Zach…

 

 

Sono il proprietario di un videonoleggio, ma odio i film. Lo so. È davvero ridicolo.

Penso che sia successo e basta. Suppongo che tutto sia cominciato dopo il college. Sono andato all’Università del Colorado. I miei genitori volevano che andassi alla Colorado State, a Fort Collins, ma ho insistito. Sostenevo che si trattasse di una scuola migliore, ma non era il vero motivo. Quella che mi suggerivano loro era per studenti di veterinaria forestale e agraria, mentre quella scelta da me era l’ideale per divertirsi. Col senno di poi, mi sono comportato veramente da stronzo con i miei genitori. Le tasse erano molto più alte rispetto all’altra scuola e ho passato tutti e cinque gli anni ubriaco, fatto o entrambi. Sono riuscito a malapena a ottenere una laurea in business management. Penso che la mia media si aggirasse intorno al due. Penoso.

Ovviamente ho fatto altro oltre a ubriacarmi e farmi. Facevo anche un sacco di sesso. Durante l’ultimo anno sono uscito con Jonathan e, dopo la laurea, l’ho seguito ad Arvada, un sobborgo a ovest di Denver. Era un contabile. Era un fannullone. Ho ottenuto un lavoro al videonoleggio in fondo alla strada e ho continuato a passare il mio tempo ubriaco e fatto, continuando a fare sesso – a volte non con Jonathan.

La svolta arrivò quando tornai a casa e lui se ne era andato. Il lato positivo fu che in quel modo mi svegliai. Riuscii a fare un po’ di ordine nella mia testa, ma non cercai un altro appartamento o un altro lavoro. E quando il mio capo, il signor Murray, decise di andare in pensione, chiesi un prestito e comprai il videonoleggio.

A quel tempo, mi era sembrata una buona idea.

Quindi, eccomi qua: trentaquattro anni, single, proprietario del videonoleggio Dalla A alla Z. Ho già detto che odio i film?

Era tarda primavera in Colorado e il clima era perfetto come uno stereotipo: c’era il sole e la temperatura si aggirava intorno ai 26 gradi. Mi ero finalmente deciso e avevo acceso l’aria condizionata.

Dalla A alla Z occupava uno dei quattro locali dell’edificio. Tre erano al piano di sotto. Il mio negozio era nel mezzo, affiancato da una libreria olistica e un head shop. In mezzo a due posti del genere il mio negozio aveva sempre l’odore di incenso al sandalo. Tutto il piano di sopra era occupato da uno studio di arti marziali di proprietà del Sensei Nero. Non sapevo se Nero fosse il nome o il cognome, ma in genere lo chiamavamo Sensei. Quel giorno il parcheggio di fronte all’edificio era pieno di studenti di arti marziali, tutti con il loro pigiamino, impegnati a fare una sorta di coreografia all’unisono sudando come dannati.

Era venerdì pomeriggio e c’era un cliente. Era stato lì molte volte negli ultimi tempi. Era magro, con la pelle scura e capelli neri e folti che gli ricadevano sul volto. Sembrava che dovesse a malapena farsi la barba. Non sono bravo a capire l’etnia delle persone. Forse era latino, forse no. Stava camminando accanto agli scaffali, osservando i film. A volte si fermava, mi guardava e scuoteva la testa. Mi chiedevo quale fosse il suo problema.

Aveva appena riportato un film intitolato Velluto Blu. Stavo fissando quello stupido film, cercando di decidere dove posizionarlo sugli scaffali affollati. Da una parte c’era Dennis Hopper, il che mi faceva pensare a un film d’azione. D’altro canto, le immagini sulla scatola lasciavano supporre che fosse in bianco e nero, quindi significava Classico. Mi arresi e lo misi nel primo buco che trovai, su uno scaffale etichettato come Interessi Particolari. Sembrava che andasse bene.

Fu allora che lui entrò nel negozio. Era alto più o meno come me, intorno al metro e ottanta, ma era molto più massiccio. Doveva fare sport. Aveva capelli biondi e occhi azzurri. Indossava pantaloni grigio scuro e una camicia bianca elegante, con il colletto aperto. Mi controllai rapidamente la camicia e fui sollevato nel trovarla relativamente pulita. Una volta tanto, non ci era finito sopra il mio pranzo.

“Sono Tom Sanderson,” disse, porgendomi la mano. “Sono il nuovo proprietario dell’edificio.” Avevo letto qualcosa riguardo alle persone con una voce ricca da baritono, e lui ne aveva una. C’era una fossetta sul suo mento. Era sexy in maniera sorprendente e, come se non bastasse, mi stava guardando con evidente curiosità.

Il lavoro si era fatto interessante.

“Lieto di conoscerti,” dissi stringendogli la mano. “Zach Mitchell.”

“Zach.” Trattenne la mia mano un poco più del necessario, prima di lasciarla andare e guardarsi intorno. “Bel posto.” Riuscì davvero a non suonare sarcastico nel dirlo. Non avevo fatto nulla al negozio per anni. I poster sul muro erano scoloriti, polverosi e mostravano nuove uscite vecchie di anni. “Come vanno gli affari?”

“Non male.” Era una bugia. Andavano male. Non erano inesistenti, ma di sicuro non andavano bene. In effetti, quel punk costituiva più o meno l’ora di punta, anche da solo. Guardai Tom. “Sopravvivo.” Quello era abbastanza vero. “Sei il mio padrone di casa, ora?”

“Esatto. Non farti ingannare, però. Non sono cattivo.” Mi guardò con un sorriso che rischiò di farmi secco.

“Sono sicuro che è così,” dissi.

Mi guardò per un minuto, come per studiarmi, poi alzò lo sguardo e continuò: “Lascia che ti porti a cena fuori questa sera e te lo proverò.”

Non riuscivo quasi a credere che un tizio bello quanto lui mi stesse chiedendo di uscire: uno e ottanta circa, capelli castani, occhi azzurri, fisico nella media. Media, media, media. Mi rendo conto di non essere brutto, ma non sono uno di quei tipi che la gente nota, a cui si sbava dietro, o quelli da cui ci si sente immediatamente attratti. Sapete, quei tipi. Tipi come lui. “Sembra fantastico,” dissi, sperando di non sembrare più entusiasta del dovuto.

“Verrò a prenderti qui alle sei.”

Non avevo un appuntamento da settimane. Avrei contato le ore.

Più tardi passò Ruby. Ruby era la proprietaria della libreria olistica accanto al mio negozio. Era intorno ai sessanta, almeno. Raggiungeva a malapena il metro e mezzo di altezza e probabilmente pesava meno di quarantacinque chili. I suoi capelli erano grigi, corti, con un bel taglio e indossava sempre giacca e pantaloni abbinati. Il tailleur di quel giorno era color antracite, con una sciarpa blu intorno al collo che si intonava ai suoi occhi. Sembrava la nonna ricca di qualcuno.

Quell’illusione veniva sempre spazzata via quando apriva la bocca. In quel momento capivi che non aveva tutte le rotelle a posto.

“Ehi, Ruby,” dissi. “Hai già conosciuto il nuovo proprietario?”

“Certo,” rispose disgustata. “Che uomo terribile.”

“Eh?” Era seria e stavo cercando di non ridere. “Perché lo dici?”

“Non ha l’anima,” disse, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. “Non lo diresti? Intorno a lui è tutto scuro.” Fece spallucce. “Ci porterà dei guai, Zach.” Mi puntò il dito contro. “Ricordati le mie parole.”

“Va bene.” Cos’altro potevo dire?

“Non è per questo che sono venuta qui, comunque. Volevo dirti che ho avuto una visione che ti riguardava, la scorsa notte.”

Ruby diceva di avere capacità paranormali. Aveva sempre delle ‘visioni’. Non è che creda molto in quel genere di cose, ma non avevo mai avuto il coraggio di dirglielo. “Davvero?” chiesi.

“È la verità. Ti ho visto. Eri insieme a un angelo. Eri in un negozio che vendeva ricambi per auto, avevi dei piatti di pollo.” Mi guardava speranzosa.

Non sapevo mai cosa dire dopo aver sentito parlare delle sue ‘visioni’. Dovevo applaudire? Sembrare meravigliato? Spaventato? “Uhm...” balbettai invece. “Sembra interessante.”

“Lo penso anch’io.” Mi stava ancora guardando con un’aria piena di aspettativa, come se potessi collassare all’improvviso e ammettere di aver fatto il cameriere giusto la notte prima, con Gabriele in persona al mio fianco.

“Un angelo?” chiesi.

“Sì!” Mi guardò. “Non è meraviglioso? Continuo a sperare che tu possa incontrare una brava ragazza, ora so che accadrà!” Non importava il fatto che io non fossi minimamente interessato a incontrare una ‘brava ragazza’. Avevo detto a Ruby almeno venti volte di essere gay, ma si comportava come se non mi sentisse. Era sicura che si trattasse di una fase e che prima o poi mi sarebbe passata. “Volevo solo dirtelo. Pensavo che volessi saperlo.”

“Certo, Ruby. Grazie.” Riuscii a restare serio nel dirlo. “Lo apprezzo.” Annuì con aria saggia, poi fece dietrofront e si diresse verso la porta. Stava spingendo per aprire proprio quando un pensiero mi attraversò la mente. “Ruby,” dovevo chiederle, “ero morto?”

Mi guardò sorpresa. “Certo che no, caro. Perché dovresti essere morto?”

“Beh...” Mi sentivo sciocco, ma ora che il pensiero era comparso nella mia testa volevo proprio sapere. “Se c’era un angelo, dovevo essere in paradiso, giusto?”

Fece segno di no con il dito. “Non fare il sapientone, Zach. Non ci sono macchine in paradiso.”

Dopo di lei arrivò Jeremy. L’head shop di Jeremy era dal lato opposto rispetto alla libreria di Ruby, ma il proprietario non era un hippy dai capelli lunghi con indosso dei sandali. Era il padre di tre adolescenti, indossava sempre la cravatta ed era un membro attivo dell’Associazione Genitori-Insegnanti e del consiglio cittadino. Inoltre, era un convinto sostenitore del partito liberale. La maggior parte del tempo non era una cosa importante, ma quello era l’anno delle elezioni, quindi Jeremy era in modalità campagna elettorale.

“Zach, vorrei sapere se hai pensato per chi voterai alle prossime elezioni.”

Era tristemente maleducato quando arrivavano le politiche. “Si sa già chi saranno i candidati?” chiesi. Non c’erano le primarie o qualcos’altro, prima?

Scosse la testa, disgustato. “Zach, non importa chi sceglieranno di candidare i Repubblicani. A ogni modo voterai per mantenere lo status quo. È questo che vuoi?”

“Uhm...”

“Sei favorevole all’aborto?”

“Certo, credo.” L’aborto non è qualcosa a cui un uomo gay deve pensare spesso.

“E sarai a favore dei matrimoni omosessuali, suppongo.”

“Certo.” Prima però dovevo uscire con qualcuno, giusto?

“E sei per la legalizzazione della marijuana?”

“Suppongo di sì.” Non mi sarei mai messo a discutere di qualcosa del genere con un uomo che vende bong.

“Non pensi che dovresti votare contro il nostro stato fuori controllo senza votare contro questi diritti basilari? Diritti basilari che dovrebbero essere protetti dalla nostra costituzione?”

“Beh...”

“Hai mai letto la costituzione, Zach?”

Dovetti fermarmi a riflettere. Non ricordavo di averla letta. Come potevo aver superato dodici anni di istruzione pubblica e cinque anni all’università senza averla mai letta? “Non penso,” ammisi.

Scosse la testa. “Neppure il presidente l’ha fatto, Zach. Pensaci.”

Lasciò una pila di opuscoli sul bancone e uscì diretto da Ruby. Sarebbe stata una campagna particolarmente lunga.

Visto che era venerdì, tutti i miei clienti regolari venivano nel pomeriggio. Il primo fu il punk, che se ne era andato poco dopo Tom, ma prima della confessione di Ruby riguardo all’angelo della pasta. Poi arrivò Jimmy Buffet. Non riuscivo a ricordare il suo vero nome, ma era il sosia dell’uomo di Margaritaville. Sembrava sempre imbarazzato quando portava i film ma supponevo che avesse superato l’imbarazzo per quelle orribili stampe hawaiane che indossava. Poi arrivò Eddie. Non era il suo vero nome, ma indossava sempre una maglietta degli Iron Maiden con Eddie stampato sopra, e aveva la stessa pettinatura del cantante. Sembrava sempre incazzato con me. Davo la colpa alla musica. Per ultima arrivò Goth Girl. Capelli neri, una riga spessa di eyeliner nero che dava sempre l’idea che avesse appena smesso di piangere, e tre piercing sul labbro inferiore. Mi guardò con aria di sfida mentre pagava i film. Poi arrivò il momento di chiudere.

Mi ero preoccupato durante le ultime ore del giorno perché temevo che Tom non si facesse vedere, ma arrivò alle sei. Mi portò in un ristorante favoloso. Bevemmo una bottiglia di Chianti accompagnata da un po’ di chiacchiere. Non c’era dubbio, ci stava provando con me. Dopo mi riportò in macchina fino a Dalla A alla Z, e poi mi riaccompagnò a piedi alla macchina.

“Il proprietario precedente stava rischiando la bancarotta, quindi ho comprato l’edificio a un buon prezzo. Non era granché come proprietario. Ti rendi conto di non aver neppure una locazione, al momento?”

“Sì. McBride non se la cavava molto bene con i contratti. Pagavo l’affitto, per lui era sufficiente.” Mi resi conto che ciò significava anche la possibilità di essere sfrattato in qualsiasi momento.

“Presto scriverò dei nuovi contratti. La cattiva notizia è che non so se si potrà mantenere lo stesso affitto. L’edificio ha bisogno di un sacco di lavoro e io, alla fine, sono un affarista.”

Quella era proprio una cattiva notizia. Riuscivo a malapena a far quadrare i conti già così. Se avesse aumentato l’affitto, poteva essere un problema. “Di che genere di aumento si parla?”

“Non saprei. Non ho ancora fatto nulla.” Fece un passo verso di me e il mio cuore cominciò ad aumentare il ritmo. “Potresti farcela con un aumento?” In qualche modo, fece suonare la domanda come qualcosa di incredibilmente sexy.

“Non proprio,” riuscii a dire. Alzò la mano e mi accarezzò la guancia.

“Non voglio farti fallire,” disse, avvicinandosi a me. Era quasi appoggiato al mio corpo.

“Siamo in due.”

Sorrise. Pensai che le mie ginocchia stessero per cedere. Si avvicinò e appoggiò le labbra sulle mie. Aveva un odore fantastico. Mi sporsi verso di lui e a quel punto mi baciò davvero. Spinse la lingua nella mia bocca. Sentii entrambe le sue mani afferrarmi il culo, stringendomi contro di lui. Anche se era completamente vestito, riuscivo a percepire il suo corpo muscoloso. Il bacio finì troppo presto e mi lasciò senza fiato. “Forse,” disse, con quella voce bassa e sexy, tirandosi indietro, “potremmo trovare una soluzione. Ti piacerebbe?” chiese.

“Assolutamente.”

“Bene.” Sorrise e fece un passo indietro. “Non vedo l’ora di rivederti.”

Mentre tornavo a casa con la mia vecchia Mustang – la stessa che possedevo dai tempi del college – non potei fare a meno di desiderare di averlo invitato. L’eccitazione che persisteva dopo quel bacio non era abbastanza per alleviare il senso di solitudine che sentii nel salire le scale del mio appartamento. Almeno dovevo solo ammazzare il tempo per un paio d’ore prima di andare a letto.

Mi versai un bicchiere di vino e misi su un po’ di musica. Sul tavolo c’era un puzzle mezzo fatto, così mi sedetti per finirlo. Passavo un sacco delle mie sere con giochi di quel tipo: parole crociate, sudoku, qualsiasi cosa mi aiutasse a trascorrere il tempo.

La gatta di Jonathan, Geisha, stava gironzolando. La vedevo sempre come la gatta di Jon, nonostante non si fosse preso cura di lei per quasi dieci anni. Il suo pelo era lungo e grigio, i suoi occhi erano verdi. Lui l’aveva abbandonata, ma lei non mi aveva mai perdonato per non essere lui. Mi guardò con disprezzo, come solo un gatto sa fare, poi sparì oltre la porticina oscillante ricavata nella finestra del soggiorno.

Mi ricordavo ancora quanto eravamo eccitati io e Jonathan quando l’avevamo portata a casa. Avevamo un sacco di piani.

Era successo molto tempo addietro.

Come ero arrivato a quel punto? A vivere ancora nello stesso appartamento, a lavorare nello stesso posto? Ero sopravvissuto alla rivoluzione dei DVD, ma per cosa? Non amavo il mio lavoro, ma non riuscivo a pensare di fare altro. Era solo una questione di tempo prima che fossi costretto a chiudere. Avrei dovuto farlo anni addietro. E non avevo idea di cos’altro fare.

Vivevo senza uno scopo, vagavo come un uomo su un canotto, attendendo che una tempesta mi spazzasse via. Ero troppo depresso. Finii il vino e andai a letto.

 

 

Tom mi chiamò l’indomani per dirmi che aveva passato una bella serata e per assicurarmi che ci saremmo rivisti, pur non dicendomi quando. Passarono un paio di giorni e non ebbi notizie, ma non ero preoccupato. Ero troppo impegnato per essere preoccupato. Avevo un’impiegata, una ventiduenne di nome Tracy. O forse era Tammy. Avevo qualche difficoltà a ricordarmelo. Era sempre su di giri e praticamente si faceva il bagno nel patchouli. Non si era fatta vedere per la quarta volta di fila. Decisi di considerarlo un modo per comunicarmi le sue dimissioni.

Il problema era che avevo avuto una giornata davvero piena e mi avrebbe fatto comodo un po’ di aiuto. Poi arrivò il punk magro con il caratteraccio. Quel giorno mi riportò Blade Runner. Non l’avevo mai visto, ma se non altro sapevo di doverlo mettere nella zona della fantascienza. Guardai il punk. Si fermò e prese un film. Mi guardò, scosse appena la testa, poi si allontanò e lo mise su un altro scaffale. Stava spostando la roba? Non avevo certo bisogno che peggiorasse le cose.

Ero sul punto di dirgli qualcosa, quando Tom entrò. Come l’ultima volta, indossava dei pantaloni eleganti e una camicia bianca con i primi bottoni aperti. Era fantastico.

Si sporse sul bancone e mi guardò negli occhi. Dovevo avere sul volto il sorriso più ridicolo del mondo.

“Ehi,” disse con quella sua voce sexy. “Ti ho pensato un sacco.”

“Lieto di sentirlo.”

Si guardò intorno nel negozio e vide il punk, poi riportò l’attenzione su di me e mi sussurrò, “resterà qui a lungo?”

Feci spallucce. “Forse.” Ma proprio in quel momento, il punk prese un film dallo scaffale e lo portò al bancone. Mad Max. Bene. Sapevo dove mettere anche quello, quindi avrei risparmiato del tempo quando sarebbe tornato. Prestai a malapena attenzione ai suoi soldi, e lui se ne andò.

Tom lo seguì fino alla porta e la chiuse dietro di lui. Poi si voltò verso di me con un sorriso. “Soli, finalmente.”

Il mio cuore aveva cominciato a battere all’impazzata. Le mie mani erano sudate e avevo un’erezione che stava spingendo contro i bottoni dei jeans. Tom mi raggiunse, continuando a sorridere. Fece un cenno in direzione della porta alle mie spalle. “Dove va?”

“In un ufficio.”

Il suo sorriso divenne ancora più ampio. “Perfetto.”

Mi condusse oltre la porta e la chiuse alle nostre spalle. Poi si voltò e mi spinse contro il muro. Il suo corpo premeva contro il mio e le sue labbra mi stuzzicavano il collo.

“Ti ho detto la verità, Zach. Non ho smesso di pensare a te, dopo la cena.” Le sue mani stavano scivolando sulla mia schiena e arrivarono a stringermi il culo. “Lo so che ci conosciamo a malapena. Ma credo davvero che ci sia qualcosa tra noi.” Qualcos’altro oltre a due cazzi decisamente eretti? Di sicuro non mi sarei messo a discutere. Mi baciò il collo e spinse l’inguine contro il mio. “Penso che dovremmo conoscerci meglio. Che ne pensi?”

“Mi piacerebbe,” risposi.

“Che ne dici di una cena insieme, stasera?”

“Sembra niente male.”

Mi strinse il culo un’ultima volta, poi si allontanò. “Vengo a prenderti alle sei.”

Mi portò allo stesso ristorante. Ordinò di nuovo una bottiglia di vino. Parlò incessantemente di azioni, investimenti e profitti. Sarebbe stato noioso se la sua mano non si fosse mossa sulla mia coscia nel frattempo.

Dopo che ebbe pagato il conto, le sue dita stuzzicarono il rigonfiamento dei miei pantaloni. Si sporse verso di me e mi sussurrò all’orecchio: “Posso venire da te?”

“Certo,” risposi, sollevato al pensiero di non doverlo neppure invitare.

Non appena arrivammo nel mio appartamento, Geisha uscì dalla camera da letto. Soffiò a Tom, poi ci oltrepassò per attraversare la finestrella per gatti della finestra.

“Che problema ha il tuo gatto?” chiese Tom.

“Odia la gente.”

Ma non avevo alcuna intenzione di sprecare il mio tempo parlando della gatta incazzata del mio ex ragazzo. Gli misi le braccia intorno al collo e lo baciai. Il suo corpo era forte e duro contro il mio, non vedevo l’ora di vederlo meglio. Mi mise con la schiena al muro. I suoi baci erano aggressivi e insistenti. La sua lingua mi accarezzò le labbra, le sue mani strinsero di nuovo il mio culo.

Mi sentivo in fiamme. Non andavo con un altro uomo da più di otto mesi e non era stato nulla di più di una scopata da ubriachi, dimenticata una volta finita. Quello, invece, era diverso. Non riuscivo ad averne abbastanza. Misi le mani sotto la sua camicia, sentendo il suo petto ricoperto da peli spessi. Passai i pollici sui suoi capezzoli e lo sentii gemere.

Gli slacciai i pantaloni, tirandoli giù a sufficienza per toglierli di mezzo, e lo afferrai. Gemette nella mia bocca e spinse contro di me. Le sue mani erano ancora sul mio sedere, le sue dita stuzzicavano la mia apertura. “Dio, Zach, mi ecciti un sacco.”

Lo masturbai per un po’, ma le sue mani non mollarono mai la presa sul mio culo. Lo lasciai andare per un tempo sufficiente affinché mi aprisse i pantaloni per poi abbassarmeli. La mia erezione spinse contro di lui e lo strinsi a me, baciandolo di più, spingendomi contro il suo corpo. Amavo sentire i nostri cazzi premere tra di noi. Avrei potuto passare tutta la notte in quel modo, schiacciandomi contro di lui e sentendo le sue mani su di me. Mi muovevo contro di lui, tenendogli i fianchi premuti contro i miei. Lui gemette, mi prese la mano e la condusse fino al suo membro eretto. Poi le sue braccia tornarono ad avvolgermi.

Avvolsi la mano intorno a entrambi i nostri uccelli e cominciai a massaggiare.

“Vai così, Zach. Un po’ più forte.” Le sue dita continuavano a strofinare la mia apertura, giocherellandoci. “Più forte, tesoro. Più forte.”

Strinsi di più e aumentai la velocità. Non mi stava più baciando. Teneva la testa affondata contro il mio collo. Il suo respiro era pesante, parlava a voce bassa. “Vai così, Zach. Oh, Dio, fantastico. Continua così. Continua così.” Capii che era sul punto di venire quando le sue mani si strinsero sul mio culo. Il suo primo schizzo mi bagnò la mano e bastò quello per farmi venire.

Mi baciò di nuovo, poi andò in bagno per pulirsi, mentre mi mettevo dei vestiti puliti. Poi lo accompagnai alla porta. Mi strinse a sé e mi baciò. “A presto.”

 

 

Io e Tom uscimmo di nuovo, tre giorni più tardi. Doveva venirmi a prendere alle sei, ma invece si fece vedere alle quattro per annullare l’incontro.

“Tesoro, mi dispiace,” disse. “Abbiamo un meeting – è appena saltato fuori – e non posso perdermelo.”

Il punk magrolino era tornato e desiderai che Tom abbassasse la voce. Il ragazzo non ci stava guardando e speravo che non ci stesse ascoltando. “Hai un meeting alle sei di pomeriggio?” chiesi, tranquillo, avendo qualche difficoltà a crederci.

“Avrò finito alle otto, Zach,” disse, con aria dispiaciuta. “Mi piacerebbe vederti dopo, se ti va.”

Di sicuro era meglio di niente. “Mi sembra una buona idea,” risposi, cercando di sembrare disinvolto e non patetico come invece mi sentivo.

Se ne andò e tornai a concentrarmi sulle mie parole crociate. Ero deluso, ma cercai di dirmi che sarebbe potuta andare peggio. Voleva comunque vedermi. Questo compensava la cena annullata. Più o meno. Comunque, alle sei avrei chiuso il negozio e sarei andato a casa, nel mio appartamento vuoto.

I miei pensieri furono interrotti da una domanda improvvisa fatta con un tono sfacciato. “Puoi aiutarmi a trovare un film?” Suonava come una sfida.

Alzai lo sguardo e vidi il punk magrolino che mi guardava speranzoso. Doveva avere qualche anno in meno di me, intorno ai venticinque, o ventisette. Indossava degli anfibi, una maglietta che doveva essere stata lavata talmente tante volte da permettermi di vedere attraverso e dei jeans che gli stavano larghi sui fianchi. Se non altro, non metteva in mostra il culo.

“Forse,” dissi. Mi sarebbe piaciuto poter dire sì, ma sarebbe stata una bugia.

“Non riesco a capire il sistema di catalogazione.”

“Sono in ordine alfabetico.”

Sul suo volto comparve un sorriso sghembo, che sarebbe stato carino se lui non fosse stato tanto fastidioso. “Che alfabeto stai usando?”

Mi aveva beccato. Avevo rinunciato all’ordine alfabetico molto tempo addietro. “Sono raggruppati per genere.” Indicai le etichette in cima agli scaffali.

“In teoria, amico, ma sono tutti incasinati.”

Stavo cominciando a infastidirmi, anche perché probabilmente aveva ragione. Però, non volevo che quel punk mi desse lezioni su come gestire i miei affari. “Per esempio?”

“Per esempio, questo.” Indicò lo scaffale che aveva accanto, quello con l’etichetta ‘Classici’. “Sixteen candles non è un classico.”

“È un classico per chi ha la mia età.”

“No, amico. Non c’è alcun motivo per tenerlo accanto a Un tram chiamato desiderio. Non mi importa di quanto ti può ricordare la giovinezza perduta. E questo.” Fece qualche passo e indicò un altro scaffale. “Una vita al massimo non è un film romantico.”

“Cosa vuoi dire?”

“Quentin Tarantino. È una pellicola d’azione. Non l’hai mai guardato?”

Mi stavo sentendo a disagio. “No. Non mi piacciono i film romantici.”

Alzò gli occhi al cielo. “Certo.” Si scostò i capelli dal volto, sospirò e disse: “Sto cercando Il ponte sul fiume Kwai. Ce l’hai?”

“Uhm… credo di sì. È quello dove le suore fanno esplodere un ponte, giusto?”

Mi guardò di nuovo con quel mezzo sorriso. “No, amico. Quello è Due muli per la Sorella Sara. Shirley MacLaine e Clint Eastwood. Io sto parlando di Alec Guinness. Sai, Obi-Wan Kenobi?”

Annuii, perché almeno Obi-Wan lo conoscevo.

“Non mi ricordo molto di quel film, a parte la canzone che fischiettano, quindi controllerò di nuovo. Ma c’è un ponte, giusto?”

Non chiedetemi come quell’informazione mi avrebbe potuto aiutare a trovare il film. Stavo solo cercando di conversare.

Scosse la testa. “Lascia perdere, amico.” Si voltò e prese Shining dallo scaffale che aveva accanto, poi lo mise sul bancone di fronte a me. Era un po’ più basso di me. Mi guardò attraverso quella frangetta troppo cresciuta. “Non guardi nessuno di questi film?”

“Penso di preferire quelli più di successo.” Stavo cercando di non sembrare sulla difensiva.

“Non è il modo giusto per vendere, però. Voglio dire, tutti i negozi hanno quel tipo di film. Devi esporre la merda per cui gli altri non hanno spazio. Classici cult, sai.”

“Classici cult?”

“Esatto.”

“Come The breakfast club?”

Sbatté le palpebre. Una volta. Due. Poi: “Quanto cazzo eri preppy al liceo?” chiese, secco.

“Cosa vorrebbe dire?”

Alzò di nuovo gli occhi al cielo. “Non importa.”

The breakfast club non era un classico cult? Nonostante avessi già sentito prima quel termine, mi resi conto di non conoscerne l’esatto significato.

“Di che tipo di film stai parlando?” gli chiesi, cercando di apparire sincero. “Vorrei saperlo davvero.”

Per un minuto si limitò a guardarmi e supposi che stesse valutando quanto prendermi sul serio. Infine, si scostò i capelli dal volto e rispose: “Il vendicatore tossico. Ce l’hai?”

“Penso di sì. Forse. Non lo so.”

Ed Wood?”

“Ed chi?”

Ed Wood, con Johnny Depp.”

“Quello dove taglia i capelli?”

“Stai parlando di Edward mani di forbice o di Sweeney Todd?”

“Pensavo che parlassimo di Johnny Depp.”

Alzò gli occhi al cielo. “E che mi dici di Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante?”

“Quanti film sono? Uno o quattro?”

“E invece, Re-Animator? O Schegge di follia? O I guerrieri della notte?”

Schegge di follia!” dissi trionfante. “Penso di averlo da qualche parte.

“Ehi, Ram, questo locale non vieta l’accesso ai froci?”

Cosa?”

“La risposta è: ‘Sembra che consentano l’entrata ai coglioni, però, eh?”

Mi limitai a restare lì, cercando di capire se mi stesse dando del frocio, del coglione o entrambi, e lui alzò gli occhi al cielo per l’ennesima volta.

“Questa è una battuta di Schegge di follia, amico. Più o meno. Non importa. Avrei dovuto sapere che non l’avresti capita.” Mi sembrava addirittura che non stessimo parlando la stessa lingua. La mi