Capitolo Uno

 

 

“JOE! MI stai uccidendo!”

Il ringhio basso si sciolse in un gemito d’appagamento, che lo fece ridere di cuore. “È solo una torta di mele, signor Richardson.” Joe riempì la tazza di caffè al furbo vecchietto e in cambio ricevette uno sguardo torvo da sotto le sopracciglia cespugliose.

“Col cavolo, figliolo. Se fosse una comune torta di mele, pensi che mi prenderei il disturbo di camminare per otto isolati per arrivare fin qui? Sei troppo modesto. Tutti sanno che fai le migliori torte della città, e forse di tutto lo stato di New York!”

Sullo stato non aveva informazioni, ma vedere quanto i suoi dolci rendessero felice il signor Richardson era più che sufficiente per lui. Apple’n Pies non era affatto grande né elegante. Era un bugigattolo piccolo e accogliente a sei isolati da Times Square, privo di macchine da caffè sofisticate, aromi esotici e merce troppo cara. Ma era tutto suo, e ci si sentiva a casa.

Mentre si asciugava le mani sul grembiule, si prese un attimo per esaminare il suo piccolo regno di dolci e caffè. Le assi del pavimento di legno e il bancone di medie dimensioni erano graffiati, le vecchie cornici di quercia dei separé consumate, ma solide e levigate, la tappezzeria rossa sempre pulita e senza strappi. Le uniche cose un po’ più lucide erano gli sgabelli del bancone, che erano stati sostituiti un paio d’anni prima, dopo che uno dei clienti abituali era finito dritto dentro a uno di quelli vecchi. Non poteva permettere che gli avventori cascassero nei mobili, giusto?

Il colore argentato degli sgabelli si abbinava agli scaffali dietro al bancone, su cui erano posate le stoviglie, e nell’angolo in fondo c’era Rusty, un registratore di cassa che sembrava risalire ai tempi della guerra di secessione. Bea gli diceva sempre di liberarsene, ma Joe non ne aveva il coraggio. Inoltre, Rusty era ancora robusto e affidabile, anche se a volte il cassetto s’incastrava e Bea l’aveva dovuto colpire con una mazza da baseball in più di un’occasione. Ovvio che la mazza ammaccata aveva sempre avuto la peggio nelle risse con Rusty.

Il locale ricordava uno di quei vecchi caffè vintage. Era tradizionale ma immacolato, ordinato e, soprattutto, pieno di clienti felici che si viziavano con le sue torte. In un angolo la vecchia radio suonava Powder Your Face with Sunshine di Dean Martin.

Alcuni volevano diventare medici, avvocati, star del cinema o milionari. Per Joe la felicità era preparare torte, e quando i suoi clienti erano contenti lo era anche lui, perché aveva in piccola parte contribuito alla loro gioia. Cosa avrebbe potuto chiedere di più?

La campanella di ottone sopra la porta a vetri tintinnò, e lui andò incontro ai suoi nuovi avventori in allegria. Fuori il mondo si muoveva a razzo, senza perdere tempo con quelli che non avevano il modo o il coraggio di tenere il passo. Apple’n Pies forniva un riparo tranquillo e sicuro per chiunque ne avesse bisogno, dalle star del cinema di Hollywood ai giovani dell’associazione YMCA locale. Tutti erano i benvenuti da Joe.

Salutò una giovane coppia con un allegro buongiorno, prima di accompagnarli a un tavolo vuoto.

I due erano così belli che sembravano usciti da una rivista di moda. I loro sguardi guizzavano in giro per il locale con evidente perplessità. Era evidente che non era il tipo di locale dove in genere trascorrevano la pausa caffè. Joe non si offese, al contrario sorrise con calore e si impegnò per metterli a loro agio.

“Sono Joe Applin. Benvenuti al mio piccolo paradiso delle torte. Sarò felice di servirvi qualsiasi cosa gradiate. Sotto al mio tetto siete in buone mani.”

La faccia della giovane donna s’illuminò mentre il suo compagno l’aiutava a togliere il lungo cappotto costoso. “Oh! Applin, suona come Apple’n! È lei!” Ridacchiò, e Joe sentì che il suo sorriso un po’ sciocco si faceva ancora più sciocco. Non si stancava mai dell’interesse della gente per il suo nome e per il modo in cui si adattava al suo lavoro. Certo, era stato il cognome della sua famiglia molto prima che lui sapesse cosa fosse una torta.

“Spero che le mele siano le sue preferite,” cinguettò lei, e batté allegra le mani quando lui annuì. In realtà erano le ciliegie, ma chi era lui per darle una delusione? La coppia si mise al tavolo e non badò al menu. “Papà dice che il suo caffè è quasi meglio delle sue torte. Viene sempre qui. Lavora proprio su questa strada, allo studio legale Jameson & Rotherford.” Il ragazzo al suo fianco si limitò a sorridere in modo cortese mentre lei portava avanti la conversazione. “Si chiama Allan Rotherford. Mio padre, intendo. Lo conosce?”

“Ma certo, signorina.” Il signor Rotherford passava ogni pomeriggio per portarsi in ufficio una fetta di torta. Dopo la quinta volta, metà dello studio aveva iniziato ad arrivare a orari diversi e tornava alla scrivania con prelibatezze introdotte di soppiatto. “È molto ghiotto di torte alla mela e cannella.”

“Le dirò, Joe… posso chiamarla Joe?” gli chiese speranzosa. Lui annuì e lei squittì di gioia. “Bene, Joe. Papà parla delle sue torte da settimane! Dovevo vedere di persona cosa lo entusiasmasse tanto. Stava facendo impazzire me e la mia povera madre. Quindi,” concluse con un cenno risoluto del capo, “due fette di torta alla mela e cannella e due caffè.”

“Subito, signorina. E quando avrà finito, mi piacerebbe sapere se le è piaciuta tanto quanto a suo padre.” Quello parve renderla ancora più felice, e annuì con entusiasmo.

Mentre lui si allontanava, lei parlava a macchinetta al suo ragazzo, e a Joe sfuggì un sorriso. Il fidanzato era con ogni evidenza innamorato cotto, visto che non sembrava infastidito dal fatto di non riuscire a dire una parola. Rimossa la pesante copertura di vetro sopra al vassoio della torta, Joe tagliò due fette abbondanti e le mise su due immacolati piatti di ceramica bianca. Li portò al tavolo insieme ai caffè, scambiò qualche altro convenevole, poi tolse il disturbo perché i due potessero gustare il dolce. Fece appena in tempo a raggiungere il bancone quando un forte schianto echeggiò dalla cucina sul retro.

Ecco che ricominciavano.

La porta si spalancò e Donnie uscì come una furia, quasi inciampando nei propri piedi prima di buttarsi dietro a Joe. Ci fu qualche occhiata incuriosita da parte di alcuni dei nuovi clienti, ma quelli abituali erano avvezzi ai disordini quotidiani provocati dal terribile trio che Joe chiamava famiglia. Presto l’attenzione di tutti tornò ai giornali e al caffè.

“Joe, sta cercando di uccidermi!” Con la voce che si faceva più acuta a ogni parola, Donnie gli strinse gli avambracci in quella che avrebbe dovuto essere una specie di presa mortale, ma che in realtà era micidiale come l’unghiata di un gattino che colpisce un gomitolo di lana.

A guardarlo, era difficile credere che il ragazzo avesse diciotto anni. Donnie s’immobilizzò, con ogni probabilità perché consapevole che il metro e ottantatré di Joe lo avrebbe eclissato. Quando gli tolse anche le mani di dosso, si rese del tutto invisibile, e appena in tempo. La porta della cucina si aprì con uno schianto e Bea arrivò a grandi passi in tutta la magnificente chioma grigia. Joe non poteva biasimare il ragazzo per essere scappato a nascondersi. Anche lui avrebbe voluto farlo.

“Dov’è?” chiese Bea, e incrociò le braccia sul petto ansante. Lo guardò con i penetranti occhi verdi. Joe non intendeva rischiare la vita incorrendo nell’ira dell’anziana, ma proprio non se la sentiva di consegnare il ragazzo. Bea era sulla sessantina, corpulenta, con i capelli raccolti in una crocchia, e riusciva a incutere più paura di un generale dell’esercito. Per non parlare del fatto che la sua media di battuta era forse migliore di quella di qualsiasi giocatore della major league di baseball.

“Bea, tesoro, cosa posso fare per te?” A ogni passo di lei, Joe si muoveva piano nella direzione opposta, e Donnie si spostava con lui.

“Non chiamarmi tesoro, Joe Applin. So che lo stai nascondendo. Dammelo, se non vuoi delle belle legnate sul culo anche tu.”

Joe sapeva benissimo che avrebbe messo in atto la minaccia. Più di una volta era stato il bersaglio della sua rabbia esplosiva. Bea avrebbe masticato Donnie e poi l’avrebbe sputato come un chewing-gum. “Che cosa ha fatto adesso?”

“Ha di nuovo dissezionato le zucche,” sbuffò e socchiuse gli occhi mentre allungava il collo per scrutare alle sue spalle. A ogni suo movimento, anche Joe si spostava. Aveva una voglia matta di ridere, ma lo sguardo minaccioso di Bea gli impediva di cedere alla tentazione.

“È solo curioso, Bea. Sai quanto è eccitato per i suoi studi di medicina. Vuole diventare un dottore per aiutare le persone.” Le rivolse quello che sperava fosse il suo sorriso più affascinante. Il cipiglio di lei si fece più feroce. A quanto pareva, il massimo del suo fascino non era abbastanza per Bea.

“Se pensa di essere d’aiuto, si sbaglia di grosso. E tu! Credi davvero che quegli occhioni dolci funzionino con me dopo tutti questi anni?”

Lui sorrise speranzoso. “Sì?” No. Con un sospiro, chinò la testa sul petto. “Hai ragione. È colpa mia. Sono troppo tenero con lui.” Sentì qualche risatina intorno a sé e capì che tutti stavano aspettando di vedere se Bea avrebbe ceduto o Joe sarebbe stato steso a faccia in giù.

Borbottando sottovoce parole incomprensibili, Bea si diresse di nuovo in cucina. Un breve applauso scrosciò in onore della sua vittoria, e Joe si inchinò con l’eleganza e la magnificenza di un attore shakespeariano.

“Grazie, grazie. Siete troppo gentili, signore e signori.” Si raddrizzò e, nella sua miglior imitazione di Groucho Marx, si girò verso il giovane nascosto. “Non ci ho capito una mazza ma avrei voglia di picchiartela in testa.”

Donnie ridacchiò, la tensione sembrò allentarsi nelle sue spalle ossute. Il ragazzo aveva sempre apprezzato le sue imitazioni di Groucho.

Cresciuto da figlio unico, Joe aveva imparato fin da piccolo a fare affidamento sulla sua immaginazione iperattiva per tenergli compagnia nei giorni in cui i suoi genitori erano fuori a lavorare sodo per guadagnarsi uno stipendio decente; il che significava che in pratica era stato solo la maggior parte del tempo, ma aveva avuto troppo da fare per farsi prendere dalla solitudine, con tutti quei castelli da conquistare, le giungle da esplorare e il bestiame da radunare. Mentre la maggior parte dei suoi compagni di scuola lanciava barili di pixel a grandi scimmie di pixel, lui costruiva forti e labirinti con i cuscini del divano e le lenzuola.

Vivere nella propria mente era stata una parte così preponderante della sua esistenza che, quando era cresciuto, aveva avuto difficoltà a concentrarsi sulla realtà. Molti pensavano che gli mancasse qualche rotella, ma a lui non importava. Certo, a volte si sentiva un po’ in imbarazzo dopo essere stato sorpreso a svolgere un’animata conversazione con se stesso, ma non se n’era mai vergognato. Lui era fatto così.

“Scusa, Joe. Non volevo creare problemi,” mormorò Donnie. Fissava il pavimento con un grazioso broncio mentre prendeva a calci della polvere immaginaria. Wow, il ragazzo era bravo.

“Ho detto quel che dovevo dirti. Va’, torna al lavoro. E smettila di sezionare il cibo o Bea ti darà una lezione anticipata sulle ossa rotte. Elsie arriverà presto, comunque.”

Alla sola menzione della ragazza, le guance gli diventarono rosse e Donnie tornò in cucina. Elsie faceva parte del loro bizzarro trio, anche lei diciottenne e smilza come Donnie. Era un tesoro e si preoccupava per Joe quanto Bea. Donnie era pazzo di lei e tutti lo sapevano; stavano solo aspettando che ritrovasse la propria spina dorsale.

Qualcuno chiamò Joe in tono cantilenante, e lui si girò verso la signorina Rotherford con un educato inchino. Prima che potesse aprire bocca, lei saltò su dalla sedia e lo strinse tra le braccia, al punto da strizzargli l’aria fuori dai polmoni.

“È stata la torta migliore che abbia mai assaggiato! E il suo locale è fantastico! Tra qualche settimana darò una festicciola, e speravo di poter ordinare un po’ delle sue deliziose torte. Ci resteranno tutti secchi!”

“Spero di no,” ansimò lui con finto orrore. “Non avrei più clienti dopo la prima volta.”

Lei ridacchiò e gli diede uno schiaffetto scherzoso sul braccio. “Oh, sapevo che era un bravo cuoco, ma non immaginavo che fosse così simpatico.” Il fidanzato pagò il conto prima di aiutarla a infilarsi il cappotto, sempre con un sorriso radioso. “Allora, pensa di potermi preparare cinque torte per tipo?”

“Cinque per…” annaspò Joe. “Sono novanta!” Se ne era aspettate una dozzina, massimo due dozzine. La sua mente valutò in fretta la fattibilità, pensò a quanto tempo avrebbe impiegato per procurarsi gli ingredienti extra, alle spese aggiuntive e a quante ore in più avrebbe dovuto chiedere a Elsie e Donnie. Accortasi della sua esitazione, lei aprì la minuscola borsa e tirò fuori un biglietto dopo l’altro, infilandoglieli in mano. Era più denaro di quello che sarebbero costate il doppio delle torte, e lui tentò subito di restituirne una parte. Più ne rimetteva nella borsettina, più lei gliene ricacciava in mano.

“Oh, no, la prego, signorina Rotherford, non è necessario…” stava iniziando a dire, quando Bea si materializzò come un demone dalla nebbia. Mentre il suo cuore rallentava a un ritmo meno da cardiopalma, l’anziana gli prese i soldi dalle mani e se li ficcò nella tasca del grembiule, poi rivolse un sorriso radioso alla coppia… cosa ancor più spaventosa della sua spettrale riapparizione.

“Non si preoccupi, signorina Rotherford. Joe è solo un po’ timido. Certo che prepareremo quelle torte per lei. Tutta la città parlerà della sua festa.”

“Fantastico! Non vedo l’ora! Vi farò chiamare dalla mia assistente per i dettagli. Dovrò tenere tutto sottochiave. Se papà le scopre, non resterà più niente per quando arriveranno gli ospiti! Grazie mille.” Strinse le mani di Joe e, prima che una sola parola potesse uscirgli dalla bocca spalancata, se ne erano andati. Elsie si infilò in negozio mentre la coppia usciva. L’espressione di Joe doveva essere più che eloquente, perché parve subito pronta a darsela a gambe.

“Va tutto bene?” Volse i grandi occhi nocciola da lui a Bea.

“Benissimo,” rispose lui con un ampio sorriso a denti stretti. “Ti dispiacerebbe aiutare Donnie a controllare il bar? Devo dire due parole a Bea.” Si voltò verso la vergine di Norimberga e s’inchinò con movenza regale, indicando la cucina. “Dopo di lei, maestà.”

Bea non disse niente mentre marciava verso il retro con Joe che la seguiva in silenzio. Quando raggiunsero il retrobottega, come un pistolero del Far West, Bea estrasse l’arma per prima.

“Non pensarci neanche. So perché stavi cercando di rifiutare quel lavoro.” Lo inchiodò con uno sguardo che avrebbe fatto tremare anche l’Ade, ma lui non voleva cedere. Ovvio, lei non intendeva lasciarlo parlare finché non avesse detto la sua.

“E non raccontarmi cavolate tipo che non abbiamo abbastanza forni o ingredienti o quel che è. Stavi per dire no perché questo è il più grosso ordine che abbiamo mai avuto, e hai paura di non essere all’altezza di tutti quei ricconi. Sono un mucchio di sciocchezze e lo sai. Hai visto la faccia di quella ragazza. Adora le tue torte. Suo padre adora le tue torte. Non solo, tutti nel suo ufficio ne vanno matti. Quindi farai quei dolci, come li fai sempre, tutti li adoreranno, e presto avrai bisogno di assumere più personale perché non mi paghi abbastanza per badare al locale, cucinare, pulire, fare da babysitter a te e a quei due marmocchi, e giuro che se il ragazzo continua a sezionare le mie zucche, la prossima settimana ce lo sbatto dentro!” Inspirò a fondo ed espirò piano. “Ho finito.”

Accidenti. “A quanto pare, anch’io,” borbottò lui. Ancora una volta, lei aveva sparato per prima e lo aveva colpito a morte in mezzo agli occhi. Non aveva mai avuto nessuna possibilità.

“È quel che pensavo.” L’espressione di Bea si addolcì. Attrasse Joe in un abbraccio caloroso che lo lasciò senza fiato. A volte, la maggior parte delle volte, lo faceva impazzire, ma tutto quello che faceva lo faceva perché si preoccupava per lui, quindi non poteva essere troppo duro con lei.

“Joe, sei un brav’uomo. Perché non permetti a qualcun altro, oltre a me e ai ragazzi, di scoprirlo, eh? Altrimenti come farai a trovarti un buon compagno?”

“Oh no,” gemette lui, poi scosse la testa e s’allontanò con gentilezza. “Non ripeteremo ancora la solita conversazione ‘hai bisogno di un brav’uomo che si prenda cura di te’, e di sicuro non la faremo qui in cucina. Sono un adulto, Bea. So badare benissimo a me stesso. Io non cerco di sistemarti con ogni vecchio pazzo che mette piede qui.”

“Be’, forse dovresti.” Uno scintillio malizioso le si accese negli occhi vivaci, e d’istinto Joe fece un passo indietro. “Mi farebbe comodo un brav’uomo che mi scaldi di notte, mi massaggi i piedi, mi faccia metter comoda…”

“Oh, mio Dio. Smettila, per favore.” Joe rabbrividì per le immagini che gli assalivano la mente. Per fortuna svanirono quando Bea gli diede una pacca sul braccio.

“Non essere così puritano. Probabilmente è questo il motivo per cui non hai un uomo che ti tenga al caldo. Come se non ce ne fossero che ci provano.”

Purtroppo, anche questo era vero. Ogni giorno erano in parecchi a lanciare allusioni sottili, e altre non tanto sottili. Immaginava avesse qualcosa a che fare con il vecchio detto secondo il quale la strada per raggiungere il cuore di un uomo passava dallo stomaco. Per quanto non gli dispiacesse l’idea di qualcuno che lo tenesse al caldo, come diceva Bea, non se la sentiva proprio di accettare quelle proposte, o persino di mettersi a ricambiare le attenzioni. La paura di perdere ciò che gli ci era voluto tanto tempo a ricostruire era troppo grande. Ci aveva provato una volta. Aveva pensato di aver trovato il suo per sempre felici e contenti. Gli era costato caro. Non avrebbe più corso quel rischio. Il suo cuore non l’avrebbe sopportato.

“Joe, sei un bell’uomo, con tutti quei graziosi capelli biondi e quegli occhi splendidi. Come il mare, ha detto quell’uomo, ricordi? E per giunta sei forte e muscoloso. Inoltre, hai un gran bel culo.”

Lui spalancò gli occhi, si sfilò il grembiule e si affrettò a coprirsi. “Per favore, dimmi che non te ne stai qui a guardarmi il sedere, perché penso che potrei vomitare. E non dire che i miei capelli sono graziosi. I capelli degli uomini non si definiscono così. Non diresti a Russell Crowe che ha dei capelli graziosi.” D’altra parte, Bea era pur sempre Bea. Gli occhi di lei si illuminarono e Joe indietreggiò piano.

“Oh, ecco un bocconcino su cui si potrebbero affondare i denti.”

Joe studiò il grembiule tra le proprie mani e annuì assente mentre Bea blaterava sul bell’attore. Si avvolse le due cinghie intorno al collo, e tirò lentamente le estremità.

“Ha all’incirca la tua età, no? Trentatré o qualcosa del genere.”

“Non so quanti anni abbia,” rispose Joe con noncuranza, e intanto continuava a tirare le cinghie. “Io ne ho trentotto. Grazie di essertelo ricordato.” Dopotutto gli aveva scritto ‘Congratulazioni per i tuoi 40 anni!’ sulla torta di compleanno pochi mesi prima. All’inizio aveva creduto che volesse fargli uno scherzo cattivo. Ora non ne era così sicuro.

Bea rise e gli diede una pacca sulla schiena così calorosa che quasi lo fece barcollare. “Ti sto solo prendendo in giro. Certo che so quanti anni hai. Se pensi che mi sto rimbambendo ti prendo a schiaffi.”

Joe emise uno sbuffo poco delicato. “Come se ti servisse una scusa.”

Gli prese le cinghie di mano e gliele staccò dal collo, mentre scuoteva la testa divertita. “Era solo per dire, tesoro. Sei un gran bel tipo e loro lo sanno. È giunto il momento che lo scopra anche tu. Non sono tutti come quel coglione di Blake. Accidenti, il nome da solo avrebbe dovuto bastare a metterti in guardia.”

Joe fece una smorfia. “Pensavo che fossimo d’accordo di non parlarne mai più.” Lui non avrebbe pensato a Blake. Accidenti, e ora stava pensando a Blake. Bea lo riavvolse in un abbraccio e gli accarezzò i capelli, mentre lui emetteva un sospiro rassegnato. Litigare con quella donna era come mettere i piedi nelle sabbie mobili. Lottare equivaleva ad affondare più in fretta.

“Non puoi permettergli di toglierti la possibilità di essere felice, Joe. Non passare la vita da solo a causa di quello stronzo. Non ti meritava.”

“Non sono solo,” replicò Joe con un sorriso. Strofinò la faccia contro la spalla di Bea e fece le fusa come un gatto. “Ho te e adesso so cosa pensi del mio culo.” Si ritrasse e schivò uno schiaffo, poi rise mentre correva a mettersi al sicuro dietro al bar.

“Va tutto bene?” chiese Donnie, le sopracciglia aggrottate per la preoccupazione.

“Sì.” Joe gli rivolse un ampio sorriso e si chinò, poi sussurrò abbastanza forte perché quasi tutti i presenti potessero sentire. “Tieni d’occhio il tuo sedere. Bea è a caccia di prede.”

L’espressione di puro terrore che attraversò la faccia del ragazzo fu troppo per lui, e Joe si piegò in due dalle risate. Bea uscì per vedere cosa stesse succedendo, e quando Joe non riuscì a rispondere perché troppo occupato a sghignazzare, guardò Donnie. Il ragazzo scappò via come se avesse il fuoco ai piedi, e lui dovette appoggiarsi al bancone per sostenersi. I presenti scoppiarono in una risata, e la donna si guardò intorno come se tutti avessero appena perso il cervello. E forse era davvero così. Joe faceva quell’effetto alle persone.

 

 

“BE’, ABBIAMO fatto un gran bel lavoro, colleghi.” Joe salutò con la mano l’ultimo cliente prima di girare il cartello del bar per annunciare la fine di un’altra bella giornata. “Donnie, porta qui la spazzatura, okay?”

“Certo.”

Joe si diresse verso la porta d’ingresso oltre il bancone e, pochi minuti dopo, Donnie tornò trascinandosi dietro due grandi borse nere. Doveva davvero iniziare a dare più carne e patate al ragazzo. Quello scricciolo non sarebbe stato in grado di sollevare neppure un gomitolo di polvere. Gli tolse i sacchi e li spostò fino alla porta d’ingresso e poi fuori sul marciapiede. Una volta rientrato, chiuse la porta anteriore e si diresse verso quella laterale per controllare il giardino tra il bar e la boutique di scarpe alla moda della porta accanto. Era uno strano posto per un giardino commemorativo. Decenni prima, prima di diventare una boutique, quel negozio vendeva cappelli di lusso ed era di proprietà della signora Lowe. Sebbene fosse stato venduto da molto tempo, la signora Lowe possedeva ancora l’edificio, insieme al giardino che aveva realizzato in onore di suo padre, morto durante la Seconda guerra mondiale. Anche se sul davanti c’era un cancello di ferro sempre chiuso, così come sul retro, a volte i ragazzi s’intrufolavano per pomiciare o per combinare qualcosa di proibito, così la signora Lowe aveva chiesto a Joe di tenerlo d’occhio per lei, dato che andare in giro le era diventato difficile dopo l’impianto di una protesi all’anca. Per lui non era un problema. Quando aveva bisogno di una breve pausa, si sedeva lì sulla panchina di pietra e si godeva gli alberi e i fiori. Era anche il lato dove si trovava la sua scala antincendio.

Erano stati impegnatissimi dall’apertura alla chiusura e, grazie a Bea, avevano ottenuto l’ordine della signorina Rotherford. Più ci pensava, più l’idea diventava eccitante. Non si era mai occupato del catering per una festa prima d’allora. Se fosse andata bene, forse avrebbe dovuto dar retta a Bea e pensare di assumere più personale. Se le cose fossero andate molto molto bene, nella cucina sul retro c’era spazio per un forno o due, e se avesse sacrificato parte dei suoi risparmi, sarebbe stato in grado di gestire il tutto senza troppi danni alle sue finanze. E poi, magari, niente di eccezionale, ma un po’ di spazio in più, mobili nuovi, più personale…

La domanda era: poteva farlo? Aveva pensato a un locale più grande una volta, con il forno annesso. Era stato prima che tutto andasse a pezzi, incluso lui. La sua attività era cresciuta in modo costante nel corso degli anni, e con l’economia che era quello che era, sempre più persone avevano bisogno di un posto dove mangiare a prezzi accessibili, quindi il bar di Joe faceva al caso loro.

Gesù, a che diavolo stava pensando? Il suo locale era rimasto quasi identico dopo quindici anni. Lui ne aveva quasi quaranta. Intendeva davvero correre un rischio simile adesso?

Fuori in giardino notò che era molto più buio del solito. Le scale di ferro nero che portavano al suo appartamento erano avvolte dalle ombre per via di una lampadina bruciata proprio lì sotto. Fantastico.

“Donnie, prendimi una lampadina e la scala, per favore. L’impianto elettrico ha bruciato di nuovo le luci.” Sentì l’okay di Donnie e andò a controllare il cancello per assicurarsi che fosse chiuso. Raccolse dei rifiuti abbandonati, brontolando tra sé e sé. Era la terza volta in due settimane che doveva sostituire quelle maledette lampadine.

Qualche secondo dopo, Donnie si precipitò fuori e sistemò la scala per lui. “Pensavo che Pete l’avesse riparato.”

“Anch’io.” Ogni volta che Pete aggiustava una cosa, sembrava che se ne rompesse un’altra. Joe passò quella rotta a Donnie e stava per salire sulla scala quando udì un lieve rantolo. Si bloccò. “Hai sentito?”

Donnie si mise in ascolto, poi scosse la testa, ma Joe era sicuro d’aver udito qualcosa. Fissò il terreno umido e si concentrò. Stavolta il suono fu più forte, e proveniva dalle ombre più in là nel giardino. Lanciò un’occhiata a Donnie, e gli occhi strabuzzati del ragazzo gli fecero capire che anche lui l’aveva sentito. Si sbrigò a cambiare la lampadina, mentre imprecava sottovoce. La luce non arrivava fino al limite del giardino ma, insieme al chiarore della luna, era più o meno sufficiente a fargli distinguere una forma tra i cespugli.

“Cosa pensi che sia?” sussurrò Donnie.

Joe alzò gli occhi al cielo quando il respiro del ragazzo gli solleticò la nuca. “Se ti avvicini ancora un po’ finirò per portarti a cavalluccio.”

“Scusa,” rispose Donnie imbarazzato mentre indietreggiava.

“È probabile che sia solo un gatto.” Per favore fa’ che sia un gatto e non una coppia di adolescenti arrapati che ci danno dentro. Joe avanzò lentamente verso l’oscurità con Donnie che gli respirava di nuovo sul collo, anche se immaginava che l’impeto di coraggio del ragazzo fosse dovuto a Elsie che guardava dalla porta più che a un vero desiderio di compiere una prodezza. Si rimise in ascolto, ma a parte i suoni della città e il respiro del giovane, non sentì nulla. Poi la vide: una grossa massa scura sul suolo, messa in rilievo dal bagliore sfumato della luna. Qualunque cosa fosse si stava muovendo. Appena. “Gesù, è una persona.”

“Forse dovremmo lasciarlo lì, Joe. Probabilmente è solo un senzatetto che ha bevuto troppo.”

“Non sarebbe una giustificazione. Non possiamo mollare un ubriaco svenuto nel giardino della signora Lowe.” S’avvicinò con cautela finché non fu chino sulla figura raggomitolata. “Una giacca di pelle dall’aria costosa per un senzatetto. Non so tu, ma io non ne ho visti molti andarsene in giro con degli stivali da motociclista.” Si accovacciò e spostò un lembo della giacca nera dell’uomo. “Per giunta è firmata.”

“Joe, guarda!” Donnie indicò l’erba macchiata proprio sotto la testa dell’uomo.

“Accidenti, è quel che penso?” Joe gli girò con cautela il capo, e scoprì che i capelli neri sulla nuca erano macchiati di sangue. “Sembra che qualcuno gli abbia dato una bella botta. Dobbiamo chiamare un’ambulanza.”

Donnie esitò prima di lasciar prevalere l’istinto, poi controllò respiro e battito. “Il respiro è debole ma è ancora vivo. È probabile che abbia una commozione cerebrale, quindi non dovrebbe star qui fuori.”

“Non ho esperienze di traumi alla testa, a parte il genere che mi procura Bea e quelli per fortuna non sono sufficienti a provocarmi una commozione. Non ancora, comunque.”

“Se ha davvero quello e resta all’aperto il cervello potrebbe subire un danno. Il problema è che non sappiamo per quanto tempo è stato fuori. Dovremmo…”

La mano dell’uomo scattò ad afferrare il polso di Joe, al che Donnie strillò e lui quasi balzò per aria dallo spavento. “Signore Gesù!” Joe stava per dire a Donnie di correre a chiamare un’ambulanza quando si rese conto che l’uomo ferito stava cercando di parlare. “Va tutto bene. Ti porteremo in ospedale, tieni duro.”

L’uomo emise un suono che somigliava molto a un ‘no’, ma non poteva essere così. Forse il poveraccio era uscito di senno. Joe si sporse quando l’altro alzò la testa. “Niente poliziotti,” biascicò e strinse la presa sul suo braccio; aveva una voce così bassa e roca che non l’avrebbe sentito se non fosse stato così vicino. “Niente ospedali.”

“Cosa?” Joe scosse il capo e fece del proprio meglio per rimanere calmo. “Ascolta, amico, qualcuno ti ha dato una botta in testa. Hai bisogno di cure mediche.”

“Per favore, niente poliziotti. Aiutami.”

“Sto cercando di darti una mano, ma il meglio che posso fare è portarti in ospedale. Non sono un medico.”

“Mi… uccideranno… Poliziotti… morto… Niente ospedali. Per favore.” Detto ciò, l’uomo crollò di nuovo a terra.

Bene, quelle di certo non erano parole che a Joe andava di sentire nella stessa frase.