IL VOLO durava sei ore. Sei ore per contemplare tutti i modi in cui poteva andare a finire.

Avevo preso l’aereo una quantità innumerevole di volte, ma solo un altro volo mi aveva fatto sentire così in ansia. Alla fine di quel volo mi ero lanciato volontariamente da un aereo perfettamente funzionante. Allora sapevo di essere sul punto di sperimentare il brivido della mia vita… o la sua fine, spiaccicato miseramente a terra.

Ora le cose non sembravano molto diverse.

Ogni minuto mise a dura prova la mia pazienza. L’imbarco mi fece battere il cuore all’impazzata. Cercando il posto mi trovai con le mani sudate. Il decollo mi mandò quasi in iperventilazione: non potevo più tornare indietro, ora. Mi diedero un sacchetto di pretzel (le noccioline non erano più consentite) e un bicchierino di Sprite con ghiaccio. Ciò di cui avevo davvero bisogno era un Valium, ma ero piuttosto sicuro che l’hostess non l’avesse su quel piccolo carrello traballante.

Ogni scelta che avessi mai fatto mi aveva portato qui, a bordo di questo aereo. Tutto ciò che volevo al mondo era dall’altra parte di questo terrificante volo attraverso il paese. E se fosse andato tutto male?

Finalmente cominciammo a scendere e non riuscii a impedire alle mie mani di tremare o alla trepidazione di crescermi nel petto come una specie di parassita. La paura era quasi travolgente. Avrebbe potuto essere debilitante, se non fosse stato per una singola cosa: alla base di tutto c’era qualcosa di più forte. Qualcosa di più puro. Qualcosa che mi faceva andare avanti.

Era speranza.

 

 

 

 

DICIOTTO MESI PRIMA

 

Data: 10 aprile

Da: Jared

A: Cole

Cole, eravamo a Las Vegas qualche settimana fa e ci siamo imbattuti in un amico di Zach. Vive a Phoenix e ha detto che dovresti cercarlo. È di bell’aspetto e sembra abbastanza simpatico, sempre che tu non sia quello che esce con il suo ex. Penso che potreste andare d’accordo. Si chiama Jonathan Kechter.

Jared

 

Data: 11 aprile

Da: Cole

A: Jared

Ehi dolcezza! È bello avere tue notizie, anche se la tua e-mail è cortissima. Ciò che succede a Las Vegas non deve necessariamente restare a Las Vegas, dolcezza. Potresti darmi qualche dettaglio succoso?

Quindi, credi che dovrei cercare questo Jonathan? Proverò a vedere le tue parole nel modo giusto. Dopotutto, sei sempre stato un buongustaio in fatto di uomini, anche se quel grosso poliziotto incazzato con cui stai ora non è esattamente il mio tipo. Sempre che io ‘non sia quello che esce col suo ex’? È decisamente intrigante. Sospetto che ci sia una bella storia dietro a una frase tanto criptica. Non sei mai stato molto pettegolo (dovresti davvero lavorarci, dolcezza). Sarò a New York per i prossimi giorni, ma quando tornerò a casa forse potrei chiamarlo. Dio solo sa quanto è stata secca Phoenix nell’ultimo periodo. E dolcezza, non sto parlando del tempo!

 

 

IL VOLO da Los Angeles a Phoenix durò circa un’ora. Un’ora che mi diede una lecita scusa per spegnere il cellulare.

Cos’è che dicevano del mio lavoro, che fare il pendolare era la parte divertente?

Avevo appena passato una settimana a Los Angeles ad aiutare il nostro nuovo cliente a inserire i dati nel software della mia compagnia. La settimana seguente, mi sarei ritrovato a fare la stessa cosa per un altro cliente a Las Vegas. Tra quelle due città e Phoenix, mi dovevo destreggiare tra ben sei diversi clienti che erano in punti diversi del processo di transizione. Tutti sembravano volermi chiamare a tutte le ore.

E poi c’era il mio capo.

Le telefonate cominciavano alle sei di mattina e di solito terminavano alle dieci di sera. Nonostante fossi scettico che il mio semplicissimo cellulare potesse causare alcun fastidio alla moderna attrezzatura del velivolo, ero piuttosto felice per il regolamento che mi costringeva a spegnerlo durante il volo. Ma arrivammo a terra a Phoenix troppo presto e la mia tregua terminò. Mentre mi dirigevo dal gate al ritiro bagagli, accesi il telefono e scoprii di avere quattro messaggi vocali. Quattro messaggi in un’ora?

Cercai di non esserne infastidito. Un altro anno o due e avrei potuto sperare in una promozione. Tenevo gli occhi fissi sul traguardo. Tuttavia, quattro messaggi che mi aspettavano erano sicuramente un segnale che il mio arrivo a Phoenix non avrebbe significato la fine della settimana lavorativa, nonostante fosse venerdì pomeriggio.

Prima ancora che potessi ascoltarne uno, mi suonò il telefono. Merda, ci risiamo. “Pronto? Sono Jonathan.”

“Jonathan! Dove diavolo sei?” Era Marcus Barry, il mio capo.

“Sono all’aeroporto. C’è qualche problema?”

“L’impiegata del Clifton Inn ha cercato di contattarti per un’ora.” Avevo lasciato il Clifton Inn solo quattro ore addietro. Che cosa poteva essere successo di così urgente, nel frattempo?

“Ero sull’aereo,” dissi, cercando di non lasciar trapelare la mia frustrazione.

Sospirò. “Be’, sta facendo impazzire tutti. Vuole risposte e le vuole ora.”

“La chiamo subito.”

“Bene,” disse, e riattaccò senza salutarmi. Non che mi dispiacesse.

Andai fino al nastro dei bagagli e vidi che la mia borsa non era ancora comparsa. Restai lì a guardare e intanto chiamai Sarah, l’account manager del Clifton Inn. Fui ridiretto alla sua segreteria telefonica. Lasciai un messaggio in cui dicevo che ero a Phoenix e che poteva chiamarmi. Prima che potessi riattaccare, il mio telefono vibrò di nuovo.

Cinque messaggi vocali, ora. Fantastico.

Vidi la mia borsa scendere sul nastro e mi feci strada tra la folla per poterla prendere una volta arrivata davanti a me. Ero sul punto di afferrarla quando il mio telefono suonò.

“Pronto? Sono Jonathan.”

Ci fu mezzo secondo di silenzio, poi una voce che non riconobbi disse: “Come sei formale, tesoro! Non me lo aspettavo. Sono Cole.” La sua voce era lieve, il tono canzonatorio. Era indubbiamente la voce di un uomo, ma con una nota femminile.

“Mi dispiace,” mi scusai. “Chi… merda!” Vidi in quel momento che nel rispondere al telefono avevo perso la mia borsa e ora avrei dovuto aspettare che facesse un altro giro sul nastro trasportatore prima che potessi prenderla.

“C’è qualcosa che non va?”

“No.” Il telefono mi vibrò in mano. Sei messaggi vocali. Se non altro, riuscii a tenere per me le imprecazioni. “Mi dispiace,” ripetei, cercando di non mostrarmi infastidito. “Con chi sto parlando?”

“Sono un amico di Jared. Mi ha dato il tuo numero, tesoro.”

Tesoro? Sul serio? “Mi chiamo Jonathan.”

“Sì. L’hai già detto,” rispose con evidente divertimento.

Riuscii a non sospirare rumorosamente. “Volevo solo dire…”

“So cosa volevi dire,” m’interruppe. La sua voce aveva una cadenza melodiosa che me lo fece sembrare ancora più effeminato. “Jared mi ha fatto credere che tu stessi aspettando la mia chiamata.”

“L’ha fatto. Voglio dire, sto aspettando. Stavo aspettando.” Mi fermai e presi un respiro profondo. Odiavo essere agitato e m’infastidiva che lui fosse riuscito a portarmi in quello stato con tanta facilità. Mi costrinsi a contare fino a cinque. Contare fino a dieci sarebbe stato meglio, ma avevo imparato che raramente le persone mi davano il tempo per farlo. “Jared ha parlato di un amico a Phoenix,” dissi, un po’ più calmo, “ma non mi ha mai detto il tuo nome. E, a essere onesto, quel breve scambio di parole tra me e Jared è avvenuto in un casinò a Las Vegas più di quattro settimane fa, mi era passato di mente.”

“Quindi ho fatto bene a chiamarti?”

“Certo. Mi hai solo colto alla sprovvista, tutto qui.”

“Sei all’aeroporto.”

Non era una domanda e chiesi sorpreso: “Come fai a saperlo?”

“Si capisce dai suoni. Ho una certa familiarità con quel particolare tipo di caos.”

“Oh,” esclamai, incapace di pensare a una risposta più intelligente. La mia borsa era di nuovo diretta verso di me ed ero intenzionato a non lasciarmela scappare.

“È un brutto momento, tesoro? Stai prendendo un aereo?”

“Sono appena sceso,” risposi. “Sono appena tornato a Phoenix.”

“Tempismo perfetto, allora. Sei impegnato, stasera?”

“Stasera?” chiesi sorpreso, e la mia borsa mi oltrepassò di nuovo. “Merda!”

“Ti andrebbe di unirti a me per la cena?” propose, ignorando il mio scoppio d’ira.

“Io… ecco… devo disfare le valige, e…” Stavo prendendo tempo, cercando di decidere se avessi sufficienti energie per affrontare i discorsi che un appuntamento al buio avrebbe richiesto. Sembrava stancante. D’altra parte, pensare a ciò che probabilmente sarebbe seguito era piacevole. A Los Angeles non avevo avuto tempo per fare sesso se non con la mia mano. In effetti, non avevo avuto tempo per niente di gratificante da più di tre settimane. Tuttavia, non avevo alcuna garanzia che lui avesse le mie stesse intenzioni e sarebbe stato maleducato chiedere.

Come se potesse leggermi nel pensiero, mi esortò: “Tesoro, è una domanda a cui devi rispondere sì o no, ed è una cena. Decideremo in seguito il resto, che ne dici?”

Il telefono vibrò di nuovo. Sette.

Cristo, cosa diavolo avevo da perdere? “Fantastico, direi,” risposi infine.