Capitolo 1

 

 

OCCORREVANO TRECENTOSETTANTASEI passi per attraversare la mia proprietà da un confine all’altro. Non che li avessi fatti, si intende, ma li avevo contati osservando l’uomo che faceva jogging lungo la mia strada ogni giorno, con il sole o con la pioggia. Avevo cominciato ad accettare la sua presenza nel mio mondo ormai, ma le cose non erano state così all’inizio. Allora consideravo il passaggio dello sconosciuto come un’aberrante intrusione. Detestavo che la gente anche solo si avvicinasse a casa mia e mi ero trasferito ai margini della mia città natia, Fall Harbor, nel Maine, proprio per quel motivo. Dopo ciò che mi era successo, avevo bisogno di stare da solo. E ora quel tizio sembrava determinato a distruggere la mia pace.

Casa mia non si trovava lungo il sentiero battuto. Diamine, a essere più precisi, bisognava proprio addentrarsi nei boschi per trovarla; ci volevano quasi trenta minuti di macchina per raggiungere il centro città, a ben trenta chilometri di distanza. Ci tenevo alla mia privacy, e pagavo profumatamente per mantenerla.

Poi era arrivato lui.

Per diversi giorni, dopo averlo avvistato la prima volta, ero rimasto nascosto dentro casa: vederlo così vicino mi aveva turbato. Era passato più di un mese dall’ultima volta che qualcuno aveva percorso la mia strada, che tra l’altro non portava proprio da nessuna parte. Dopo la curva si trasformava in un vicolo cieco e non si poteva che fare dietrofront e ripercorrerla nel senso inverso. Il che significava che vedevo quell’uomo due volte al giorno. E due volte al giorno avevo un crollo nervoso.

A causa sua, i tempi in cui non vedevo nessuno, in cui non interagivo con anima viva, erano solo un ricordo. Mi ero organizzato perché fosse il mio avvocato a occuparsi delle bollette; coltivavo la maggior parte del cibo che mangiavo, e quello che non riuscivo a crescere mi veniva consegnato sul limitare della proprietà: dopo diverse ispezioni, lo portavo in casa, lo smistavo, e lo riponevo al proprio posto. Tutto questo era cambiato il giorno che quell’uomo era passato col fiatone davanti a casa mia, scombussolando tutte le mie abitudini.

Lo sconosciuto non poteva avere più di trent’anni. I capelli castani gli arrivavano al collo e gli frustavano il viso gocciolante di sudore mentre correva. Il suo corpo tonico era una distesa di carnagione dorata, ricoperta da una leggera peluria marrone chiaro. Sì, l’avevo guardato. Anzi, avevo studiato nel dettaglio quella minaccia alla mia sanità.

Sembrava che la sua esistenza alterasse il feng shui della casa. Non che credessi in certe sciocchezze, chiaro, ma ogni cosa doveva sempre svolgersi in un certo modo, e qualsiasi cambiamento mi metteva ansia. Conoscevo il cervo che attraversava la mia proprietà tutti i giorni: si fermava a mangiucchiare i germogli teneri in primavera e si acciambellava per combattere il freddo durante i mesi invernali più rigidi. Una famiglia di allodole faceva il nido su uno dei miei alberi ogni anno dal mio arrivo, e la mattina mi svegliavo al suono del loro canto. I girasoli nero e giallo acceso che avevo piantato a distanza di cinquanta centimetri l’uno dall’altro di fronte alla casa fiorivano insieme, grazie all’acqua e alla luce del sole. Era così che doveva essere.

Poi era arrivato lui.

Il primo giorno avevo pensato che fosse solo un caso, che non sarebbe tornato. Lo speravo, perché dovermi nascondere sotto la finestra mi faceva arrabbiare. Non avevo idea di come o perché fosse giunto fino a lì: quella strada non era di certo adatta alla corsa. Con le sue salite scoscese e le curve a gomito, poteva infatti essere piuttosto pericolosa.

La prima volta che l’avevo visto, mi ci erano volute quasi otto ore per calmarmi. Avevo dovuto controllare e toccare ogni oggetto presente in casa per assicurarmi che fosse tutto ancora al proprio posto, e le mani avevano continuato a tremarmi finché non l’avevo fatto. Ma il giorno successivo era tornato, e la storia si era ripetuta.

Avevo provato a chiamare lo sceriffo, ma lui mi aveva riso in faccia e mi aveva assicurato che non esisteva nessuna legge che impedisse a una persona di correre per la strada. Quando avevo protestato, lui si era fatto brusco.

“Ha invaso la tua proprietà?” mi aveva domandato, l’irritazione nelle sue parole smozzicate era inconfondibile.

“Beh, no, ma…”

“Allora mi dispiace, Matt. Non posso farci niente. È libero di correre ovunque gli vada a genio.”

“Non puoi almeno suggerirgli di trovare un altro posto?” l’avevo pregato.

Quando la sua voce aveva assunto quel tono compassionevole che conoscevo così bene, mi era venuta voglia di attaccargli il telefono in faccia. “Sai, ti farebbe bene avere un po’ di compagnia là fuori,” mi aveva risposto. “Forse dovresti provare a parlarci. Invitarlo dentro per una tazza di quello strano tè che prepari tu.”

“Se te lo dicesse mamma, lo faresti,” avevo ribattuto.

Sì, lo sceriffo, Clayton Bailey Bowers era il mio fratello minore di due anni.

“Sono abbastanza sicuro che mamma sarebbe d’accordo con me,” aveva ribattuto lentamente. “Non le piace che vivi nel bosco da solo. Non puoi tornare in città e vivere come…”

Aveva esitato per un istante di troppo.

“Come una persona normale?” avevo concluso per lui. “È questo che stavi per dire, no?”

Clay aveva emesso un lungo sospiro seccato. “Sono passati tredici anni, Matt. Non vieni nemmeno a trovare me e mamma. Non ci permetti di venire a trovare te. Diamine, persino i tuoi amici hanno smesso di chiedere tue notizie.”

Amici. Immaginavo che credessero di esserlo, ma non avevo mai avuto quel legame con loro. Se li avesse chiamati ‘conoscenti’ l’avrei accettato, ma non più che questo. Da quando era avvenuto quello a cui la maggior parte delle persone si riferiva come a ‘l’incidente’, provavo il bisogno di stare da solo, di stare il più lontano possibile dagli altri. Quell’incidente aveva mandato in frantumi il mio mondo, e ora non potevo che cercare disperatamente di tenerlo incollato insieme. Era per questo che la familiarità era diventata una cosa così importante per me.

L’incidente era avvenuto ai tempi delle superiori. Avevamo celebrato il mio sedicesimo compleanno solo tre settimane prima, e mamma mi aveva regalato una macchina malandata, una Toyota giallo limone con quasi centomila chilometri alle spalle. Era un’auto navigata, ma tutte le volte che la guidavo, sentivo che stavamo facendo la storia. Adoravo quella macchina, probabilmente anche più di mio fratello. Se avessi dovuto scegliere tra lui e la mia Toyota… beh, era un bene che non avessi mai dovuto prendere una decisione simile.

Il tempo era bizzarro quella primavera. C’era stata molta pioggia, qualche volta addirittura mista a neve. Un giorno era così, e il giorno successivo le temperature si alzavano fino ai trenta gradi. Uno dei miei professori, il signor Jackson, mi aveva chiesto uno strappo a casa, perché la sua macchina si era fermata nel parcheggio. Quel tizio non mi era mai piaciuto. Mi faceva accapponare la pelle, e avevo sentito parecchia gente fare commenti simili su di lui, ma, da benemerito idiota, gli avevo risposto che l’avrei accompagnato. Il suo sorriso e i suoi ringraziamenti gioiosi mi avevano subito procurato un principio di nausea.

Mi diede indicazioni, finché non ci ritrovammo in un campo piuttosto lontano dalla città. Tutto dentro di me urlava di fare inversione e tornare indietro, ma cacciai indietro la paura.

“Abita qui fuori? È piuttosto lontano dalla scuola.”

L’uomo mi avvolse un braccio attorno alla vita e mi trascinò a sé. Mi si rizzarono i peli dietro al collo. Cercai di allontanarmi da lui, ma l’uomo non lasciò la presa, avvicinando le labbra alle mie. Nel panico, mi appoggiai al clacson. Lui si ritirò di scatto, con le pupille dilatate. Mi rivolse una sorta di ghigno inquietante e si sporse di nuovo verso di me. Cercai di colpirlo, urlandogli di starmi lontano.

“Sapevi perché stavamo venendo qui,” disse, afferrandomi per i capelli. E la cosa più malata era che sembrava sinceramente convinto che l’avessi accompagnato fin lì per quella ragione.

“No che non lo sapevo!” urlai, continuando a dimenarmi contro di lui, benché avesse il doppio dei miei anni, fosse alto un metro e ottanta contro il mio metro e settanta e pesasse venti chili più di me. “Mi ha chiesto un passaggio a casa, e pensavo che fosse quello che voleva. Non voglio farlo con lei.”

Annaspai nel tentativo di fuggire, ma la sua presa si strinse. Non importava se mi avesse strappato ogni singolo capello dalla testa: non volevo le sue mani su di me. Urlando, cominciai a colpirlo in viso. Lui ringhiò e mi afferrò con l’altra mano. Ormai mi aveva in pugno, e mi teneva salda la testa con entrambe le mani. Cercò di tirarmi verso il suo inguine. L’odore stantio di sudore mi fece venire il voltastomaco e la mia testa cominciò a vorticare. Il professore mi lasciò con una mano per slacciarsi la cintura, ansimando rumorosamente.

“La prego non lo faccia,” lo supplicai. “Non lo dirò a nessuno.”

Poi fui colpito da un pensiero. Che cosa mi avrebbe fatto dopo? Doveva sapere che sarei andato a dirlo a mia madre o qualcun altro. Pensava che non mi avrebbero creduto? Mi avrebbe fatto del male – o peggio – dopo essersi preso quello che voleva? Cominciai a piangere.

“Shh. Va tutto bene,” mormorò il professor Jackson. “Mi prenderò cura di te.”

Si abbassò i boxer e il suo uccello sobbalzò. La puzza diventò insopportabile e… vomitai. Sul suo grembo. La pizza di verdure che avevano servito a pranzo. L’odore del rigurgito, mescolato a quello che proveniva del suo inguine, mi fece rimettere ovunque. Il professor Jackson mi spinse via, poi mi colpì forte in viso. La botta mi stordì, e temetti che l’uomo mi avrebbe preso con la forza. Invece uscì, mi trascinò fuori dalla macchina, e mi spinse per terra. Mi prese a calci nelle costole una o due volte, poi si impossessò della mia piccola auto gialla limone e se ne andò.

Rabbrividii, ma non per il freddo. Le sue mani sulla mia pelle, la sua bocca sulla mia… mi avevano raggelato fino al midollo. Mi trascinai fino all’albero più vicino e mi appoggiai al suo tronco, lasciando che la corteccia ruvida mi graffiasse la pelle. Poi piansi.

 

 

QUATTRO ORE più tardi fui raggiunto da Ray Campbell, lo sceriffo dell’epoca, e mia madre. Mamma scese di corsa dall’autopattuglia e mi gettò le braccia al collo. Sprofondai nell’abbraccio, singhiozzando quanto mi dispiaceva.

“Shh. Non hai fatto niente di sbagliato,” mi assicurò.

Ma non era vero. Gli avevo dato accesso alla mia macchina – alla mia vita – anche se il mio istinto mi aveva detto che qualcosa non andava. Tutto quello che era successo era colpa mia.

Lo sceriffo rimase in piedi alle sue spalle, senza incontrare il mio sguardo. Il linguaggio del corpo del poliziotto tradiva il suo disagio. Non ne ero particolarmente sorpreso: non era mai stato un uomo tollerante nei confronti delle persone diverse da lui. Quando mamma lo fulminò con lo sguardo e gli intimò di muovere il culo, scattò in azione. Cominciò chiedendomi se stavo bene: il professore mi aveva fatto del male? Scoppiai a ridere, perché la mia faccia di certo non si era gonfiata da sola. Lui si inginocchiò e cercò di toccarmi, ma io mi scansai all’istante.

“No, non mi tocchi!” urlai.

Lo sceriffo ritrasse la mano come se avesse preso la scossa. Mamma mi strinse a sé e mi accompagnò in macchina, poi si sedette al mio fianco, tenendomi al sicuro nel suo abbraccio. Mi accarezzò i capelli, mormorando che sarebbe passato tutto, ma anche allora sapevo la verità: niente sarebbe più stato lo stesso.

Mi portarono in ospedale, dove mi vennero somministrati degli antidolorifici e mi fu imposto molto riposo. Mi dimisero il mattino successivo, quando mamma venne a prendermi. Si affrettò a portarmi alla macchina, per poi salire a sua volta. Durante il viaggio verso casa non disse niente e gliene fui grato. La mia mente era in subbuglio, non faceva che ripercorrere l’accaduto da ogni angolazione per capire cosa avrei dovuto fare diversamente. Purtroppo, la conclusione non sembrava cambiare, non importava quante volte rivivessi la sequenza. Avevo fatto qualcosa per fargli credere di essere disponibile. Solo non sapevo cosa.

Quella notte mamma mi raccontò di aver visto il professor Jackson sfrecciare per la città con la macchina che mi aveva regalato, facendo stridere le gomme nello svoltare l’angolo.

In quel momento aveva capito che qualcosa non andava. Si era rivolta allo sceriffo e l’aveva convinto a controllare. Quando erano arrivati a casa del professor Jackson, l’uomo aveva sostenuto che la macchina gli era stata prestata, perché la sua era in panne. Mamma l’aveva accusato di mentire: sapeva che era più probabile che rinunciassi a Clay che alla mia auto. Lo sceriffo aveva arrestato il professor Jackson e lo aveva condotto nel minuscolo ufficio dove lavorava. La criminalità non era sconosciuta alla nostra cittadina, ma consisteva per lo più in ragazzini annoiati che si cacciavano dove non era permesso. Dopo averli informati sul luogo dove mi aveva lasciato, il professor Jackson aveva cercato di convincerli che ero stato consenziente, che l’avevo sedotto. Mia madre a quel punto era impazzita, perché era certa che non potesse essere vero. Lei e Clay sapevano che ero gay, ma mamma sapeva anche che non avrei mai fatto niente con un adulto, e di certo non nella nostra piccola cittadina. Il professor Jackson aveva confessato alla fine, era stato accusato di tentato stupro, ed era finito in tribunale. Per fortuna, visto che aveva ammesso il suo reato, il nostro avvocato mi aveva informato che non c’era bisogno che testimoniassi.

Questo non cambiò comunque la mia situazione. La mia vita aveva cominciato a sprofondare in un abisso da cui ero convinto che non sarei mai uscito.

“Abbiamo recuperato la tua macchina,” annunciò un giorno mia madre.

La mia amata macchina. La cosa più preziosa che possedevo. Ora era contaminata. Non pensavo di poterne sopportare di nuovo la vista. “Vendila,” le risposi.

“Ma adori quella macchina.”

“Non la voglio più.”

“Con il tempo passerà, vedrai.” La sua voce trasudava una speranza che non nutrivo.

Rimasi a casa da scuola per le successive due settimane, senza parlare con nessuno. Mamma cercò di persuadermi a lasciare la mia stanza preparandomi il mio piatto preferito per cena, ma le dissi che non avevo fame. Posò il piatto fuori dalla mia porta e mi lasciò in pace, cosa che apprezzai. Il mondo aveva cominciato a sgretolarsi intorno a me. Ovunque guardassi, c’era qualcosa che mi ricordava il bambino che ero stato. Quello sciocco che credeva che aiutare le persone non potesse mai essere sbagliato.

Cominciai a sistemare la mia stanza per tenermi occupato. Scoprii che riordinare il caos intorno a me aiutava la mia mente a calmarsi e mi facilitava la respirazione. Ogni trofeo, ogni piccola cianfrusaglia collezionata negli anni, tutte le mie foto… erano pezzi e frammenti che componevano la mia vita. Se volevo sperare di ritrovare il mio centro, dovevano essere perfetti. Li suddivisi, prima per colore, poi per anno, e infine per misura. Dopodiché fu il turno dei libri sullo scaffale: prima per genere, poi per autore. Feci un elenco di tutti gli oggetti che possedevo indicandone la posizione, perché potessi ritrovarli sempre con facilità.

Quando finalmente lasciai la mia stanza, mi ero calmato. Ma poi notai il disordine nel resto della casa e provai l’impulso di correggerlo. Era parte di ciò che consideravo mio, e non mi piaceva vederla fuori posto. Mamma era al lavoro, Clay a scuola, quindi non c’era nessuno che potesse disturbarmi. Spolverai, poi lavai i muri e i pavimenti, prima di occuparmi di tutto il resto. Quando mamma e mio fratello rincasarono, il cambiamento era considerevole, ma c’era ancora così tanto da fare.

“Clay, va nella tua stanza, per favore,” disse mia madre.

“Va bene, ma dopo può venire a sistemare la mia camera?” rispose lui, e la sua voce si spezzò quando esplose in una risata.

“Va’ di sopra,” sbottò mamma.

Clay arrancò per le scale, borbottando sottovoce per tutto il tragitto.

“Tesoro, vieni a sederti.”

“Non posso,” protestai. Avevo ore di lavoro davanti a me perché la casa diventasse… giusta.

“Matt,” cercò di persuadermi.

Inzuppai la spugna, poi la strizzai e la posai con precisione a fianco del secchio. Mi voltai verso mia madre e vidi la preoccupazione impressa nella sua espressione circospetta.

“Cosa stai facendo?”

Espirai. “Sto pulendo.”

“Tesoro, hai sedici anni. I ragazzi della tua età non puliscono. Diamine, tuo padre non puliva e aveva più di trent’anni.”

Avrei voluto ridere, ma il mio sguardo continuava a spostarsi verso il secchio. Mi avvicinai di qualche centimetro, poi mamma allungò il braccio e mi afferrò per il polso. Trasalii e mi allontanai, prima di notare quanto sembrasse ferita. “Scusa,” sussurrai.

“No, scusami tu, Matt. Pensi che… forse dovremmo provare a farti parlare con qualcuno?”

Dopo qualche istante, capii cosa volesse dire. “Uno strizzacervelli.”

“Uno psicologo, sì. Quello che quel professore ti ha fatto è sbagliato, e forse hai bisogno che qualcuno ti aiuti a capire che non è stata colpa tua.”

Dentro di me crebbe l’ansia e cominciai a girare in tondo nella stanza, gesticolando mentre parlavo. “Ma è così,” protestai. “Voglio dire, pensava che lo volessi. L’ha detto lui. Quindi forse nel profondo lo volevo e non me ne ero reso conto.”

“Smettila!” urlò mamma, con il viso contratto dal dolore. “Ti prego…” La sua voce e la sua espressione si addolcirono. “Ti prego, smettila.”

Provò a mandarmi a scuola, ma quando ci arrivai, non riuscii a vedere altro che il disordine. Niente era al suo posto, e lo sporco era ovunque.

La cosa peggiore erano i ragazzi, con i loro capelli strani e i loro vestiti sudici.

Come si faceva a vivere in quel modo? Fu in quel momento che me ne resi conto. Mi aveva afferrato per i capelli, mi aveva tenuto la testa. Chiunque a scuola avrebbe potuto fare lo stesso. Chiunque avrebbe potuto usare i miei capelli contro di me. Quel pensiero mi accompagnò per tutta la giornata, mentre facevo scorrere le dita tra i miei ricci biondi. Quando rincasai quella sera, andai in bagno e mi feci la doccia. Dopodiché tirai fuori uno dei rasoi di sicurezza che mi aveva comprato mamma per la barba, e mi rasai tutta la testa. Ci vollero diversi tentativi, e parecchi rasoi, ma alla fine il mio capo fu liscio.

Mamma scoppiò a piangere non appena mi vide. Clay trovò l’intera faccenda divertente.

La mia vita cambiò dopo quell’episodio. Smisi di frequentare la scuola, e alla fine anche mamma smise di pregarmi di andarci. Cominciai a trascorrere più tempo nella mia stanza, dove l’ordine regnava sovrano. L’avvocato del professor Jackson riuscì a patteggiare la sentenza, ma non contestò le accuse, cosa per cui fummo grati. Si scoprì che l’uomo aveva ricevuto diversi richiami dal distretto scolastico, ma non era mai stata decisa una formale azione disciplinare. Il nostro avvocato portò il caso in tribunale, attribuendo alla loro negligenza la responsabilità dell’accaduto. Sapendo di non avere altra scelta, l’amministrazione pagò la somma di tre milioni di dollari di risarcimento, che furono depositati in un conto a cui avrei avuto accesso al compimento dei miei diciotto anni. Il professor Jackson fu condannato a tre anni di prigione, ma io avrei scontato la mia pena per il resto della vita.

 

 

LA PREOCCUPAZIONE di mamma cresceva insieme alla mia depressione. Mi prese un appuntamento dal dottore e mi trascinò fino al suo studio. All’inizio opposi resistenza: il mondo di fuori era in uno stato pietoso e c’erano così tante cose che avrebbero potuto essere migliorate. Una volta arrivati, mamma mi presentò il dottor Robert Treadway e quando questi mi accompagnò nel suo ufficio fui invaso da un senso di pace.

Mi piaceva quel posto. Era quasi tutto pulito e organizzato, anche se alcuni punti avrebbero potuto essere migliorati. Quando mi vide raddrizzare un oggetto, sorrise e mi lasciò continuare, così presi a sistemare ogni cosa in modo più sensato. Ogni settimana, per i tre mesi successivi, mi accolse nel suo studio e lasciò che sistemassi la stanza come preferivo. Cominciai a sentirmi a mio agio nel suo ufficio: era come un’estensione di me stesso.

Le nostre conversazioni erano semplici. Come stavo? Come andavano le cose a casa? Erano solo domande superficiali, ma sapevo che le stava usando per entrarmi nella testa. Poi, finalmente, arrivò al punto.

“Hai voglia di parlare di quello che è successo con il tuo insegnante?” chiese il dottore, che mi aveva detto da tempo di chiamarlo Rob.

“Non molta, no.”

Non volevo nemmeno pensare a quell’uomo, ma viveva in un angolo della mia mente e non se ne voleva andare. Parlarne con il dottore? Sarebbe stato come rivivere l’incubo. Non era decisamente qualcosa di cui avevo voglia, no.

“Sai che non migliorerà se non ci lavoriamo insieme.”

E non era forse quello il nocciolo della questione? Le cose non sarebbero migliorate se non ne avessimo parlato, ma parlarne mi avrebbe fatto stare peggio, perché i ricordi avrebbero preso il sopravvento. Raddrizzai gli oggetti sulla scrivania, spostando il portapenne che conteneva un paio di bellissime Cross dorate verso l’angolo più lontano del tavolo.

“Perché l’hai messo lì?” domandò. “La settimana scorsa l’hai messo a sinistra.”

Era vero. Le mani cominciarono a tremarmi quando feci per afferrarlo di nuovo: sentivo che era nel posto giusto, anche se la mia mente non era d’accordo.

“Matthew?”

Nessuno mi chiamava così a meno che non avessi fatto qualcosa per farli arrabbiare; il tono di Rob non era minaccioso, lo trovavo rassicurante.

“Non so,” risposi con sincerità. “Ho l’impressione che debba stare lì.”

“È una risposta adeguata. Qualche volta quando una cosa sembra più giusta in un altro posto, è un bene spostarla. Niente deve necessariamente restare uguale per sempre.”

Ma doveva. O almeno avrebbe dovuto. Poteva esserci ordine solo se niente si muoveva dopo averlo messo al proprio posto. Ma non avevo mentito; sembrava davvero che il portapenne appartenesse al punto dove l’avevo messo in quel momento, piuttosto che all’altro lato della scrivania. Avevo notato che Rob usava la destra per scrivere, e sembrava sciocco avere il portapenne sulla sinistra, perché avrebbe dovuto sporgersi sul tavolo per poterlo raggiungere.

Ricominciò. “Allora. Il tuo insegnante. Ha cambiato versione dei fatti diverse volte. Perché credi che la prima volta abbia detto che eri andato con lui di tua spontanea volontà?”

Il mio sguardo guizzò per la stanza; la presenza del dottore in quello spazio chiuso era quasi insopportabile. Sentivo ancora l’odore rancido di sudore, il suo ansare, la sua presa nei capelli. Il mio respiro cominciò ad accelerare e il mio corpo a tremare. Nella testa udivo la sua voce intimare che era per questo che ero andato con lui.

“Non è vero,” urlai, spingendomi in piedi. “Non ci sono andato per fare sesso con lui. Pensavo… pensavo di fargli un favore, visto che la sua macchina era rotta. Non sarò mai più così stupido da fidarmi.” Mi voltai per correre verso la porta, ma la voce di Rob aprì un varco nella nebbia che mi circondava.

“Matthew, siediti per favore.”

Sedermi? Col cavolo. Volevo correre e non fermarmi più. Fuggire dalla voce, dai ricordi che mi assalivano ogni notte. Volevo allontanarmi dagli incubi che mi tenevano costante compagnia e non mi avevano abbandonato fino ai miei diciotto anni, quando ebbi accesso ai soldi che erano stati messi da parte per me. Comprai della terra, ci costruii sopra una casa, e lasciai la società.

Avere familiarità con ciò che mi circondava mi dava pace, anche se mi strappava da mia madre e mio fratello.

Era un piccolo prezzo da pagare, mi dicevo ogni notte, quando restavo sdraiato a letto, incapace di addormentarmi.