Capitolo 1: L’incidente della Marduk

 

 

“MANDI LORO un altro segnale, signor Ozawa.” Il tono tagliente del capitano Drummond tradiva la tensione sotto la sua facciata impassibile.

Le dita di Isaac volavano sul terminale mentre lui ripeteva il segnale su tutte le frequenze abituali. “Mercantile di classe C Hermes al personale a bordo della Marduk. Abbiamo intercettato un segnale d’emergenza. Siete pregati di specificare la natura dell’emergenza. Qui Hermes, ci rivolgiamo alla nave da trasporto giudiziario Marduk. Per favore, rispondete.”

“Niente? Interferenze? Ticchettii?”

“Niente, signora. Solo la richiesta di soccorso mandata a ripetizione.”

“Signor Wilde, una scansione ormai sarebbe gradita.” Il capitano si voltò alla sua sinistra, dove i movimenti frenetici di Rand Wilde al proprio terminale ricalcavano quelli di Isaac.

“Siamo a portata, signora. Sto scansionando. Solo un secondo,” mormorò Rand. Aggrottò la fronte. “Non sono sicuro che sia giusto…”

“Non è qui per interpretare, signor Wilde. I semplici dati saranno sufficienti. Segni di vita? I sistemi della nave?”

Rand si schiarì la voce. “È proprio questo il punto, signora. Non ci sono segni di vita. Nessuno. La nave è alla deriva. C’è una fuoriuscita radioattiva a poppa. Probabile danno ai motori. Il sistema di sopravvivenza è ancora operativo.”

“Pensa che siano stati costretti ad abbandonare la nave, capitano?” domandò Isaac facendo ruotare la sedia, una mano ancora sulla consolle nel caso avesse intercettato qualcosa sui canali.

Il capitano Drummond osservava lo schermo, occupato per due terzi dall’enorme mole della Marduk. Aggrottò le sopracciglia argentate mentre tamburellava con le dita sul bracciolo della poltrona. “Perché lasciare le luci accese quando non si è in casa?” Si voltò di nuovo. “Capsule di salvataggio, signorina Casalvez?”

Sylvia scosse il capo. “In ogni caso nessuna in transito, signora. È troppo presto per sapere se qualcuna è stata espulsa.”

“Che diavolo è successo qui?”

Le parole del capitano riecheggiavano i pensieri di Isaac. Le navi giudiziarie viaggiavano pesantemente armate. Non c’erano molte cose, là fuori, in grado di abbatterle. A Isaac il danno ai motori sembrava minimo. Quantomeno la si sarebbe potuta far attraccare alla stazione di Kerron. Senza contare che l’equipaggio doveva essersi ritrovato proprio con l’acqua alla gola per aver abbandonato la nave senza seguire le appropriate procedure d’arresto e inviare una boa di salvataggio con le loro coordinate. Isaac rabbrividì, assalito da pensieri superstiziosi quando invece aveva bisogno di ragionare obiettivamente e con razionalità.

“Signora.” Improvvisamente ebbe un’idea. “È una nave da trasporto.”

“E quindi, signor Ozawa?”

“Ci dev’essere un ponte di custodia a mezza nave, con pesanti schermature. I nostri scanner potrebbero non essere in grado di penetrarle.”

“Vero.” Il capitano Drummond fece un lungo sospiro. “I sopravvissuti potrebbero essersi rintanati lì.”

Gli ufficiali di ponte la guardavano, in attesa, l’aria improvvisamente pesante come un forte incenso.

“Isaac.”

Sentendosi chiamare per nome, Isaac fece una smorfia. Lo aspettava qualcosa di spiacevole. “Capitano?”

“Le va un po’ di lavoro a distanza?”

Isaac esitò. Più che un ordine, quella era una domanda; il capitano si aspettava che rifiutasse, se non se la sentiva. Alzò una mano e premette la piccola protuberanza dietro l’orecchio sinistro per attivare l’impianto. Alcune brevi diagnostiche gli provocarono solo una piccola contrazione all’occhio sinistro.

“Potrei fare un tentativo,” disse, sperando che la sua voce suonasse più sicura che nella sua testa. L’impianto sceglieva sempre i momenti peggiori per fare le bizze e, quando succedeva, lo faceva soffrire come un cane. “Robot EV?”

“Se se la sente, Isaac.” Ancora quel tono dolce. La compassione negli occhi del capitano lo fece rabbrividire.

Non avrò un crollo, maledizione. Sì, il minuscolo robot interstiziale era meno pesante da sopportare, ma la visuale sarebbe stata troppo limitata. Dovevano sapere cosa li aspettava dentro quella… bara galleggiante. Non riusciva a togliersi l’immagine dalla testa.

Premette l’accensione, configurata per il robot di grandezza umana e, tramite il suo impianto, sganciò i rampini che lo tenevano ormeggiato al fianco della Hermes. La visuale del robot si sovrappose alla sua vista del ponte. La doppia immagine gli provocò un dolore dietro agli occhi. Con brevi scoppiettii, orientò i propulsori di poppa del robot in direzione dell’airlock a iride della Marduk. Avrebbe dovuto tagliarsi un passaggio per riuscire a entrare, ma ogni nave degna delle sue policeramiche era dotata di chiuse d’aria airlock in esubero. Il danno sarebbe stato minimo.

“Trav? Puoi farci avvicinare un po’, magari?” mormorò Isaac. “Così il volo di ritorno non sarà così lungo.”

“Ci sto già lavorando, Oz,” rispose Travis, la voce che giungeva da dietro il sedile di pilotaggio stridente come la ghiaia. “Ti copro le spalle.”

Ti copro le spalle. Quella frase familiare era sia un conforto che un triste ricordo. Al pari di Isaac, al pari di Travis Humboldt, molti tra gli ufficiali e l’equipaggio erano ex militari. Quasi tutti si erano ritirati, però, e quella era la loro seconda carriera. Solo Isaac era stato costretto al congedo.

L’impianto non diede problemi durante il volo del robot fino alla nave, e Isaac si concesse una speranza. Magari stavolta andrà tutto bene. Ma mentre era concentrato nell’orientare con precisione la sega laser, la contrazione dietro l’occhio sinistro divenne un tic. Quando ebbe finito di tagliare ed ebbe assicurato l’airlock incassando uno scudo d’emergenza temporaneo sull’iride, il tic era diventato un dolore pulsante e intermittente.

Non importa, per il momento finisci il lavoro; sbrigati e stai attento. Isaac fece penetrare il robot nel corridoio della nave e ne attivò l’audio e i sensori. L’unico rumore che disturbava il silenzio era il basso sibilo del sistema di ventilazione.

“Muto come una tomba,” mormorò Rand alla destra di Isaac.

“Dio, Rand, chiudi il becco,” sibilò Sylvia.

“Immagine sul doppio monitor, capitano,” disse Isaac sovrastando le loro voci.

“Lo trasmetta sullo schermo principale, signor Ozawa. Siamo tutti sulla stessa barca.”

Isaac guidò il robot verso i ponti centrali della nave. Non c’erano segni che qualcuno si fosse trovato a bordo fino a poco tempo prima, finché le porte automatiche non si aprirono sul ponte di custodia.

“Porca. Puttana,” sussurrò Travis.

All’inizio, Isaac pensò che gli schizzi scuri sulle pareti e le pozzanghere sul pavimento fossero una sorta di fluido meccanico: quel color ruggine scuro era simile a quello del lubrificante secco, o magari… I suoi pensieri si interruppero di colpo quando notò una mano tagliata a metà al centro del corridoio. Concentrandosi, riportò la telecamera del robot a inquadrare un punto sul muro schizzato da pezzi d’intestino. Si sentì invadere dalla nausea. Qualcuno sul ponte vomitò con violenza.

“Segni di vita, signor Ozawa. È per questo che siamo qui. Proceda verso il blocco di custodia.”

Il secco comando del capitano lo aiutò a concentrarsi, così tornò a fissare gli schermi. I numeri e i simboli che lampeggiavano sul suo display interno, però, non gli impedirono di vedere il sangue sparso lungo i corridoi, come se ci fosse stata un’esplosione catastrofica in una sorta di raccapricciante mattatoio umano. Il piede meccanico del robot si posò su qualcosa con un nauseante scricchiolio di ossa, e un altro ufficiale di ponte non riuscì a trattenersi.

Il dolore dietro l’occhio sinistro di Isaac si estese lungo la fronte, martellandogli nella testa. Tuttavia doveva resistere. E se qualche poveraccio è ancora vivo in quest’inferno? Digrignando i denti spinse avanti il robot, che superò le porte dell’area di custodia; qui, una mano era ancora aggrappata al terminale per le comunicazioni, attaccata a mezzo avambraccio.

Il segnale a ripetizione. Questo è l’uomo che l’ha impostata prima che qualcosa lo facesse a pezzi. Il resto del corpo dell’ufficiale addetto alle comunicazioni era scomparso, oppure era irriconoscibile in mezzo alle tracce di sangue e ai brandelli di carne umana. Isaac non riusciva a distogliere lo sguardo: fissava la fede nuziale che ancora brillava al dito della mano smembrata. Deglutì, cercando di non pensare alla famiglia di quell’uomo.

Così distratto, impiegò qualche momento per capire il significato dei numeri che lampeggiavano sullo schermo destro.

“Segni vitali! Capitano, c’è un sopravvissuto!”

“Umano?”

“Al novantotto virgola sei percento. Il battito è debole, ma il segnale cardiaco corrisponde. Signora, se non è umano, per me ci si avvicina abbastanza.”

“Torni indietro, signor Ozawa.” Il capitano si alzò dalla poltrona, abbaiando ordini. “Voglio una squadra di salvataggio! Signor Humboldt, a lei la scelta. Esoscheletri completi e una capsula medica. Non correte rischi e non fate gli eroi! Se qualcosa vi sembra strano, riportate subito qui le chiappe!”

Isaac si concentrò per riportare sulla nave anche le chiappe del robot EV. A Travis sarebbe servito del tempo per riunire una squadra ed effettuare i controlli di volo sugli esoscheletri. Non sapeva spiegarsene il motivo, ma sentiva l’impellente bisogno di far parte della squadra di salvataggio. Sulla Marduk qualcuno era ancora vivo e per qualche ragione, anche se aveva visitato la nave solamente in remoto, sentiva una connessione con quella persona, e la responsabilità di portare in salvo lui o lei, preferibilmente intero.

Quando fece attraccare di nuovo il robot, però, cominciò a tremare. Il lieve mal di testa era esploso in una vera e propria emicrania. Nausea e dolore andavano di pari passo ed era indeciso se recuperare il sacchetto per il vomito sotto al suo terminale oppure sdraiarsi a terra per un minuto.

“Isaac?” La voce del capitano Drummond sembrava distante anni luce.

Si girò per risponderle e capì che ormai non aveva più tanta scelta, perché il suo campo visivo si era ristretto verso la sua mente in una nebbia indistinta.

Qualcuno lo stava chiamando. Cercò la fonte della voce attraverso infiniti corridoi… correva… correva sempre…

“Oz? Stai bene, ragazzo?” La voce profonda di Travis gli rimbombò accanto all’orecchio.

Aprì gli occhi sbattendo le palpebre e alzò lo sguardo sul volto del pilota. Un braccio forte gli stava sostenendo la schiena e capì che era sdraiato sul pavimento, appoggiato al petto di Travis.

“Grazie, Trav. Non credevo che te ne importasse,” gracchiò Isaac, facendo un sorriso che sperava risultasse convincente.

Travis sbuffò. “Sì, ti piacerebbe. Volevo solo evitare che ti spaccassi la testa.” Aiutò Isaac a mettersi seduto. “Dove sono le tue medicine, Oz?”

“Le ho qui. Non sono un idiota.” Le mani di Isaac, però, tremavano troppo per aprire il taschino sul polpaccio.

Travis gli spinse via la mano e prese il pacchetto per lui. “Sì, è per questo che te l’ho chiesto, amico. Per farti sentire stupido. Merda, certe volte sei davvero permaloso.”

Isaac arrossì, ma era sincero quando mormorò: “Grazie.”

Con un po’ d’aiuto si slacciò il polsino, poi riuscì ad aprire il pacchetto strappandolo con i denti e infine si applicò il cerotto medico nella parte interna del polso. Il sollievo sarebbe arrivato presto. Doveva solo continuare a inghiottire per qualche altro secondo, in modo da soffocare la nausea crescente.

“Trav?” Faceva brevi respiri veloci, gli occhi fissi sugli stivali per rimettere a fuoco la vista.

“La risposta è no, brutto pazzo,” disse Travis prima ancora che lui riuscisse a formulare la domanda. “Devi riposare.”

Isaac gli lanciò un’occhiata irritata. “Fra qualche minuto sarò in grado di volare.” Travis strinse la mandibola, sul volto un’espressione testarda, così Isaac cambiò tattica. “Chiedo rispettosamente che il tenente Humboldt prenda in considerazione la proposta di includermi nella sua squadra di salvataggio. Ho memorizzato gli schemi della nave. La missione procederebbe più velocemente, se ne facessi parte.”

Travis si alzò, abbaiando ordini nel suo trasmettitore da polso, e per un istante Isaac credette che avrebbe ignorato la richiesta. Poi il pilota gli lanciò un’occhiata dura. “Maledizione, Oz. Se perderai i sensi e sarò costretto a trascinarti fuori per l’imbracatura…”

“Allora potrai gonfiarmi di botte. Ma non succederà.”

“Maledetto pazzo,” borbottò Travis. “Hai cinque minuti per portare le chiappe alla piattaforma di lancio, hai capito?”

“Sissignore.”

Aggrappandosi alla poltrona, Isaac riuscì a rimettersi in piedi e provò a rimanere in equilibrio. Tremava ancora, ma il peggio era passato. “Questi maledetti impianti dovrebbero essere illegali.”

“Meno del due percento ha dei malfunzionamenti, signor Ozawa.” Il capitano lo fissava con espressione dubbiosa.

“Sissignora, così mi hanno detto. Mi fa sempre sentire speciale.”

“Sprecare le sue energie con il sarcasmo non è una buona idea, in questo momento.”

Isaac si mordicchiò il labbro inferiore, cercando di controllare la rabbia. Conviveva con quella situazione da ormai cinque anni. A volte l’amarezza tornava ad affiorare. Una reazione allo stress, probabilmente. “Sissignora. Mi dispiace.”

“Accetto le sue scuse. Meglio muoversi, o Humboldt la lascerà indietro.”

Facendo attenzione a stabilizzare l’andatura, Isaac lasciò il ponte con gli occhi dell’equipaggio fissi sulla schiena. Sapeva cosa pensavano, ma lui non stava cercando di dimostrare proprio niente. Non questa volta. Il bisogno di raggiungere la Marduk, di assicurarsi in prima persona che il sopravvissuto ce l’avrebbe fatta, era quasi un’ossessione. Se il capitano gliel’avesse domandato, non avrebbe saputo spiegarlo in termini razionali.

Sulla piattaforma di lancio, Travis lo squadrò velocemente dalla testa ai piedi ma si trattenne dal fare ulteriori commenti. “Oz, tu sei nel numero cinque. Lester ha già effettuato i controlli. Sei pronto a partire.”

Lester Morris, del reparto ingegneria, gli rivolse un cenno col capo dall’altra parte della piattaforma. Con i suoi centoventi chili di muscoli, Lester era impiegato sulla nave sia per la sua forza che per le sue conoscenze di meccanica. Rand, che si stava già infilando la tuta e armeggiava con le cinghie dell’imbracatura, avrebbe scaricato tutti i dati di sistema della Marduk. Sylvia, che aveva la mira migliore di tutto l’equipaggio, li avrebbe accompagnati per sicurezza, e c’era anche la dottoressa Varga, visto che il sopravvissuto probabilmente era piuttosto malridotto.

Isaac fece un cenno di ringraziamento all’altro capo della piattaforma, poi si infilò nello scomparto dell’esoscheletro. Lo assicurò con movimenti veloci ed efficienti, poi premette il pulsante per chiudere i pannelli intorno a sé. Il visore si abbassò per ultimo, rinchiudendolo tra polimeri fissili e un sistema respiratorio autosufficiente. Completati i controlli audio e display, Travis sbloccò le porte della piattaforma, le quali si aprirono rivelando la Marduk che ruotava lentamente contro la volta buia punteggiata di stelle.

Il vuoto silenzio li avvolse mentre gli esoscheletri lasciavano la piattaforma. Nella totale assenza di altri suoni, Isaac aveva sempre avuto l’impressione che il suo respiro facesse il rumore di una tempesta. Le nuove reclute spesso perdevano i sensi a causa della mancanza d’ossigeno, perché si sforzavano di non respirare troppo rumorosamente; già all’inizio dell’addestramento, il panico e la claustrofobia sfoltivano le fila di quelli che erano inadatti al lavoro nello spazio. Ma per Isaac, sporco mangia-terra nato sul suolo di un pianeta, il fascino di potersi muovere liberamente nello spazio, nemico della vita, ostile e così bello da mozzare il fiato, non si esauriva mai.

Raggiunse la Marduk per primo e digitò il codice che aveva immesso sul portello temporaneo dell’airlock. I sei membri della squadra tennero i visori abbassati mentre entravano nella nave. I livelli atmosferici potevano anche essere sicuri, ma l’idea di respirare le particelle di sangue sospese nell’aria non era molto piacevole.

Nel sistema audio si udì un breve gemito.

“Tenete duro, gente,” ringhiò Travis. “Oz ha promesso di farci tornare indietro in fretta.”

“Scusate.” Il sussurro pentito proveniva da Rand, il casco della tuta che si muoveva avanti e indietro mentre il ragazzo si faceva strada in quella carneficina.

“Rand, smettila di guardare!” scattò Sylvia. “Concentrati sull’esoscheletro che hai davanti.”

Anche se Isaac non riusciva a correre con addosso il pesante esoscheletro, cercò di aumentare il passo. Al contrario del suo precedente collegamento a distanza, ora sapeva esattamente quali corridoi e quali porte utilizzare. Nel giro di tre minuti avevano raggiunto l’ascensore e si dirigevano verso il blocco di custodia. La pesante porta blindata si aprì sullo spettacolo raccapricciante del terminale di comunicazione. Sentendo un sussulto nell’auricolare, Isaac concluse che Rand si fosse perso quella scena durante la prima ricognizione. Non poteva esserne sicuro, ma il loro nervoso tecnico scanner probabilmente era uno degli ufficiali di ponte che in precedenza avevano vomitato.

“Rilevo ancora un solo battito cardiaco,” disse Isaac per distrarli. “Da questa parte.”

Li condusse lungo un corridoio contrassegnato come ‘Blocco A’, dove superarono una cella dopo l’altra. Erano tutte vuote, ma non perché i loro occupanti erano stati fatti a pezzi; sembrava piuttosto che fossero sempre state vuote.

“Che razza di nave giudiziaria trasporta un solo prigioniero?” domandò Sylvia.

“Forse stavano cercando di evacuare, prima che…” La voce profonda di Lester si spense.

“Non sprecate tempo a lambiccarvi il cervello,” si intromise Travis. “Ci siamo quasi.”

L’ultima cella era occupata, la porta trasparente elettrificata ancora intatta e ben chiusa. L’uomo giaceva rannicchiato contro il suo giaciglio, gli occhi socchiusi dall’espressione disorientata.

“Ehi,” urlò Travis attraverso la porta. “Mi senti?”

L’uomo non si mosse, però tremava con violenza, forti spasmi che gli scuotevano le braccia enormi e la schiena ampia. Probabilmente è sotto shock.

Isaac si ritrovò a fissarlo. Ombre scure gli segnavano la pelle, ma la mascella forte e i lineamenti regolari erano chiaro segno che, quand’era in salute, quell’uomo doveva essere straordinariamente bello. Si vedeva che era enorme, nonostante fosse rannicchiato: doveva essere alto di sicuro due metri, forse anche di più. I cortissimi capelli biondo dorato indicavano che era stato rasato di recente, ma Isaac non sapeva se li portasse così per scelta o se i prigionieri venissero rasati con regolarità. Indossava solo una maglia senza maniche che gli arrivava a metà coscia. Isaac sentì la rabbia montargli nel petto. Era già abbastanza brutto che l’avessero rinchiuso, ma portargli via anche i pantaloni? Una simile umiliazione calcolata gli sembrava crudele.

“Aprite questa maledetta porta,” esclamò Travis, riportando Isaac alla realtà.

Rand si collegò alla presa a muro, e tutti i rumori inquieti che aveva emesso fino a un minuto prima cessarono mentre si concentrava per scoprire il codice della porta. Quando si aprì con un sibilo, Rand lanciò un grido di trionfo.

“Bel lavoro,” disse Travis. “Ora torna al terminale e scarica i registri di bordo.”

“Là fuori? Da solo?” Nell’auricolare si sentì che aveva deglutito con difficoltà.

“Dannazione, figliolo, ci sono solo pezzi di carne là fuori. Non c’è niente che possa farti del male.”

“Ma…”

Travis sospirò. “Sylvia, vai con lui, così i fantasmi non se lo mangeranno.”

Distratto dalle paure di Rand, Isaac non aveva notato che lo sconosciuto aveva cominciato a muoversi. Si era alzato su braccia tremanti, i muscoli tesi per lo sforzo, e aveva voltato il capo verso di loro, scoprendo i denti in un ringhio.

“Feccia Shchfteru,” sussurrò con voce rotta e gracchiante. “Maledetti…”

Sta per farsi del male. Oppure salterà addosso a Travis, poi qualcuno andrà nel panico e gli sparerà… “Umani.” Isaac allargò le mani dell’esoscheletro. “Non siamo quei maledetti insetti, siamo umani.”

Dal petto dell’uomo salì un basso ringhio, un suono che Isaac non aveva mai sentito emettere da alcun essere umano prima di allora. Era chiaro che l’uomo era troppo malridotto e le tute gli apparivano troppo minacciose. Isaac alzò una mano, sganciò la chiusura del casco e se lo tolse di dosso. “Vedi, umano. Siamo qui per aiutarti. Per portarti via di qui.”

L’uomo lo fissava, e nei suoi occhi brillava qualcos’altro, sotto la rabbia. In quell’istante di distrazione, Travis e Lester lo afferrarono e lo sbatterono a terra in modo che la dottoressa Varga potesse sedarlo.

Isaac colse una zaffata dell’aria rancida e si affrettò a rimettersi il casco, tossendo furiosamente mentre assicurava le cinghie. “Oh, merda… è terribile… come fa a respirare ancora?”

“Non lo so, amico.” I servomeccanismi della tuta di Travis ronzarono quando lui si rimise in piedi per il tragitto di ritorno. “Ma se gli shchfteru erano davvero qui… questo spiegherebbe molte cose.”

“Spiega perché l’equipaggio è stato fatto a pezzi,” borbottò Lester. “Non spiega perché la nave è integra e i terminali sono intatti. Né come mai questo tizio è sopravvissuto.”

Su quel punto Lester aveva ragione.

“Dobbiamo portare via la Hermes, Trav,” disse Isaac in tono sommesso. “Gli insetti non lasciano le cose a metà. Torneranno di sicuro a finire il lavoro.”