Capitolo Uno

 

 

DYLAN SAPEVA già dall’ora di pranzo che quel giorno ci sarebbe andato vicino. Il giorno precedente il plenilunio non era proprio il momento perché tutto andasse storto. Una riunione era già andata troppo per le lunghe e uno dei clienti aveva fatto il difficile, il budget era risicato, i progetti dovevano essere rivisti e tutti avevano i nervi a fior di pelle. Come risultato, riuscì a svignarsela dallo studio che erano le quattro passate. Dopo aver borbottato qualche scusa per declinare l’invito della segretaria all’inaugurazione di una qualche mostra d’arte, Dylan infilò il portone e uscì in un altro dei pomeriggi nuvolosi di Portland.

La situazione poteva dirsi ancora sotto controllo, ma commise l’errore fatale di prendere l’Hawthorne Bridge anziché il Marquam. Stava per immettersi, quando le luci rosse lampeggiarono e il traffico si bloccò. L’arcata centrale cominciò ad alzarsi a un passo glaciale. Le auto erano troppo vicine per fare inversione, così si rassegnò all’attesa, ignorando la voce dello speaker che usciva dalle casse dell’autoradio. Non riusciva a vedere quale nave stesse transitando sotto il ponte, né capiva perché diavolo ci stesse impiegando tanto tempo.

All’interno della Chevrolet ferma accanto alla sua auto, un uomo era impegnato a scavarsi meticolosamente nel naso con un dito. I tergicristalli dell’auto di Dylan scattavano a destra e a sinistra, – swish-squeak, swish-squeak – e a ogni movimento il tempo a sua disposizione si riduceva un po’ di più. Fece dei respiri lenti e profondi per cercare di calmare i nervi e il battito furioso del proprio cuore.

Quando finalmente raggiunse l’estremità del ponte, era sicuro che il cielo fosse diventato di una gradazione di azzurro più scura, nonostante la fitta cortina di nubi che lo copriva.

Per fortuna dall’altra parte il traffico era più scorrevole, così accelerò: schivò un ciclista, bruciò un semaforo appena scattato sul rosso e fece imprecare più di un pedone. Poi, però, subito prima di immettersi sulla Jefferson, incappò in un autobus alla cui guida doveva esserci un narcolettico, considerata la lentezza con cui procedeva. Per parecchi isolati, Dylan continuò a fissare accigliato la tigre ruggente e l’elefante strombazzante stampati sul retro del mezzo, anche se negli ultimi tempi nutriva una certa simpatia per gli ospiti selvatici dello zoo dell’Oregon.

Quando riuscì a prendere la superstrada, il traffico era aumentato per via degli altri pendolari. Dylan imboccò la corsia d’accesso con i sudori freddi, imprecando sottovoce: gli dolevano le mascelle e la schiena gli prudeva come se sotto la camicia indossasse un cappotto di pelliccia. Strinse il volante così forte da ridurlo quasi in pezzi.

Poi s’imbatté in un incidente: non sembrava grave, un comune tamponamento. Il carro attrezzi era già arrivato e c’erano diverse persone sotto la pioggia che parlavano al cellulare. Entrambi i veicoli coinvolti erano stati spostati a lato della carreggiata, in modo che il traffico potesse continuare a scorrere; ma tutti gli automobilisti, in prossimità dell’incidente, rallentavano come se non avessero mai visto uno spettacolo simile in tutta la loro vita. Era un continuo stop and go.

Dylan aveva i nervi a fior di pelle; aveva anzi l’impressione che la pelle stessa gli andasse più stretta.

Miracolosamente la sua uscita era libera, così sfrecciò giù per la rampa, bruciando l’ultimo chilometro di strada che lo separava da casa e pregando di non trovare più ostacoli – soprattutto che non ci fossero poliziotti in vista. Doveva assolutamente farcela in tempo. Non aveva altre possibilità: le lancette dell’orologio correvano, il cielo era sempre più scuro, il sole stava per tramontare.

Parcheggiò la sua Prius nel vialetto facendo stridere i freni, scese e corse verso la porta di casa. Si mise ad armeggiare con la serratura, ma le mani gli tremavano a tal punto che le chiavi caddero per terra. “No, no, no,” balbettò in preda al panico, prima di riuscire in qualche modo ad aprire la porta e precipitarsi dentro. Le sue ossa iniziarono a riposizionarsi dolorosamente; le cuciture degli abiti erano già saltate quando si fece strada attraverso la cucina e il soggiorno fino allo stanzino. Una volta dentro, sbatté forte la porta di metallo, ringhiando mentre la sua mascella si allungava. Senza le dita non poteva liberarsi dal resto degli abiti e il suo ultimo pensiero umano coerente, prima che il dolore della trasformazione lo sopraffacesse completamente, fu che l’ennesimo paio di Diesel era andato.

 

 

SI DESTÒ in quella stessa stanza la mattina seguente e il risveglio fu spiacevole come sempre: era nudo, infreddolito e affamato. Gli faceva male tutto il corpo per aver dormito per terra. Una serie di brutti lividi gli segnava le spalle – doveva aver trascorso la notte a scagliarsi contro la porta. La cosa peggiore di tutte, però, era la sensazione che sembrava pervadere ogni molecola del suo corpo. Non avrebbe saputo darle un nome, e forse una definizione appropriata neanche esisteva. Le uniche parole che più si avvicinavano a spiegarla erano voglia e frustrazione, ma nessuna di loro era sufficiente a spiegare l’intensità di ciò che provava. Era un po’ come l’eccitazione sessuale, come quando hai una voglia pazzesca di fare sesso ma sai che non succederà mai, una sensazione che gli era divenuta tristemente familiare.

Si alzò in piedi, stiracchiandosi con un gemito e fissando poi accigliato il suo uccello irragionevolmente eretto. Era sempre molto più ottimista del resto del suo corpo. Come al solito, decise di ignorarlo a favore della sua vescica, che non poteva trascurare ancora per molto. Resistette alla voglia di pisciare contro una delle pareti metalliche e aprì invece la complicata serratura che aveva installato sulla parte superiore della porta. Era troppo in alto perché lui potesse raggiungerla durante la notte e troppo complessa per essere aperta solo con le zanne o gli artigli. I pollici opponibili tutto sommato erano una gran cosa.

Durante la sua visita in bagno, non poté fare a meno di studiare attentamente il suo riflesso allo specchio. Come previsto, aveva un aspetto tremendo: gli occhi color nocciola erano iniettati di sangue, la pelle cadaverica, i ricci biondo sabbia tutti aggrovigliati. Considerò la possibilità di prendersi un giorno di malattia, ma poi si ricordò che l’aveva già fatto il mese precedente e anche quello prima, e allora lasciò perdere, temendo che qualcuno potesse notare la ricorrenza. Che una donna non si sentisse nel pieno della forma ogni ventotto giorni poteva anche essere normale, ma nel caso di un uomo la cosa avrebbe potuto destare sospetti.

E va bene. Una doccia prima di tutto. Si fece anche la barba, rimuovendo i peli biondo-scuro dalle guance e ritoccandosi il pizzetto sul mento. Si lavò i denti e si spazzolò i capelli, poi andò in camera da letto per vestirsi. Il suo letto, com’era ovvio, era ancora perfettamente rifatto, grande, comodo e coperto da un confortevole piumino. Sarebbe stato mille volte meglio trascorrere le notti lì anziché sul duro pavimento dell’altra stanza. Dylan represse un sospiro e tirò fuori gli slip, un paio di Levi’s, una t-shirt gialla e blu della Decemberists e una camicia a quadri. Sempre sia lodato il venerdì casual, pensò: non era certo che sarebbe riuscito a sopportare giacca e cravatta quel giorno, non quando si sentiva ancora la pelle troppo stretta e le ossa troppo larghe.

Una volta vestito si recò in cucina per la sua colazione tipica, che ormai non lo disgustava più: una confezione di bacon crudo (sapeva dell’involucro di plastica in cui era conservato e aveva la stessa consistenza delle caramelle gommose), una mezza dozzina di uova biologiche in tazza grande e un caffè espresso triplo con un cucchiaino di zucchero. E pensare che una volta era stato vegano.

S’infilò calzini e scarponcini, indossò la sua felpa preferita e uscì sotto la pioggia per andare al lavoro.

Doveva aver l’aria di essere reduce da una sbornia colossale, perché la segretaria gli lanciò un’occhiata sbalordita, senza però dirgli nulla; la sua collega Matty, invece, non si fece problemi a dirgli cosa pensava. “Notte brava, eh, Dylan?”

Fu costretto a reprimere una risatina isterica prima di rispondere: “Non proprio.”

Matty era seduta alla sua scrivania e strizzava gli occhi dietro le lenti degli occhiali, fissando il computer. Stringeva un bicchiere grande pieno di caffè, e l’olfatto da lupo di Dylan captò immediatamente l’odore del muffin ai mirtilli che aveva mangiato per colazione. Dietetico, senza dubbio. Indossava inoltre la sua solita camicetta nera con il cardigan grigio e Dylan sapeva, anche se non poteva vedere la parte inferiore del suo corpo, che portava dei pantaloni neri e delle ballerine – rosse, perché era venerdì. La ragazza gli sorrise. “E dai, solo un assaggino. Sputa il rospo.”

“Mi spiace, Matty,” le rispose lui scuotendo la testa; chissà perché era convinta che la sua vita sociale fosse molto più eccitante di quanto lo era in realtà. “Ma sono rimasto a casa, davvero.”

“Sarà, ma non ne hai proprio l’aria.”

“Giuro solennemente che sono andato dritto a casa e lì sono rimasto fino a stamattina, quando sono uscito per venire direttamente al lavoro,” replicò Dylan portandosi una mano sul cuore. “Escludendo una puntatina da Starbucks.”

“D’accordo, sei andato dritto a casa. Con chi?”

“Da solo. Lo so che oggi sembro uno straccio, ma non è perché me la sono spassata tutta la notte. Mi sa che sto diventando un po’ meteoropatico.”

Matty gli lanciò un’occhiata scettica prima di tornare a rivolgere l’attenzione al computer. Reprimendo un sospiro di sollievo, Dylan si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona.

Non era facile concentrarsi sul lavoro, ma ci provò. I clienti di Maywood Drive si erano finalmente decisi per cinque camere da letto invece che quattro, il che voleva dire modificare i progetti per il tetto e le fondamenta in modo che la casa non precipitasse giù per la collina. Non era molto contento della balconata che circondava il lato sud-est, e aveva sperato di poter realizzare un patio usando come sostegni due imponenti pini dell’Oregon, ma a quel punto non era più sicuro di riuscirci senza effettuare delle modifiche sostanziali al progetto.

Declinò l’offerta di Matty di unirsi a lei per pranzo, accontentandosi di prendere un sandwich e delle patatine fritte da uno dei distributori automatici, e consumò il pasto direttamente alla sua scrivania.

Alle 16:12, proprio quando stava per congratularsi con sé stesso per avercela fatta anche quel giorno, il suo cellulare squillò.

“Ehi, Pistolino.”

Dylan sorrise nell’udire il nomignolo che da ragazzo l’aveva tanto fatto impazzire. “Ehi, Testa di Minchia.” Suo fratello preferiva essere chiamato Rick; ma se l’avesse fatto, che divertimento ci sarebbe stato?

“Stasera, a cena.”

“Grazie, ma penso che andrò…”

“Guarda che non è un invito, ragazzino: è un ordine. Alle sette da Hopworks.”

Dylan sapeva che mettersi a discutere sarebbe stato inutile. “D’accordo,” sospirò, “ma Kay…”

“La mia dolce metà non sarà dei nostri. Viene a trovarla sua sorella e saranno occupatissime con i preparativi per la fiera dell’artigianato della prossima settimana. Credo che dovranno appiccicare dei baffi finti su un bicchiere, o roba simile.”

“Ecco spiegato il tuo invito a cena.”

“Quello, e altre ragioni,” rispose Rick, enigmatico. “Alle sette in punto, Pistolino.”

Prima che Dylan avesse la possibilità di replicare, suo fratello chiuse la comunicazione.

Non aveva senso tornare a casa per poi rifare tutta la strada, così decise di restare in ufficio a lavorare ancora un po’ al progetto. Salutò Matty che andava via con un cenno della mano e si riempì la tazza di altro caffè: riemerse dal lavoro soltanto alle 18:40.

Il ristorante era affollato e rumoroso, ma Rick era arrivato prima di lui ed era riuscito a trovare un tavolo, di quelli più alti con gli sgabelli. Non appena entrato, gli fece cenno con le mani e Dylan si avvicinò, vedendo che il fratello aveva già ordinato un piatto di humus e una pinta di birra. “Tutto biologico. Ne vuoi un po’?” gli chiese.

Dylan scosse la testa, ma poi mise un po’ di humus su un triangolo di tortilla. Con la bocca piena, rispose: “Io prendo una birra scura. E carne. Tanta carne.”

Rick corrugò le sopracciglia cespugliose fino a unirle. “Me n’ero dimenticato. È di nuovo quel periodo del mese, eh?”

“È stato la notte scorsa. Ora sto bene.”

“Non mi sembra proprio, Pistolino.”

“’Fanculo.”

In quel momento apparve una cameriera alta e slanciata, con delle stelle tatuate sui bicipiti. “Cosa vi porto?” chiese. Dylan ordinò la birra e un hamburger al sangue – il più al sangue possibile, specificò – mentre Rick si limitò a chiedere delle ali di pollo e un’altra birra.

“Due birre, eh?” disse Dylan con un risolino. “Hai voglia di una notte movimentata?”

“Sta’ zitto. Quand’è stata l’ultima volta che sei andato a cena con qualcuno che non fosse un tuo parente?”

“’Fanculo” ripeté Dylan.

Rick sorrise e caricò una tortilla con una manciata di humus. “Comunque, non ti ho invitato qui per discutere della tua vita privata.”

“Allora perché?”

Suo fratello scrollò le spalle. “È da un po’ che non ci vediamo. Volevo vedere come te la passavi.”

“Sto bene, anche se sempre impegnato con il lavoro. E tu e Kay?”

“Stiamo ancora lavorando al progetto bebè.” Rick bevve una lunga sorsata di birra. “Kay ci si è buttata anima e corpo. Solo che il romanticismo va a farsi benedire quando devi stare a preoccuparti dell’ovulazione, della posizione più idonea e stronzate simili.”

“Non so cosa dire,” rispose Dylan non senza comprensione. Sapeva quanto suo fratello desiderasse un figlio.

“Già, beh, il suo medico ha detto che se anche questo mese andrà buca, dovrò fare dei test. Sai, sparare le mie cartucce in un barattolo e vedere se quei piccoli bastardi sanno fare il loro dovere.”

“Sembra divertente.”

“Ti ricordi al liceo? Quando io e Jessica ci siamo presi quello spavento?” Rick scosse il capo lentamente. “Chi l’avrebbe mai detto che quindici anni dopo mi sarei ritrovato a fare il tifo per il contrario?”

La cameriera tornò con le loro bevande; Dylan bevve un sorso della sua birra con sollievo.

“C’è mancato poco anche stavolta, vero?”

Dylan non si rese conto che aveva chiuso gli occhi finché Rick non gli fece quella domanda; li riaprì e fissò duramente il fratello. “Sto bene.”

“No, invece.”

“Senti, Ricky…” Quel nomignolo infantile lo riportò indietro, al tempo in cui Rick era il Fratellone Grande che guidava una bici senza rotelle, aveva uno zaino di Spider Man e non aveva bisogno delle sbarre al letto per evitare di cascare per terra durante la notte. “È tutto sotto controllo, davvero. Ieri è stato solo un caso. La riunione era andata per le lunghe e il ponte era sollevato, e così…”

“Quanti altri ‘casi’ ci sono già stati, Dyl? Quante sono state le volte in cui ce l’hai fatta appena in tempo, negli ultimi sei mesi?”

Dylan non rispose. Spostò lo sguardo su uno degli altri tavoli, verso un gruppo di giovani – forse studenti universitari – che ridevano allegramente. Rick non insisté, così i due fratelli rimasero a bere in silenzio finché la cameriera non tornò con le loro ordinazioni. L’hamburger di Dylan era buono, e lui era più affamato di quanto credesse. In men che non si dica vuotò il piatto, lasciando solo una fogliolina di lattuga; Rick invece stava ancora giocherellando con un pezzo di tortilla.

“Non capisco cosa vuoi che faccia,” disse piano Dylan. “Non posso mica assumere un babysitter che si assicuri di rinchiudermi da qualche parte. O un fottuto dog-sitter, dato che ci siamo.”

“Vieni a stare da noi. Potremmo costruire qualcosa nello scantinato.”

“Ah, sì? E sei disposto a tenermi vicino a Kay?”

“Lei conosce i rischi. È d’accordo.”

Nonostante la disperazione, Dylan avvertì un moto d’affetto per la cognata. La poveretta non aveva avuto idea del casino in cui stava per cacciarsi quando era entrata a far parte della famiglia, un paio d’anni prima, ma ci si era adattata con coraggio – per non dire avventatezza, a giudicare da come lei e Rick sembrassero prendere sotto gamba il problema. Sospirò. “E che faremo quando arriverà un bambino?”

Rick trasalì leggermente e chinò gli occhi sul suo piatto. “Non succederà, almeno per un po’.”

“Lo so. Però so anche che nel frattempo non troverò una cura miracolosa.”

“Ma non puoi andare avanti così, Dyl. Prima o poi qualcosa t’impedirà di farcela in tempo, e allora…” Non finì la frase, ma del resto non ce n’era bisogno. Dylan sapeva cosa stava per dire suo fratello: E allora andrà a finire come la prima volta.

Non poteva obiettare perché sapeva che Rick aveva ragione. E sapeva anche che, se quell’incidente si fosse ripetuto, sarebbe stato molto peggio. Perché adesso era più forte. E più affamato. Si prese la testa tra le mani, massaggiandosi le tempie. “Forse dovrei trasferirmi da qualche altra parte. Tipo in Alaska. In un posto… più lontano.”

“Non puoi vivere per conto tuo.”

“Beh, non posso vivere con un cazzo di nessuno!” sbottò Dylan, più forte di quanto avesse voluto. Le persone vicine a loro si girarono per un attimo a guardarli, ma poi tornarono ai loro pensieri; pensieri del tutto normali, un fidanzato traditore, un capo rompicoglioni, l’automobile che non andava a dovere.

Ma Rick, benedetta la sua flemma, non si scompose. Sapeva che il fratello tendeva a reagire male quando era in ansia per qualcosa. “Come faresti a sopravvivere?” gli chiese sensatamente. “Voglio dire, una volta al mese potresti, ehm, cacciare. Ma durante gli altri ventisette giorni? Ti metteresti a progettare igloo? Di sicuro ti riuscirebbero bene, considerando che sarebbero praticamente a zero impatto ambientale.”

Dylan non riuscì a trattenere una risatina e quando la cameriera venne a ritirare i piatti vuoti, riuscì anche a rivolgerle un sorriso. Aveva lavorato come barista durante gli studi, e sapeva quant’era brutto se i clienti ti riversavano addosso la propria frustrazione. Quando la ragazza si fu allontanata, disse: “Forse potrei lavorare via internet anche dal polo nord.”

Rick smise di sorridere e divenne di colpo molto serio. “Dici che potresti farlo davvero?”

“Più o meno. Solo che dovrei sicuramente tornare in ufficio un paio di volte la settimana, per le riunioni e cose simili. Non mi ci vedo proprio a saltare su un aereo così spesso e fare avanti e indietro.”

“Ma non dovrai farlo!” saltò su Rick con una certa eccitazione, e per un momento sembrò così simile al ragazzino che era stato un tempo che Dylan non riuscì a trattenere un sorriso. “È pieno di boschi qui intorno, Dyl. Puoi prendere un bungalow sulla Catena Costiera, ad esempio, così non sarà tanto scomodo tornare in città due volte la settimana. E potrai calcolare i tempi in modo da trovarti nel bosco ogni ventotto giorni.”

Dylan finì la birra e considerò l’idea del fratello. Non era mai stato un grande amante della natura: quando era bambino, aveva vissuto in periferia e ci viveva ancora, anche se in un appartamento un po’ più lussuoso. Aveva sempre pensato che gli sarebbe piaciuto trasferirsi in centro, ma quello era stato… prima. Per alcuni minuti s’immaginò a saltare tra felci e tronchi caduti, annusare gli innumerevoli aromi del bosco, trovare magari uno spazio aperto dove correre liberamente e sgranchirsi i muscoli. E poi la caccia, le mascelle poderose che si serravano intorno alla preda e il sangue caldo che gli sprizzava in gola…

Guardò suo fratello sentendosi vagamente in colpa, come se avesse appena avuto delle sfrenate fantasie sessuali. “La tua è un’idea interessante, Testa di Minchia.”

“Ovvio. Sono il tuo fratellone, Pistolino,” gli rispose Rick con un largo sorriso.

La cameriera tornò con il conto e l’uomo puntò l’indice verso di lui. “Ci pensa il mio fratellino.”

Rassegnato, Dylan tirò fuori il portafogli. “Quindi il tuo invito aveva l’unico scopo di scroccarmi un pasto?”

“Me lo devi, dopotutto.”

Mentre lui contava il denaro, Rick si alzò da tavola e si stiracchiò. “Meglio che vada. Devo vedere se alla mia signora serve una mano con quei baffi.”

 

 

DYLAN SOFFRIVA sempre d’insonnia dopo la trasformazione e, sapendo che la cosa sarebbe andata avanti per almeno un paio di notti, decise di sbrigare ancora un po’ di lavoro. Sulla via del ritorno si fermò a comprare un cappuccino grande, che era ancora abbastanza bollente da bruciargli la lingua quando giunse a casa. Sistemò il bicchiere sul tavolo della cucina insieme al portatile e andò in camera a cambiarsi.

Casa sua era sempre in ordine. La porta rinforzata dello stanzino era accuratamente chiusa, come al solito, in modo che eventuali brandelli di abiti o nuovi graffi alle pareti restassero nascosti alla vista. Un giorno o l’altro avrebbe proprio dovuto dargli una sistemata. In camera sua tutto era al suo posto. Si assicurava sempre di lasciarla così prima della trasformazione, come se vedere i cuscini sprimacciati e il comò spolverato lo aiutasse a ricordare che era un essere umano civilizzato. Gli piaceva pensare che la sua stanza fosse come quelle che si vedevano in certe riviste, tipo Dwell o Wallpaper. Ma quella sera fu improvvisamente colpito dalla rivelazione che somigliava più a quella di un bell’albergo: era elegante e raffinata, ma priva di vita.

In un impeto di ribellione si tolse le scarpe scalciando, lasciando che finissero dove capitava. Poi si spogliò e lasciò i vestiti in un mucchietto vicino alla porta. Ma non servì a granché: la stanza adesso sembrava solo una bella camera d’albergo leggermente in disordine.

Aveva sempre caldo in quel periodo del mese, perciò tornò in cucina con addosso solo gli slip. Si sedette davanti al suo Mac e bevve un sorso di cappuccino nell’attesa che il sistema si avviasse.

Cercò di rispondere a qualche e-mail di lavoro e di rivedere il progetto per la cucina di Maywood Drive, ma non riusciva a concentrarsi. “E va bene,” borbottò alla fine. Avrebbe navigato su alcuni siti immobiliari. Forse l’idea di Rick non era poi così male.

Invece, chissà come, si ritrovò a digitare gay.com sulla barra di ricerca.

Le foto variavano: uomini più o meno svestiti in pose diverse davanti a degli specchi; uomini dall’aspetto robusto immortalati vicino a cascate o in cima a dei picchi; uomini in giacca e cravatta o in semplici t-shirt abbracciati tra loro; uomini sorridenti, di tutte le razze, in pose da modelli; alcuni muscolosi e altri un po’ meno atletici, alcuni vestiti di pelle e altri con l’eye-liner, alcuni con una foresta di peli sul petto e altri con toraci glabri e oliati. Uomini giovani e uomini maturi. Uomini dall’aspetto inquietante e altri che sembravano impiegatucci statali. Uomini incredibilmente belli e uomini dall’aspetto più comune.

C’erano foto per tutti i gusti: bondage, sadomaso, travestimenti, giochi di ruolo, esibizionismo, biancheria intima, pissing, threesome. C’erano pratiche sessuali di cui non aveva mai neanche sospettato l’esistenza e altre che sperava di non rivedere mai più. Ma nonostante tutta quella varietà – un vero e proprio arcobaleno di uomini – non ce n’era neppure uno che nelle informazioni del profilo dicesse di avere un debole per i licantropi.

Con una stretta al cuore, Dylan chiuse con forza il laptop senza preoccuparsi di spegnerlo, ignorò il suo cappuccino ormai freddo e si trascinò in salotto, a vedere se in TV davano gli House Hunters.