PROLOGO

 

 

ERIN ANDREAS si era innamorato all’età di tredici anni.

Uno degli stagisti di sua madre l’aveva accompagnato alla Mayo Clinic e l’aveva lasciato sul bordo del marciapiede, di fronte a delle enormi porte di vetro, senza dargli alcuna indicazione su come raggiungere suo padre. Erin aveva chiesto di John Jean Andreas al bancone, ma l’uomo non era un paziente, e nessuno aveva tempo di occuparsi di un timido adolescente che non sapeva dove andare.

Se ti sta aspettando, devi trovarlo. Si arrabbierà se non ti presenti.

L’eventualità che suo padre si arrabbiasse gli faceva molta più paura che quella di perdersi, quindi Erin aveva cominciato a vagare per la clinica, sperando di finire per puro caso dove doveva. Nel frattempo, si era scervellato alla ricerca di un indizio: era abbastanza sicuro che l’amico di suo padre si trovasse in ospedale per un’operazione chirurgica. Qualcosa che aveva a che fare con il cancro. Si guardò intorno, sperando invano di trovare una mappa. Poteva forse chiedere al banco informazioni in quale edificio si operava il cancro?

O forse era meglio tornare dove l’avevano lasciato. Se non fosse che non ricordava da quale direzione era venuto.

Si rannicchiò vicino a un pilastro, con il fiato corto, e i muscoli del corpo sempre più tesi. Suo padre si sarebbe arrabbiato a morte…

“Va tutto bene?”

Sbatté le palpebre per rimettere a fuoco la vista e scoprì un ragazzo della sua età di fronte a lui. Lo superava in altezza di qualche centimetro ed era anche più robusto; non che fosse difficile: persino i manici di scopa avevano più spessore di lui. Aveva i capelli scuri e scompigliati in netto contrasto con la pelle chiara, spruzzata di lentiggini, e un paio di occhi castani che lo trapassavano da parte a parte, come se potessero vedergli dentro. Anche i capelli di Erin erano ribelli, ma in modo disordinato, imbarazzante. Quelli del ragazzo invece comunicavano… pericolo. “Va tutto bene?” domandò di nuovo.

Erin annuì e si premette le mani contro i vestiti. “Mi… mi sono perso. Sto cercando mio padre. Dobbiamo far visita a una persona.”

Il ragazzo si grattò il mento e, per qualche ragione, quel gesto portò l’attenzione di Erin sulla sua bocca. Aveva delle belle labbra carnose. “Sai in che reparto si trova la persona a cui devi fare visita?”

Labbra. Sembravano così morbide, come dei cuscinetti. Si rese conto solo dopo un momento che il ragazzo stava aspettando una risposta, e arrossì. “Io… Ha… ha il cancro, credo.”

“Oh, posso accompagnarti…” Lo sguardo del ragazzo si spostò su qualcosa alle spalle di Erin, e il suo atteggiamento cambiò all’istante: il colore abbandonò il suo viso e il suo sguardo si indurì. “Mi dispiace, devo andare. Comunque devi salire al secondo piano.”

Con la stessa prontezza con cui era arrivato, il ragazzo scomparve. Erin non gli aveva nemmeno chiesto come si chiamava.

Si recò al secondo piano come gli era stato suggerito, ma non c’era esattamente un cartello con scritto ‘I malati di cancro sono qui’, anche se secondo la sua opinione avrebbe dovuto esserci. Era abbastanza sicuro che quel reparto avesse un nome specifico, ma non riusciva a ricordarselo. Cominciava con una o, forse. Pensò di chiedere a uno dei banconi, ma c’erano file di pazienti ovunque, quindi si sedette in sala d’attesa e si strinse le ginocchia al petto.

Era in ritardo di molto ormai. Suo padre doveva essere furioso.

“Cosa fai?”

Erin sollevò lo sguardo e vide una bambina che lo osservava con occhi curiosi. Indossava un vestito giallo e aveva i capelli ordinati legati in due codini, che le spuntavano come ciuffi di cotone ai lati della testa. In mano reggeva un grosso libro illustrato. Non gli lasciò molto tempo per rispondere prima di ricominciare a parlare.

“Sono qui ad aspettare insieme alla mamma, alla nonna e a mio fratello. Papà viene dopo il lavoro insieme alla zia. Mio zio si opera al cervello. Ho portato un libro. Tu perché sei qui?”

Erin abbassò i piedi sul pavimento. “Un amico di mio padre deve essere operato ma non so dov’è.”

La bambina si strinse il libro al petto e cominciò a dondolare facendo roteare la gonna da una parte all’altra. “Puoi sederti con me mentre aspetti. Leggi per me.”

Le file di fronte ai banchi delle informazioni erano ancora lunghissime. “Non saprei dove aspettarlo.”

“Dai, sbrigati.”

Avrebbe voluto protestare, ma lei lo trascinò via, conducendolo in una sezione diversa della sala d’attesa, dove furono avvicinati da una donna molto alta e una più anziana dallo sguardo severo.

“Emmanuella Grace, dove sei stata?”

La bambina si accarezzò un codino. “Mamma, questo ragazzo si è perso.”

La madre di Emmanuella non sembrava ammansita dalla scusa della figlia. La nonna fece un passo avanti, con l’aiuto di un bastone da passeggio, e squadrò Erin da sopra la montatura degli occhiali, dalle cui aste pendeva una brillante catenella dorata. “Santo cielo, ragazzo, sembra che nessuno ti dia da mangiare da settimane. E che è successo ai tuoi capelli?”

Di riflesso, Erin si toccò i ricci castani, crespi e ribelli, riuscendo solo a peggiorare la situazione.

La madre di Emmanuella incrociò le braccia al petto. “Dove devi andare?”

Erin cercò di non lasciar trapelare il panico che provava. “Mio padre è qui da qualche parte, ma non so dove. Non mi hanno detto come raggiungerlo quando mi hanno lasciato alla clinica. Pensavo che mi avrebbe aspettato all’ingresso, ma non c’era, e non riesco a trovarlo.”

La donna borbottò sottovoce e alzò gli occhi al cielo.

Lui abbassò lo sguardo sulle sue scarpe. “Mi dispiace.”

Emmanuella non sembrava scoraggiata. “Visto, mamma? Ha bisogno di me.”

Erin azzardò uno sguardo verso la donna, e vide che gli stava rivolgendo un cenno del capo a labbra strette. “Sta’ qui con mia madre ed Emmanuella, vado io a cercartelo. Come ti chiami? E tuo padre?”

“Erin Andreas, signora. Mio padre si chiama John Jean Andreas.”

Il viso di lei si tramutò in una maschera di pietra.

La nonna di Emmanuella ridacchiò con fare cupo. “Questa poi le batte tutte.”

Erin pensò che sarebbe stato opportuno scusarsi di nuovo.

La madre di Emmanuella sospirò. “Va bene. Penso di sapere esattamente dove si trova tuo padre. Aspetta qui. Torno subito.”

Lasciò la sala e, non appena fu sparita, la nonna si sedette al suo fianco. Aprì la sua grande borsa e ne estrasse un sacchetto, che conteneva mezzo panino. Glielo porse.

“Mangia questo, ragazzo. Quando torna Nicolas, lo mando a prenderti del latte. Magari anche un dolce, se mangi tutto il tuo sandwich.”

Erin staccò la pellicola trasparente. Il sandwich aveva un forte odore di maionese, senape e cipolle. Non aveva mai visto niente di simile.

Emmanuella lo incalzò con il gomito. “Forza. Mangialo, non fissarlo. Non hai mai visto un panino all’insalata d’uova prima d’ora?”

No, non l’aveva mai visto, ma non voleva ammetterlo ad alta voce. Accantonò le sue incertezze e diede un morso. I suoi occhi si sgranarono. “È buono. Davvero buono.”

Emmanuella sfoggiò un gran sorriso orgoglioso. “Nonna Emerson fa i migliori panini all’insalata d’uova del mondo.”

Lo finì in fretta e, mentre mangiava, la bambina si mise comoda al suo fianco e aprì il libro sulle gambe. “Quando hai finito di mangiare, lo leggiamo insieme? Posso leggerlo da sola, ma sono lenta, quindi è meglio se lo fai tu. Mio fratello Nick non vuole. Dice che è da femmine.” Emmanuella gli sorrise. “Ma tu sembri una femmina, quindi non credo che ti dispiaccia.”

“Emmanuella,” l’ammonì la nonna.

Erin era abituato a sentirsi dire che assomigliava a una ragazza. “Va bene, te lo leggo io.” Si pulì la bocca con le dita. “Penso di aver bisogno di un po’ d’acqua prima, però.”

“Te la prendo io.” La bambina saltò giù dalla panca con un gran sorriso. “Ci sono i bicchieri vicino ai boccioni dell’acqua. Te ne porto uno.”

Emmanuella attraversò la stanza di corsa - finché sua nonna non la rimproverò e le intimò di camminare – per portargli il bicchiere pieno d’acqua. Mentre lo beveva, la bambina studiò la sua chioma.

“I tuoi capelli sono troppo crespi. Non usi abbastanza olio.”

“I ragazzi bianchi non possono usare l’olio.” Nonna Emerson stava leggendo un libro adesso. “Certo potrebbe lavarseli di meno e usare il balsamo.”

Erin sbatté le palpebre. “E funzionerebbe?”

La donna scosse la testa. “A volte mi domando cosa insegnano le mamme bianche ai propri figli.”

La sua di certo non gli aveva insegnato molto, e adesso non voleva più nemmeno vivere con lui. “Grazie, ci proverò.”

Emmanuella fece rimbalzare la gamba con impazienza. “È ora di leggere il mio libro.”

Il racconto era una sorta di fiaba. Era la storia di una principessa che veniva rapita dal Re degli Orchi, e rimaneva sua prigioniera fino all’arrivo del principe, che a spada tratta uccideva l’orco e la salvava. Emmanuella conosceva bene quel racconto e, quando riconosceva delle parole o ricordava dei pezzi, interrompeva la sua lettura e offriva anche dei commenti.

“Il Re degli Orchi è proprio brutto.” Poi, a un’altra pagina: “Tu sei come la principessa, vedi? Hai gli stessi capelli e lo stesso naso.”

Quel commento le procurò un altro rimprovero da parte della nonna.

A Erin non dava fastidio, però. Si sentiva spesso come una principessa rinchiusa in un castello. C’era solo una cosa su cui non era d’accordo: il Re degli Orchi era un po’ rozzo, certo, ma non era brutto. Lo preferiva al principe, se doveva essere sincero. Assomigliava al ragazzo che aveva incontrato poco prima nell’atrio, cosa che probabilmente influenzava la sua preferenza per il mostro della fiaba. A dirla tutta, Erin era un po’ deluso: sapeva già come sarebbe finita la storia e non voleva che il Re degli Orchi morisse. Voleva…

Fissò il cipiglio del mostro, brutto e muscoloso, con i suoi selvaggi capelli scuri e lo sguardo minaccioso. Provò uno strano formicolio al petto e anche allo stomaco.

Voleva…

“E questo chi è?”

Sbatté le palpebre e la sua attenzione lasciò il principio di paura che covava nella mente per spostarsi sullo sconosciuto appena arrivato. Di fronte a lui c’era un ragazzo più o meno della sua stessa età, forse poco più grande, che lo fissava con sguardo torvo. Erin si fece piccolo, mentre la nonna di Emmanuella rifilava uno scappellotto al nuovo arrivato.

“Nicolas Beckert, dov’è finita l’educazione? Dove sei stato per tutto questo tempo? Hanno trasferito la mensa sulla luna?”

“Ho incontrato Owen Gagnon. Suo padre l’ha trascinato qui, mi sa, ed era nero. Ho pensato che qualcuno dovesse aiutarlo a calmarsi.” Il ragazzo si voltò verso di lui, lanciando un’occhiata protettiva alla sorella. “Io sono Nick Beckert. Tu?”

Erin fece del suo meglio per raddrizzare la schiena e offrire la mano senza far cadere il libro che teneva sulle gambe. Non funzionò: il libro scivolo verso terra e lui fu costretto ad afferrarlo al volo, finendo per fare la figura dell’idiota. “Erin Andreas. P-piacere di conoscerti.”

“Oh, cazzo.”

“Ti risciacquo la bocca con il sapone, se non la finisci.” La nonna di Emmanuella tirò fuori il portafogli dalla borsa. “Torna in mensa e compra del latte. Latte intero. E una fetta di torta. Questo ragazzo è troppo magro.”

Nonna.”

“Non chiamarmi nonna con quel tono. Fa’ come ti dico.”

Nick strinse i pugni ai fianchi. “Non voglio andare a comprare niente per questo tizio.”

“Mi sembra evidente che quello che vuoi è essere preso a legnate oltre che mangiare sapone.” La donna passò una banconota al nipote. “Ora va’ a prendere…”

Erin.”

Il libro gli scivolò dalle mani quando riconobbe la voce di suo padre. Il panino all’insalata d’uova che aveva mangiato cercò di sfuggire al suo stomaco mentre lui barcollava in piedi, lottando contro l’impulso di farsi piccolo. Sapeva di dover affrontare suo padre a testa alta o sarebbe stato peggio. Molto peggio.

John Jean Andreas si ergeva di fronte a lui, trasudando disapprovazione. “Perché te ne stai qui aggrappato a un libro illustrato? Dovevi raggiungermi, non far venire me a cercarti.”

Erin era paralizzato dalla testa ai piedi e non osava tremare. Rimpianse di aver mangiato. “Mi dispiace, padre.”

“Non ci ha recato alcun disturbo.” Fu nonna Emerson a intervenire, parlando con una fermezza che gli mise addosso più paura di lei che di suo padre. “Questo povero ragazzo si è perso e aveva fame. Siamo stati felici di aiutarlo.”

“Mamma.” Il tono tagliente della madre di Emmanuella voleva essere un avvertimento.

Nonna Emerson lo ignorò e si rilassò sulla sedia, prima di dare a Erin delle pacche sulla schiena. “Va’ pure, ragazzo, non far aspettare tuo padre. Grazie per aver letto a Emmanuella con così tanta pazienza.”

Erin cominciò a seguire John Jean, che si stava già allontanando. All’ultimo secondo, si ricordò delle buone maniere e si voltò. “Grazie per il panino.”

Nonna Emerson annuì, poi con un gesto lo incitò a proseguire.

Non appena furono fuori portata d’orecchio, suo padre lo aggredì.

“Cosa pensavi di fare? Perché non sei venuto subito da me?”

Avrebbe voluto incurvare le spalle, ma sapeva di non poterlo fare senza che suo padre gli inveisse contro, quindi si limitò a tenere lo sguardo basso. “Mi dispiace, non sapevo dov’eri. Questo posto è molto grande.”

“Per l’amor del cielo, non siamo al Damon Building. È solo il campus del St. Mary.”

“Mi dispiace.”

John Jean strinse le labbra e si lisciò il completo con le mani. “Lascia perdere. Non mi fa piacere che ti abbiano trovato loro per me, ma ormai è fatta.” Schiacciò il bottone di chiamata dell’ascensore. “Stai lontano dai Beckert, Erin. Collin Beckert è riuscito a farsi strada a gomitate nel consiglio del St. Ann, alla fine, ma se le cose andranno a modo nostro, non ci resterà a lungo. Il cancro di Christian dovrebbe essere trattabile, ma… beh, bisognerà muoversi con cautela. Non complicare la situazione.”

Doveva essere per quello che la famiglia di Nick aveva reagito con tanta freddezza nello scoprire il suo nome. Era legato a un’altra faccenda di lavoro di John Jean, qualcosa che aveva a che fare con l’ospedale. Lui, d’altro canto, non riusciva che a pensare alla gentilezza di Emmanuella e al panino all’insalata d’uova di nonna Emerson.

Erin avrebbe voluto parlare di più con Nick, anche se il ragazzo non aveva molta stima di lui. Forse, se avessero conversato più a lungo, sarebbe riuscito a fargli cambiare opinione. Gli abitanti di Copper Point erano più gentili delle persone con cui aveva a che fare in collegio. Avrebbe tanto voluto conoscere dei ragazzi della sua età e invitarli a casa durante le vacanze. Un solo amico sarebbe bastato… ma non funzionava mai.

Suo padre si fermò in un’altra sala d’attesa, dove si sedettero ad aspettare. John Jean si mise a leggere il giornale e Erin rimase seduto in silenzio accanto a lui, senza fare niente.

Non sapeva per quale motivo si trovasse lì, e non osava fare domande. Suo padre gli avrebbe detto cosa fare quando fosse arrivato il momento. Si impegnò, piuttosto, a restare il più immobile possibile, pronto a fare qualsiasi cosa suo padre desiderasse da lui.

Non era facile, però. Erin non riusciva a smettere di pensare al libro illustrato di Emmanuella e al Re degli Orchi. Più nello specifico, alla sua reazione al Re degli Orchi. Che cosa significava? Se significava qualcosa. L’idea lo spaventava a morte, ma non sapeva cosa pensare delle proprie emozioni. Tante cose negli ultimi tempi gli avevano suscitato sensazioni strane. Non avrebbe voluto averci niente a che fare, ma era come se in lui si fosse risvegliato qualcosa, e anche se ancora non capiva di cosa si trattasse, era abbastanza certo che non fosse niente di buono. Come non andava bene il fatto che continuava a pensare al Re degli Orchi, smaniando di incontrare nella sua vita qualcuno di ugualmente forte e sfrontato, qualcuno che potesse fare irruzione nella sua esistenza e risolvere tutti i suoi problemi.

Magari il Re degli Orchi si sarebbe perfino affezionato a lui.

Erin deglutì e abbassò la testa, con le guance in fiamme.

Il colpo deciso che suo padre gli diede al ginocchio lo fece raddrizzare immediatamente, scacciando qualsiasi pensiero sul mostro della fiaba. Lo sguardo di John Jean rimase fisso sulla parete più lontana. “Vado a chiedere all’infermiera se Christian è pronto a ricevere visite. Quando entriamo, voglio che ti comporti bene. Si meraviglierà della tua presenza, quindi assicurati di non startene impalato come un imbecille. Sii intelligente. Poni domande educate. Fingiti interessato.”

Erin continuava a non capire, ma non osava chiedere chiarimenti. Avrebbe dovuto arrivarci da solo. Strinse nervosamente i pugni contro le cosce e annuì. “Sì, padre.”

John Jean si alzò. “Resta qui.”

Erin non permise al suo corpo di rilassarsi finché suo padre non sparì dietro l’angolo, ma persino allora si concesse solo un sospiro, senza distendere i muscoli. Qualche istante più tardi, vide Nick avvicinarsi dall’altro lato della stanza, con in mano un cartone di latte e una fetta di torta al cioccolato su un piatto avvolto in una pellicola di plastica.

Il suo umore migliorò all’istante e sperò che il sorriso che gli curvava le labbra non fosse troppo ebete. “Sei tornato.”

“Tieni.” Nick gli porse il bottino.

Accettò i doni, lanciando un’occhiata nella direzione in cui era sparito suo padre, ma il corridoio da quel lato rimase vuoto. “Grazie.” Non sarebbe riuscito a mangiare, né a bere, non con lo stomaco così sottosopra, e non poteva nemmeno buttare via il cibo, finché Nick non se ne fosse andato. Non che volesse che Nick se ne andasse.

Il ragazzo si sedette di fronte a lui, occhieggiandolo con fare dubbioso. “Tuo padre fa paura.”

Erin fissò il cibo che aveva tra le mani, senza sapere come rispondere. Non ad alta voce.

A volte fa paura, sì. Ma è mio padre, ed è l’unico genitore a cui importa di me. Anche se qualche volta è un po’ cattivo, non posso permettermi di perderlo, altrimenti non mi rimarrà nessuno. Ho il terrore di restare da solo.

No. Non poteva di certo dargli quella risposta.

Un nodo gli ostruì la gola e con l’unghia del pollice cominciò a grattare il lato del cartone del latte.

Nick si mosse, a disagio. “Sei sicuro di stare bene? Perché… beh, sembri spaventato.”

Quando lui rimase in silenzio, il ragazzo arrossì e si alzò. “So che non sono affari miei, ma se non è tuo padre a spaventarti, se sono i bulli di Copper Point o qualcosa del genere… io non sarei un granché d’aiuto, ma c’è un tizio a cui potresti rivolgerti.”

Sbatté le palpebre. “Un tizio?”

“Owen Gagnon.”

Owen Gagnon. “La persona con cui parlavi in mensa?”

Nick annuì. “Owen è sempre per strada a fare a pugni. È un tipo un po’ rozzo e tanti hanno paura di lui, ma se qualcuno ti ha preso di mira, ti difenderà. Soprattutto se si tratta di… qualcuno come te.”

Erin strinse il cartone di latte. “Cosa vuol dire, qualcuno come me?”

Il ragazzo distolse lo sguardo. “Sai. Una persona fragile. Silenziosa. Nervosa. Un po’ effemminata nei modi, che legge libri illustrati sulle principesse.”

Ripensò alla sua reazione al Re degli Orchi e il panico lo attanagliò. “Non sono… non…”

Nick lo interruppe sollevando la mano. “Non è una critica, okay? Volevo solo dirtelo. Se dovessi mai trovarti nei guai in città, cerca Owen. E buona fortuna con tuo padre.”

Guardò Nick allontanarsi con i suoi doni ancora in grembo. Non sapeva come interpretare le parole del ragazzo. Non sapeva dire se fossero già amici oppure no.

“Erin.”

La voce di suo padre lo destò dai suoi pensieri, ed Erin si alzò, appoggiando discretamente il cibo sulla sedia. “Arrivo.” Si lisciò il completo e si affrettò a raggiungerlo, vicino alle porte che conducevano alle stanze dei pazienti.

Ciò che Nick aveva detto di Owen, il rozzo castigatore di bulli, continuò a vorticargli nella testa. Owen Gagnon. Gli piaceva quel nome. L’avrebbe aiutato davvero se gliel’avesse chiesto? Solo perché era un eroe che teneva testa ai prepotenti?

Mi difenderesti anche da mio padre?

“Smettila di restare indietro.”

Camminò più veloce, mettendo da parte le sue fantasticherie. Non era ciò a cui avrebbe dovuto pensare. Quello che doveva fare era impegnarsi per entrare nelle grazie di suo padre, non cercare qualcuno che si interponesse tra di loro. E poi, era raro che uscisse di casa quando tornava a Copper Point; lo faceva solo per ordine di suo padre. Non si sarebbe imbattuto in quell’Owen. E anche se fosse successo, anche se l’avesse voluto, nessuno avrebbe potuto proteggerlo da suo padre.

“William.” John Jean salutò un bell’uomo alto e robusto con una pacca sulla spalla. “Vecchio mascalzone. Non mi aspettavo di trovarti qui.”

L’uomo posò la mano sull’avambraccio di suo padre e strizzò l’occhio. “Non possiamo lasciare il presidente della società tutto solo, ti pare?” Solo allora si accorse di lui e i suoi occhi si sgranarono. “È tuo figlio, John Jean? Dio mio, com’è cresciuto.”

Erin fece un passo avanti in tutta fretta e si presentò con fare impacciato allo sconosciuto. A quel punto suo padre intervenne e finì per lui. “Sì, ha tredici anni ormai. Frequenta la Trinity Accademy, a Sault St. Marie, con ottimi voti. Ha sempre gli occhi incollati su qualche libro.”

William si sfregò il mento. “Per caso hanno anche un buon programma di musica? Potrei mandarci anche questo qui.”

“Non ci vado in Canada.”

Quella risposta tagliente lo colse di sorpresa, e fu solo quando William si fece da parte che Erin lo vide: il ragazzo dell’atrio, quello che aveva cercato di aiutarlo prima di sparire. Quello che assomigliava al Re degli Orchi.

Non assomigliava a un Re in quel contesto. Era solo un ragazzino asciutto e allampanato che sedeva in un angolo con le gambe strette al petto, la testa scura piegata su un videogioco portatile, da cui non proveniva alcun suono. Ciononostante, il cuore di Erin cominciò a correre. Non poteva credere di averlo incontrato di nuovo.

Mentre William considerava il figlio, che sedeva con la fronte aggrottata, il sorriso scemò e la sua espressione si incupì. “Ti ho detto di mettere via quell’aggeggio, Owen.”

Owen. Erin si raddrizzò di colpo, osservando il ragazzo con occhi nuovi. Era lui Owen Gagnon? Il castigatore di bulli?

La persona che mi difenderebbe? Il suo Re degli Orchi e il suo potenziale difensore erano la stessa persona?

Il ragazzo si alzò da terra, con l’aria di qualcuno che si sarebbe cibato di te in un sol boccone con la stessa facilità con cui ti avrebbe salvato. Owen non aveva niente dell’eroe. Era pericoloso.

Bellissimo.

Fu allora che i pezzi del puzzle si incastrarono e capì cosa significasse la sua reazione a Owen, al Re degli Orchi della favola. È selvaggio, minaccioso e bellissimo, e voglio che mi desideri come lo desidero io.

I loro occhi si incontrarono brevemente, e per un istante gli mancò il respiro.

Voglio che sia lui a salvarmi dal castello.

“Ci vediamo più tardi,” disse John Jean a William, spingendo Erin nella stanza del paziente.

Purtroppo non incrociarono più i Gagnon quel giorno. Non li trovarono in corridoio dopo aver fatto visita a Christian West e, benché Erin si fosse fatto in quattro per cercare Owen in città, non lo rivide per il resto delle vacanze e nemmeno durante le successive.

Erin era deluso, ma impedì alla sua mente di soffermarsi su Owen Gagnon, Nick, Emmanuella o sul Re degli Orchi. Una volta tornato a scuola, imparò a evitare i bulli da solo. Si convinse che non gli dispiaceva starsene per conto suo, che gli stava bene nascondersi nell’ombra, dove nessun altro poteva vederlo.

Stava quasi per cominciare a credere alle sue stesse bugie, quando una sera di un anno più tardi, mentre si trovava alla villa per le vacanze, scese le scale di casa a cercare qualcosa da mangiare e udì qualcuno suonare il violino come non l’aveva mai sentito suonare a nessuno prima di allora.

Da quando sua madre se n’era andata, Erin non poteva più accedere al cuore della villa. Le stanze venivano affittate e prestate per mostre, e lui non aveva problemi a stare lontano quando c’erano altre persone in casa. Qualsiasi cosa stesse accadendo in quel momento, però, era così incredibile che non poté fare a meno di sbirciare. La melodia del violino lo attrasse fino al salotto, senza che potesse ribellarsi. Si nascose nell’ombra.

Scostò la tenda… e vide Owen Gagnon, radioso e brillante, suonare il violino per i cittadini più facoltosi di Copper Point.

Oh, era diventato molto più bello dall’ultima volta che l’aveva visto. Era davvero mozzafiato mentre suonava. C’erano altri musicisti attorno al ragazzo, muniti di diversi strumenti a corda, ma Owen sedeva al centro del gruppo, il membro più giovane dell’orchestra, il solista. Suonava con gli occhi chiusi, ondeggiando sulla sedia, e i suoi scompigliati capelli neri sbatacchiavano ogni volta che l’arco scivolava sulle corde.

Avrebbe voluto che la musica non finisse mai.

Diane, la responsabile della sezione della casa adibita a museo, lo sorprese a sbirciare inebetito e gli sbatté uno spolverino di piume in faccia. Lui si ritirò ma, con sua sorpresa, lei non lo rimproverò di essere dove non doveva.

“È bravo, vero?” Lo sguardo della donna era nostalgico. “Si caccia sempre nei guai, a meno che non abbia quel violino tra le mani. Dicono che lo ammetterebbero in qualsiasi conservatorio desideri.”

Erin non faceva fatica a crederlo. Rimase nei dintorni finché il concerto non si concluse, sperando di poter parlare con Owen, ma mentre osservava il ragazzo socializzare con gli ospiti durante il rinfresco, gli mancò il coraggio di farsi avanti. Era al cospetto di un re, non di un orco, e un re non si sarebbe mai abbassato a parlare con uno come lui.

Intimidito, finì per tornare nella propria stanza senza aver nemmeno incrociato lo sguardo dell’altro.

Fu solo quando tornò a casa per l’estate del suo terzo anno e scoprì che Owen aveva abbandonato la musica che seppe che qualcosa era andato storto. Sentì solo frammenti della storia, ma il succo era comunque che il ragazzo non avrebbe frequentato il conservatorio, punto. Sembrava che la sua scelta fosse ricaduta su medicina.

Erin avrebbe voluto avere l’audacia di scovare il ragazzo per domandargli cosa gli fosse successo.

Ma non ne aveva nessun diritto. Owen era solo qualcuno in cui si era imbattuto un paio di volte, con cui aveva a malapena parlato. Ma non riusciva proprio a toglierselo dalla testa. Parte di lui nutriva ancora delle stupide speranze per colpa di quello che Nick gli aveva detto alla Mayo Clinic, a proposito di Owen e della sua bravura quando si trattava di scacciare i prepotenti.

Forse… forse questa volta era Owen ad avere bisogno di aiuto.

Quando Erin scoprì che Owen frequentava Bayview Park la sera, cominciò a fare delle passeggiate nella zona, sperando di imbattersi in lui. Lo trovò, ma gli passò a fianco senza fare niente cinque o sei volte, troppo nervoso per attaccare bottone. Fu solo durante la settima sera che, senza aver pianificato nulla, finirono per scontrarsi.

“Oh.” Erin arrossì e si fece da parte, ma inciampò nei suoi stessi piedi, finendo quasi per cadere all’indietro.

Owen l’afferrò al volo. “Attento. Stai bene?”

È un ragazzo come un altro. È impossibile che sia come te lo sei immaginato. Dio santo, Owen era cresciuto proprio bene. Ai suoi occhi era ancora più bello quando era turbato. I capelli gli si erano schiariti con gli anni e le punte, baciate dal sole, erano diventate bionde. Aveva ancora un’aura malinconica, e tra tutto era quello che più lo attraeva di lui.

Owen gli sorrise, mestamente, timidamente… e Erin perse la bussola.

Doveva dire qualcosa. Annaspò in cerca di una risposta. “S-sto bene. S-scusa.”

“Ti vedo spesso qui intorno. Sei nuovo?”

Stava forse flirtando? Si sistemò una ciocca di capelli ribelli dietro l’orecchio, ammonendosi mentalmente. Per l’amor del cielo, no che non stava flirtando. Era solo educato. “Io… no. Ma non sono spesso in città. Tornerò a scuola la settimana prossima.”

“Anch’io. Cioè, comincerò l’università.” Owen incrociò le braccia al petto e strisciò il piede su un formicaio lungo il marciapiede con fare impacciato. “Non ti ho mai visto a scuola. Mi sarei accorto di te.”

Mi sarei accorto di te. E invece sì che stava flirtando. Non c’erano dubbi. Erin faceva fatica a respirare.

Fu in quel momento, stordito dalla mancanza d’aria, accecato dalla meraviglia, finalmente destinatario delle attenzioni di qualcuno dopo anni di solitudine, che Erin Andreas riconobbe di essere innamorato. Ripensandoci, doveva esserlo stato dal giorno in cui Owen si era fermato nell’atrio della Mayo Clinic per chiedergli se andava tutto bene.

Si sforzò di prendere fiato, affrontò la sua timidezza e cercò di esprimere a parole quello che provava il suo cuore. Non ho mai frequentato la scuola in città, anche se avrei voluto. Magari potremmo scambiarci gli indirizzi e-mail. Magari la prossima volta che siamo entrambi a Copper Point, potremmo farci una passeggiata insieme lungo la baia.

“Io…”

“Ehi, Owen, cosa diamine stai combinando?”

Erin sobbalzò, mentre Owen si voltava verso la strada, dove aveva rallentato una macchina. Il suo cuore colò a picco, quando notò che il viso del ragazzo si era illuminato come una stella mentre salutava la persona che l’aveva chiamato.

“Scusa, i miei amici sono venuti a prendermi. Dicevi?”

Niente. Non dicevo niente. Si sforzò di sorridere. “Tranquillo. Non voglio trattenerti.”

Owen si accigliò ed esitò. Poi annuì. “Ci si becca in giro, allora.”

Erin agitò la mano con poco entusiasmo. Quando Owen aprì la portiera della macchina per salire, al di sopra della musica pulsante sentì qualcuno dire: “Che ci facevi con Erin Andreas?”

Owen fece un passo indietro, colto alla sprovvista, e lanciò a Erin un’occhiata veloce.

Lui sbatté forte le palpebre, poi svanì nella direzione opposta. Non tornò mai più a passeggiare lungo la baia, né durante quelle vacanze, né durante le successive.

Alla fine era quella la verità: lui non era una principessa, e nemmeno un orco l’avrebbe salvato.

Accantonò i suoi sentimenti nei recessi del suo cuore e lasciò perdere tutto. Il bisogno di compagnia, i suoi bizzarri sogni su principesse e orchi. Liquidò la sua smania di costruire un legame, dimenticò di averla mai provata. Divenne capace e autosufficiente. Si impegnò a compiacere suo padre e ad avanzare di carriera, a portare avanti il nome della famiglia. Promise che non avrebbe mai amato nessuno e, per lungo tempo, fu capace di tener fede al suo giuramento.

Poi un giorno tornò definitivamente a Copper Point, e trovò il Re degli Orchi lì ad aspettarlo, a fare la guardia al castello che Erin doveva conquistare. Owen l’Orco era rozzo e terribile proprio come diceva la favola, e non faceva che scombussolare la sua vita ordinata con un occhiolino sfrontato e un sorriso.

Facendolo innamorare di nuovo.