Capitolo 1

 

 

JEFFERSON ALLUNGÒ la mano verso il comodino e cercò a tastoni il cellulare che squillava; la suoneria era come uno stridio per la sua mente provata dalla carenza di sonno e da un leggero dopo-sbronza. Finalmente riuscì a individuare l’oggetto e un gemito gli sfuggì quando vide la foto dell’uomo occhialuto che lampeggiava sul display. Si coprì gli occhi per un momento prima di premere il pulsante per accettare la chiamata.

“Ciao, zio Sherman.”

“Jefferson Lee! Come sta il mio nipote preferito?”

Jefferson trattenne a stento un sospiro. La domenica mattina presto non era il momento adatto per affrontare le sue solite conversazioni botta-risposta con lo zio. Ci voleva un diversivo per darsi il tempo di svegliarsi. “Tutto bene. Come vanno le cose a Holly Creek?”

Tirare in ballo l’adorata cittadina di zio Sherman era il modo più veloce per allontanare la conversazione da se stesso. Suo zio poteva parlare per ore della città dove era nato e cresciuto.

“Qui va tutto benone. Ci stiamo preparando per la grande Fiera dei Cornioli in Fiore. Ti ho detto che le Holly Berries volevano far venire una band dalla città per vivacizzare un po’ le cose? Io continuo a dire che alcune tradizioni non dovrebbero essere toccate, ma loro continuano a spingere per avere sempre di più. Mi ricordo che, quando ero ragazzo io, tutti quanti si ritrovavano nella piazza per la cerimonia d’apertura. Non ci serviva una band con i fronzoli. Vedere la fioritura di quei maestosi alberi era abbastanza per noi e per i turisti. Purtroppo però l’almanacco meteorognostico ha previsto un’ondata gelida in tarda primavera, perciò sono un po’ in ansia. Se i boccioli si danneggiano, la fiera non riuscirà bene.”

“Sarebbe terribile.”

La Fiera dei Cornioli in Fiore si teneva verso la fine di aprile ed era una delle feste più importanti della Carolina del Nord, che puntava sull’evento per attirare un numero maggiore di turisti rispetto a quelli normalmente diretti a Fairwinds, il gigantesco resort enogastronomico appena fuori città. Jefferson sbadigliò e cercò di far carburare il cervello abbastanza da ricordarsi quale sarebbe stato il successivo grande evento in città. Non gli venne in mente nulla.

“È davvero terribile. Quelle donne sono agitatissime alla sola possibilità che ci sia uno spiffero d’aria fredda. Io dico che dobbiamo solo tenere duro e assicurarci di avere una bella scorta di felpe e maglioni in magazzino. La gente fa un mucchio di strada per venire in montagna. Il minimo che possiamo fare è fargli trovare una felpa calda da comprare.”

Jefferson rise. “Ecco lo zio Sherman che conosco e che adoro. Hai sempre gli occhi sul bottino.”

Sherman scoppiò in una sonora risata. “Beh, su quel fronte ho lasciato gran parte delle decisioni a Quincy, ma di tanto in tanto mi piace ancora intingere le dita nel barattolo di marmellata.”

Anche Jefferson si lasciò scappare una risata smorzata. Nel corso dell’ultimo anno suo cugino Quincy gli aveva raccontato molte volte di come lo zio continuasse a “intingere le dita nel barattolo”. Quincy lo aveva pregato di dargli manforte, affermando che lo zio dava retta solo a Jefferson, ma lui si era limitato a ridere e a dirgli che se l’era andata a cercare quando aveva creduto che Sherman non si sarebbe più interessato all’attività di famiglia. Lo zio aveva gestito per quasi trent’anni l’unico emporio della città e in precedenza ne aveva trascorsi altri dieci a imparare il mestiere al fianco del padre. “Lo sai,” disse con circospezione, “potresti stare a guardare cosa combina Quincy. Dagli la possibilità di accorgersi da solo che vi serviranno vestiti più pesanti in magazzino.”

Sherman fece un verso indignato e ignorò il suggerimento. “Jefferson Lee, dovresti venire a farci visita. Non sei più venuto dalla fiera autunnale e ora è primavera.”

“Sono stato occupato col nuovo lavoro. Il lavoro di un reporter non finisce mai. O così dicono. Verrò a trovarvi presto.” Jefferson sbadigliò di nuovo e scivolò fuori dal letto. La caffettiera era solo a una dozzina di passi di distanza. Poteva farcela. Aveva avuto abbastanza conversazioni con lo zio da capire che sarebbe rimasto al telefono per un bel po’.

“Jefferson Lee, non sarai mica ancora a letto, vero?”

“Sono sveglio.” Non era una bugia. Era sveglio. Più o meno.

Lo zio sospirò con forza. “Hai fatto bisboccia ieri sera? Non voglio interromperti se hai un nuovo amichetto.”

Jefferson pensò al pompiere sexy che dormiva beato nella stanza accanto. Zio Sherman era convinto che il coinquilino di Jefferson, Trent, fosse più che un amico. Purtroppo le cose non stavano così. Insieme si divertivano alla grande, ma Trent non era pronto ad accasarsi e nemmeno Jefferson. E poi Trent era come il fratello che non aveva mai avuto, e il pensiero di mettere a repentaglio la loro amicizia gli dava un senso di ansia.

“Naa. Niente di nuovo su quel fronte.”

Versò un barattolo di caffè nella caffettiera e premette il pulsante per un caffè lungo.

“Un vero peccato, Jefferson Lee. Sei un buon partito.”

“Lo so,” ridacchiò Jefferson. “Me lo ripeti ogni volta che parliamo.”

Lo zio rise con lui. “Perché è vero. Sei un Davis della Carolina del Nord, dopotutto. Allora, dimmi come procede il lavoro.”

“Procede. Non è entusiasmante quanto mi aspettavo, ma sono sicuro che andrà meglio. Da qualche parte si dovrà pur cominciare.”

“Questo è vero, anche se avrei voluto che tu considerassi la mia proposta di gestire l’emporio.”

“L’ho considerata, zio Sherman. E ho considerato che mi avresti spinto all’alcolismo e che vorrei continuare a considerarti il mio zio preferito.”

Jefferson attese che il caffè terminasse di gocciolare nella tazza. Ci stava mettendo decisamente troppo. Si grattò la disordinata chioma bionda e, annotandosi mentalmente di prenotare una spuntatina durante la settimana, aspettò impazientemente la sua dose di caffeina.

Sherman gli sospirò nuovamente nell’orecchio.

“Mi vuoi dire cosa c’è che non va o no, zio Sherman?”

“Mi conosci troppo bene.” Sherman fece un verso stizzito e poi rimase in silenzio.

“Sì, è così. Dunque?”

“Non è niente, davvero.”

“Mmm. Niente. Ed è per questo che mi hai chiamato così presto di domenica mattina. Sputa il rospo.”

“Ho solo qualche problemuccio con Clover.”

Clover Crofton era a capo delle Holly Berries, il circolo femminile di Holly Creek. A oggi, era la direttrice più giovane mai avuta dal circolo, ma la sua famiglia viveva a Holly Creek da generazioni, e la madre aveva diretto il circolo per quasi un decennio. Jefferson era sempre andato d’accordo con lei. I suoi genitori vivevano a poche case di distanza da quella di zio Sherman, e visto che lei e Jefferson avevano più o meno la stessa età, si erano cacciati nei guai insieme ogni volta che lui trascorreva l’estate lì, quando era piccolo. Si erano persino dati un bel bacio quando erano alle superiori. Fortunatamente aveva capito in fretta che i suoi interessi erano più orientati verso i maschietti che verso le ragazze, e Clover aveva capito che baciarlo era come baciare un fratello. Erano rimasti amici e a volte uscivano insieme quando Jefferson era in visita dallo zio.

“Che succede con Clover?”

“Beh, ti ricordi di Mary Caroline?”

“Sì, zio Sherman. Mi ricordo della moglie di mio cugino. Ero lì quando si sono sposati l’anno scorso. Lei era la bella rossa in piedi di fronte a tutti, no?”

Un altro verso stizzito. “Sai, è da così tanto che non vieni qui che pensavo te la fossi scordata.”

“Lo sai, scommetto che la mamma ti aiuterebbe volentieri con il tuo problema con Clover. Stavo giusto parlando con lei l’altro giorno…”

“Jefferson Lee Davis, non osare sguinzagliarmi dietro tua madre! Quella donna è una minaccia. Non mi so spiegare come abbia fatto mio fratello a sopportarla per oltre trent’anni.”

“Non lo farò se mi dici cosa succede.”

“Beh, ti ricordi cos’è successo al matrimonio?”

Come poteva scordarselo? La dolce Mary Caroline era diventata una belva selvatica quando aveva sentito Clover dire che Quincy avrebbe potuto trovare di meglio. E al ricevimento aveva accidentalmente rovesciato un bicchiere pieno di punch sulla testa di Clover. Era stato uno dei suoi momenti preferiti di sempre, e anche il momento in cui aveva capito che Mary Caroline era la donna giusta per suo cugino.

“Me lo ricordo.”

“Anche Clover. E a peggiorare le cose, come regalo di nozze, il cugino di Mary Caroline, Beau, ha restaurato il loro giardino mentre erano in luna di miele. Ti ricordi Beau?”

Cavolo se si ricordava di Beau Granville. Quell’uomo era uno schianto in smoking. Alto, spalle larghe, folti capelli rosso vivo, con una barba trasandata al punto giusto da farlo sembrare sia elegante che pronto a una scazzottata. Jefferson avrebbe voluto scoprire se quelle spalle sarebbero state altrettanto fantastiche spogliate da quel completo, un pezzo alla volta, mentre leccava ogni centimetro di…

“Jefferson Lee, stai sbavando.”

“No, non è vero.”

Sherman ridacchiò di nuovo. “Diavolo, figliolo, persino io gli sbavo dietro. Beau è un uomo affascinante.”

Jefferson si schiarì la gola e si obbligò a ripensare al problema in questione. “Quindi Beau ha messo mano al giardino di Quincy e di Mary Caroline come regalo di nozze?” Gli venivano in mente un paio di cose a cui avrebbe voluto che Beau mettesse mano, ma nessuna di queste aveva a che fare col giardinaggio.

“Già. Quell’uomo è un genio. Ha lavorato a Raleigh, lo sapevi? Ha fatto un sacco di giardini alla francese e per aree commerciali. Ha un portfolio davvero impressionante.”

“Ah sì?” Jefferson cercò di distrarre la sua mente dall’immaginarsi Beau nudo e tornò alla conversazione con lo zio. Se Sherman avesse capito che era distratto, gli avrebbe fatto una testa così.

“Beh, vedi, la Fiera delle Rose è in arrivo.”

“Oh cavolo.” La gente veniva a frotte a Holly Creek per la Fiera delle Rose, e il giardino di rose di Clover aveva vinto il primo premio negli ultimi cinque anni. Era una delle cose di cui andava più fiera. Chiunque avesse minacciato il suo regno si sarebbe ritrovato nel tritacarne. Oppure tagliato in milioni di pezzettini e usato come fertilizzante. Clover aveva una viva immaginazione. Secondo Jefferson non avrebbe avuto problemi a passarla liscia e magari ne avrebbe pure ricavato ancora più rose da competizione.

“Esattamente. Clover è incavolata perché Beau ha fatto un lavoro straordinario e teme che sarà il giardino di Mary Caroline a vincere il fiocco blu quest’anno. Ora, non so se sarà così, le rose ci mettono tempo a crescere, e quelle di Mary Caroline hanno avuto solo un anno per fiorire, ma Beau ha davvero fatto uno spettacolo, e il suo giardino è da far girare la testa. Beau sta aiutando anche me con il mio. Lo sapevi che ho sempre potato le rose nel modo sbagliato? Beh, Beau lo ha capito e mi ha mostrato come cambiare metodo. Non crederesti mai a quanto è migliorato il mio giardino da quando Beau è arrivato in città.”

“Aspetta. Ma allora Beau è rimasto a Holly Creek?”

“Beh, non è rimasto subito, ma è tornato qualche mese dopo il matrimonio. Ha comprato la vecchia casa dei Morris quando Clementine, che Dio la benedica, si è accorta di non poterci più stare dietro.”

“Ricordo che me ne avevi parlato. Mi piaceva la signora Clementine. Mi preparava sempre quei dolcetti al limone che mi piacevano tanto.”

“È una cara signora. Ora sta in Georgia con la nipote. Ci ho parlato giusto un paio di settimane fa. In ogni caso, quando ha deciso di vendere, Beau è andato a parlarci. E in un batter d’occhio lo abbiamo visto arrivare con un camion dei traslochi. Dice che si era stancato di fare giardini per aree commerciali e di volersi dedicare a progetti più modesti. Ma se vuoi il mio parere, è venuto perché Mary Caroline non si trovava bene qui. Se fai arrabbiare la direttrice delle Holly Berries, le cose non ti andranno per il verso giusto. Ti ho detto che le hanno rifiutato la richiesta di diventare membro del circolo?”

“Oh cavolo.”

“Esattamente. Clover è furiosa.”

“Posso immaginarlo.”

“E ora va in giro a dire che Beau ha cercato di favorire la vittoria di Mary Caroline facendo lavori meno curati negli altri giardini di cui si è occupato. Incluso quello di Clover.”

“Oh signore.”

“Precisamente. Quindi vorrebbe che io scrivessi un pezzo sul blog per dimostrare che Mary Caroline dovrebbe essere esclusa dalla competizione delle rose a causa di un vantaggio ingiusto.”

Il blog di zio Sherman aveva rimpiazzato il quotidiano Holly Creek Herald quando il giornale era fallito qualche anno prima. Aveva iniziato per divertimento, ma poi aveva fatto scalpore. Non solo i turisti facevano riferimento al Jolly Holly Creek Blog per notizie e suggerimenti, ma anche la gente del posto lo usava come fonte di notizie. Il successo del blog era una delle ragioni per cui Sherman aveva affidato gran parte delle mansioni dell’emporio sulle spalle di Quincy. A quanto pareva, fare il blogger occupava gran parte del suo tempo.

“Ma non puoi farlo,” commentò Jefferson.

“Lo so che non posso. Ma devo togliermi Clover dalle scatole. Mi ha fatto persino chiamare da Rosalie. Mi ha sguinzagliato contro sua madre, Jefferson Lee. Sua madre. E ora, tutte le Holly Berries continuano a lanciarmi segnali a destra e a manca. Dicono che anch’io faccio favoritismi, visto che Mary Caroline è mia nipote. Sono in un bel pasticcio.”

“Non posso darti torto.” Jefferson sorseggiò rumorosamente il suo caffè e rimuginò sul dilemma. Era chiaro che Clover aveva lasciato che il potere di direttrice le andasse alla testa. “Ah, la vita nelle piccole città. E Charles che cosa pensa al riguardo?”

“Non ho ancora parlato col sindaco Hollister al riguardo.”

Oh-oh. Zio Sherman e Charles dovevano aver avuto un’altra delle loro famose liti. “Ma, zio Sherman…”

“No. Non parlerò con quell’uomo finché non comincerà a ragionare.”

“Ma lui…”

Dall’altro capo del telefono risuonò un fragore e poi ci fu un totale silenzio.

“Zio Sherman?” Nessuna risposta. “Zio Sherman?” Jefferson urlò in preda al panico nel ricevitore, ma lo zio non rispondeva.

“Oh merda. Oh merda! Zio Sherman!”

Trent entrò in cucina, vestito solo in boxer, e guardò Jefferson in cagnesco. “Perché urli così?”

“Mio zio. Gli è successo qualcosa.”

“Cosa?”

“Non lo so. Dov’è il tuo telefono?”

“In camera mia.”

“Prendilo. Corri.” Trent tornò di corsa nella sua stanza e tornò pochi istanti dopo col cellulare in mano. Jefferson digitò sul telefono di Trent, sempre tenendo il proprio contro l’orecchio, nella speranza di sentire qualcosa dallo zio.

“Ufficio dello sceriffo della contea di Blue Ridge,” rispose una voce profonda e mascolina.

“Sceriffo Zane?”

“In persona.”

“Sono Jefferson Lee Davis. Sono al telefono con mio zio Sherman, ma è successo qualcosa. Ho sentito un rumore e ora non mi risponde più. Non so cosa sia successo. Penso sia ferito.”

“Vado subito, Jefferson Lee. Dammi cinque minuti. Richiamami a questo numero se tuo zio risponde. Ho le chiamate dell’ufficio deviate sul cellulare.”

“Grazie, sceriffo.”

“Nessun problema. Ci vorranno pochi minuti.”

Quelli che seguirono furono i cinque minuti più lunghi della vita di Jefferson. Udì lo sceriffo che bussava con irruenza alla porta, poi la sua voce che chiamava Sherman. L’istante dopo la voce dello sceriffo gli parlò all’orecchio. “Jefferson Lee, sembra che tuo zio abbia avuto una brutta caduta. Devo riagganciare e chiamare un’ambulanza, okay? Tu tieni il telefono a portata di mano e ti richiamerò appena ne saprò di più.”

La mano di Jefferson tremava quando riagganciò.

Trent lo fissava a occhi spalancati.

“È caduto e si è fatto male,” disse Jefferson.

“Vai a farti una doccia.”

“Che cosa?”

“Jefferson, va’ a farti una doccia. Devi vestirti e metterti in viaggio. Quant’è che dista Holly Creek?”

“Circa tre ore.”

“Giusto. Allora fatti una doccia, intanto io ti preparo i bagagli.”

Jefferson annuì meccanicamente e corse in bagno, il telefono ancora stretto con forza nella mano.