Capitolo 1

 

 

CRYMES VILLERIE era in piedi accanto alla sua Chevrolet Suburban nel quartiere Garden di New Orleans, e stava osservando un’imponente villa fatiscente in St. Charles Avenue. Strinse gli occhi per via del sole accecante di luglio e girò la testa quando la sua vista diventò sfuocata e gli occhi gli si riempirono di lacrime.

Maledicendo mentalmente il sole e il soffocante caldo di mezza estate, recuperò un fazzoletto bianco di lino dalla tasca interna della giacca e portò il quadrato ripiegato con cura agli angoli di entrambi gli occhi. Scosse il fazzoletto prima di asciugarsi il sudore dalla fronte, dopodiché se lo passò sul viso e sul collo, lo piegò nuovamente e lo rimise in tasca.

Crymes fece un altro tentativo: alzò una mano per bloccare i raggi del sole, e stavolta riuscì a leggere i primi tre numeri dell’indirizzo, prima che i suoi occhi si riempissero nuovamente di lacrime. Abbassò lo sguardo sui numeri scarabocchiati sul retro di un biglietto da visita e si ritenne ragionevolmente sicuro di trovarsi nel posto esatto. Si lisciò il petto della giacca color blu marino e aprì il cancello in ferro battuto. Il suono stridente di metallo su metallo gli riempì le orecchie. Crymes rabbrividì quando il portone si richiuse alle sue spalle con un tonfo.

Il giorno prima aveva ricevuto una fredda telefonata anonima da parte di qualcuno che stava organizzando una liquidazione e che lo invitava a esaminare le opere d’arte prima dell’inizio ufficiale delle vendite. Visto che di mestiere faceva il mercante d’arte e che era il proprietario di una galleria in Royal Street, nel cuore del quartiere francese, non poteva certo farsi scappare l’occasione di scoprire qualche pezzo raro o semplicemente di aumentare la sua collezione. La Royal Renaissance era specializzata nell’arte storica del Sud, soprattutto quella riguardante la guerra civile, e avendo più di quarant’anni di esperienza alle spalle, Crymes sapeva che quello era il genere di posto dove quasi sicuramente avrebbe potuto trovare ciò che faceva al caso suo.

Si avvicinò alla casa, salì quattro scalini per arrivare al porticato che circondava l’intero palazzo, e bussò alla porta. Quando questa si aprì, un uomo corpulento che sembrava sulla sessantina gli tese la mano.

“Buon pomeriggio, sono Dudley Robinette. Lei è il signor Villerie?”

“Sì. E la prego, mi chiami Crymes,” rispose lui stringendogli la mano.

Dudley annuì. “Prego, entri pure signor Crymes,” aggiunse, con un marcato accento del Sud.

Crymes si pulì i piedi come d’abitudine ed entrò. I suoi sensi furono immediatamente assaliti dalla tipica atmosfera delle case di famiglie ricche e antiche, e il suo cuore iniziò a battere per l’aspettativa. Mantieni la tua compostezza, Crymes. Non farti vedere troppo emozionato.

Guardandosi attorno con fare noncurante, mentre i suoi occhi si adeguavano al foyer debolmente illuminato, dovette soffocare un’esclamazione di gioia alla vista dei dipinti a olio appesi lungo tutto il corridoio e nel vano delle scale, come in una galleria d’arte. Deciso a mantenere il suo contegno e apparire indifferente, Crymes si schiarì la gola e continuò a guardare in giro. Con sua grande sorpresa, entrambe le stanze ai suoi lati presentavano la stessa situazione.

Notò un paio di persone che camminavano nei paraggi osservando attentamente le opere in esposizione e fu improvvisamente ansioso di iniziare.

“Tutti i quadri hanno già il prezzo, ma ovviamente è negoziabile,” disse Dudley. “Prego, esplori pure liberamente e mi faccia sapere se ha qualche domanda.” Si guardò l’orologio. “Oh. Ho fissato appuntamenti con quattro mercanti alla volta e ha all’incirca quaranta minuti prima dell’arrivo del prossimo turno.”

“La ringrazio,” rispose Crymes. Dudley si voltò e scomparve nel retro della casa.

Mentre dava una prima occhiata alle pareti della stanza, si sentiva come un bambino in un negozio di dolciumi. Studiò attentamente ogni dipinto, determinando l’artista, la qualità dell’opera e le cornici. Sebbene avesse notato dei lavori eccellenti, purtroppo nessuno ricadeva nella sua specializzazione.

Un altro mercante gli si avvicinò e ammirò un pezzo che Crymes stava esaminando. “Molto bello,” esclamò.

“Decisamente,” concordò lui e l’altro proseguì per i fatti suoi.

Crymes si ritrovò di nuovo nel foyer e decise di salire le scale e passare in rassegna il primo piano, prima di affrontare il pianoterra. A metà scala si fermò di botto: appeso davanti a lui c’era un quadro che aveva già visto prima, in una rivista d’arte oppure online su qualche sito. Gli parve di ricordare che il dipinto in questione si chiamasse Il piccolo soldato o qualcosa del genere. Il prezzo segnato sul cartellino era di 71.500$.

Crymes tirò fuori il cellulare e chiamò la galleria.

“Royal Renaissance.”

“Harper! Ho bisogno che tu risalga alla provenienza di un dipinto.”

Harper Villerie Hayes era la direttrice della galleria di Crymes, e la sua unica figlia. Si era laureata in storia dell’arte all’Università di Tulane e dopo la laurea aveva trascorso un po’ di tempo a New York cimentandosi nel settore. Aveva ereditato l’amore per l’arte dal padre e, dopo il suo breve soggiorno nella Grande Mela, era tornata a New Orleans per seguire le sue orme.

“Ehi, Crymes,” replicò lei. “Aspetta, lasciami prendere qualcosa su cui scrivere.”

Crymes si accigliò sentendo il suo nome, ma dopo che Harper aveva iniziato a lavorare al suo fianco alla galleria, aveva smesso in fretta di chiamarlo papà per passare al suo nome di battesimo, per sottolineare come volesse farsi strada in quel settore per conto suo, senza che gli altri si riferissero a lei come ‘la cocca di papà’ o ‘la figlia del proprietario’. Non si era ancora abituato alla cosa, ma aveva capito le sue motivazioni e le aveva accettate.

“Ok, ci sono,” disse Harper. “Spara.”

“Vedi cosa riesci a trovare su un dipinto di Eastman Johnson. Penso si chiami Il piccolo soldato. È firmato E. Johnson e datato 1864 nell’angolo in basso a sinistra.”

“Quali sono le misure approssimative?” chiese lei.

“Aspetta.” Crymes frugò nelle tasche dei pantaloni e ne tirò fuori un piccolo metro che portava sempre con sé. Misurò prima la parte visibile del dipinto e poi il tutto, cornice compresa. “Il dipinto è trentasette per ventinove. Quando aggiungi la cornice diventa cinquantatré per quarantacinque.”

“Va bene. Mi metto subito al lavoro.”

“Oh, un’ultima cosa. Ho più o meno trentacinque minuti prima dell’arrivo del nuovo gruppo di possibili acquirenti, quindi chiamami non appena sai qualcosa.”

“Lo farò.”

Crymes continuò a salire le scale e vagò per ogni stanza del primo piano. La collezione era impressionante come quella nel corridoio di sotto, ma non trovò nulla che corrispondesse ai suoi interessi. Tornò al pianoterra e svoltò a sinistra verso la sala da pranzo. C’erano tre o quattro artisti che riconobbe e qualche scena di New Orleans e Canal Street, ma niente che ritenne di particolare valore.

Crymes poteva sentire i passi e le occasionali voci sommesse degli altri mercanti mentre questi gironzolavano al pianoterra. Superò la porta girevole della cucina e trovò Dudley seduto a un tavolino, intento a sfogliare una rivista. Appena il venditore lo notò, chiuse il giornale e saltò in piedi.

“Oh, signor Villerie,” disse Dudley ansioso. “Posso aiutarla con qualcosa?”

“Oh no, non proprio,” rispose lui. “Sto ancora guardando in giro, ma ho notato qualcosa che potrebbe interessarmi. La mia direttrice ne sta ricercando l’origine mentre parliamo.”

“Oh? Quale sarebbe?” chiese Dudley.

Crymes indicò un punto alle sue spalle. “L’Eastman Johnson appeso sulle scale.”

Dudley sorrise. “Oh sì, è una stupenda riproduzione. Una delle poche, mi è stato detto.”

Il mercante si schiarì la gola. “Già, ma avrà bisogno di qualche lavoro di restauro prima di poter essere rivenduta,” commentò mentre faceva del suo meglio per restare calmo e si guardava attorno per trovare una via d’uscita dalla cucina.

“Da questa parte,” lo invitò Dudley, indicandogli una porta. “Oltre a quell’altra porta ci sono gli alloggi della servitù,” aggiunse, lanciandosi un’occhiata alle spalle, “ma sono vuoti. Tuttavia da qui può raggiungere uno studio, una sala per la musica, un salotto e alla fine ritornerà al foyer.”

“La ringrazio,” disse Crymes. “La chiamerò se ho qualche domanda.”

Dudley sorrise di nuovo. “Molto bene.”

Crymes attraversò lo studio, prestando particolare attenzione a ogni opera esposta, così come ai lampadari, ma ancora una volta non trovò nulla che rientrasse nel suo settore. Avrebbe potuto acquistare un paio di quadri per rivenderli ad altri mercanti e guadagnare qualcosa, ma non voleva investire il suo denaro in progetti non legati al suo settore e che avrebbero potuto richiedere molto tempo per fruttare.

Continuò verso la sala della musica e scoprì che era decorata con dipinti di vari artisti che rappresentavano dei Mardi Gras di inizio secolo. C’erano opere coloratissime di carri trainati da cavalli allestiti dalle Krewe di Rex, Momus, e Proteus, tutti con temi diversi, come Robin Hood, Pinocchio e il Mondo della Magia. Ma l’opera più incredibile che vide fu un’eccellente rappresentazione de Le Bal Masqué o Il ballo in maschera del pittore peruviano Albert Lynch. Rimase lì fermo a guardarla per qualche minuto.

“Stupendo, non è vero?” commentò un gentiluomo, fermandosi al suo fianco e incrociando le braccia sul petto.

“Davvero,” replicò Crymes. “Non è il mio genere, ma sto valutando se provare a negoziare sul prezzo per cercare di ottenere un guadagno immediato.”

“Mi chiamo Emanuel Della Penna, a ogni modo,” si presentò l’uomo, liberando una mano e porgendogliela. “Lei è un mercante?”

“Crymes Villerie,” rispose. “Sono il proprietario della galleria Royal Renaissance di Royal Street.”

“Ah sì, la conosco bene,” commentò il suo interlocutore. “È molto bella.”

“La ringrazio,” disse lui, tornando a guardare il dipinto. “Allora sa che questo non rientra nel mio campo,” aggiunse.

“Se non sbaglio, siete specializzati sull’arte del Sud e sulla guerra civile.”

Crymes annuì. “Esatto. Lei è un mercante?”

“Non proprio,” replicò l’altro. “Diciamo che mi diletto.”

“Capisco,” rispose Crymes, porgendogli uno dei suoi biglietti da visita. “Se mai le capitasse di trovare qualcosa che pensa potrebbe interessarmi, si senta libero di chiamarmi.”

Della Pena annuì. “Certo.”

“È stato un piacere chiacchierare con lei, ma se vuole scusarmi, vorrei guardare il resto della collezione prima che arrivino gli altri mercanti.”

“Certamente. Buona giornata, signor Villerie,” si congedò Della Penna mentre si allontanava.

Crymes entrò nel salotto e dovette aggrapparsi allo stipite della porta per non cadere a terra quando vide cos’era appeso sopra alla mensola del camino. Era un dipinto molto antico che ritraeva Robert E. Lee nella battaglia di Chancellorsville. Per esperienza, sapeva che un pittore francese di nome Louis Mathieu Didier Guillaume aveva dipinto l’originale e trattenne il fiato mentre cercava di decifrare la firma alla base dell’opera. L’artista firmava sempre i suoi lavori come L.M.D. Guillaume, e Crymes fece scorrere con delicatezza un dito sulla pittura, che stava iniziando a sfaldarsi un pochino, e strizzò gli occhi fino a riconoscere quella che gli parve una L seguita da una M; il suo cuore iniziò a battere forte quando vide una D e quella che ritenne una G, ma era difficile a dirsi dato che il quadro era piuttosto rovinato.

“Oh mio Dio,” mormorò Crymes sottovoce. “Questo non può essere l’originale, vero?”

Il cellulare squillò, distogliendolo dai suoi pensieri. Gettò uno sguardo al display e vide che si trattava della figlia. “Harper! Non ci crederai mai.” La voce gli tremava e si coprì la bocca con la mano mentre parlava.

“Che c’è?” chiese lei.

“Sto guardando quella che penso essere l’opera originale di Guillaume: Il generale Robert E. Lee alla battaglia di Chancellorsville.”

“Impossibile,” replicò Harper.

Crymes sentì il ticchettare frenetico delle dita sulla tastiera. “Puoi risalire alla provenienza e alle misure e vedere se ci sono notizie sull’originale e su dove si trovi?”

“Ci sto già lavorando,” disse lei, mormorando qualche parola mentre leggeva.

Crymes recuperò nuovamente il metro.

“Crymes,” lo chiamò Harper.

“Sono qui.”

“L’originale è centosei per ottantasei.”

Harper iniziò a borbottare di nuovo mentre continuava a leggere le informazioni che aveva trovato.

Il mercante si arrampicò su una sedia e appoggiò il metro al quadro per misurare il lato orizzontale. Gli venne la pelle d’oca su tutto il corpo. Oh mio Dio! Poi si mise sulle punte, prese l’altra misura e gli tremarono le gambe.

Il quadro era leggermente più piccolo delle misure che gli aveva fornito Harper, ma non aveva modo di sapere quanta tela fosse nascosta dalla cornice che era in stile rococò, placcata d’oro, larga almeno trenta centimetri e in condizioni migliori del dipinto.

Scese dalla sedia con le gambe traballanti e comunicò i numeri a Harper. Il prezzo del dipinto era di 195.000$, e Crymes era sufficientemente sicuro delle sue abilità da sapere che anche se non si fosse trattato dell’originale, comunque valeva uno sproposito di più di duecentomila bigliettoni.

“Crymes,” chiamò di nuovo Harper.

“Sì.”

“Secondo questo documento proveniente dal Museo della Confederazione, sembra che l’originale sia stato rubato da soldati dell’Unione poco prima della fine della guerra, sia stato regalato a Grant e non si sia più visto da allora.”

“Fino a oggi,” sussurrò Crymes nel cellulare.

“Oh mio Dio! Quanto viene?”

Crymes guardò di nuovo il cartellino. “Circa duecentomila.”

“È un affare,” esclamò Harper. “Oh, quasi dimenticavo. Il dipinto per cui mi avevi chiamata prima si chiama davvero Il piccolo soldato, e l’ultima vendita registrata risale al 1903 per settantacinquemila dollari. Ora è valutato tra i seicento e gli ottocentocinquantamila.”

“È tutto quello che mi serviva sapere,” disse Crymes. “Ti richiamo a breve.”

Sì asciugò di nuovo il sudore dalla fronte con il fazzoletto e cercò di assumere un’espressione imperscrutabile prima di andare in cerca di Dudley.

Quando entrò in cucina lo trovò dove lo aveva lasciato, intento a sfogliare la stessa rivista. “Signor Robinette?” lo chiamò Crymes.

Dudley saltò in piedi. “Sì, signore.”

“Ritengo di essere interessato all’Eastman Johnson in corridoio e al Robert E. Lee appeso in soggiorno.”

“Capisco,” disse Dudley.

“Le darò duecentomila per entrambi,” offrì Crymes nella voce più calma che riuscì a usare.

“Vediamo,” esitò il venditore, prendendo una calcolatrice e inserendo le cifre. “Mi pare che il Johnson venga 71.500$ mentre il Lee 195.000$. Al massimo posso farle 266.500$.”

Crymes si accigliò. “Ho paura di non poter andare così in alto.”

L’altro armeggiò con la calcolatrice ancora un po’. “Il meglio che posso fare è 247.500$.”

“Temo che non vada bene,” replicò il mercante. “Il Lee ha bisogno di un restauro esteso e anche il Johnson avrà bisogno di qualche lavoro. Il massimo che posso offrirle è 210.000$.”

“Mi dispiace, signor Villerie, non sono autorizzato a scendere così in basso. E ho altri otto mercanti da considerare.” Dudley guardò l’orologio da polso. “Quattro tra dieci minuti a essere precisi, e gli altri quattro quarantacinque minuti dopo.”

“Pensa davvero che quegli otto commercianti arriveranno a comprare tutte le opere esposte?” gli chiese Crymes. “Ritengo sia poco lungimirante da parte sua. Anzi,” aggiunse, “potranno anche comprare qualche opera, ma se dovrà fare affidamento sul pubblico per vendere tutte queste cose si ritroverà a doverne svendere la maggior parte.”

Dudley si morse il labbro inferiore e Crymes colse al volo l’opportunità. “Buona giornata, signor Robinette. E grazie della chiamata.”

Crymes gli voltò le spalle ed era quasi a metà del corridoio quando lo sentì gridare il suo nome. “Signor Villerie. Aspetti! Mi dia cinque minuti per fare una chiamata.”

Crymes sorrise e si girò. “Certo, signor Robinette. Faccia pure.”

Qualche minuto dopo, Dudley ricomparve nel foyer con un gran sorriso. “Accetteremo la sua offerta, signor Villerie.”

“Magnifico,” disse Crymes. “Sapevo che lei era un uomo molto intelligente.”

Crymes chiese le coordinate bancarie necessarie, chiamò Harper e le fece versare i soldi direttamente allo studio legale che gestiva la villa prima che qualcuno potesse cambiare idea.

“Aspetterò qui e non appena riuscirà a verificare il versamento, porterò entrambi i dipinti via con me.”

“Ne è sicuro?” chiese Dudley. “Posso farglieli consegnare oggi stesso o domani.”

“Non sarà necessario,” gli rispose Crymes. “Dovevo comunque andare dal mio restauratore di fiducia, e così facendo eviterò un secondo viaggio.”

L’Eastman Johnson fu abbastanza facile da gestire, ma a causa della cornice dovettero impegnarsi entrambi per togliere il Lee dalla parete. Quando Crymes finalmente chiuse il bagagliaio della sua Suburban, tutti e due stavano sudando e avevano il fiatone. Crymes gli tese la mano. “La ringrazio molto, signor Robinette, e la prego, tenga il mio numero nel caso le capitino altri quadri nelle prossime vendite di ville.”

“Lo farò,” replicò lui. “E grazie.”

Crymes salì in macchina e si allontanò dal marciapiede. Sentì una piccola fitta di senso di colpa, ma alla fine i proprietari avevano ottenuto quasi il prezzo di partenza, sebbene non sapessero quello che avevano tra le mani. “È il mercato dell’arte,” disse a voce alta.

Inoltre, non era nemmeno certo che il Lee fosse l’originale, e nel caso in cui non lo fosse stato avrebbe anche potuto perderci dei soldi dopo il restauro. Sapeva invece che l’Eastman Johnson era un affare sicuro.