Il decadimento del mondo

 

MI HANNO detto che sono un fatalista cinico, ma io preferisco il termine realista. Direi che tendo a vedere le cose di questo mondo come un lento processo di decadimento, sia da una prospettiva scientifica – dato che sono uno studente di fisica – sia per esperienza personale. Per come la vedo io, quel Murphy ha sempre ragione. Lo conoscete? È quello che ha scritto la Legge di Murphy: “Se qualcosa può andare storto, lo farà”. In realtà è una citazione della quarta legge della termodinamica e l’autore è sconosciuto. (Questo l’ho letto su Wikipedia, ma non è questo il punto.)

In realtà, il punto è: le cose vanno male nella mia vita, sono sempre andate male.

Non avrebbe dovuto essere una sorpresa quando il mio coinquilino degli ultimi tre anni decise di trasferirsi in Texas con la sua ragazza dopo la laurea. Come ha potuto fare una cosa del genere? Jonathan era il miglior coinquilino di sempre. Era ordinato e calmo, e non aveva mai fatto sesso sul divano... per quanto ne sappia. Tollerava le mie manie e mi preparava sempre il tè la domenica mattina.

Mi manca.

L’estate fu noiosa dopo la sua partenza.

Chi avrebbe giocato a canasta con me? O fatto i puzzle? E chi avrebbe capito che avevo bisogno della cioccolata mentre studiavo per un esame, sia che l’avessi chiesta o no?

Arrancai per il campus in uno stato di disperazione per giorni dopo la sua partenza.

Va bene, capisco che il termine ‘giorni’ non mi faccia sembrare molto disperato, ma essendo realista compresi presto che aggirarmi senza meta con il mento affossato nel petto avrebbe avuto come unica conseguenza quella di farmi investire se fossi sceso dal marciapiede e mi fossi trovato a vagare nel traffico. Fui depresso per un tempo appropriato e poi scrissi un volantino per la bacheca del campus: “Cercasi coinquilino”.

Non avevo mai avuto bisogno di cercare un coinquilino prima.

Quando mi ero immatricolato, Jonathan Keys mi aveva incontrato mentre era in fila per un alloggio. Il college aveva appena acquistato altre tre case monofamiliari sui terreni ai confini del campus e le aveva rese disponibili. Il primo che arriva meglio alloggia. C’era un minimo sovrapprezzo rispetto alla tariffa del dormitorio, ma i vantaggi lo valevano tutto. Le regole per l’affittuario erano minime fintantoché la casa era tenuta a dovere – che, in pratica, significava che se la rovinavi ti cacciavano fuori – ma a parte questo, chi viveva lì si faceva le regole da solo. Niente AR! (Assistente Residenziale, per i non avvezzi al linguaggio del dormitorio.)

Fantasticità!

La casa che ero stato abbastanza ‘fortunato’ da ottenere aveva sei camere, una cucina, un salotto, una sala da pranzo e tre bagni. Quattro degli altri ragazzi assegnati alla stessa abitazione erano fanatici dello sport e uno era uno studente di matematica. Detesto gli atleti! Non che si possano mettere assieme tutti gli amanti dello sport e pretendere che ne sappiano effettivamente qualcosa, ma quello che voglio dire è che non avevo nulla in comune con questi tizi. Jon era lo studente di matematica.

Per un semestre ce l’eravamo cavata tra feste e grida indirizzate alla televisione durante la stagione del football, poi si era liberato un appartamento in una casa vicina. Jon conosceva il padrone di casa e lo aveva riservato prima che fosse reso disponibile al pubblico (nel college). Era molto migliore!

La casa era a due edifici di distanza, quindi il trasloco fu una passeggiata. Anche la struttura era differente dalla maggior parte delle abitazioni del campus. Invece di avere le camere tutte su un piano e la zona comune su quello inferiore, questa unità aveva tre piani, ognuno con due camere e una zona giorno. Non ero sicuro della praticità di quella disposizione; forse c’erano tre appartamenti affittati prima che il campus comprasse la casa. Non ne avevo idea.

Quale che fosse la spiegazione, Jon e io avevamo avuto successo! L’ultimo piano era tutto per noi: due camere, un bagno, una cucina e una zona giorno da condividere.

E poi, a maggio, il mio migliore amico Jonathan si laureò.

Fu il peggior giorno della mia vita.

Diciamo che non raccontai a nessuno che a quel punto vivevo da solo perché, se lo avessi fatto, l’ufficio alloggi avrebbe esaminato con cura la lista degli studenti ‘in attesa’ e assegnato qualcuno al mio piccolo, perfetto angolo di campus. Volevo evitarlo. Pensavo che se avessi messo il volantino in posti che promettevano candidati interessanti – l’edificio di fisica e la biblioteca, per esempio –avrei potuto sperare di evitare proprio i tipi con cui temevo vivere: gli sportivi! Ehm. *si schiarisce la gola*

Il piano stava andando bene, direi. Mi avevano chiamato alcuni ragazzi, ma stavo cercando qualcuno che mi ricordasse Jon, qualcuno di intelligente e divertente a cui non importava se guardavo History Channel il venerdì sera. Due ragazzi fecero domanda. Solo non mi sembrava fosse giusto dire di sì.

Col senno di poi, avrei dovuto almeno incontrarli invece di scartarli al telefono, ma non ero intimamente convinto. Ero ancora depresso per il trasferimento di Jon. Stavo per mettere un altro volantino nel laboratorio di elettronica quando il responsabile dell’ufficio alloggi mi fermò. “Non c’è un posto vuoto nel tuo edificio?”

Alzai lo sguardo, confuso, strizzando gli occhi quando il sole mi bruciò le retine. “Ehm...” Esitai. “Chi lo chiede?”

Mi lanciò uno sguardo che mi fece capire che non avrei dovuto essere così stupido. “Io lo chiedo, Cole. Sai che ho bisogno di riempire quel posto il prima possibile. Avresti dovuto contattarmi settimane fa. Sai che c’è una lista di almeno quindici studenti che preferirebbe vivere in quelle case invece che nei dormitori.”

“Non è colpa mia se si è trasferito prima.”

“Cole.”

Sospirai e sfregai una scarpa sul terreno. Certo che sapevo che aveva ragione. “Scusa. Stavo cercando di prendere tempo. Pensi che potrei cercare io il mio coinquilino?” Gli mostrai il broncio più patetico di cui fossi capace e inclinai la testa di lato. Speravo si sarebbe arreso. Il mio sguardo afflitto funzionava sempre con mia madre. Il termine ‘occhioni da cucciolo abbandonato’ non si avvicina lontanamente a descrivere la mia espressione. Ovviamente, capitolò.

“Va bene, ma solo perché tieni l’appartamento più ordinato di tutto il campus. Che Dio mi aiuti se ti assegnassi qualcuno che rovina la tua routine e rovescia le patatine sul tappeto.”

Sorrisi sentitamente. “Grazie, Stan. Sei il migliore!”

“Ma, Cole, ti posso dare solo sei settimane per decidere. Entro il 15 agosto l’altra stanza nel tuo appartamento deve essere occupata. Capito?”

Dentro di me rabbrividii. Odiavo le scadenze. Lo so, le ho in continuazione tra progetti ed esami, ma avere una scadenza che non riguardava la scuola m’innervosiva. “15 agosto, capito!” rassicurai Stan, l’uomo degli alloggi, con un cenno del capo.

Lui si voltò e andò via, io rimasi con la fredda sensazione di terrore che chiunque fosse venuto a vivere con me si sarebbe rivelato uno sciattone, o un batterista, o peggio che mai… uno sportivo! Non è che vedessi l’ora di scoprirlo.

Così, feci un volantino.

 

Cercasi ragazzo per dividere un appartamento con due camere fuori dal campus. Deve essere ordinato, amichevole, tranquillo e orientato allo studio. Preferibilmente non uno del primo anno. Deve amare i libri, i giochi e i film di spionaggio. Telefonare al: 717-782-1969 e chiedere di Cole.

 

Distribuii i volantini per tutto il campus. Pensavo che avrei avuto di sicuro molti pretendenti. Mi sbagliavo di grosso. Durante l’estate gli studenti andavano a casa. Durante l’estate gli studenti non pensavano all’alloggio, tranne quelli che erano studenti del primo anno e non avevano un alloggio. Non chiamò nessuno tranne una ragazza. Non aveva letto il volantino? Non vivrò mai con una ragazza. Ne ho avuto abbastanza crescendo con una sorella più grande. Eppure, ero deluso. Nemmeno un novellino. Ero sembrato troppo dispotico dal volantino?

Inutile dirlo, Stan l’uomo degli alloggi venne a bussare alla mia porta il 15 di agosto. “Hai trovato qualcuno?” mi chiese.

Era davvero una bella persona; non potevo biasimarlo perché faceva il suo lavoro. “No,” sbuffai, incrociando le braccia al petto in segno d’irritazione. Chiunque avesse scelto dalla lista, non sarei mai stato contento, così pensai di iniziare direttamente a comportarmi in modo fastidioso.

“Cole, andiamo,” mi supplicò, cercando di persuadermi a vedere il lato positivo. “Ci conosciamo da tre anni. Penso di conoscerti piuttosto bene oramai. Nessun altro avrebbe notato che il laboratorio era verniciato con due diverse sfumature di grigio tranne te. Nessuno tranne te ha notato il refuso sul padiglione del teatro l’anno scorso. E sei l’unico ragazzo che conosco che sa citare sia The Bourne Identity sia P.S. I Love you parola per parola.” Inarcò le sopracciglia e sorrise.

Espirai rumorosamente. “Bene. Solo... non scegliere uno sportivo, va bene? Sai che non sono bravo con gli sport e guardare il football per tutto l’inverno potrebbe uccidermi.”

Ridacchiò. “Non posso prometterti niente. La lista è lunga e io devo scegliere qualcuno entro oggi. Ho anch’io delle disposizioni da seguire, lo sai.”

“Va bene.”

Ci stringemmo la mano e lui uscì dall’appartamento.

Chiusi la porta e mi ci appoggiai, guardando la mia piccola casa lontano da casa.

Jon e io avevamo scelto il divano verde il primo anno. Il tavolino da caffè lo avevamo trovato vicino a un cassone dell’immondizia in città e Jon lo aveva ridipinto per me quando avevo detto che non mi piaceva il colore del mordente. Mia madre ci aveva dato il tappeto orientale e la stampa di Van Gogh che era appesa vicino al tavolo per la colazione. Avevamo comprato la televisione assieme e, quando si era trasferito, Jon aveva detto che potevo tenerla. Le cose sarebbero cambiate presto. Magari il nuovo tizio avrebbe odiato i piatti o rovesciato lo zucchero sul pavimento della cucina?

Iniziai ad andare nel panico. Ero bravo a mandarmi in agitazione. Mi appiattii contro la porta, chiusi gli occhi e feci dei respiri profondi. Posso farlo, posso farlo, mi ripetevo. Cambiare va bene.

Venti minuti dopo ricevetti una chiamata da Stan: aveva trovato qualcuno.

“Davvero?” chiesi con un tono più alto del normale. Posai un palmo sul piano della cucina e i miei occhi vaganti notarono un acino di uva passa nascosto dietro il barattolo della farina. Cosa ci faceva lì?

“Già,” confermò Stan. “Ti ho detto che avevo una lunga lista.”

Gettai l’uvetta nella spazzatura. “È uno del primo anno?” Doveva esserlo!

“No.”

“Indossa camicie hawaiane?” Non saprò mai perché lo chiesi, mi uscì e basta.

“No.”

“Conosce qualche parola con tre sillabe?”

“Credo di sì. È uno studente di inglese.”

“Hmm.” Mentre entravo in cucina e mi sedevo sul divano, contemplai la possibilità che Stan avesse scelto qualcuno che approvavo. Uno studente di inglese era promettente. “Come si chiama?”

“Ellis.”

“Ellis?” So che suonava male, il modo in cui avevo chiesto il suo nome, ma dopotutto non stavo mica parlando con Ellis del suo nome insolito. Non avevo mai conosciuto qualcuno con quel nome. Ellis. Sembrava un nome nerd. Magari avrei avuto il colpo di fortuna e avrei trovato un coinquilino fantastico. Era successo con Jonathan.

A quel punto Stan riconfermò il nome come se non stessi ascoltando. “Ellis. Non preoccuparti. Sono sicuro che andrà bene. Ho parlato oggi con sua madre.”

“Sua madre? Pensavo avessi detto che non era del primo anno.”

“Non lo è. È del terzo, ma faceva il pendolare da casa perché l’affitto è troppo costoso. Quest’anno ha venduto la macchina per pagare la retta e mettersi in lista. Senti, Cole, ho un’altra chiamata in arrivo. Non preoccuparti. Lui andrà bene.”

Vendere la macchina? Sembra da disperati. Comunque, se vivessi ancora con i miei genitori, probabilmente mi dispererei anch’io. “Hai idea di quando sarà qui?”

“Da un momento all’altro, ormai. Ha detto che stava partendo da casa con un amico trenta minuti fa.”

“Cosa?” Andai in panico, guardandomi attorno frenetico in cerca di oggetti sul pavimento o inspiegabilmente fuori posto.

“Arrivederci, Cole.” Stan riagganciò con cortese brutalità.

Un coinquilino. Stava arrivando. Potevo farcela.

Qualcuno bussò alla porta e io trasalii.

Merda! Non sono ancora pronto!

Posai il telefono sulla sua postazione sul tavolo per la colazione e mi diressi alla porta. Mi odorai le ascelle: passabili. Mi passai le dita tra i capelli e mi diedi un bello scossone per scacciare la tensione giusto un attimo prima di afferrare la maniglia e ricordarmi di respirare. Sarebbe andato tutto bene. Abbassai la maniglia. Era il momento della verità.

Un sorriso bianco e brillante mi accolse quando aprii la porta. “Ciao. Mi chiamo Ellis Montgomery. Sei Cole? Mi hanno detto che avevi una camera disponibile.”

Sapevo che stava parlando, ma il mio cervello si spense nel momento in cui guardai gli occhi azzurri più belli che avessi mai visto nella mia vita.

Oh ragazzi, sono nei guai!