Capitolo 1

 

 

QUANDO USCII dal capanno correndo verso le grida, fra le mani il fucile di mio padre e la torcia elettrica più grossa che avevo, non stavo pensando.

La neve era profonda, fino alle ginocchia, ma del resto era un febbraio dello stato di Washington, e mentre ci arrancavo in mezzo aggirando alberi, felci e fitti cespugli, cercai di non pensare a tutti i boschi dei film horror che avevo visto nei miei trentadue anni. Non che avessi paura – ero un ex marine – ma poi sentii un altro urlo e aumentai il ritmo. Dovevo arrivarci alla svelta.

Sfortunatamente dopo la neve era piovuto, e poi la temperatura era calata di nuovo fino al gelo, così andare avanti era come muovere le gambe in mezzo a una granita. Facevo un passo e affondavo, facevo un altro passo e affondavo… arrivare da qualsiasi parte alla svelta non era possibile. Il freddo stava cercando di azzannarmi fin sotto la pelle, così mi chiusi la lampo del giaccone foderato di agnello per cercare di tenerlo a bada.

Che cosa stava succedendo sui terreni dei signori Rothschild? Mi facevo delle domande fin da quando ero arrivato.

I Rothschild avevano contattato la compagnia per cui lavoravo, la Wild Wood Carpentry, dopo aver visto sul sito delle foto dei miei lavori precedenti. Erano rimasti colpiti e avevano chiesto se potessi andare a casa loro per ricostruire delle librerie a muro danneggiate da un incendio. I soldi non erano un problema, e no, non c’era bisogno di un preventivo.

Dei dettagli si era occupata la Wild Wood. Io avevo lasciato Bellingham, nel nord delle Cascade Mountains, vicino alla zona del monte Baker nella Whatcom County, e avevo guidato fino a una città chiamata Glacier. Per un po’ ero rimasto su un tratto solitario della 542, poi avevo svoltato in direzione del lago Church. Dopodiché la zona si era fatta desolata, senza nulla davanti o alle mie spalle a parte neve e alberi fin dove arrivava il mio sguardo. Quando finalmente avevo visto apparire come dal nulla la svolta, era stato un bel sollievo.

La lunga stradina tortuosa conduceva a un cancello di ferro battuto alto tre metri. Le telecamere e il sistema di sicurezza high-tech erano stati una sorpresa, e avevo dovuto scendere dalla macchina e restarmene di fronte a un monitor intanto che qualcuno confermava la mia identità. Mentre aspettavo mi ero chiesto perché mai fosse necessario. Perché dover saltare nei cerchi come un leone ammaestrato lì nel bel mezzo del nulla?

C’erano voluti altri dieci minuti di auto prima che il folto del bosco si diradasse e poi si aprisse. La casa – se così la si poteva chiamare – sembrava più che altro una fortezza.

Quando avevo oltrepassato la soglia, quella che all’esterno somigliava a una roccaforte medievale aveva rivelato lo stesso aspetto austero e quasi museale anche all’interno. Era massiccia dentro quanto fuori, e altrettanto gelida, se non ancora di più: marmo dappertutto, legno antico lucidato, caminetti enormi in ogni stanza. Ero andato un po’ in giro, e c’erano dorature ovunque. Mi ero sentito vestito in maniera troppo casual e guardato dall’alto in basso da chiunque avesse avuto la sfortuna di dover conversare con me. Fin dal primo giorno avevo avuto l’impressione che in realtà non mi volessero. E c’era un sacco di gente che si aggirava qua e là fingendo di non notare la mia presenza: cameriere e altri domestici, un cuoco e il suo staff, ma anche una quantità di gente bellissima che se ne stava seduta o in piedi senza fare granché a parte atteggiarsi in pose artistiche. Però, in effetti, c’era anche un sacco di movimento. Era come un piccolo villaggio formicolante all’interno di quelle spesse mura. Avevo voglia di chiedere cosa stessero combinando con quel castello, se lo stavano rimettendo a posto per una visita o qualcosa del genere, ma ero lì per fare il mio lavoro, non per fare domande. Quindi, anche se ero curioso riguardo agli abitanti, avevo tenuto la bocca chiusa.

La padrona di casa, la signora Rothschild, mi aveva sistemato in un piccolo capanno sulla proprietà, a un miglio dalla loro porta, per la durata del lavoro. Mi servivano due pasti al giorno in cucina, in una nicchia vicino al forno, dove c’era caldo, e la cena me la impacchettavano ogni sera prima che me ne andassi, dopo nove o dieci ore di lavoro sulle librerie. Nel corso della giornata nessuno mi rivolgeva la parola, tranne che per portarmi dell’acqua in bottiglia.

Alla fine del quarto giorno la signora Rothschild era venuta a controllarmi, aveva annuito, mi aveva fatto l’ombra di un sorriso e mi aveva detto di continuare.

“Lei non è affatto come immaginavo, signor Thorpe,” aveva aggiunto. “Non è stato per nulla una seccatura, e non puzza come gli altri suoi simili.”

Sospettavo che quel commento sugli ‘altri miei simili’ si riferisse agli operai che aveva avuto in casa in precedenza. Forse quelli non si erano preoccupati granché dei loro odori corporei, ma soltanto di entrare e uscire alla svelta. Era un posto strano, quindi capivo che effetto poteva aver fatto a loro.

“Dubito che i miei amici sappiano persino che lei è al capanno, tanto poco si intromette.”

Quell’ultimo commento mi stava dando da pensare, mentre arrancavo in mezzo alla neve verso il grido che mi aveva fatto alzare dal divano, vestire in fretta e uscire nella notte. Nessuno sapeva che ero lì. Nessuno sapeva che stavo al capanno, a parte i Rothschild. Se non mi fossi presentato al lavoro il giorno dopo, sarebbero venuti a controllare come stavo? Oppure avrebbero soltanto chiamato qualcuno per dare una pulita alla foresteria?

Non aveva importanza; non avrei fatto marcia indietro. Avrei scoperto l’origine di quel rumore. Speravo soltanto che non mi capitasse di perdermi nei boschi e finire piuttosto morto. Quando comparve la luce, non stavo più facendo lo slalom tra gli alberi, perché si erano diradati… e fu allora che vidi il fuoco.

Era enorme, come i falò sulla spiaggia a cui ero stato d’estate con gli amici, ma invece di crepitare sulla sabbia bagnata, questo rombava su un vuoto terreno gelato. Era un po’ strano e un po’ sorprendente, lì fuori al buio, ma non più di tutto il resto, da quelle parti.

“Porca puttana,” gracchiai, la voce che mi mancava, il respiro difficile come se all’improvviso avessi un peso sul petto.

La seconda cosa che notai fu tutta quella gente. Una enorme quantità di gente. Ero sbalordito dal puro e semplice numero di corpi. Pensai… ma dove stavano nascosti, e perché? Poi la folla si separò e niente di tutto quello ebbe più importanza, perché vidi un ragazzo, forse di diciassette anni, al massimo diciotto, incatenato a quella che sembrava una croce di Sant’Andrea. Stava sanguinando praticamente dappertutto. Il collo, il petto, entrambi i polsi, le caviglie, le cosce… e il signor Rothschild, che avevo solo intravisto di passaggio, si stava chinando, muovendosi al rallentatore, come se quello fosse uno spettacolo – una grottesca esibizione – sull’inguine del ragazzino, la bocca aperta, a un secondo di distanza dal mordergli il pene. Avrebbe potuto staccarglielo con un morso.

Gesù Cristo.

Soltanto gli anni di addestramento mi impedirono di vomitare all’istante.

La cosa peggiore era che tutti quelli del cerchio più interno con il signor Rothschild erano così presi dalla tortura del povero ragazzo da non accorgersi neanche che io ero lì. Nemmeno il chiacchiericcio allarmato della gente che mi stava guardando li mise in allerta.

Nel giro di pochi secondi sollevai il fucile, sparai in aria, poi me lo appoggiai istantaneamente alla spalla, pronto a stendere qualcuno, se non avessero reagito alla mia sola e unica richiesta.

“Allontanatevi dal ragazzo, tutti quanti!”

Niente.

Nessuna reazione.

L’unica cosa positiva che successe fu che il signor Rothschild si voltò verso di me invece di staccargli l’uccello con un morso.

“Mi avete sentito, cazzo?”

Un brivido mi corse lungo la schiena con zampe di ragno. Qualcuno mi stava arrivando alle spalle. Feci quello che avevo fatto per anni nei marine: mi abbassai, mi girai e puntai la bocca del fucile sotto la mandibola di un uomo che chiaramente pensava che io fossi un qualche scemotto disperso nei boschi alle due di mattina. Era bravo, glielo dovevo concedere: non lo avevo proprio sentito. I suoi scarponi, sulla neve, non avevano fatto lo stesso scricchiolio che avevano prodotto i miei prima. Ma ero stato un marine per anni, quattordici per essere esatti, e quei riflessi non andavano persi.

Non ero preparato al suo lento sorriso arrogante, ma il mio sollievo fu istantaneo. Nessuno che sorridesse in quel modo poteva essere sul punto di uccidermi.

Quando parlò, il suo accento sembrava italiano, o forse tedesco, mescolato con un po’ di scozzese o irlandese. Decisamente in mezzo c’era del gaelico. Dal momento che la lingua che avevo studiato nei marine era lo spagnolo, mi sentii grato che stesse parlando inglese.

“Il principe ha arruolato ulteriori guardie? Tu sei uno di loro?” chiese.

Una domanda bizzarra, che non aveva nessun senso. “No, io… è solo che devo salvare il ragazzo.”

Si piazzò una mano sul cuore. “Questo è anche il mio sacro dovere.”

Era un’ottima notizia.

Mi ritornò il fiato e ricambiai il suo sorriso. “Grazie a Dio.” Mi girai di nuovo verso la folla e mi rimisi il fucile alla spalla. Normalmente non mi sarei mai fidato di qualcuno così in fretta, ma considerata la situazione pazzesca in cui mi ero ritrovato dovevo pur riporre la mia fiducia in qualcosa, e un uomo a cui importava di quel ragazzo sembrava qualcuno su cui si poteva contare. “Fatevi indietro, cazzo!” tuonai rivolto alla massa di gente.

“Lei non ha idea di quello che sta facendo!” sbraitò il signor Rothschild. C’era qualcosa che non andava in lui. Non era padrone di se stesso: le pupille erano enormi, la bocca macchiata di sangue, e ansimava. Era chiaro che stava avendo un qualche tipo di crollo e che aveva bisogno d’aiuto.

“Lasci andare il ragazzo,” gli intimai, perché, qualunque cosa ci fosse che non andava nell’uomo che mi pagava per sistemargli gli scaffali nella biblioteca al piano di sopra non era più una mia preoccupazione. Lo era il ragazzo che stava sanguinando.

“Lei non capisce!”

Oh, ero invece sicuro di sì. Avevano vestito il ragazzo con quello che sembrava un gi da karate di seta color oro, poi glielo avevano aperto a denudare il petto e avevano tirato giù i pantaloni. Lo stavano facendo sanguinare per chissà quale stronzata rituale fuori di testa, ed ebbi soltanto un momento per chiedermi da quanto tempo lo avessero preso. Era stato nella casa mentre c’ero io? Provai rimorso al pensiero di non essermi accorto di nulla. Lui aveva già un aspetto tremendo, le labbra blu e la pelle grigiastra, cosa che vedevo facilmente dal punto in cui stavo.

Avanzai di un passo e della gente venne verso di me, finché non piantai un proiettile nel terreno, davanti a loro. “Vi sto ordinando di lasciarlo andare!”

“Lei non dovrebbe essere qui!” strillò una donna. Cercai il viso a cui apparteneva quella voce e trovai quello della signora Rothschild. “Se ne vada ora, signor Thorpe… questa non è la sua battaglia.”

“Lo state uccidendo,” gracchiai mentre l’uomo accanto a me faceva uno sbuffo sarcastico.

Non volevo voltarmi a guardarlo perché non bisognava mai, mai distogliere lo sguardo da una minaccia, ma una rapidissima occhiata di lato mi disse che si era armato, e non con un solo coltello.

“Il ragazzo non è umano,” gridò la signora Rothschild prima di gesticolare verso l’uomo che stava lì con me. “Nessuno di noi lo è.”

Qualsiasi cazzo di cosa volesse dire.

“Signor Thorpe,” mi pregò il signor Rothschild, “le cose non sono affatto come sembrano.”

Quel che sembravano era una cosa uscita da un libro sulle torture medievali.

“Io penso che le cose stiano esattamente come sembrano,” ringhiò l’uomo alla mia destra, la voce alterata, gutturale, quasi più animale che umana. Poi si rivolse a me: “Ho degli altri che si stanno avvicinando. Saranno qui ben presto. Abbiamo preso strade separate, ma mi troveranno. Abbiamo bisogno soltanto di ritardarli.”

Quelle parole intendevano rassicurarmi, ma sul serio, la situazione era peggio che tremenda. Dal sangue che avevano addosso tutti quanti pareva che avessero già assaggiato il ragazzino, per cui pensai che avrei dovuto caricarlo sul furgone e portarlo in ospedale per una trasfusione più in fretta che potevo.

“Fatemi spazio.” Ruggii quell’ordine alla folla usando il fucile per far loro segno di muoversi.

Non si tirarono indietro immediatamente, e quello non aveva senso, perché il fucile che stavo puntando contro di loro era una minaccia seria. Mi domandai vagamente se si fossero tutti fatti di qualcosa, una qualche droga che gli ottundeva i sensi.

Mentre avanzavo verso di loro, pronto a sparare, sapevo che se mi avessero attaccato sarei stato un uomo morto. Erano semplicemente troppi. Speravo che nessuno di loro avesse voglia di suicidarsi. Avrei abbattuto i primi che mi si fossero scagliati contro.

“Rothschild, faccia arretrare la sua gente!” gridai con la stessa voce che avevo usato per farmi sentire al di sopra dei colpi d’arma da fuoco in Afghanistan.

“Attirerà una piaga su di noi se persiste in questa insania e mette in allerta lui sulla nostra posizione.”

Lui.

Mettere in allerta lui sulla loro posizione.

Mi venne per forza da chiedermi se magari il motivo per cui non volevano che lui venisse a sapere dove stavano loro era che torturare i ragazzini era qualcosa che lui non avrebbe approvato.

“Se questa creatura non muore, sarà la fine per tutti noi!”

Ma non c’era nessuna creatura, solo un giovane uomo dall’aria dolce che stavano tentando di uccidere, e che avrebbero ancora potuto uccidere, se non fossi riuscito a portare avanti le trattative. E peggio ancora, il signor Rothschild e sua moglie e tutti loro stavano fra me e il ragazzo, e a parte sparargli, non avevo idea di cosa fare.

Se fossi riuscito a uscirne, me ne sarei andato a New Orleans. Sì, l’universo stava tentando di dirmi qualcosa. Chi ero io per non starlo a sentire?

Fui salvato dalla necessità di fare qualcosa perché tutti quanti cominciarono a strillare, prima di girarsi e scappare via.

Tre uomini mi sfrecciarono accanto; era impressionante quanto si muovessero in fretta nella neve, oppure sopra la neve, se ci stavo vedendo bene, il che chiaramente non poteva essere… ma il punto era che avevano l’aria da duri, ed era esattamente quello che desideravo nei rinforzi. Mi voltai verso il mio nuovo amico, che se ne stava lì a studiarmi con le mani dietro la schiena.

“Tu appartieni a Varic?”

Strana domanda, posta in un momento ancora più strano, ma in effetti l’intera nottata era diventata surreale. “Io non…” Abbassai il fucile e mi scordai di lui mentre correvo verso il ragazzo, preoccupato. Ma questo non mi impedì di sobbalzare quando sollevai lo sguardo e trovai l’uomo proprio lì accanto a me, come se in qualche modo avesse tenuto il mio passo anche se io non lo avevo sentito muoversi.

“Rispondi,” insistette. “Tu appartieni a Varic?”

Tirai il fiato in modo da non gridargli contro. Perché cazzo gli importava di qualcosa che non fosse il ragazzino? “Io non so che cosa sia questa faccenda, d’accordo?” Mi concentrai sul mantenere un tono di voce piatto, privo di giudizio. “Mi vuoi aiutare con lui?”

Scosse la testa. “Lui mi sventrerebbe se mi soffermassi a mostrare preoccupazione o compassione invece di punire coloro che hanno osato mettere le mani sul suo protetto.”

“Cosa?”

“Se tu potessi rimanere, allenterò le catene al mio ritorno.”

Quello non aveva senso. “Penso che lo tirerò giù da quell’affare subito, va bene?”

Mi graziò di nuovo di quel suo piacevole sorriso, un rapido movimento della bocca, insieme malizioso e caldo. “Tu sei umano, riesco a sentire il dolce aroma del tuo sangue da qui. Però ti atteggi come se fossi uno di noi… ma anche diverso, in qualche modo. Qual è il tuo nome?”

“Jason Thorpe,” risposi mentre guardavo i metri di catena avvolti attorno alle gambe e alle braccia del ragazzo. Pareva che quelli avessero pensato che era l’Incredibile Hulk o qualcosa del genere, invece del ballerino di danza classica che sembrava. “Tu chi sei?”

Mi fece un sorriso più ampio questa volta, e avrei potuto giurare di aver visto… ma era tardi e io ero stanco, e la mia adrenalina era arrivata alle stelle e ora mi stava rapidamente abbandonando.

“Sono Hadrian.”

Aspettai un momento, notando i lineamenti cesellati, il tono profondo di terra d’ombra della sua pelle, e la potenza della sua struttura, finché non inarcò il sopracciglio sinistro come se fosse in attesa. Poi la cosa mi colpì. “Tutto qui? Solo un nome?”

Lui rise.

“Tipo Beyoncé o Adele?”

“Sì,” disse con una risatina di gola. “Esattamente così.”

Avrei detto qualcos’altro, ma la preoccupazione per il ragazzo superava la mia curiosità, così mi dedicai seriamente al compito di tirarlo giù.

“Dovresti usare entrambe le mani per liberarlo,” suggerì lui, “poiché nessuno ritornerà a darti pericolo.”

“Grazie.” Mi appesi il fucile alla spalla, grato di non aver mai sganciato la cinghia, prima di rimettermi al lavoro per sgrovigliare il ragazzo.

“Nomina il tuo clan,” continuò Hadrian.

La conversazione più strana di tutti i tempi. “Non so nemmeno cosa tu stia…”

“Oppure il clan del tuo compagno?”

“Io non…”

“Sei accoppiato?”

Era così bizzarro. “Io… no, ma dobbiamo portare via di qua questo ragazzo.”

“Avevo pensato che potesse essere l’odore del tuo compagno quello che avevo percepito, ma… no. Tutto quello di cui sento l’odore sei tu.”

“Okay,” biascicai, perché sarebbe stato rozzo ignorare quell’uomo così cortese che mi aveva aiutato, anche se, per disgrazia, era fuori di melone. “Allora, io vado a dargli un po’ d’aiuto.”

Ottenni un rapido cenno d’assenso. “Sospetto che rinverrà prima che tu abbia tempo di completare qualunque cosa tu abbia progettato, ma lo lascerò alle tue cure finché non arriverà per me il tempo di raccoglierlo, dato che so che non intendi fargli alcun male.”

“Beh, no, certo che no, voglio salvarlo.”

“Ma questo lo hai già fatto,” mi assicurò. “Io non sapevo dove cercarlo. Ero a una certa distanza, su alla casa, poi abbiamo traversato a nord verso le montagne, ma lui… lui… stavo cominciando a sentirmi leggermente alterato…” Un respiro profondo, che mi fece capire che era stato ben più che solo ‘leggermente’ qualcosa. “… ma poi ho sentito… quasi una… pulsazione, come un’onda attraverso l’aria che mi attirava indietro, allora ho visto il fuoco e ho udito gridare, e sono stato ricompensato dalla vista del mio prezioso protetto, sano e salvo.”

“Non è veramente sanissimo,” insistetti, preoccupato per il ragazzo e per la sanità mentale dell’uomo che avevo davanti, perché non stava pensando in maniera coerente.

“Prenditi buona cura di lui. Perdonami, ma devo prendere congedo da te. È necessario che raduni i capi di questo clan da portare al mio principe, poiché hanno infranto la sua legge attaccando il suo vassallo.”

Quello almeno aveva senso. Erano nei guai, i Rothschild e gli altri che avevano partecipato, e Hadrian stava andando a radunarli in modo che loro potessero vedere il principe e rispondere dei loro crimini. Sarebbero rotolate delle teste. “Sicuro,” convenni, dedicandomi al mio compito, svolgere le catene d’argento dal corpo del ragazzo. Quando rialzai lo sguardo, pochi attimi dopo, Hadrian se n’era andato. Tirai su i pantaloni al giovane e gli chiusi i lembi del gi, coprendolo meglio che potevo. Quando i suoi occhi si aprirono lentamente, feci un gran sorriso.

“Ehi, salve,” lo salutai in tono gentile.

“Dimmi che non hai intenzione di chiedermi come mi sento?” chiese lui, molto più sarcastico di quanto mi fossi aspettato considerate le circostanze.

“No,” gli assicurai, con una mano sul suo collo per controllargli il battito.

“Mostri così tanta premura, ed io non sono niente di più che un estraneo,” mormorò. “Grazie per la tua gentilezza e la tua preoccupazione.”

“Non ne parlare neanche,” replicai burbero, spaventato per lui, ma anche toccato dal fatto che mi stesse ringraziando. “Come ti chiami?”

“Tiago.”

Pareva un angelo, con quei capelli biondi e gli enormi occhi azzurro cielo, ed era senza il minimo dubbio l’uomo più grazioso e più delicato che avessi mai visto. “Beh, Tiago, starai benone. Ci penserò io.”

“Starei bene indipendentemente dalla tua intromissione ai fini di assicurarti del mio benessere.”

Non avevo intenzione di mettermi a discutere con lui, perché avevo bisogno che stesse calmo.

“Ma ciò che hanno detto loro è corretto, sai,” sussurrò mentre lo sollevavo gentilmente dalla croce e lo prendevo tra le braccia; tenerlo come una principessa era il modo più delicato che conoscessi per trasportarlo. “Questa situazione va al di là della tua comprensione.”

“Allora qualcuno avrebbe dovuto darmi un programma delle attività che ci sarebbero state nel corso della mia visita,” replicai a bassa voce, sentendo quanto era freddo, ed ero terrorizzato all’idea che stesse andando in ipotermia. “Perché nessuno può far del male a un ragazzino sotto i miei occhi.”

Fece un profondo sospiro. “Non sono un fanciullo, te lo assicuro.”

“A malapena sopra l’età legale, allora,” mi corressi, e lo tenni contro il petto, nel tentativo di dargli tutto il calore corporeo che potevo, mentre mi giravo per tornare verso il capanno.

“Questa decisione di aiutarmi potrebbe tormentarti per il resto della tua vita.”

“Me ne preoccuperò quando tu sarai in ospedale e attaccato a una flebo.”

Si tirò su, mettendomi le braccia attorno al collo e tenendomi stretto.

“Se ti sto facendo male mi dispiace,” mi scusai arrancando nella neve più in fretta che potevo. “Sto davvero cercando di essere…”

“No,” sussurrò lui, poi deglutì a fatica. “Tu sei come una fornace… a volte dimentico quanto sono caldi gli umani.”

Umani?

Se a volte si dimenticava delle cose sugli umani, questo faceva di lui… cosa? Anche se quella domanda mi sfrecciò nella mente, non riuscii a trattenerla. In quel momento non aveva importanza. L’unica cosa importante era portarlo al mio capanno.

Finalmente intravidi le luci, più avanti, ma nello stesso momento sentii ringhiare. Lanciai un’occhiata alla mia destra e vidi vari uomini che venivano verso di me a tutta velocità. Il fatto che corressero non mi spaventò, ma la rapidità sì. Erano immersi nella stessa neve in cui ero io, ma non sembrava che li stesse rallentando neanche un po’, proprio come non aveva ostacolato Hadrian o i suoi uomini.

“Merda,” gracchiai, avanzando più in fretta che potevo verso la porta sul retro. “Pensavo avesse detto che non sarebbe tornato indietro nessuno.”

Ma, in effetti, come avrebbe fatto Hadrian a sapere quanta gente c’era là fuori?

“Mi puoi mettere giù ora, Jason Thorpe,” disse Tiago in tono suadente. “Ti assicuro che sono in grado di ergermi contro gli altri, adesso.”

“Ma neanche un po’,” lo ammonii allungando il braccio verso la porta e spostandolo in modo da aprirla con la mano destra; poi entrai di corsa per richiuderla alle mie spalle con un calcio. Subito andai al divano, dove lo adagiai, mi girai di scatto e corsi di nuovo alla porta per chiuderla a chiave prima di fare parecchi passi indietro, levandomi il fucile dalla spalla per sollevarlo e puntarlo verso la soglia.

“Quali sono i tuoi piani ora, Jason?” chiese Tiago. Aveva un tono divertito.

“Ho intenzione di proteggerti finché non se ne andranno, poi di farci arrivare tutti e due al mio furgone.”

Lo sentii alzarsi dal divano e camminare verso di me.

“No.” Gli lanciai un’occhiata prima di voltarmi di nuovo a coprire l’ingresso. “Non farlo. Devi stare attento a non dissanguarti.”

Si spostò davanti a me, ma io avevo paura della gente là fuori e avevo paura che lui morisse, e mi dimenticai di essere gentile, quando cercai di spingerlo di nuovo alle mie spalle. Poi boccheggiai. Anche se avevo una cinquantina di chili di muscoli in più rispetto a lui, non si era spostato di un millimetro. “Come fai a…”

“Non sono certo io la curiosità qui.” Socchiuse gli occhi e mi mise le mani sul viso. “Avrei dovuto sentire la necessità di un po’ del tuo sangue per recuperare in pieno le forze. Non mi sarei mai aspettato che quella gentaglia attaccasse un membro della corte, ma in qualche modo anche solo essere vicino a te… in tua presenza… Jason, chi sei tu?”

“Io?” gracchiai, vedendo quella gente radunarsi sul retro del capanno. Perché mai non stessero piombando dentro abbattendo la porta, o anche la finestra, proprio non ne avevo idea.

“Perché esitano? Perché ritardano il loro ingresso?” si interrogò, con un tono perplesso e affascinato allo stesso tempo, confuso quanto lo ero io.

Spaventato, mi voltai di nuovo verso Tiago, con una certa difficoltà. Mi stava ancora fissando, studiandomi come se fossi una specie di creatura aliena.

“Perché queste persone ti temono?” chiese intanto che si avvicinava. Gli si allargavano le narici, come se stesse cercando di avvertire il mio odore.

“Non mi temono,” risposi facendo il giro attorno a lui e mettendomi vicino al divano per guardare fuori verso la linea degli alberi, dove era comparsa altra gente.

“No,” convenne, “non lo fanno, eppure non fanno pressioni per entrare.”

Quello che lui trovava interessante, io lo trovavo una benedizione. E… e parlava in modo strano. Proprio come Hadrian, adesso che ci pensavo. Avevo voglia di chiedergli se sapesse usare un tono meno formale, ma forse era una domanda scortese. Mi colpì, giusto allora, da quanto tempo non ero in servizio attivo. Quando ero sul fronte nel Nangarhar, o sul campo con la mia unità a combattere assieme alle truppe, qualsiasi pensiero che non fosse stare in allerta e prendermi cura degli uomini che avevo attorno era irrilevante. Non mi sarei nemmeno soffermato su una cosa insignificante come il modo in cui qualcuno parlava. Ma essendo di nuovo nel mondo da alcuni anni, per quanto fossi stato addestrato in passato, adesso c’erano delle crepe nella mia armatura, il che significava che potevo perdermi delle cose. All’improvviso, fui ancora più spaventato. Se l’addestramento era scivolato via e quello che mi restava era solo la memoria muscolare, come prima quando mi ero reso conto che Hadrian era alle mie spalle, voleva dire che qualcuno avrebbe potuto mettermi al tappeto.

Dovevamo arrivare al mio furgone. Lontano da tutti; era l’unico modo in cui potevo essere certo che Tiago fosse al sicuro.

“Raccontami chi sei, Jason Thorpe.”

“Stai usando il mio nome, ma non ricordo di averti detto…”

Il suo sorriso fu dolce, e lui arrossì, un leggero rosa sulle guance, adorabile. “Così ti ho sentito dire così a Hadrian.”

Annuii intanto che tiravo fuori il cellulare.

“Che cosa stai facendo?”

“Voglio chiamare la polizia.”

Mi strappò il telefono di mano. “Noi non lo possiamo permettere.”

“Noi?”

“Sì.”

“Chi è noi?”

“Solo… tu non puoi chiamare le autorità.”

“E perché mai?”

Incrociò le braccia e inclinò la testa da un lato, osservandomi. “Ci sarebbero delle complicazioni che francamente noi non possiamo tollerare.”

“Ancora con quel ‘noi’?”

Sospirò. “Dimmi, Jason, sei mai stato a Malta?”

“No, io… perché non potete permettervi complicazioni?”

Fece un rapido respiro. “Jason, per l’ultima volta, a chi appartieni tu?”

Scossi la testa. Non avevamo tempo per quello. “Io non appartengo a…”

“Qual è il nome del tuo clan?”

“Thorpe,” risposi sbrigandomi a radunare le poche cose che avevo lasciato in giro, più gli articoli da toeletta in bagno. Buttai tutto nel borsone militare che usavo ancora per viaggiare. “Allora, visto che pare che tu riesca a stare bene in piedi, pensi di poter camminare?”

“Certamente,” rispose come se la cosa fosse ovvia.

“Fantastico,” sbottai, grato per la sua mobilità, dato che avrebbe reso molto più facile il nostro esodo verso il furgone parcheggiato sul davanti.

Chiusi la lampo del borsone, me lo buttai sulla spalla assieme al fucile e raggiunsi Tiago in fretta. Prima che potesse dire un’altra parola, lo afferrai per un braccio e lo guidai fino alla porta sul davanti. Lo fermai prima di aprirla, poi preparai il fucile, uscii sul portico e mi guardai attorno, scendendo anche di qualche gradino per controllare la sporgenza del tetto. Non vidi niente, quindi feci segno a Tiago di muoversi.

“Jason?” mormorò. Avrei potuto giurare di aver sentito un accenno di risata. “Penso che forse al momento la tua preoccupazione sia malriposta.”

“Beh, io penso che potresti essere sotto shock,” lo informai, sollevato che, a quanto pareva, saremmo stati gli unici ad attraversare il cortile sul davanti. Anche se non sanguinava più, avevo davvero paura che potesse ancora morire. Arrivammo al furgone e io sbloccai la porta e sistemai lui sul sedile del passeggero con tutta la cura che potevo. Gli agganciai la cintura di sicurezza, gettai il borsone nel vano di carico e feci il giro di corsa per arrivare dal lato del guidatore, piazzai il fucile sulla rastrelliera alle mie spalle e salii. Dopo aver bloccato le porte, anche se non vedevo segno di nessun altro, nemmeno Hadrian, mi ripresi il telefono, poi avviai il furgone e pigiai sull’acceleratore, con neve e fango che schizzavano in giro mentre facevo rombare il motore. Facevo i centotrenta prima ancora di raggiungere la strada a due corsie. Alzai il riscaldamento più che potevo e mi diressi verso la città più vicina di cui avessi notizia. Volevo portarlo al pronto soccorso appena possibile.

“Sai, potrei forse aver sottostimato il volume di sangue che hanno prelevato.”

Ma guarda!

Quando girai il mento per controllare come stava, o era svenuto o si era addormentato accanto me. Gli controllai il polso, lo trovai che batteva forte e costante, e finalmente riuscii a respirare.