Capitolo 1

 

 

JASON GREENE appoggiò la testa alla spalliera e osservò le nuvole sotto l’ala dell’aeroplano. Era alto un metro e novanta ed era abituato a viaggiare in prima classe; per questo, ora che era incastrato nello stretto sedile della turistica, si ritrovò a imprecare contro gli ingegneri aeronautici che avevano proposto di equipaggiare le spaziose cabine degli aerei con nuovi posti a sedere, in modo da accogliere più passeggeri.

Spostò lo sguardo sulle poltrone centrali, rimpiangendo di aver scelto il posto accanto al finestrino. Quei posti erano occupati da diversi studenti del college – chiaramente più accorti di lui – che ora erano distesi sui pochi sedili vuoti in fondo all’aereo per passare dormendo il lungo volo da Filadelfia a Parigi. A ogni modo, doveva concludere quella analisi – e da straordinario avvocato qual era, lui analizzava sempre tutto – ammettendo che era solo colpa sua se ora gli toccava patire le sofferenze di un diciottenne. Era stata la sua decisione dell’ultimo minuto a portarlo lì.

Che diavolo avevi in testa?

Questo pensiero si era rincorso senza sosta nella sua mente nelle ultime tre ore. Sapeva la risposta: non aveva avuto niente, in testa. Aveva semplicemente reagito. Ultimamente era una cosa che gli capitava spesso.

Una hostess si fermò accanto alla sua fila; era bionda, attraente, sulla trentina. Aveva una caraffa d’acqua e dei bicchieri di plastica. “Qualcosa da bere?” chiese. C’era una sfumatura sensuale nella sua voce bassa. Si vedeva chiaramente che apprezzava un uomo da solo e ben vestito, in mezzo alla miriade di studenti muniti di iPod, iPad e altri aggeggi.

Tuttavia, lui non badava più di tanto a queste attenzioni: era abituato a suscitare quel tipo di reazione nelle donne. Aveva i capelli di un castano chiaro ramato, la mascella forte e gli occhi verdi e lucenti; come diceva sempre sua nonna, era proprio un tipo ‘da acciuffare’. Per di più, era socio in un grande studio legale di Filadelfia e il suo era uno stipendio a sei cifre. Insomma, Jason Greene non faticava a trovare una donna per un appuntamento. Eppure non era riuscito a rendere felice l’unica donna di cui si era innamorato.

“Sì, un po’ d’acqua, grazie,” rispose, ricambiando il sorriso della hostess con la stessa gentilezza che negli ultimi dieci anni aveva offerto ai suoi clienti. Lo stesso sorriso che aveva rivolto a Diane ogni sera, di ritorno a casa –un appartamento in un palazzo a più piani – per l’ennesima volta in ritardo per la cena. Quel sorriso faceva senza dubbio più effetto sull’hostess.

La donna gli porse un bicchiere d’acqua. “Viaggio d’affari o di piacere?” gli chiese, forse fraintendendo le sue buone maniere per interesse. (Non era interessato; ne aveva avuto abbastanza delle donne per il resto della vita.)

“Nessuno dei due,” replicò, troncando lì la conversazione. Lei ridacchiò, poi proseguì verso la fila successiva.

Jason chiuse gli occhi e premette il pulsante per reclinare il sedile, che si mosse di appena un centimetro. Si voltò e si accorse solo allora di essere seduto proprio davanti alla fila accanto all’uscita di emergenza. Figurati. Scosse la testa. Rassegnato al suo destino, afferrò il cuscino del posto vuoto accanto al suo e sollevò il bracciolo per avere più spazio. Si sistemò attorno la coperta di poliestere blu e si mise di lato, in modo da allungare le gambe sotto i sedili davanti a sé. Non era comodo, ma si sarebbe accontentato.

Guardò nuovamente fuori dal finestrino. Era buio ora, e da lassù, tra le nuvole, vedeva le stelle. Chiuse gli occhi e sistemò meglio i due cuscini, così da appoggiare la testa contro la paratia fredda. Riuscì ad assopirsi, anche con il ronzio del motore nelle orecchie.

 

 

SOLO IL giorno prima, con addosso un abito Armani grigio antracite e una cravatta gialla a strisce di Brooks Brothers, aveva guardato il cielo di Filadelfia dalle ampie vetrate dell’ufficio, notando le nuvole che si stavano facendo sempre più grigie e minacciose. Il meteo aveva previsto neve. Di nuovo.

“Che cosa hai detto?” Scott Reston, socio e amministratore della Halwell, Richardson & Dailey, si era poggiato allo schienale della sua poltrona e fissava Jason come fosse un alieno.

“Mi prendo un po’ di ferie,” ripeté Jason con calma. “A partire da domani.”

Domani?” fece eco Scott, alquanto scioccato. “Jason, lo so che sei arrabbiato perché Diane…”

“Mi sono fatto un culo così per questo studio,” lo interruppe Jason, mantenendo la stessa calma determinazione. Nonostante cercasse di apparire sereno, però, serrò la mascella. “Ho fatturato abbastanza da coprire più di qualche mese di lavoro.”

Qualche mese?” Quelle parole vennero fuori quasi strozzate. “Vuoi qualche mese? Senti, Jaz, se hai bisogno d’aiuto, posso mandarti quel ragazzino nuovo – come si chiama, Sanderson? – a darti una mano con i tuoi casi.”

“I casi non c’entrano niente. Non prendo ferie da anni, fatta eccezione per quel viaggio con Diane, per il matrimonio della sorella. Ho bisogno di…”

“Allora prendi qualche settimana,” gli propose Scott, forse sperando di terminare la discussione con quell’offerta. “Vai in un posto caldo. Puoi sfruttare il nostro appartamento a Cancun, se ti va. Magari puoi rimorchiare qualche bella messicana già che ci…”

“Due mesi, Scott,” insisté Jason, sfoderando la sua tipica voce da aula di tribunale, decisa e impostata. “Gli altri soci non avranno niente da ridire, se tu sei d’accordo. Accidenti, prenderò una quota minore di utili quest’anno, se è questo che vuoi.” Il rombo baritonale della sua voce fece tremare una delle pile di documenti sulla scrivania di Scott.

“Diamine, JazMan. È con me che stai parlando, ricordi? Il tuo compagno di facoltà, quello con cui hai passato le notti in bianco sui libri di legge. La tua scenetta da avvocato non funziona qui dentro. E da quando hai permesso a quella stronza di Diane di…”

“Smettila.” Jason sapeva che il suo tono era più freddo del ghiaccio incrostato sui cornicioni del palazzo, ma non gli importava. Non era un argomento che avrebbe affrontato con Scott, o con chiunque altro, comunque. “Non è stata colpa sua.”

“Col cazzo! Ti ha tradito, Jason.”

“Smettila, ho detto! Quello che ha fatto… aveva le sue ragioni.”

Ragione numero uno: troppe ore trascorse in ufficio. Ragione numero due: troppo poche ore trascorse a casa. Entrambe colpa tua.

“JazMan…” protestò Scott, appoggiandosi allo schienale della poltrona con la stessa espressione da ‘festaiolo’ che aveva dai tempi della scuola e che Jason ricordava bene. “Jaz, mi stai uccidendo. Sono nella merda fino al collo con le deposizioni del caso Alvarez, e TransAllied mi ha appena spedito una class action per quel caso di razzismo fuori Cleveland. Tu sei l’unico che può esercitare lassù.”

“Non ci sarà nessuno sviluppo sul caso Cleveland nei prossimi due mesi, e lo sai benissimo,” ribatté prontamente Jason. “Lo spedirò alla corte federale, e uno dei tuoi novellini potrà presentare una mozione di giudizio sommario e preparare tutti i documenti necessari per la presentazione. E se il giudice vuole che al momento della calendarizzazione ci sia uno del posto, puoi chiamare il mio amico Phil Lane. Se ne occuperà lui; mi deve un favore.”

L’espressione accigliata di Scott si era fatta più marcata. “Non riuscirò mai a convincerti che sei uno stronzo fuori di testa, vero?”

“La vedo difficile,” rispose Jason con una risata amara. “Sono dieci anni che ci provi.” Fece un respiro profondo, rilassando un poco le spalle e cercando di ammorbidire la rigida espressione del viso. “Ascolta, Scotty… ne ho bisogno. Saranno solo due mesi. Ti prometto che quando tornerò mi sdebiterò con te. Solo due mesi.”

“Sì, certo, come no…” Scott buttò fuori l’aria dai polmoni, emettendo un suono simile a quello di un treno che sbuffa vapore. “Va bene. Me la vedrò io con i pezzi grossi. Con tutti i soldi che hai procurato a questo studio legale negli ultimi anni, romperanno un po’ le palle, ma alla fine saranno più preoccupati di rischiare di perderti per sempre.”

“Grazie,” rispose Jason e si voltò per andarsene.

“Allora? Dove sei diretto? In giro per il Sudamerica? Verso un’isola deserta nei Caraibi?” gli chiese Scott. “Un rifugio buddista in Tibet?”

“Parigi.” Jason si fermò sull’uscio e afferrò la maniglia della porta.

“Parigi? A gennaio?”

“Già.”

“Ma ho sentito dire che fa un freddo della malora.”

“Già. Qualcosa del genere.”

 

 

L’AEREO ATTERRÒ all’aeroporto di Parigi-Charles de Gaulle in orario, accompagnato da una pioggerellina finissima. Mentre trascinava il trolley, dirigendosi verso l’uscita per raggiungere la fila dei taxi, Jason rise tra sé e sé: c’era decisamente meno freddo lì che a Filadelfia. Qualche settimana prima aveva nevicato in quella parte della Francia, ma non era rimasto niente delle correnti che avevano paralizzato la regione.

Un taxi accostò al marciapiede; l’autista uscì dal veicolo per mettere la sua valigia nel bagagliaio. “À 146 rue d’Assas,” disse Jason.

“Oui, monsieur.”

Jason si sporse, mise un gomito sul ginocchio, e osservò la monotona serie di magazzini costruiti lungo la strada dall’aeroporto alla città. Il panorama non era tanto diverso da quello che si vedeva alla periferia di Filadelfia, fatta eccezione per le piccole auto e i cartelli stradali che annunciavano le uscite delle autostrade in francese. Solo quando vide la bianca facciata in pietra della Basilica del Sacro Cuore appollaiata in cima a Montmartre, poté finalmente mettersi comodo e rilassarsi.

È passato troppo tempo.

La pioggia si fece più intensa e, mentre il taxi girava per rue d’Assas, Jason riuscì a scorgere la grande fontana in fondo ai Jardins du Luxembourg, con i suoi cavalli mastodontici. Il parco aveva un aspetto grigio, senza vita. Jason porse all’autista una banconota da cinquanta euro, richiamò il codice della porta di casa sul suo smartphone e lo digitò sulla tastiera argentea all’ingresso, poi entrò nel vestibolo piastrellato quando il portone di legno si aprì con un clic. Si frugò brevemente nelle tasche e tirò fuori un mazzo di chiavi. Aprì la porta che dava al cortile. Mentre raggiungeva un’altra porta d’ingresso, il trolley faceva rumore sul lastricato irregolare in pietra. Nonostante il freddo, sulla facciata interna dell’edificio si arrampicavano delle piante dai delicati fiorellini gialli. In primavera, tutto il giardino sarebbe sbocciato con i fiori di cui si prendevano cura i vari residenti del palazzo.

Non c’era bisogno di una chiave per aprire la seconda porta. Jason fece qualche altro metro per raggiungere quella dell’appartamento, che era di un azzurro vivace, tendente al turchese, e al suo passaggio si accesero le luci automatiche che illuminavano il corridoio. Infilò la chiave nella serratura. Faceva freddo nell’appartamento, persino più che all’esterno. Non ci aveva abitato nessuno per molti mesi, e l’aria gelida del cortile si insinuava attraverso gli spifferi delle vecchie finestre.

Lasciò la valigia all’ingresso e accese la luce. Mentre alzava il termostato, il suo sguardo fu catturato dall’esplosione di colori sul tavolo della sala da pranzo. Rosie, pensò sorridendo. Era stata sicuramente lei a far sistemare i fiori sul tavolo per lui, chiedendo quel favore al custode.

Gli si sollevarono gli angoli delle labbra quando inalò il dolce profumo del bouquet. Fresie e iris. Vide una busta appoggiata al vaso, con scritto sopra un messaggio a macchina:

 

Jason,

sarò a Milano fino alla fine di marzo. Chiamami al cellulare quando arrivi. Non appena sarai pronto a ricevere visite, prenderò il TGV e verrò per un fine settimana. Ho chiesto a Rémy di riempirti il frigo di provviste; dovrebbero bastarti per qualche giorno. La casa è tua per tutto il tempo che ti servirà. Ricordati di rilassarti!

Ti voglio bene,

Rosalie

 

Sua sorella Rosalie aveva tre anni più di lui e aveva acquistato quell’appartamento a Parigi qualche anno prima, visto che il suo lavoro da stilista di moda stava procedendo piuttosto bene. Jason era stato lì una volta, più di dieci anni prima, tra la fine dell’università e il suo primo lavoro da avvocato.

Ha ragione, hai bisogno di rilassarti. È proprio quello che ti serve, no?

Si infilò nella doccia per lavar via il lungo volo e schiarirsi le idee. Sapeva bene che quella vacanza era molto più che un’occasione per rilassarsi. Stava scappando, scappando via da tutto quello che c’era di sbagliato nella sua vita: le ore di straordinario al lavoro, la relazione sentimentale che gli era scivolata via dalle mani, la sofferenza per essere stato tradito, e il desiderio di fare qualcosa, nella vita, che non fosse guadagnare più soldi di quanto avesse tempo per spenderli. Non aveva scelto quel lavoro per i soldi. Non aveva scelto di far finire la storia con Diane. Ma non aveva nemmeno fatto qualcosa per cambiare la sua vita. Aveva continuato a fare quello che faceva da anni.

Finora.

Si asciugò, poi afferrò il telecomando dell’impianto audio di Rosalie per accenderlo. Una musica jazz degli anni cinquanta si diffuse per tutta la casa e, per la prima volta da settimane, Jason sorrise.

Rimase sdraiato sul divano per mezz’ora, lasciandosi trasportare dalla musica, e infine, sentendosi ispirato dalla melodia, si mise addosso un paio di jeans e un maglione caldo, s’infilò in tasca il portafogli e il telefono, quindi afferrò la giacca e l’ombrello. Con l’idea di fare una bella passeggiata, mangiare qualcosa in giro, e forse anche andare a sentire della musica dal vivo, si ritrovò fuori casa nel giro di pochi minuti, con i capelli ancora spettinati.

 

 

“EHI, HENRI!” gridò Jules Bardon, tra il baccano delle stoviglie. “Avevi detto che avresti sistemato la batteria prima di iniziare a lavorare.”

Henri, con le braccia immerse nella schiuma e i capelli biondi che gli cadevano davanti agli occhi, gridò in risposta: “Lo puoi fare tu, una volta tanto, scansafatiche! Mi vuoi far licenziare? Se io perdo il lavoro, tu perdi un posto in cui dormire, ricordi?”

Jules si accigliò, si avvicinò al lavello e si piantò proprio dietro a Henri. “E di chi è la colpa se arrivi sempre al lavoro in ritardo? Hai di nuovo passato la notte con Pascal, vero?”

“È un problema?” replicò Henri, senza distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo. “Forse sei solo geloso. Da quando hai mollato…” Fece una piccola pausa a effetto. “Com’è che si chiama?”

“Philippe,” suggerì Jules.

“Già. Da quando hai mollato Philippe, sei a secco.”

“Philippe era uno stronzo,” ribatté Jules, scherzando solo in parte.

“Sono certo che, se ti va, riuscirei a convincere Pascal a unirti a noi,” ammiccò Henri. Dal lavabo, si sollevò nell’aria una bollicina di sapone e Jules, infastidito, la fece scoppiare con un dito proprio all’altezza del viso di Henri.

“Non mi interessa. Ma se devi proprio trascorrere tutta la notte a scopare, potresti almeno degnarti di mettere una sveglia. Che diavolo ne capisco io, di come si monta una batteria?”

“Mi hai visto farlo mille volte,” replicò Henri, ridendo mentre impilava i piatti in un angolo del lavabo. Dei rivoletti d’acqua scorrevano verso lo scarico, mentre altre bolle di sapone galleggiavano nell’aria, verso il soffitto. Il posto puzzava di unto, fumo di sigaretta e sapone.

“Maurice non ci fa suonare qui spesso.” Jules era mezzo tentato di strangolare il suo compagno di stanza. Avevano aspettato quell’occasione per quasi un anno, dall’ultima volta che un gruppo aveva cancellato all’ultimo minuto. “Devi prenderla più seriamente; non si può mai sapere chi potrebbe esserci là fuori ad ascoltarci.”

Henri si voltò e appoggiò una mano insaponata sulla spalla di Jules. “Sei un sognatore.” Si morse l’interno della guancia. “E va bene. Monto la batteria se tu finisci di lavare i piatti.”

“Hai dei guanti, da qualche parte?”

“Guanti?” Henri sollevò le mani: aveva le dita tutte bianche e raggrinzite.

“Se faccio i piatti, i miei calli si…”

“Sei una cazzo di prima donna, Jules,” si lamentò Henri, poi scrollò le spalle, si voltò nuovamente verso il lavandino e si mise a ridere. “Va bene, va bene. Ci sono dei guanti sullo scaffale, alla tua sinistra.” Lo guardò da oltre la spalla e gli fece l’occhiolino.

Jules scosse la testa e prese i guanti di gomma. Prima di infilarseli, li fece schioccare minacciosamente in direzione di Henri, poi gli diede una spinta per spedirlo verso il palco del locale, che si trovava proprio dietro la cucina.

 

 

IL CIELO notturno aveva cominciato a schiarirsi, quando Jason uscì dal piccolo bar in cui aveva cenato. Camminò verso l’Île de la Cité, con la speranza di scorgere la Torre Eiffel. Erano le dieci in punto. Mentre attraversava la Senna, vide la torre, illuminata da uno scintillio di luci. Sua sorella gli aveva detto che ai parigini l’illuminazione in onore del nuovo millennio era piaciuta così tanto che avevano insistito per far sì che quegli effetti speciali rimanessero anche dopo. Si appoggiò al muretto del lungo Senna e lasciò che la sua mente si concentrasse sulle luci, senza badare al fresco umido della sera.

Quando lo spettacolo della torre finì, si incamminò nuovamente verso il boulevard Saint-Michel, alla ricerca di un club di jazz nascosto che aveva scoperto anni prima tra le viuzze del quartiere. Di solito si faceva dare delle raccomandazioni dagli amici o consultava la sua guida sul telefono, ma quella sera cambiò strategia. A parte saltare su un aereo per Parigi, da quanto tempo era che non faceva qualcosa di spontaneo? A parte la sera che aveva sorpreso Diane a letto con un altro, la sua intera vita era diventata prevedibile. Noiosa.

Perché no?

Non doveva andare da nessuna parte, non aveva nessuno che lo aspettasse a casa, né scadenze da rispettare. Avrebbe potuto dormire fino a tardi. E comunque, qualche drink e della buona musica lo avrebbero aiutato a dormire meglio. Continuò a camminare con un sorrisetto e le mani fredde infilate a fondo nelle tasche.

Già, che cavolo, perché no?

Svoltò un angolo e scorse un locale, che aveva tutta l’aria di essere una bettola: era grigiastro e aveva un’insegna al neon viola all’entrata. Era situato tra un panificio e un negozio di manga giapponesi. Jason inalò il profumo di paste della vicina boulangerie e si avvicinò per sbirciare all’interno del locale. Non riuscì a vedere nulla, ma il jazz moderno arrivava fino all’esterno. Sollevò lo sguardo e lesse l’insegna: “Le Loup-Garou.” Il licantropo.

Un nome azzeccatissimo per un buco come questo. E proprio il posto dove ci si aspetta di sentire dell’ottima musica.

 

 

JULES LANCIÒ uno sguardo sia a Henri che al pianista, David, che sorrise e annuì, accarezzando i tasti del pianoforte verticale con un tocco così delicato che Jules riusciva a sentire i suoi respiri a ogni frase. David si lamentava sempre che lo strumento fosse scordato e ‘un rottame schifoso’, ma il suono che lui riusciva a ottenere era incredibilmente dolce. Alla batteria, Henri accompagnava il piano con un gentile spazzolato sul rullante, con un suono simile a quello della pioggia sulle strade della città, velato ma insistente. Sensuale.

Jules afferrò il manico del violino e lo posizionò sotto il mento. La sua pelle era ruvida lì sotto, il risultato di anni di esercizio che in quel punto la faceva assomigliare al marchio lasciato da un amante troppo zelante. Mosse l’archetto sulle corde lasciandolo sospeso per un istante prima di far vibrare delicatamente il re. Il suono del violino guizzò come la fiamma di una candela in una brezza invisibile, poi crebbe e infine si fuse con le note pacate del pianoforte. Era sensuale, invitante. Jules chiuse gli occhi e si lasciò catturare completamente dalla musica, mentre la lenta, armonica progressione del piano tesseva quella melodia evanescente con gli altri strumenti.

 

 

ERA SEDUTO a pochi metri dai musicisti, nella fioca luce di un’alcova. Gustava piano il suo drink, lasciandosi trasportare dal suono del violino. Non era jazz nella sua forma più pura; era piuttosto un ibrido, che combinava il ritmo dello stile tradizionale a quello moderno, ma con un approccio classico. A ogni modo, qualsiasi cosa fosse stata quella musica, lui la trovava sublime. Tra un pezzo e l’altro, si guardò attorno per cercare il nome del gruppo, ma non lo trovò da nessuna parte.

La band terminò la sessione e la sala scoppiò in un applauso. I musicisti annuirono; avevano tutti un modo di fare svagato, casuale, e anche un po’ imbarazzato. Gli occhi del violinista incrociarono quelli di Jason e, per un attimo, li agganciarono. Jason si sentì arrossire. Distolse lo sguardo e, posandolo sul bicchiere vuoto, cercò di convincere se stesso che quel calore era dovuto all’alcol e alla stanchezza accumulata. Fece un cenno all’unico cameriere per avere un altro drink e quando riportò lo sguardo sul palco, si ritrovò faccia a faccia con il violinista, che si era seduto al suo tavolo.

“Posso?” gli chiese il musicista, con un sorrisetto sulle labbra delicate. Jason pensò che dovesse avere al massimo diciannove anni. Il ragazzo aveva i capelli neri, lunghi fino alle spalle; si sistemò una ciocca fuori posto e Jason si accorse che aveva un occhio verde e uno castano. Aveva l’aria di un trovatello e un volto tipicamente francese, dal naso appena pronunciato alla linea decisa della mascella. Anche da seduto, Jason notò che il suo corpo sembrava nuotare in un paio di jeans molto larghi e così bassi in vita che gli si vedevano i boxer blu a quadretti. Sopra portava una maglietta nera aderente, con la scritta rosso fuoco Quoi? davanti.

“Prego, fai pure,” rispose Jason in francese, senza sapere cosa pensare del ragazzo. “Anche se sembra che ti sia già accomodato.”

“Sei franco-canadese?” gli chiese il nuovo arrivato, con un sorriso più acceso.

“Americano.” Notò i segni poco eleganti di un tatuaggio incerto sul suo avambraccio destro. Fatto in casa, senza dubbio.

“Davvero? Il tuo francese è eccellente!”

“E la vostra musica è buona,” ribatté giocosamente Jason. “Come si chiama il trio?”

“Boh. Non ci siamo ancora dati un nome… non suoniamo spesso. Non dovevamo farlo neanche stasera, ma il gruppo che Maurice aveva ingaggiato ha dato forfait e lui non è riuscito a trovare nessun altro. Il mio compagno di stanza fa il lavapiatti qui.” Indicò il batterista, che guardava nella loro direzione con interesse, da un angolo del palco. “Allora… vivi a Parigi?” aggiunse, dopo una breve pausa.

“Sono in visita.”

Il cameriere posò due bicchieri sul tavolo e fece l’occhiolino al violinista.

“Io sono Jules. Jules Bardon.”

“Jason Greene.”

“Enchanté.” Jules allungò la mano sopra il tavolo e strinse quella di Jason. Il gesto fu fin troppo amichevole, provocante, come se il giovane stesse flirtando. Jason tirò via la mano e sollevò un sopracciglio. Apparentemente imperturbato, l’altro continuò: “Sei qui per lavoro?”

“No.”

“Per piacere, allora?”

“No.”

Jules rise, una risata leggera, quasi femminile. “Ti sto mettendo a disagio?” Lo fissò negli occhi.

“No,” mentì Jason, trovando lo sguardo del ragazzo un po’ troppo intenso.

“Potrei renderlo un viaggio di piacere, se vuoi,” propose Jules, passandosi distrattamente un dito sulle labbra.

“Non gioco per quella squadra.” Jason prese in prestito il modo di dire che gli era familiare nella sua lingua, dato che non gli sovveniva l’espressione equivalente in francese. Non era la prima volta che diceva quella frase, ma era la prima volta che la pronunciava in quella lingua. Inoltre, non era nemmeno del tutto vera; semplicemente non gli era mai capitata l’occasione giusta prima d’allora.

Jules lo guardò perplesso per un momento, poi scoppiò a ridere di nuovo.

“Cosa c’è di così divertente?” domandò Jason, percependo nell’aria un aroma di liquirizia quando Jules posò il bicchiere sul tavolo.

“Oh, capisco.” Rise ancora. “Scusami. È che non l’avevo mai sentito dire in quel modo. All’inizio ho pensato che mi stessi parlando di sport.” Bevve un sorso del suo drink e si strinse nelle spalle. “Peccato. Avevi tutta l’aria di uno a cui poteva far comodo una bella…”

“Jules!”

“Devo andare,” sospirò il ragazzo, forse con rammarico. “Devo suonare di nuovo. Piacere di averti conosciuto, Jason.” Incespicò sul suo nome, che gli uscì come Jassòn. Jason non riuscì a trattenere una risatina al pensiero di tutti i modi in cui i francesi avevano massacrato il suo nome nel corso degli anni.

Jules mandò giù quello che restava del suo drink in un sorso e si alzò. “Se cambi idea…” iniziò, ma il batterista lo afferrò per un braccio e lo trascinò sul palco.

Difficile, ragazzino. Jason ridacchiò di nuovo. Aveva già abbastanza problemi da risolvere.

 

 

ERANO QUASI le due del mattino quando Jason lasciò il locale. Non dormiva decentemente da ventiquattro ore ormai. Aveva iniziato a piovere di nuovo, ma questa volta era una pioggia torrenziale. Nonostante ciò, Jason decise di camminare. Il metrò aveva smesso di operare quasi un’ora prima. La pioggia e l’esercizio lo aiutavano a schiarirsi le idee.

Camminando su boulevard Saint-Germain, passò davanti alle vetrine buie dei negozi e ai pochi bar che ancora erano aperti. Attraversò una strada laterale. Diede uno sguardo alla sua sinistra e vide il Pantheon, con la sua facciata bianca, ancora illuminata. In quel momento si accorse che non si era mai preso del tempo per esplorare la città da adulto. Aveva preferito andare in giro a ubriacarsi per locali piuttosto che visitare seriamente Parigi. No, a dire il vero, la maggior parte dei ricordi che aveva della città risalivano a quando era bambino, quando i suoi genitori avevano trascinato lui e Rosalie in giro per musei e altre attrazioni turistiche.

Raggiunse l’incrocio di Saint-Michel e aspettò il verde. Dall’altra parte della strada, scorse qualcuno che aspettava alla fermata dell’autobus. “Jules?” chiamò, quando raggiunse il marciapiede.

“Jason.” Il ragazzo sembrava sorpreso ma contento di vederlo. Jason notò che aveva in spalla il violino, in una custodia verde lucente con degli adesivi dei Rolling Stones che si stavano staccando. Jules non aveva né ombrello né giubbotto ed era bagnato fradicio. I capelli scuri erano appiccicati alle guance pallide e tremava dal freddo. Aveva le labbra bluastre.

“Mi è piaciuta la musica,” fu tutto ciò che disse Jason. Accidenti, sembra davvero giovane. Gli ricordava un ragazzo di strada.

“Grazie,” mormorò Jules, asciugandosi le guance bagnate di pioggia.

“Hai perso l’autobus?”

“Già. Ce n’è un altro tra circa un’ora. Non passano spesso a quest’ora.”

“Buona notte, allora.” Jason gli offrì un sorriso di simpatia. Attraversò la strada per tornare al suo appartamento mentre la pioggia scendeva ancora più forte. Rabbrividì e si chiuse la giacca attorno al collo.

Canticchiò uno dei pezzi che il trio di Jules aveva suonato, il rumore bagnato dei suoi passi sul marciapiede seguiva il ritmo della musica. Qualcosa di quella melodia era restata con lui.

Il rombo del tuono lo riportò coi piedi per terra. La sua giacca stava diventando umidiccia e pesante dalla pioggia. Vide un taxi all’angolo della strada successiva e finì in un rivolo d’acqua per chiamarlo.

“Dove la porto?” chiese l’autista mentre Jason si infilava dentro.

Jason pensò a Jules che si stava ghiacciando a un angolo della strada. Era entrato al Loup-Garou per istinto. Aveva preso un rischio, fatto qualcosa di diverso. Sentì la voce di Diane nella sua mente: “Sei pazzo? Come puoi anche solo contemplare di portare qualcuno che hai appena conosciuto a casa?” Probabilmente era da pazzi.

Perché no?

Pensò a un centinaio di motivi per cui non avrebbe dovuto correre quel rischio, incluso il modo spudorato con cui Jules aveva flirtato con lui. Ma il centinaio di motivi si fusero nel suono accattivante della musica del ragazzo e il modo in cui Jason si era sentito mentre la ascoltava.

Perché no? Se avesse dato retta al suo cervello, sarebbe stato ancora a Filadelfia, a studiare documenti, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare di diverso nella vita. Desiderando di aver fatto scelte diverse. “Fallo,” gli diceva la pancia. “Prendi un rischio. Per una volta nella vita, non esitare.”

Cavolo, perché no?

Diede al tassista l’indirizzo di Rosie, ma aggiunse: “Mi porti al primo incrocio, però. Vicino alla fermata dell’autobus. Devo fare qualcosa.”

Il viso di Jules mostrò sorpresa quando il taxi si arrestò davanti alla fermata dell’autobus e Jason infilò fuori la testa. “Vieni,” lo invitò.

“Io… cosa?”

“Ti porto a casa.”

Jules scosse il capo. “Ci vuole un’ora da cui in macchina. Non posso chiederti di fare questo per me.”

“Non puoi stare qui fuori.”

Jules rabbrividì. “Starò bene.” Si tolse i capelli bagnati dal viso. Un altro rombo di tuono fece quasi saltare Jason.

Cavolo, perché no?

“Puoi stare da me, stanotte,” gli propose Jason. “Abito qui vicino.” Si pentì immediatamente di aver detto quelle parole: cosa diavolo stava facendo? Aveva appena proposto a un ragazzino che solo poche ore prima aveva flirtato con lui di passare la notte a casa sua? Ma aveva bevuto tanto, era troppo stanco per pensare, e Jules aveva un aspetto terribile.

Pazzesco. Ignorò quella voce: era sempre la voce di Diane quella che sentiva o era la paura?

Cavolo, perché no?

“Nella camera degli ospiti,” si affrettò ad aggiungere, mettendo in chiaro che avrebbero dormito in stanze separate.

L’espressione di Jules era sbalordita. “Io… io…” balbettò. “Va bene.” Poi aggiunse: “Aspetta, non eri qui in vacanza?”

“È una storia lunga,” rispose Jason, facendogli cenno di entrare nel taxi. “Magari te la racconto, più avanti.”

“Mi farebbe piacere.” Jules si scostò i capelli dal viso. Jason non disse altro mentre il taxi si immetteva in strada. “Oh! Jason?”

“Sì?”

“Grazie.”

“Non c’è di che.”