Capitolo Uno

 

 

LEE STANTON se ne stava seduto nell’area comune alla stazione e guardava la televisione durante il suo turno della sera. Era appena rientrato da una chiamata e sentiva il capitano che, nel suo ufficio, lavorava al rapporto sulla missione. La stazione era insolitamente silenziosa. Se non fosse stato per la televisione, l’intero edificio avrebbe avuto un’aria più simile a quella di un obitorio che di una stazione di pompieri.

“Trovatevi qualcosa da fare,” fece il capitano dal suo ufficio, poi Lee sentì il rumore di passi pesanti sul pavimento.

“Va’ a controllare se le manichette si stanno asciugando,” sbraitò il capitano a uno degli uomini. “Ci sono le docce da pulire,” disse poi, rivolto a un altro. Lee si alzò dal divano e scese al piano di sotto nel garage dove erano parcheggiati i mezzi anti-incendio. Aveva intenzione di tenersi occupato il più possibile, pur di evitare di dover svolgere uno di quei lavori noiosi. Dopo aver recuperato uno straccio morbido, Lee si mise a lucidare le parti di ottone cromato della nuova autopompa, il loro più recente acquisto. Il mezzo anti-incendio giallo era stato il primo componente d’equipaggiamento che avevano comprato dopo quasi cinque anni passati a raccogliere fondi. Lee si guardò intorno e studiò il garage ripromettendosi di chiedere se ci fossero abbastanza fondi da potersi permettere della vernice e altri utensili. Le pareti interne del garage avevano bisogno di una rinfrescata; in realtà, era l’intero edificio ad averne bisogno. Anzi, quello che serviva davvero era una vera e propria ristrutturazione. Le docce e i bagni erano vecchi e cadevano a pezzi e la cucina andava rimodernata. Non che tutto ciò fosse responsabilità di Lee, ma anche lui era in grado di vedere lo stato pietoso dell’edificio, come tutti gli altri. Il capitano gli aveva detto che dopo aver comprato l’autopompa di cui avevano bisogno, avrebbero cercato di raccogliere fondi per i lavori di ristrutturazione. Intorno a Lee, gli altri uomini stavano facendo esattamente lo stesso: si tenevano occupati e cercavano di evitare contatti con il capitano.

A differenza del solito, nessuno parlava; silenzio e tensione aleggiavano nell’aria e attraversavano tutto l’edificio. Quando Greg Martin, che stava lavorando su uno dei vecchi mezzi, fece cadere a terra una chiave inglese, il rumore metallico risuonò in tutto l’edificio come il suono stridulo delle unghie su una lavagna. Lee riusciva quasi a sentire la tensione, accumulatasi con il passare delle ore, sfrigolare tra i compagni. Ognuno di loro sentiva di essere sul filo del rasoio e, quando scattò l’allarme chiamata, Lee per poco non saltò per aria prima di precipitarsi a indossare l’attrezzatura e correre sul camion. Gli altri uomini seguirono la stessa procedura, come da protocollo e, in pochi secondi, furono pronti a partire. Mai come prima, Lee provò sincera gratitudine per quella chiamata d’emergenza. Il mezzo partì e la sirena cominciò a suonare mentre lasciavano la stazione e svoltavano in Hanover Street.

Lee sentiva il cuore battergli forte come sempre durante una missione e il suo cervello mise da parte le preoccupazioni per concentrarsi sul lavoro. La tensione che si era accumulata durante la serata cominciò a dissiparsi per lasciare il posto alla concentrazione che la missione richiedeva. Quando la squadra arrivò sul luogo dell’incendio, dove nuvole di fumo uscivano copiose dalle finestre di una casa, Lee era ormai entrato nel suo stato d’animo tipico di quando doveva affrontare una missione. I mezzi anti-incendio avevano appena fatto in tempo a fermarsi che gli uomini balzarono giù, pronti a srotolare le manichette e preparare l’attrezzatura necessaria. “C’è ancora un ragazzino in casa,” il capitano informò Lee mentre questi indossava il respiratore. “Secondo la madre, dovrebbe essere al primo piano, verso il retro della casa.” Lee annuì e attraversò il getto d’acqua che era stato indirizzato verso l’abitazione. Gli affidavano spesso incarichi del genere perché, in situazioni simili, era capace di mantenere la testa ben salda sulle spalle e poi per la sua stazza: Lee era un ragazzone grande e forte. Qualche settimana prima, aveva partecipato a una missione in un edificio in fiamme; una parete aveva ceduto intrappolando un uomo. A Lee era bastato sollevare la parete e spingerla da parte per liberare l’uomo e portarlo in salvo.

Appena superò la porta d’ingresso della piccola casa, Lee fu circondato da vortici di fumo e una quasi completa oscurità. Il fumo sembrava più denso nell’area della casa che corrispondeva alla cucina, ma il fragore degli scoppi e i crepitii provenienti da quella direzione non fermarono Lee, che proseguì lungo il corridoio della casa stile country, aprendo ogni porta e controllando l’interno delle stanze. Gli sembrarono tutte vuote e il fumo si stava facendo sempre più denso. Dalla cucina arrivava il rombo del fuoco che aumentava d’intensità. Lee si mise in contatto con i compagni per comunicare la sua posizione e informarli di ciò che pensava stesse accadendo. “Siamo in cucina,” fu la risposta dei compagni. “Trova il ragazzo.”

“Ricevuto, procedo,” rispose Lee mentre si dirigeva verso l’ultima porta. Sembrava chiusa a chiave, perciò fece un passo indietro prima di usare tutto il suo peso per sfondarla. La porta si schiantò e un ragazzino di circa dodici anni, con indosso solo un paio di mutande, saltò fuori dal letto, gridando a squarciagola. Il fumo non aveva ancora invaso la stanza, ma ora entrava a ondate attraverso la porta aperta e Lee si precipitò a chiuderla prima di aprire la finestra. “Faccio uscire il ragazzo dalla finestra della stanza sul retro. Mandate qualcuno!” comunicò alla squadra via radio e ottenne una risposta affermativa. All’improvviso, Lee sentì un sibilo alle sue spalle, seguito da una vampata di calore che percepì nonostante la tuta ignifuga. C’era stata una nuova esplosione da qualche parte nella casa e la porta della camera da letto era stata abbattuta dal fuoco. Afferrò una coperta dal letto e la avvolse intorno al ragazzo prima di farlo passare attraverso la finestra e passarlo al collega all’esterno. Quando ebbe le mani libere, Lee prese una sedia da un angolo della stanza e la usò per rompere il vetro della finestra; dopo essersi assicurato che non ci fossero pezzi di vetro ancora incastrati nel telaio, s’infilò di traverso e sentì i compagni che lo aiutarono a uscire e raggiungere il terreno.

“Via da lì!” gracchiò la ricetrasmittente; Lee prese in braccio il ragazzino e corse per mettere entrambi al sicuro. Fu allora che la casa esplose in una palla di fuoco che gettò tutti i presenti a terra.

“Che cavolo è successo?” gridò Lee voltandosi a guardare la casa, con il cuore che gli batteva all’impazzata. Qualche secondo più tardi e sarebbe saltato in aria anche lui. “Stiamo tutti bene qui” disse, dando un’occhiata intorno per controllare i compagni e il ragazzino che si stavano lentamente rimettendo in piedi. Lee riprese fiato e si liberò del respiratore prima di prendere il ragazzino scalzo in braccio e dirigersi verso le case vicine, dove un gran numero di mezzi anti-incendio, ambulanze e veicoli della polizia aspettavano con i lampeggianti accesi.

“Juan!” Una donna, seguita da due bambini più piccoli, si precipitò verso Lee che portava tra le braccia il ragazzino, le lacrime le rigavano il viso. Lee lo mise a terra e il bambino fu subito circondato dalle braccia della donna che, molto probabilmente, era sua madre. La donna piangeva e cominciò a parlare velocemente in spagnolo. Lee capì ogni sentimento, perché il sollievo e l’espressione che lesse negli occhi di lei quando lo guardò, gli parlarono più di quanto non potessero fare le parole.

“Cos’è successo, capitano?” chiese Lee quando raggiunse gli altri. Uno dei compagni gli passò una bottiglietta d’acqua e lui la accettò ben volentieri. L’ultima parte della casa che ancora si reggeva in piedi collassò in un sibilo di fumo e vapore, mentre le fiamme morivano gradualmente.

“Avevano delle taniche di gasolio in cantina. Se lo avessi saputo, non ti avrei mai mandato lì dentro così.” Le rughe sul viso del capitano si fecero più profonde. “Lo abbiamo scoperto solo quando siamo riusciti a trovare qualcuno che potesse fare da interprete.”

“Dovevano essercene parecchie, a giudicare dall’esplosione.” Lee prese un sorso d’acqua e guardò gli altri vigili del fuoco mentre continuavano a irrorare d’acqua l’ammasso di rovine che una volta era stata una casa. Un uomo arrivò correndo dall’ingresso del giardino e si unì alla famiglia e tutti e cinque restarono a guardare ciò che rimaneva della loro vita. Lee si sedette, il cuore gli batteva ancora forte; finì la sua bottiglia d’acqua e la gettò in un cestino della spazzatura, prima di unirsi ai compagni per controllare l’area e assicurarsi che il fuoco fosse stato domato del tutto. Cominciò poi il complesso processo di pulitura e sistemazione delle attrezzature.

Per tutto il tempo, Lee non si lasciò tentare dal pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se fosse uscito da quella casa un momento più tardi. Sessanta secondi erano stati la differenza tra la vita e la morte. Ci volle un po’, ma alla fine fu confermato che l’incendio era stato domato. Le ambulanze se ne andarono, vuote per fortuna, e qualcuna delle autopompe fece ritorno alla stazione con il suo carico di attrezzature. La Croce Rossa venne in sostegno della famiglia e, alla fine, anche Lee e la sua squadra poterono rientrare alla stazione.

Quando arrivarono, Lee si dedicò alla pulizia della sua attrezzatura. Controllò nei dettagli che fosse tutto a posto prima di riporla, in attesa della prossima chiamata. Quando finì, salì al piano di sopra per farsi una doccia. Gli altri stavano facendo le stesse cose che aveva fatto lui ma, proprio come prima della chiamata, nessuno chiacchierava o rideva, né parlava della missione appena conclusa, come invece erano soliti fare. La missione li aveva distratti un po’, ma ora la tensione era tornata tra loro come se nulla fosse accaduto. Sentire l’acqua addosso era piacevole, ma Lee non si trattenne a lungo; si insaponò e risciacquò quasi meccanicamente per poi asciugarsi. Una volta vestito, andò nella sala comune e si sedette sul divano.

“Hai fatto un ottimo lavoro, Stockton,” gli disse il capitano, dandogli una pacca sulla spalla mentre gli passava accanto, diretto alla cucina. Furono raggiunti da alcuni altri compagni che si sedettero lanciandosi occhiate l’un l’altro e guardando il capitano; tutti si facevano la stessa domanda: com’è potuto succedere? “Non lo so,” ammise il capitano, scrollando le spalle prima di andare nel suo ufficio. Lee sapeva che avrebbe dovuto scrivere un lungo e complesso rapporto sulla missione.

Passi pesanti come un branco di elefanti in movimento, risuonarono nelle scale e tutti si voltarono nello stesso momento a guardare i compagni degli altri turni che entravano e prendevano posto sulle sedie nella sala comune, con il capo abbassato. Lee cercò con lo sguardo Dirk Krause, il suo ragazzo, che fu l’ultimo a entrare. Dalla rabbia e dal risentimento che leggeva negli occhi del suo compagno Lee, seppe esattamente com’era andata la riunione con il consiglio comunale.

“Va bene,” fece il capitano, unendosi ai suoi uomini. “Vediamo di concludere in fretta, così possiamo tornare al lavoro.”

“Il consiglio ha deciso di ridurre il numero delle stazioni in città da tre a due,” disse Dirk a denti stretti. “Non hanno fatto altro che parlare della proposta di un consulente sulla possibilità di risparmiare soldi.” Dirk era furioso e, per una volta, il suo caratteraccio si dimostrava utile: tutti gli altri, infatti, ne condividevano lo spirito. “Sembra, comunque, che a chiudere saremo o noi o Goodwill.”

Lee guardò i compagni che annuirono alle parole di Dirk. “Hanno già preso una decisione?” chiese.

“No,” rispose Carter, uno degli altri capitani. “Parlavano prima di una, poi dell’altra. Credo che due o tre consiglieri siano dell’idea di tenerci aperti, ma lo stesso si può dire per Goodwill. Secondo me l’unico motivo per cui non hanno deciso di chiudere noi già stasera, è perché siamo la stazione più vecchia della città e, sia nel consiglio che in città, c’è chi tiene alla tutela dei luoghi storici, ma non so se questo basterà a salvarci oppure no. Hanno comunque sottolineato che non si tratta di ridurre il personale e che tutti i vigili del fuoco sarebbero stati riassegnati a una delle due compagnie.” Lee sapeva che Carter stava facendo il possibile per far sembrare tutto meno peggio di quanto fosse in realtà. “Hanno concordato di decidere entro i prossimi tre mesi perché ci sono altre questioni da risolvere prima, perciò dovremo aspettarci qualche visita dei membri del consiglio.”

Un lamento congiunto si alzò da tutti i presenti. “Va bene se li innaffiamo per sbaglio?” chiese uno dei ragazzi e altri ridacchiarono, mentre il capitano Carter alzava gli occhi al cielo esasperato.

“No, se vogliamo salvare la stazione,” rispose con un lieve sorriso. “Dobbiamo anche capire quanto abbiamo a disposizione nel budget per la manutenzione; tra i vari argomenti affrontati si è parlato di ristrutturare l’edificio che è molto vecchio.”

Lee vide Carter guardarsi intorno e tutti fecero lo stesso; era strano rendersi conto ora di cose che prima non aveva mai notato: la moquette rovinata, i segni sulle pareti, le macchie unte e scure intorno agli interruttori della luce che centinaia di mani avevano acceso e spento nel tempo, l’arredamento vecchio e consumato dall’uso costante. Lee sospirò, sentendosi stanco e un po’ sconfitto. Quando Dirk si sedette accanto a lui, Lee si fece un po’ più in là, anche se avrebbe voluto appoggiarsi a lui per un po’ di conforto, ma non era quello il luogo adatto.

Alla stazione sapevano tutti che stavano insieme; lo avevano reso molto chiaro l’autunno precedente, quando Dirk aveva salvato Lee dall’annegamento e lo aveva baciato davanti a tutti i compagni presenti. Nonostante ciò, entrambi erano stati attenti a come si comportavano sul lavoro, cercando di essere il più professionale possibile. “Sembri distrutto,” gli disse Dirk e Lee annuì.

“Il mio turno finisce fra mezz’ora.” Aspettò di vedere la reazione di Dirk. Passavano la maggior parte delle notti insieme, a casa dell’uno o dell’altro ma, a volte, Dirk aveva bisogno dei suoi spazi e a Lee andava bene quasi sempre; sperava solo che quella sera non fosse una di quelle volte.

“Vado a casa. Non c’è niente che nessuno di noi possa fare stasera. Mi raggiungi più tardi?” chiese Dirk e Lee annuì per poi cercare di concentrarsi su ciò che il capitano stava dicendo.

“I capitani dovranno compilare una lista di progetti che potremmo realizzare per rinnovare la stazione e affiggerli sulle bacheche degli alloggi. Così, se dovessimo ricevere visite, faremo una buona impressione.”

“Capitano, crede davvero che dei progetti di rinnovo possano essere utili?” chiese Gerald, uno dei vigili più giovani.

“Penso che il consiglio sia combattuto. Dobbiamo portarli dalla nostra parte e ogni piccola cosa servirà allo scopo,” rispose il capitano Carter.

“Se lo dice lei. Ma questo posto ha bisogno di una cucina e di bagni nuovi, lavori di riparazione del tetto e delle pareti esterne. Tanti interventi non sono mai stati fatti perché il consiglio non ha mai sborsato abbastanza fondi, e ora noi paghiamo le conseguenze della loro tirchieria,” continuò Gerald in tono animato, incontrando il sostegno degli altri compagni. Lee sapeva che il ragazzo aveva ragione ma si trattenne dal commentare. La sola cosa che voleva in quel momento era raggiungere Dirk e dimenticare l’esplosione del pomeriggio e la probabile chiusura della stazione per opera del comune. Aveva bisogno di un po’ di tranquillità per liberare la testa dai troppi pensieri.

“Non possiamo fare altro che impegnarci per quanto ci sia possibile,” concluse il capitano Carter e l’assemblea fu sciolta. Gli uomini che non erano di turno cominciarono a lasciare la stazione. Gli altri avevano un’espressione stordita; alcuni restarono seduti, alle prese con i propri pensieri, mentre altri lasciarono la sala per dedicarsi ai diversi compiti a cui erano assegnati. Lee raccolse le sue cose, pregando che non arrivasse un’altra chiamata, mentre aspettava che il suo turno finisse. Quando i compagni del turno successivo gli diedero il cambio, Lee salì in sella alla sua moto e si diresse verso casa di Dirk. Parcheggiò proprio di fronte alla casa ed entrò senza bussare.

Quando incrociò Dirk nel salotto, Lee lasciò cadere in terra il suo borsone per attirare a sé il compagno e, senza dire una parola, lo baciò con passione. Lee prese possesso della bocca di Dirk con foga, cercando di dimenticare il lavoro; aveva bisogno di qualcosa di forte per dimenticare la giornata appena trascorsa. Per sua fortuna, Dirk non si fece pregare e Lee ebbe proprio quello di cui aveva bisogno. “Hai fame?” chiese Dirk quando si separarono e Lee scosse il capo, sollevandolo nella presa tipica del pompiere e dirigendosi verso le scale. “Come desideri,” fece Dirk; non avevano bisogno di parlare.

Lee lasciò cadere Dirk sul letto e cominciò a togliergli i vestiti, facendo saltare qualche bottone dalla camicia, forse, ma non gli interessava, tutto ciò che vedeva e desiderava era il suo compagno e, una volta che lo ebbe svestito, si spogliò per poi salire sul letto e prendere il pene di Dirk in bocca. Il gemito strozzato che l’uomo emise era tutto ciò che Lee voleva sentire. Sapevano essere dolci e attenti l’uno con l’altro quando facevano sesso ma, quella notte, Lee aveva bisogno di modi più rudi e, a giudicare dai segnali che gli mandava Dirk, anche lui sembrava più che pronto e disposto a farlo. Il suo talento nel fare pompini era indiscutibile e la stanza risuonò ben presto dei gemiti di Dirk, mentre lui assaporava e quasi divorava il suo amante.

“Lee, vengo!” gridò Dirk e Lee aumentò l’intensità, finché l’altro non esplose nella sua bocca e lui ingoiò fino all’ultima goccia, prima di mettersi in ginocchio e far girare Dirk sulla pancia senza troppi preamboli.

“Ti voglio da morire, Dirk,” mormorò; nonostante il suo cervello fosse completamente offuscato dal desiderio, Lee ebbe la lucidità di prendere la bottiglia di lubrificante dal comodino e ungersi bene le dita, prima di inserirle dentro Dirk. Non fu affatto delicato e l’uomo si lasciò scappare un grido, contorcendosi sotto di lui. Poi Lee passò a lubrificare il suo membro e diede le ultime spinte con le dita, prima di sfilarle, per poi penetrare Dirk con un movimento così rapido da togliere il fiato e far uscire gli occhi dalle orbite. Solo quando fu ben dentro Dirk Lee sentì svanire quell’urgenza; sentirlo intorno a lui lo aiutò a placare tutte le emozioni che stavano quasi prendendo il sopravvento.

Lee si mosse e uscì da Dirk per poi rientrare in lui usando tutto il suo peso; si fermò e si chiese se non gli stesse facendo male.

“Scopami come si deve!” ruggì Dirk da sotto di lui e Lee sentì le briglie che lo tenevano sotto controllo cedere. Cominciò a muovere i fianchi avanti e indietro, dentro e fuori Dirk, facendo tremare il letto; riusciva a sentire il compagno contrarsi intorno al suo membro. “Così!” lo incoraggiò Dirk, e Lee fece scattare ancora una volta i fianchi, dando al suo uomo ciò che voleva.

Senza preavviso, uscì da lui e lo rivoltò sulla schiena come fosse una bambola di pezza. Mettendosi le gambe dell’altro sulle spalle, Lee rientrò in lui, guardandolo dritto negli occhi e Dirk gemette, mentre Lee dava un’altra spinta con i fianchi. “Non… ti fa… male… vero?” fece Lee tra una spinta e l’altra, e Dirk lo strinse più forte a sé.

“Certo che no!” rispose, gridando a ogni spinta di Lee. “Sei uno stallone!” Dirk afferrò il compagno per le spalle e lo tirò a sé; le loro labbra s’incontrarono in un bacio febbrile tutto labbra, lingua e denti, che lasciò Lee senza fiato.

“Ti voglio, cazzo” ansimò Lee, mentre continuava a mantenere il ritmo dei suoi affondi. L’espressione di Dirk gli comunicava tutta la sua comprensione e la disponibilità a dargli ciò di cui aveva bisogno.

Lee continuava a spingersi dentro e fuori Dirk come se fosse questione di vita o di morte. La stanza si stava facendo sempre più calda e Lee sentiva il sudore scorrergli sul petto ma questo non lo fermò, né lo fece rallentare. I suoi pensieri minacciavano ancora di disperdersi in mille direzioni diverse e, quando non ce la fece più, Lee gridò a pieni polmoni quando l’orgasmo lo travolse, intenso come un pugno in pieno petto. Sentì Dirk gridare, aveva la bocca aperta per il piacere mentre il suo seme disegnava ampi archi nell’aria, prima di ricadergli sul petto.

Gli ultimi scampoli di energia abbandonarono il corpo di Lee e lui crollò sul petto del compagno, ansimando come un treno merci. Lee galleggiò su onde di endorfine fino a quando il suo battito non si fu calmato e, a stento, si accorse che Dirk lo aveva stretto tra le braccia.

“Mi vuoi spiegare che cosa è appena successo?” gli chiese e Lee fece sì con la testa ma non disse altro. “Se non te la senti, va bene.”

“Non ho... fiato,” sospirò Lee, cercando di calmare il respiro. Quando fu di nuovo in grado di ricordare il suo nome, cominciò a raccontare a Dirk del salvataggio del ragazzino e di come la casa fosse esplosa a pochi metri da lui.

“Avevano immagazzinato quasi quaranta litri di gasolio in cantina. La casa avrebbe potuto saltare in aria in qualsiasi momento, siamo stati fin troppo fortunati a uscirne tutti vivi.” Lee aveva saputo dai compagni che stavano ispezionando la cucina che avevano fatto appena in tempo a uscire prima di essere travolti dall’esplosione, ma non si erano feriti.

“È stata una fortuna che quei bambini non siano saltati in aria o rimasti intossicati nel sonno.”

Dirk si spostò e Lee si stese sul fianco; sentiva Dirk tremare. Non era il tipo di persona che parlasse apertamente dei suoi sentimenti, ma per Lee era sempre stato un libro aperto, per questo sapeva che il tremore e il modo in cui Dirk lo stringeva più forte a sé erano il modo in cui il suo compagno gli comunicava la sua paura, molto più chiaramente delle parole.

“Sappiamo tutti che il pericolo fa parte del mestiere,” gli disse Dirk, “ma quando si fa troppo vicino, è brutto.” Vide Dirk chiudere gli occhi e lo sentì rabbrividire leggermente. “È normale che ti turbi.”

Poteva quasi leggere i pensieri di Dirk e ridacchiò piano. “È anche normale che la cosa ti spaventi, sai. Io avrei paura al posto tuo.” Lee appoggiò il capo sulla sua spalla e rimase ad ascoltare il suo battito, mentre con un braccio gli circondava il petto. Aveva bisogno di sentirsi vicino a qualcuno. Non era la prima volta che Lee vedeva da vicino la morte. Il pericolo era parte del mestiere, lo sapevano tutti alla stazione, lui compreso. Ma quando arrivava così vicino, portava con sé la paura e la consapevolezza della morte. “Avrei paura di perderti.” Lee sollevò la testa per guardare Dirk negli occhi e lo vide sorridere mentre con le braccia lo stringeva più forte. “Dirk, possiamo parlarne lo sai.”

“Nemmeno io voglio perderti,” sussurrò finalmente.

“Era così difficile?” lo provocò Lee sorridendo, prima di cambiare posizione per baciarlo. “Dovrei proprio cominciare a premiarti ogni volta che apri la bocca e ti apri con me. Forse non ci crederai, ma non so leggere nel pensiero.” Lo tirò a sé per un bacio più profondo. “È meglio se andiamo a fare una doccia prima di addormentarci, altrimenti ci risvegliamo appiccicati.”

“Mi vengono in mente cose ben peggiori del restare attaccato a te,” disse Dirk con tenerezza e Lee cercò di non leggere troppo tra le righe, nonostante avesse capito a cosa Dirk si riferisse. Poi si alzò dal letto e aspettò che Dirk preparasse tutto in bagno. Mentre si avvicinava, Lee sentì l’acqua scorrere; era stanco e indolenzito e quando si mise sotto il getto d’acqua calda, sentì i muscoli rilassarsi. Dirk lo seguì nella doccia e cominciò a massaggiargli le spalle. Lee gemette per la sensazione piacevole e sentì la tensione scivolare via dal suo corpo. L’uomo gli si fece più vicino, il suo petto contro la schiena e le braccia intorno a lui. “Ti amo, Lee,” disse alle sue spalle. “So che non te lo dico abbastanza, ma è così.”

Lee si voltò nell’abbraccio di Dirk; l’acqua ora gli cadeva sul capo e scorreva lungo la schiena indolenzita. “Lo so. È vero che non me lo dici spesso, ma me lo dimostri ed è questo che conta, il più delle volte.” Lee spinse Dirk contro la parete di piastrelle e lo baciò forte.

Dirk intensificò l’abbraccio intorno al compagno, mentre questi si spingeva contro di lui, la sua pelle scivolava contro quella di Dirk. Aveva bisogno di sentirsi vicino a lui per un po’ e quando le loro labbra si separarono, Dirk prese la bottiglia di bagnoschiuma e s’insaponò le mani. Lee chiuse gli occhi e lasciò che Dirk si prendesse cura di lui e del suo corpo. A volte Dirk sapeva essere una delle persone più dolci e premurose al mondo... altre volte invece... Lee scacciò dalla mente quel pensiero, mentre Dirk gli insaponava il pene e i testicoli, mettendoci più tempo del necessario. Lee sapeva che stava giocando con lui e questa era un’altra delle cose che apprezzava. A volte, senza un motivo apparente, Dirk si trasformava in un ragazzino, proprio come in quel momento. Non capitava spesso ma, quando succedeva, era speciale e molto tenero.

“Mi piace,” disse Lee e Dirk rispose con un sorriso che gli sollevò un angolo della bocca.

“Era quello l’intento,” replicò, prima di farlo voltare. Lee allargò le gambe e chiuse gli occhi, mentre Dirk faceva scorrere le mani sulla sua pelle insaponata e liscia; era tutto molto intimo. Quando Dirk ebbe finito, Lee si risciacquò e l’altro prese il suo posto sotto il getto d’acqua per una veloce insaponata.

“Non vuoi aiuto?” chiese Lee, sorpreso. Dirk scosse il capo, aprì l’anta della doccia e afferrò un asciugamano. “Quello era tutto per te. Io sto bene così.” Dirk uscì dalla doccia e Lee lo seguì. Si asciugarono e Dirk aiutò Lee con la schiena. Era una cosa che Lee adorava; Dirk aveva un tocco speciale e Lee se lo godette appieno. Quando finirono, Dirk appese gli asciugamani ed entrambi si rimisero a letto.

“Sei stranamente silenzioso,” fece Dirk dopo qualche minuto. Lee cambiò posizione; non sapeva se quello fosse il momento migliore per parlare di ciò che lo turbava, ma lo fece ugualmente.

“Pensi davvero che chiuderanno la stazione?”

“È possibile. Siamo la stazione più antica della città, ma l’edificio è in pessimo stato. Potrebbero chiudere la stazione e mantenere aperta solo la parte del museo. Ma non c’è motivo di preoccuparsi; se dovessero chiuderci, saremo trasferiti in una delle altre due stazioni e sarà tutto sistemato. Hanno ripetuto più e più volte che non hanno intenzione di tagliare il personale.”

Lee si girò per sdraiarsi sul fianco, sostenendosi il capo con una mano. “Tu ci credi? Lo fanno per ridurre i costi e con meno stazioni avranno bisogno anche di meno vigili. Licenzieranno qualcuno. Magari non subito, ma lo sai che lo faranno, e io sono uno degli ultimi arrivati, perciò se devono fare fuori qualcuno, io sarò il primo. Ho lavorato sodo per avere questo lavoro e lo faccio bene. Metto la mia vita a rischio ogni giorno e più spesso di quanto serva; quando c’è un edificio in fiamme, è me che mandano, come oggi. Ma io sarò il primo a pagare le conseguenze se dovessero chiudere la stazione.” Lee sentì tornare la tensione che era riuscito a sciogliere poco prima. “E tu lo sai, Dirk.”

Vide lo sguardo dell’altro farsi più cupo e poi lo sentì sospirare. “Potresti aver ragione, ma non possiamo farci niente.” Dirk lo attirò vicino a sé. “Vedremo come comportarci quando sarà il momento, per adesso non possiamo fare altro, perciò dormi, adesso.” Quando Lee si stese nuovamente, Dirk gli strinse le braccia intorno al petto. Lee sapeva che Dirk non era del tutto fuori strada; magari non potevano far nulla sul momento, ma Lee non avrebbe rinunciato al lavoro che amava senza combattere. Mille pensieri gli occuparono la mente non appena chiuse gli occhi per cercare di dormire ma, nonostante fosse stretto nell’abbraccio di Dirk, gli fu molto difficile mettere a tacere le voci nella sua testa.