Prologo

 

 

LA STANZA era affollata e piena di fumo di sigaretta, e quando lo sguardo di Dominic Jacobsen si fermò per la prima volta sul ragazzo biondo in mezzo alla folla, lui non poté fare a meno di pensare che fosse una scena da film.

Un brutto film, probabilmente. Ma, ehi, aveva diciassette anni e non gli dispiaceva un po’ di melodramma. Inoltre, era davvero difficile trovare feste chiassose a Coda. E dopotutto, era agosto, e le vacanze estive erano quasi finite. Era l’ultimo momento divertente prima dell’anno del diploma delle superiori.

“È solo questione di tempo prima che arrivino i poliziotti,” urlò la sua migliore amica, Helena Martinez. Era appoggiata vicino a lui al muro vicino alla porta finestra che dava sul cortile, ma la musica martellante rendeva quasi impossibile sentire le sue parole. “Ce ne dovremmo andare.”

“Hai ragione,” concordò lui. Era probabile che i poliziotti si limitassero a mandarli a casa, ma se li avessero perquisiti per qualche motivo e avessero trovato lo spinello che aveva nascosto in tasca, Dom sarebbe finito nei guai. Sì, se ne dovevano andare. Ma quel ragazzo biondo dall’altra parte della stanza, che non aveva mai visto a Coda prima e che gli aveva sorriso, aveva fatto un buffo effetto al suo cuore, facendolo battere all’impazzata, e in quel momento Dom desiderò restare.

L’amica gli afferrò il polso e cominciò a condurlo attraverso la folla. Alcuni erano usciti sul cortile davanti alla casa con dei bicchieri di plastica pieni di birra. Elena aveva ragione. Una festa con un barile di birra sotto ghiaccio in un angolo e degli idioti ubriachi che urlavano sul prato avrebbero portato lì la polizia nel giro di un attimo.

Dom si lasciò condurre tra la gente, fermandosi per riunirsi con Dave, il cugino di Elena. Il ragazzo nuovo lo guardò per tutto il tempo.

“Dov’è tuo fratello?” chiese Elena quando ebbero raggiunto la porta.

“Non lo so.” Dominic staccò lo sguardo dal ragazzo – che, notò, indossava dei jeans incredibilmente attillati – e si guardò intorno. Non dovette cercare a lungo. Dimitri era poco distante dalla nuova ossessione di Dominic, e parlava con quella che Dominic sapeva essere la sua ossessione: Ginny Johnson. Dimitri aveva sempre detto che era la ragazza più sexy della città ma che era fuori dalla sua portata, e ora eccola lì, intenta a ridere per qualcosa che Dimitri aveva detto, a scostare i lunghi capelli dagli occhi con fare sensuale.

Dopo un po’ di urla e movimenti di braccia da parte di Dom ed Elena, Dimitri capì che se ne volevano andare. Parlò con Ginny. E poi, con grande sorpresa di Dom, si voltarono entrambi verso il ragazzo biondo. Ginny gli parlò. Dom vide gli occhi del ragazzo accendersi di interesse mentre quest’ultimo si girava a guardarlo. Si accorse del sorriso che si allargò sul suo volto.

I tre si diressero verso l’ingresso principale, dove Dominic aspettava con Dave ed Elena, poi tutti e sei uscirono dalla casa.

“Dove stiamo andando?” chiese Dimitri, stringendo la mano di Ginny.

“Non lo so,” disse Elena. “Suggerimenti?”

“Che ne dite del parco?” propose Dave. Era un punto di ritrovo ricorrente per loro. Era probabile che avrebbero trovato almeno una dozzina di amici e cugini a ciondolare intorno ai tavoli da picnic, intenti a fumare e parlare di scuola e macchine e di quanto facesse schifo crescere a Coda, posto dove non c’era niente da fare per degli adolescenti.

Dimitri si voltò verso Ginny, ma lo scetticismo sul volto della ragazza fu evidente a tutti. Le ragazze ricche come Ginny Johnson non passavano le serate estive al parco in compagnia di fattoni e appassionati di macchine. E dopo aver passato un anno a starle dietro, Dimitri non l’avrebbe lasciata andare. Non quella notte, quando lei aveva improvvisamente dimostrato di essere interessata a lui. Si sarebbero diplomati insieme a giugno, e tutti sapevano che lei sarebbe presto partita per andare al college. Era la grande occasione di Dimitri e Dominic era certo che il fratello non se la sarebbe lasciata sfuggire.

“Be’,” propose Dimitri, spostando lo sguardo ripetutamente tra Dominic e Ginny, “magari io e Ginny possiamo raggiungervi lì.”

“La mia auto ha solo due posti, però,” disse lei.

E in quel momento, per la prima volta, il ragazzo biondo parlò direttamente a Dominic. “Potrei venire con te. Così tuo fratello potrebbe salire con Ginny.”

“Ah…” Non che a Dominic non piacesse l’idea, ma era rimasto senza parole nell’accorgersi che quel ragazzo era in qualche modo finito nell’equazione generale. Perché era lì?

“Lui è Lamar,” lo presentò Ginny. Negli anni passati a scuola insieme, nonostante tra loro ci fosse un solo anno di differenza, non aveva mai rivolto una singola parola a Dominic, ma lo fece in quel momento. “È mio cugino. È venuto in visita da Tucson.”

“Oh,” disse Dom, mentre tutti i pezzi andavano a posto. Si voltò verso il ragazzo. Era il cugino di Ginny, quindi significava che veniva da una famiglia ricca. Lamar. Dominic si meravigliò di come gli batteva il cuore e la sua voce sembrò impastata e stupida quando disse: “Posso darti un passaggio a casa, se è ciò che intendi.”

Lamar sorrise. “Perfetto.”

“È deciso, allora.” Dimitri aveva un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro. Diede una pacca a Dominic sulla spalla, gli si avvicinò e disse: “Grazie, fratello. Ti devo un favore.” E poi se ne andò con Ginny.

Dom non disse nulla, ma non era d’accordo. Suo fratello non era in debito con lui. Anzi, forse era il contrario. Dom sentì di aver raggiunto un accordo implicito con Lamar, sebbene neanche lui fosse in grado di spiegare a parole che cosa implicasse quel patto. Sapeva solo che Lamar, che aveva l’aria di chi la sapeva lunga, sarebbe stato in macchina con lui. Il pensiero lo fece rabbrividire. Le dita gli formicolarono per l’eccitazione. Il suo stomaco sembrava pieno di farfalle e le sue mani troppo grandi e leggere per il suo corpo.

“Sei pronto?” chiese a Lamar, rendendosi conto del tremolio nella propria voce.

L’altro gli sorrise. “Assolutamente.”

I quattro si incamminarono. La macchina di Elena – o meglio, quella di sua madre, una grossa Buick Skylark blu che ogni tanto Elena poteva guidare – era parcheggiata in quell’isolato, dall’altra parte della strada rispetto al gioiellino di Dominic.

“È una GTO?” chiese Dave.

“Del ’65,” confermò Dom, sorridendo. Suo padre era il proprietario della Carrozzeria Jacobsen. A volte, qualcuno portava un’auto così malmessa o vecchia, o danneggiata da un incidente, che non poteva permettersi le riparazioni necessarie. In quei casi, il padre di Dom comprava la macchina, la riparava a sue spese e la rivendeva. La GTO era arrivata due anni prima, quando Dominic non aveva ancora l’età per guidare, ma si era innamorato nel momento in cui l’aveva vista. Aveva supplicato suo padre, e la risposta era stata semplice.

“Vuoi quella macchina? Te la devi guadagnare.”

E Dominic l’aveva fatto. Aveva lavorato ogni singolo weekend in garage, spesso anche di notte. Aveva tagliato prati. Consegnato giornali. Aveva anche fatto da babysitter ad alcuni cugini, risparmiando ogni centesimo. Si era anche occupato di alcune riparazioni di cui aveva bisogno la macchina, lavorando sul retro del garage di suo padre, e finalmente, il giorno del suo diciassettesimo compleanno, suo padre gliela aveva ceduta.

Ovviamente, vivendo in una città di montagna come Coda, in Colorado, c’erano giorni in cui l’auto doveva restare nel garage. Ma ora che quella calda giornata di agosto stava lasciando il posto alle temperature notturne delle Montagne Rocciose, la sua GTO sembrava la macchina migliore del mondo. Dave si sporse in avanti per guardare all’interno, ammirando le condizioni perfette dell’abitacolo. Dominic sbirciava Lamar, sperando segretamente che il ragazzo fosse impressionato quanto Dave, ma la sua espressione era indecifrabile.

Dominic non smetteva di trafficare con le chiavi, stranamente ansioso all’idea di mettersi dietro al volante e di stare con quello che aveva l’aria di essere un sano e ricco ragazzo sul sedile del passeggero.

“Io sto accanto a Dom!” gridò Dave.

Dominic si accigliò, chiedendosi se ci fosse un modo carino per dire a Dave che non era il benvenuto.

“Non vieni con me?” chiese Elena a suo cugino.

“No, se l’alternativa è viaggiare su una GTO!”

Dominic cercò di non mostrarsi infastidito, ma ebbe l’impressione che Lamar se ne fosse accorto.

Elena alzò gli occhi al cielo, esasperata, e si voltò verso Lamar. “Tu che ne pensi?”

Per una frazione di secondo, Dominic pensò di aver perso per sempre Lamar, ma poi lo sguardo dell’altro incontrò il suo. “Non è un problema stare dietro,” disse più a Dom che a Elena, e il formicolio che Dom aveva sentito prima alla schiena si trasformò in qualcosa di più intenso.

“Credo che andrò da sola allora,” disse a Dom. “Ci vediamo al parco.”

Una volta seduto dietro al volante, Dominic si sporse sui sedili per alzare la sicura della portiera del lato passeggero. Con il cuore che batteva a mille, in silenzio, osservò Lamar prendere posto dietro. Una volta che Dave si fu messo la cintura, Dominic mise in moto.

Viveva a Coda da tutta la vita. Conosceva ogni via principale e secondaria, ma gli servì una discreta quantità di concentrazione per spostarsi dalla festa al parco, non per via delle chiacchiere senza sosta di Dave, che faceva domande sulla macchina, ma perché sentiva sempre addosso lo sguardo di Lamar. Quando guardò nello specchietto retrovisore, trovò il ragazzo intento a fissarlo con un lieve sorriso che gli curvava le labbra. Le sue mani tremavano quando cambiava le marce.

Infine, arrivarono a destinazione. I pochi posti vicini al loro luogo di ritrovo erano occupati, quindi Dom parcheggiò un po’ più lontano, vicino al prato. Si accorse a malapena di quando Dave uscì dall’auto. Era troppo concentrato su Lamar, seduto alle sue spalle. Quando scese, Dom spinse in avanti il sedile in modo che l’altro potesse uscire. Lui non si spostò, però. Restò lì con il cuore in gola mentre Lamar scendeva dalla GTO per poi fermarsi a un soffio da lui, nello spazio tra l’auto e la portiera. La luce interna tracciava le loro ombre sul pavimento, lunghe, allampanate e prive della testa. Lamar era più basso di Dom di diversi centimetri, indossava dei jeans attillati e una polo da fighetto. I capelli biondi gli scendevano sulla fronte a formare una leggera onda. Alla luce dei lampioni, Dom vide che gli occhi di Lamar erano di un azzurro brillante.

“Grazie,” mormorò il ragazzo.

“Di nulla.”

“Ehi,” disse Dave, rovinando quel momento. “Che cosa diavolo state aspettando voi due?”

Dom borbottò una risposta incomprensibile e lui e Lamar seguirono Dave sul prato, verso gli amici. Elena era già lì, parlava con Julio, il cugino di Dom. Li salutarono con la mano e, dopo aver lanciato uno sguardo a Dominic da dietro la spalla, Dave li raggiunse.

Lamar diede un’occhiata al gruppo di ragazzini, la maggior parte dei quali era radunata intorno ai tavoli da picnic. Si voltò verso Dom con un sorriso. “È abbastanza affollato qui.”

“Ah sì?” chiese lui, sorpreso. C’era meno gente che alla festa. Forse venti ragazzi in tutto, a gruppi di tre o quattro che continuavano a cambiare.

“Sì,” disse Lamar, sorridendogli in un modo che gli fece tremare le ginocchia. “Ma là no.” Indicò degli alberi.

Dominic si schiarì la gola. “C’è meno luce da quella parte.” Si sentì strano a dirlo. La voce gli parve troppo squillante.

“Andrebbe bene, no?”

La domanda sembrava carica di implicazioni. Dom provò a trovare delle ragioni per cui dovessero recarsi in quella zona buia e protetta dagli alberi. “Ehm Be’, ho questo spinello che mi ha dato mio fratello. Voglio dire, se ti va. È piccolo, però. Se andiamo lì, non dovremo dividerlo con tutti.” Stava balbettando come un idiota, cercando di trovare un motivo per lasciare il gruppo, e Lamar sorrise.

“Certo.”

Dom seguì quel ragazzo appena conosciuto, sentendosi come se tutto il peso dei suoi diciassette anni l’avesse spinto attraverso la confusione adolescenziale fino a quella perfetta sera d’agosto, in cui la luna quasi piena splendeva in cielo, come appesa tra una marea di stelle. La risata dei suoi amici e familiari in sottofondo si faceva più debole mentre lui si incamminava nel parco con quel ragazzo ricco che veniva da fuori città.

“Quindi,” azzardò, sentendo che fosse il suo turno per rompere il silenzio, “vieni da Tucson?”

“Sì. I miei genitori sono in Europa al momento. Mi hanno mandato qui per farmi stare con gli zii.”

“Quanti anni hai?”

“Diciassette.”

“Anch’io.”

“Stai per iniziare l’ultimo anno?” chiese Lamar.

“Sì.”

“Anch’io. Non vedo l’ora che finisca. Voglio andare da qualche altra parte, sai? Un posto diverso dalla città in cui sono cresciuto. Ho già cominciato a fare domanda per i college.”

Dom deglutì, annuendo in silenzio, sperando che Lamar non facesse domande sull’argomento. Lui aveva in mente di seguire qualche corso in una scuola professionale, ma non aveva mai voluto lavorare in un altro posto se non nell’officina di suo padre. Lui e Dimitri l’avrebbero potuto gestire insieme.

“Qui,” disse infine Lamar. Si fermarono. Guardandosi intorno, Dom notò come Lamar l’avesse portato dall’altra parte degli alberi, lontano dalla strada e dalla vista dei suoi amici. Il ragazzo si sedette sull’erba fitta e lussureggiante. Lui fece altrettanto.

“Hai un accendino?” chiese Lamar.

“Sì.” Dominic dovette alzarsi per tirare fuori il Bic dalla tasca dei jeans.

“Sai come fare uno shotgun?” chiese Lamar in un sussurro incerto.

Dominic raggelò con lo spinello tra il pollice e l’indice di una mano, l’accendino stretto nell’altra. “Parli di quando ci si mette in bocca l’estremità accesa?”

Lamar scosse la testa. Alla pallida luce dei lampioni, a Dom parve di vedere un rossore sulle guance del ragazzo. “No. Solo il fumo.” Sorrise, in qualche modo sembrando sia timido che coraggioso. Si mise in ginocchio in modo che fossero più o meno alti uguali. Gli prese la mano – quella in cui teneva lo spinello – gliela portò alle labbra, anche se il gesto implicava invadere il suo spazio personale.

Sta flirtando, si rese conto Dom, e il suo stomaco fece una capriola al pensiero. Per tutto questo tempo, ci ha provato con me, e l’ho capito solo ora.

È un ragazzo.

E ci sta provando con me.

E mi piace.

“Fai un tiro,” disse Lamar.

Dom lo fece: accese lo spinello, quindi aspirò il fumo fino a sentirsi bruciare i polmoni. Mentre abbassava la sigaretta, Lamar si avvicinò. Gli mise una mano dietro al collo e lo attirò a sé, fermandosi con le labbra a un centimetro dalle sue.

“Ora,” sussurrò. “Espira.”

Dom obbedì, soffiando il fumo in un flusso sottile dentro la bocca di Lamar. Gli portò una mano dietro la schiena per tenerlo lì accanto, per dare equilibrio a entrambi, per bloccare le proprie mani tremanti. Le loro labbra si sfiorarono mentre si passavano il fumo a vicenda. La presa di Lamar sul collo di Dom si fece più forte, e lui si rese conto senza provare agitazione che il sangue gli stava affluendo sotto la cintura.

Ci volle solo una manciata di secondi, poi il fumo scomparve. Restarono lì, immobili, nell’aria pregna dell’aroma forte della marijuana, dell’odore ricco del prato, delle risate degli amici dall’altra parte degli alberi, e del brivido intenso ed eccitante delle possibilità che si aprivano.

Lamar si allontanò appena. Prese lo spinello dalle mani di Dom e fece un tiro. Quindi, senza che nessuno parlasse, si avvicinarono. Dom gli afferrò le braccia, tenendolo stretto, eccitato dal tremore di Lamar, su di giri per il contatto del corpo snello del giovane contro il proprio.

Condivisero più del fumo stavolta. Più di uno sfiorarsi di labbra impercettibile mentre Lamar soffiava nella bocca di Dom. Le loro labbra si toccarono. Non fu proprio un bacio ma qualcosa che gli somigliava, e che fece capire a Dom dove sarebbero andati a finire. Senza ombra di dubbio, quella storia dello shotgun avrebbe portato a una sola conclusione. Non era stata che una prova di seduzione destinata a condurli in luoghi sconosciuti e mai neppure immaginati.

Dom voleva seguire Lamar lungo quella strada.