grazie per aver servito il Paese. Te ne sono grato.” Sage appese il cappello a un appendiabiti, poi si mise a togliersi gli stivali.

Eric cercò di non fissarlo, ma doveva ammettere che era curioso da morire. Voleva sapere di più sull’uomo con cui Win voleva passare la vita.

“Per me solo punta di petto, Adam,” disse Sage mentre andava a tirar fuori dal frigorifero una brocca di tè freddo.

Win aveva già preparato il piatto di Sage. Niente salsiccia. Buono a sapersi. Attese che Win si servisse prima di riempire un piatto.

“Ti piace il tè, Eric? Abbiamo anche del latte. Sembra che vi siate bevuti le ultime due coche.”

Tè e latte. Guardò Win. Si aspettava Dr Pepper e Bud Light.

Win sorrise. “Non abbiamo avuto tempo per andare al supermercato e prendere le coche, Sage, e ce n’era rimasta solo una. Faremo la lista della spesa dopo, eh?”

“Il tè va bene,” disse Eric, sentendosi un po’ come se fosse stato sganciato di testa sul set di una sitcom gay degli anni cinquanta. John e Chachi o Happy Gays.

Ne versò tre bicchieri, bum, bum, bum, e sul tavolo arrivarono salsa barbecue, senape, cipolle a fette e cetrioli sottaceto.

Eric sorrise, poi si sedette, scusandosi. “Mi dispiace. La gamba sta per cedere.”

“Non preoccuparti.” Sage incontrò il suo sguardo, calmo come le acque profonde. “Mi ci è voluta una vita per ricominciare ad andare a cavallo.”

“È stata una rottura, eh?” Eric sapeva che i cowboy dovevano cavalcare.

“Mi è mancato. Adesso me la cavo bene, però. Mi sono esercitato con un istruttore, come una maledetta star del football. Adam ha insistito.”

“Davvero?” Aveva lavorato con un sacco di terapisti. Un istruttore suonava meno clinico.

“Sì. Vado tre volte alla settimana per un’ora e mezzo. Si chiama Daniels. Troy Daniels. È uno che spacca.” Oh, qualcuno aveva una passione per questo Troy, non in modo sessuale, ma più nello stile ‘sei il mio eroe’.

Era perfino carino.

“Sembra una cosa piuttosto buona, in realtà. Le persone tendono a viziarsi troppo.”

“È quello che ho detto a Adam.” Sage fece l’occhiolino a Win, in un modo molto affettuoso e familiare.

Win grugnì. “Mi preoccupo che ti incoraggi a fare paracadutismo o salto con gli sci o qualche altra cosa. Io non ti vizio. Nemmeno faccio la chioccia. Hai una madre per quello.”

“Dio, sì.” Sage fece un’espressione felice, sgranando gli occhi.

Eric sbuffò. “Hai una mamma di quel tipo, eh?”

“Ellen è una forza della natura,” disse Win, poi fece l’occhiolino.

“È fantastica. Anche la mamma di Win lo è.”

Eric annuì. “Ero abituato a sentire storie di tutti i tipi su di lei. Sembra una forte.”

Win annuì. “Non è cambiata affatto.”

“Beh, ora le piaccio.” Sage ridacchiò quando Win fece una smorfia. “Lo so, non è mai stata sgradevole, ma non voleva conoscermi.”

“Perché no? Sei una persona cattiva?” Okay, quello era stato indelicato.

“Beh, di certo lei lo pensava.” Sage rivolse a Win uno sguardo che era in qualche modo allo stesso tempo estremamente caustico ma intimo. “Non sono la persona più popolare nella nostra città natale.”

Win riempì un piatto. “Sage è stato in prigione per un po’, Eric. È un fatto abbastanza sconvolgente per la gente, lì.”

“Già.” Beh, non sapeva cosa dire, si era bloccato nell’atto di masticare, troppo scioccato per muovere la mascella. Win non era un poliziotto? I poliziotti potevano uscire con gli ex detenuti?

Le guance di Sage divennero cremisi, il rossore sembrava quasi doloroso, ma ovviamente l’uomo era disposto ad affrontarlo senza paura. “La maggior parte della famiglia di Adam pensa addirittura che abbia ucciso suo cugino.”

Win incrociò lo sguardo di Eric in modo diretto, serio e sicuro. “Non è vero, tanto perché tu lo sappia. Ma suppongo che dobbiamo informarti. Stando qui con noi, è probabile che sentirai delle cose.”

“Ehi.” Eric alzò le mani. “Win è mio amico, e tu sei il suo… ehm…”

Sage ridacchiò. “Partner. Non vado in giro ad agitare bandiere arcobaleno, ma non mi vergogno. Lui è il mio partner.”

Oh cavolo. Lo sguardo che Sage ricevette da Win non era qualcosa che andava bene in pubblico. Eric sentì un nodo formarglisi nello stomaco. Aveva rinunciato ad avere una relazione di quel tipo quando aveva deciso di fare carriera nell’esercito. Ora avrebbe dovuto rivedere quell’idea. Non aveva mai davvero pensato a Win come a una persona di forti sentimenti. Era un buon soldato, equilibrato, serio, sicuro, ma passionale? Non molto.

Forse non si conosceva cosa c’era nell’animo di un uomo a meno che non ci si frequentasse o cose simili.

Sage spruzzò della senape sulla sua insalata di patate e Win si strozzò. “È un’insalata di patate buonissima.”

“Ha bisogno di senape.”

“Sei fissato con la senape. Non è normale, tesoro.”

Sage lanciò un’occhiata a Eric, che alzò le mani. “Mi piace la senape sulle patatine fritte.”

“Anche a me, ma mi piace di più nell’insalata di patate. E negli involtini primavera. Non la senape gialla, ma quella roba proprio piccante.”

Win scosse la testa, poi fece un lento sorriso malizioso. “La salsa thailandese agrodolce.”

“Cosa sarebbe?” Sage aguzzò lo sguardo.

“È quella che va sugli involtini primavera.”

“È buona?”

Eric sorrise e annuì. “Sì. Voglio dire, mi piace la senape piccante come piace a tutti, ma la salsa thailandese agrodolce spacca.”

“Mmh. La prossima volta la voglio provare, Adam.”

Win si illuminò, come se gli fosse riuscito un trucco fantastico. “Certo, tesoro.”

Eric non riusciva neanche a spiegarsi come fosse possibile che non avesse mai provato qualcosa di tanto ordinario. Pensò di chiedere quanto tempo avesse passato Sage in prigione, ma si trattenne dal porre quella domanda maleducata.

“Allora, da dove vieni, Eric? Suppongo dalla Louisiana.” Sage aveva orecchio. La maggior parte della gente pensava fosse del Texas.

“Già. Canna da zucchero e muschio spagnolo.” Ridacchiò, sorpreso che non ci fosse nessuna asprezza nel suono. “Non ci torno molto.”

“Io non ci sono mai stato, ma ho visto alcune foto fantastiche.”

“Voglio andare a New Orleans per alcuni giorni quando avrò recuperato un po’ l’equilibrio. Per assorbire l’umidità e la cicoria.”

“Dicono che non sia un brutto viaggio in auto.” Sage gli rivolse un sorriso e un cenno con la testa.

“Sì. Siete i benvenuti, se vi va di venire.” Andava bene? Non sapeva se Sage fosse in libertà condizionata o altro.

Sage fece spallucce. “Non viaggio molto. Tendo a restare vicino a casa. Scommetto che a Adam piacerebbe, però. Per rilassarsi un po’.”

“Vedremo. Non ho molto da rilassare.” Il tono di Win chiarì abbastanza bene che non sarebbe andato da nessuna parte senza Sage.

Dio, quella era proprio una situazione strana: un ex poliziotto e un ex detenuto. Eric sbocconcellò la sua punta di petto, poi gemette per quanto era buona, e di colpo si scoprì affamato. Affumicata, ben condita… oh, sì. Doveva comprare dei gamberi del Golfo e fare la jambalaya.

Quella era una cosa che avrebbe potuto fare per quei due; poteva cucinare. Anzi, era piuttosto bravo a farlo, no? Sì, era bravo.

Sage e Win mantennero una conversazione generica. Niente di troppo impegnativo o irritante, solo chiacchiere, prese in giro e risate sommesse. Eric mangiò e mangiò, ma quando iniziò ad appisolarsi sobbalzò, raddrizzandosi.

“Scusate. Cavolo.”

“Perché? È una buona cena.” Sage gli rivolse un sorriso che non aveva un briciolo di meschinità. “E tu hai avuto una giornata intensa.”

Riusciva a capire perché a Win piacesse quell’uomo. Ci riusciva. “Immagino di sì. Anch’io sono stato sottoposto a un programma rigidamente controllato.”

“Beh, faremo un po’ di mani di cribbage e poi guarderemo Face Off. Mi piace vedere come fanno il trucco e costruiscono le scene.”

“Non l’ho visto.” Eric ragionò sulla sua mossa successiva. Poteva andarsene a letto, ma così si sarebbe svegliato molto presto la mattina successiva, con nulla a tenergli compagnia tranne il suo cervello, e più succedeva, peggio era. “Vi dispiace se sonnecchio sul divano e lo guardo con voi?”

“Per niente.” Win fece un gran sorriso. “Vai a sederti. Io aiuto Sage a pulire.”

“Lo lascerò fare a voi.” In parte era per quello che aveva apparecchiato la tavola. Per poter stare seduto dopo.

“È su Syfy. Prendi il caffè dopo cena, Eric?”

“Mi piacerebbe.” Quelli dell’esercito lo bevevano tutto il giorno.

“Nero?”

“Con un po’ di zucchero.” Eric fece un gran sbadiglio prima di riuscire a coprirsi la bocca con la mano.

“Ottimo.” Win gli sorrise come una scimmia. “Lo porteremo noi.”

“Molte grazie.” Si alzò facendo leva sul tavolo, reggendosi sul bordo.

Non era sicuro se fosse forte o strano che nessuno dei due si fosse offerto di aiutarlo o sembrasse preoccupato per lui. In un modo o nell’altro arrivò in salotto e si accomodò sulla sedia che sembrava essere per lo più inutilizzata, così i ragazzi avrebbero potuto sedersi sul divano.

Il chiacchiericcio allegro che giungeva dalla cucina lo fece sorridere. Che sorpresa. Win aveva un compagno. Un cowboy. Eric non riusciva ancora a crederci del tutto, ma era proprio contento per il suo amico.

Proprio contento.