Capitolo Uno

 

 

CARTER ERA in piedi sulle scale del portico e guardava gli operai allontanarsi. Forse sembrava un idiota a salutare con la mano un camion la cui fiancata esibiva la scritta ‘Traslochi Hanson. Tariffa forfettaria’, ma non gli interessava. Santa Josephina era il tipo di cittadina in cui sognava di vivere sin da quando il suo primo anno a Los Angeles lo aveva costretto ad abbandonare tutte le illusioni romantiche sulla vita in una grande città. LA era il posto sbagliato per uno come lui, uno che aveva bisogno di tranquillità, e non di essere bombardato ventiquattr’ore al giorno da continui rumori e impulsi visivi. Voltandosi verso la casa, alzò lo sguardo sulla targhetta con l’indirizzo che troneggiava proprio sopra la sua nuova porta.

Fort Washington Terrace numero diciassette.

Era un bell’indirizzo. Facile da pronunciare. Divertente da pronunciare. Anche il suo vecchio indirizzo a Yucca Street era divertente da scandire, ma qui aveva un giardino sul davanti e uno sul retro. Aveva una casa a due piani tutta per sé, invece che un appartamento minuscolo, al quarto piano di un palazzo senza ascensore e le cui pareti tremavano tutte le notti a causa della musica dei vicini. Dentro, Alice era impegnata ad aprire degli scatoloni. Carter si girò di nuovo verso la strada, scese i pochi gradini fino al marciapiede – aveva ilsuo marciapiede – e osservò la via deserta. Era mezzogiorno, quindi c’erano ben poche macchine parcheggiate davanti ai prati ben curati; abbandonate a terra nei vialetti di alcune delle abitazioni, c’erano biciclette da bambino, il che poteva essere sinonimo di stupidità, oppure indicazione che da quelle parti i furti di biciclette non rappresentavano un problema.

“Sei sicuro che andrà tutto bene?” strillò Alice. Carter si girò e strizzò gli occhi per riuscire a distinguerla nell’ombra del soggiorno. Teneva in mano una pila di libri e lo osservava con l’espressione che aveva sempre quand’era preoccupata: labbra serrate e occhi socchiusi. Gliel’aveva vista piuttosto spesso da quando le aveva confidato la propria intenzione di trasferirsi. Nonostante Alice facesse fatica a credere che qualcuno potesse desiderare di abbandonare Los Angeles (Carter preferiva illudersi che il problema fosse quello, e non che l’amica lo credesse incapace di cavarsela da solo), lo aveva comunque aiutato durante ogni fase del trasloco, e lui le era grato per questo.

Dopo un’ultima occhiata al sole pomeridiano, Carter tornò dentro. Lasciò la porta aperta, godendosi la libertà di poterlo fare senza doversi preoccupare della possibile intrusione di qualche sconosciuto armato. “Non siamo sulla luna, Alice. Starò benissimo.”

“Santa Josephina,” borbottò lei. “Non c’è molta differenza, per quanto mi riguarda.”

“Smettila di fare la snob.” Carter la raggiunse zigzagando attorno alle massicce pile di scatoloni.

“Avresti potuto trovare pace e silenzio anche a Los Angeles. Ci sono un sacco di case in strade tranquille!”

“Non si tratta solo della casa. Avevo bisogno di un cambiamento importante. Santa Josephina è perfetta. Ha il fascino della cittadina e le comodità della grande città: zoo, musei, spiaggia… Senza contare che la vita è meno cara.” Fece una pausa per enfatizzare la ragione più importante. “E c’è meno gente.”

L’espressione di Alice si addolcì. “Lo so che è stata dura.”

Carter le posò le mani sulle spalle e strinse dolcemente. “Sarei impazzito senza di te.”

“A cosa servono gli amici altrimenti?” Gli diede una gomitata nello stomaco. “Promettimi una cosa.”

“Cosa?”

“Non trasformarti in eremita. Voglio che tu esca e che ti goda tutti quei posti che hai appena nominato.”

Carter si portò la mano destra al cuore in segno di giuramento solenne. “Prometto.”

“Carter, dicevo sul serio. A volte penso che l’unico motivo per cui a Los Angeles ogni tanto uscivi era che John e io ti costringevamo.”

Piuttosto che darle ragione, Carter preferì impegnarsi a sembrare sincero mentre ripeteva a pappagallo le sue parole. “Non diventerò un eremita.” Non era mai stata sua intenzione rimanere tappato in casa a lungo, solo che a volte sentiva il bisogno di allontanarsi da tutto e tutti.

“Bene. Cerca di divertirti questa settimana, perché la prossima tornerò con del lavoro.”

Oltre a essere stata la sua prima amica a Los Angeles, Alice lo aveva anche assunto per trasporre la musica per la propria compagnia teatrale, e lo pagava abbastanza da avergli reso possibile traslocare; quindi se era arrabbiata perché si era trasferito, poteva biasimare solo se stessa. Quando lui glielo aveva fatto presente, però, lei aveva risposto facendogli il dito. Carter alzò la mano nel suo miglior saluto da boy scout. “Grazie per avermi dato il tempo di sistemarmi prima.”

“Sono un capo magnanimo, tesoro.” Gli appoggiò una mano sulla spalla e lo attirò verso di sé per dargli un bacio sulla guancia.

La mano di Carter colpì una scatola e la sua testa scattò di lato. Serie di tre. Colpisci scatta, colpisci scatta, colpisci scatta. Un calcio tanto per non farsi mancare niente, e fu a posto. Alice tornò a rivolgere la propria attenzione alle faccende, come se niente fosse. Carter aprì una scatola e cominciò anche lui a svuotarla.

 

 

QUALCHE ORA dopo, la casa era quasi vivibile. Carter aveva trovato i vestiti, le pentole, le padelle, e anche la biancheria da letto. Alice lo aveva lasciato appena si era fatto buio, cominciando a lamentarsi del traffico ancor prima di essere uscita dalla porta. Prima di andare via, quelli dei traslochi gli avevano rimontato il letto e Carter fu tentato di lasciarcisi crollare sopra senza neanche prendersi la briga di metterci le lenzuola. Alla fine, tuttavia, scelse una doccia. La casa ne aveva due: una più carina al piano di sopra e una di servizio nell’anticamera della lavanderia al piano terra. Decise di usare quella piccola, così da poter buttare i vestiti sporchi di sudore direttamente in lavatrice.

In piedi nella doccia, mentre guardava le bolle di sapone scivolargli lungo il petto, ascoltò i rumori della casa. A soli ventiquattro anni aveva una casa tutta sua, un risultato di cui poteva andar fiero. Domani sarebbe uscito e avrebbe visto quello che Santa Josephina aveva da offrire.

Forse. In fondo avrebbe potuto trovare le stesse informazioni online. Ma si sforzò di accantonare quell’idea. Aveva promesso ad Alice che non avrebbe evitato la gente. Poteva uscire per un caffè! Quando erano arrivati, avevano oltrepassato un locale che sembrava tranquillo.Pepper’s o qualcosa del genere. Sarebbe stato un buon inizio. Decaffeinato, però. La caffeina mandava a ramengo i suoi sforzi di tenere sotto controllo i tic. Se avesse tenuto la testa bassa e indossato un paio di occhiali da sole, c’erano buone possibilità che riuscisse a nascondere la marea di ammiccamenti e smorfie che non poteva in alcun modo a controllare.

Quando uscì dalla doccia, era esausto. Si avvolse un asciugamano attorno ai fianchi e attraversò la casa, diretto al piano di sopra. Pop pop. Il braccio gli scattò in fuori e andò a sbattere contro la ringhiera. Non si fece male, ma quello era il momento peggiore: era troppo stanco per governare le sinapsi inceppate nel proprio cervello, e il suo corpo faceva quello che gli pareva. Si trascinò di sopra prima che succedesse qualcosa che lo facesse ruzzolare giù dalle scale. L’altro braccio fece un paio di scatti e sbatté contro la parete, ma Carter riuscì a raggiungere il pianerottolo sano e salvo. Si esaminò la mano alla luce del corridoio. Era un po’ arrossata. Probabilmente niente di grave, ma era meglio non correre rischi. Tornò giù e questa volta andò in cucina, nella speranza che il frigorifero contenesse un po’ di ghiaccio.

Ce n’era. Avvolse alcuni cubetti in un panno e tornò di sopra senza altri incidenti.

La finestra della camera da letto dava sulla proprietà dei vicini. Era una casa a due piani, come la sua, e nel cortile sul retro c’era un’altalena ricavata da uno pneumatico che pendeva da un’imponente quercia piantata proprio nel centro. Carter ne aveva una identica nel proprio giardino. Il suo cortile, però, era deserto, a parte il capanno degli attrezzi; nel loro, invece, accanto alla quercia c’erano anche una casetta con lo scivolo e una struttura per arrampicarsi. Carter le aveva notate quel pomeriggio, e ora cercava di distinguerne le forme alla luce della luna. I sensori di movimento luminosi all’esterno si attivarono e la mano sinistra gli schizzò al viso. C’era un uomo in piedi in uno spazio libero a poche decine di centimetri dall’albero. Quando la luce si accese, lo sconosciuto si girò e Carter si strinse il telo attorno alla vita.

Era bellissimo. Lo si intuiva anche nella luce soffusa. Pallido e con i capelli scuri. Difficile dirlo con sicurezza da quell’angolazione, ma sembrava anche piuttosto alto. Un altro uomo si avvicinò e gli passò un braccio attorno alle spalle, mentre lui indicava il cielo. Entrambi alzarono la testa verso le stelle. Carter cercò di seguire le linee intricate che il primo uomo disegnava nell’aria e rimase a osservarli finché non li vide rientrare. Il secondo uomo continuò a tenere il braccio sulle spalle dell’altro, pur usando le mani per gesticolare animatamente.

Carter rimase accanto alla finestra fin quando le luci del giardino non si spensero. Poi aspettò ancora un minuto per vedere se i due sarebbero usciti di nuovo. Forse erano una coppia gay. In tal caso, sarebbe stato più facile anche per lui ambientarsi. Una delle sue preoccupazioni era proprio quella di essere l’unica persona gay del nuovo quartiere. Quando vide una luce accendersi al piano superiore della casa accanto, chiuse le tende, mise il panno con il ghiaccio, ormai quasi completamente sciolto, dentro a un secchio che era rimasto dalle pulizie di prima, e strisciò nel letto. Sentiva avvicinarsi un’altra serie di tic. Cercò di incanalarli nel piede per evitare di sbattere la mano contro la testata, ma ciò esaurì completamente le sue ultime energie e Carter si addormentò, sperando di non svegliarsi con qualche nuovo livido.

 

 

LE STELLE si disponevano in sinfonie per lui. Ethan raccontò a Papà di come scoppiavano e risplendevano, e di come lui riusciva a sentirle nella propria testa, qualche volta così forte da essere costretto a tapparsi le orecchie, anche se era sbagliato perché la musica era dentro di lui e se lui si metteva le mani sulle orecchie, la intrappolava. Papà cercava di capire, e anche Mamma, ma loro non erano capaci di sentire la musica, non riuscivano a vederla, e non importava quante volte lui la disegnasse nel cielo per loro. Quand’era più piccolo, anche Elliot la vedeva, ma ora aveva occhi solo per le ragazze, e lui alle ragazze non aveva mai pensato granché – non allo stesso modo di Elliot, almeno – neanche Prima.

Non pensava spesso a Prima. A nessuno di quelli che gli stavano intorno faceva piacere ricordare. Lo aveva capito quando aveva imparato a riconoscere il dolore sul viso di Mamma e la rabbia su quello di Papà. Adesso Papà ci stava più attento, dopo che una volta quella sua espressione furiosa lo aveva spaventato. Aveva pianto, anche se Papà lo aveva baciato e abbracciato forte, e gli aveva detto che non era colpa sua, perché lui era un bravo bambino.

Ventisette anni erano troppi per essere considerato ancora un bambino. Elliot ne aveva quindici e nemmeno a lui piaceva essere chiamato così. Quando Ethan gli aveva detto di non chiamarlo più in quel modo, Papà aveva risposto che ci avrebbe provato. Finora se l’era cavata piuttosto bene.

Nella casa accanto c’era un nuovo vicino. Ethan aveva osservato gli operai scaricare scatoloni per tutto il giorno. Alla fine erano andati via ed erano rimasti solo un uomo e una donna. Erano entrambi bassi come Elliot, ma lui non era ancora cresciuto del tutto, mentre quelle persone sì. La donna era andata via e non era tornata, quindi Ethan aveva immaginato che l’uomo avrebbe abitato nella casa da solo. Lo aveva visto nel cortile sul retro prendere degli attrezzi lasciati dai vecchi proprietari. Poi l’aveva osservato togliersi la maglietta perché faceva caldo, e quello aveva fatto sentire caldo anche alle sue parti intime, così Ethan si era toccato per farle stare meglio. Era in camera, quindi andava bene. Gli era permesso toccarsi il pene in camera e in bagno, ma in qualsiasi altro posto era vietato. Lo aveva ordinato Mamma. Aveva fatto uscire quella roba bianca. Il seme. Se lo ricordava da Prima. Alcune parole le aveva perse, ma non quella.

Forse domani, dopo il lavoro, avrebbe potuto incontrare il nuovo vicino, ma avrebbe dovuto fare attenzione a non dirgli che aveva fatto uscire il seme. Alla gente non piaceva sentirlo.

Lo aveva imparato nella maniera peggiore. Elliot era ancora arrabbiato con lui per quella volta in cui l’aveva detto al fratello della sua ragazza, quando erano a casa loro. Elliot gli aveva urlato che era un ritardato e lui aveva cercato di non piangere, ma non sempre riusciva a controllare le proprie emozioni, così Eve lo aveva accompagnato in bagno per lavargli il viso. Ethan avrebbe preferito essere aiutato dal fratello di lei, così magari avrebbero potuto fare sesso, ma quello era rimasto seduto come un blocco di ghiaccio.

Dopo avergli lavato il viso, Eve gli aveva detto di rimanere seduto sul bordo della vasca e aspettare il suo ritorno. Aveva sentito lei ed Elliot urlare e poi Elliot era venuto a prenderlo. Sembrava ancora arrabbiato e non si era scusato. E nemmeno gli aveva tenuto la mano mentre tornavano a casa, ma a lui non importava. Non aveva bisogno di essere accompagnato a casa per mano. Era perfettamente in grado di arrivarci senza che la musica lo distraesse. Sentiva il suo richiamo nello scivolare delle ruote sull’asfalto, nel vento che attraversava l’erba, in un cane che scavava per terra. Quella però era musica esterna, diversa dall’altra che veniva dal cielo e che viveva nella sua testa. Poteva mettersi le mani sulle orecchie e impedirle di entrare. Aveva seguito Elliot a casa, rimanendo un passo dietro di lui. Quando la mamma aveva chiesto che cos’era successo, Elliot aveva risposto che lui ed Eve avevano rotto. Ma non aveva detto che era colpa di Ethan, ed Ethan non aveva raccontato come Elliot lo aveva chiamato. Era andato nella sua camera e si era steso sul letto. Papà era entrato e gli aveva massaggiato la schiena nel modo in cui piaceva a lui e poi gli aveva domandato se voleva parlare. Ethan aveva nascosto il viso nel cuscino. Elliot non gli aveva parlato fino a che non aveva incontrato un’altra ragazza. Era successo il giorno dopo, ma a lui era sembrata un’eternità.

Ecco perché non doveva dire alle persone che gli facevano uscire il seme, e perché non lo avrebbe detto al nuovo vicino.