Prologo

 

 

NON ERO mai stato tipo da credere all’amore a prima vista. In effetti, non sono ancora certo di crederci. Tuttavia, credo in una folle e selvaggia attrazione a prima vista, capace di spingerti a fare cose che di solito non faresti. E ci credo perché mi è successo. Alcune persone sanno far emergere qualcosa che era dentro di noi e di cui eravamo inconsapevoli. Alcune persone sono la chiave per iniziare a capire noi stessi. Anche se è vero che quel giorno non ero del tutto in me, non posso negare che fin dall’inizio c’era qualcosa di speciale in Jack.

 

 

 

 

Capitolo 1

 

 

20 aprile

Un anno fa…

 

SABATO POMERIGGIO era uno di quei tipici giorni da cartolina a Washington, con il cielo di un azzurro luminoso come l’oceano e soffici nuvole bianche. Splendidi alberi di ciliegio nel pieno della loro fioritura rosea erano la cornice perfetta per un matrimonio d’aprile. La cerimonia si svolgeva nel rigoglioso giardino di una dimora storica in stile federale, a Georgetown. Non vedevo l’ora di partecipare alle mie prime nozze gay. Era un evento particolarmente significativo per me, visto che sono gay. Gli sposi erano uomini d’affari di successo e ben inseriti in città, quindi senza dubbio ci sarebbero state persone interessanti ad assistere a questo evento chic. Era tutto incredibile, e l’atmosfera vibrava di festosa energia.

Mi sarei sentito così anch’io se prima d’arrivare non avessi ascoltato quel dannato messaggio vocale sul cellulare. In genere venivo considerato una persona ottimista e allegra. Definirmi ‘l’anima della festa’ sarebbe stato eccessivo, ma non ero un tipo incline ad attacchi di negatività. Quel giorno, tuttavia, potevo percepire la tensione che emanava dal mio corpo e che di fatto guastava il mio atteggiamento di solito positivo. La mia famiglia aveva un vero talento per rovinare anche la più felice delle occasioni. Era difficile scrollarsi di dosso quello schiacciante senso di colpa. Non aveva importanza che fossero a cinquemila chilometri di distanza, dalla parte opposta del paese. Ero turbato da sentimenti familiari d’ansia e d’inadeguatezza. Scossi la testa, nella speranza che ciò contribuisse a spazzar via il mio umore nero, e intanto esaminavo l’ambiente.

Persone dall’aspetto gradevole e importante si salutavano o cercavano un posto prima che la cerimonia iniziasse. Molti degli invitati indossavano abiti firmati e smoking, cosa del tutto appropriata per un matrimonio che si svolgeva nel tardo pomeriggio. Io avevo optato per un abito di Armani grigio scuro, abbinato a un papillon con stampa floreale per dare un tocco di vivacità in più. Temevo che sarei finito a far da tappezzeria se non mi fossi fatto notare per la socievolezza o perché indossavo qualcosa di… be’, appariscente. Nella maggior parte dei casi preferivo essere di compagnia perché non mi andava di stare sempre super-attento al mio guardaroba. Forse rispetto ad altri ero abbigliato in maniera più casual, ma di certo non apparivo fuori luogo. Sembravo quel che ero… un gay qualsiasi che s’era dato un’aggiustatina in occasione di un matrimonio. Alto, magro, capelli castani con un lievissimo tocco ramato e occhi marroni. Il ragazzo del mio amico Matt di recente mi aveva paragonato a un giovane Bradley Cooper, e anche se avevo accettato di buon grado il complimento, non m’illudevo di essere bello come un divo del cinema.

Questo giorno luminoso e splendido apparteneva a Jay e Peter, senza dubbio due degli uomini più belli del mondo. Poteva sembrare un’esagerazione, ma accidenti… in questo caso era la pura verità. Li avevo conosciuti circa due anni prima tramite i miei amici Matt e Aaron. Matt era stato mio compagno di stanza e uno dei miei migliori amici quando studiavo legge, e Aaron era il suo fidanzato sexy. Aaron era anche il miglior amico di Jay e, quel giorno, il suo testimone. Sarebbe stato accanto a Jay mentre diceva ‘lo voglio’ a quel fico di Peter. Avevano chiesto a Matt di suonare la chitarra durante la cerimonia, e sapevo che s’era esercitato come un pazzo. In ogni caso non dubitavo che l’avrebbe fatto in maniera magnifica.

Notai una sedia vuota in fondo all’ultima fila e puntai dritto lì. Rivolsi un sorriso educato alla donna anziana nel posto accanto al mio, e lei ne dedusse che ero alla ricerca di una nuova migliore amica. Cosa c’era in me che faceva credere a dei perfetti estranei di conoscermi? Si vede che somiglio al cugino, al nipote o al pronipote di chiunque, riflettei. Esaminai la folla di nascosto mentre la mia nuova amica, zia Betty, mi spaccava i timpani con discorsi sul suo dolce pronipote Jay, prima di passare al bel tempo e agli splendidi giardini. Annuivo sempre al momento giusto, mentre notavo che conoscevo o avevo almeno già incontrato meno di dieci persone delle oltre duecento presenti. Pazienza. Sapevo che molto presto lo champagne sarebbe corso a fiumi.

Appena prima che la cerimonia iniziasse, individuai Peter in attesa del suo sposo sotto l’arco di edera e fiori di ciliegio. Feci del mio meglio per non fissarlo. Indossava lo smoking nero come una seconda pelle, e riusciva a dare al taglio semplice una nota d’eleganza che non tutti avrebbero potuto sfoggiare. Chiacchierava a bassa voce con una donna bella e minuta, che sapevo essere la sua migliore amica, Kelly. Aaron mi aveva detto che lei era la sua testimone. Aveva lunghi capelli corvini e indossava un meraviglioso abito nero di seta, lungo e avvolgente. Ho sempre apprezzato molto la bellezza, ed era difficile non fissare Peter e Kelly. Fino a quando la mia attenzione non fu catturata dalla prima occhiata a Lui.

Era un Lui, con la elle maiuscola, perché wow… era incredibile. Apparve dal nulla, camminò dritto fino a Kelly e le diede un abbraccio caloroso e un bacetto sulla guancia, prima di voltarsi per avvolgere Peter in una stretta amichevole. All’inizio Peter parve sorpreso, ma poi gli rivolse un sorriso mozzafiato e gli dispensò un’affettuosa pacca sulla schiena. Parlarono per un attimo, e quando lui si girò a cercare un posto per sedersi, ebbi la stranissima sensazione di aver messo gli occhi su una persona speciale. Potrà sembrare strano, ma ne rimasi folgorato. Decisi inoltre che la mia corsa all’ultima fila era stata una decisione un po’ troppo affrettata. Avrei voluto avere una visuale migliore. Da quel che potevo vedere, era da sogno. Alto come Peter, forse un metro e novanta o uno e novantacinque, con scuri capelli ondulati, lunghi abbastanza da sfiorare il colletto dello smoking nero. Aveva tratti affilati e regolari e il fisico muscoloso di un giocatore di football, ma i capelli lunghi mi facevano pensare a una rockstar o persino a un pirata. Mi chiesi se avesse qualche tatuaggio, ma poi la smisi con quelle inutili fantasticherie e cercai di concentrarmi su ciò che zia Betty mi diceva. Poteva anche essere un matrimonio gay, ma ciò non significava che gli ospiti fossero tutti omosessuali, o liberi peraltro. Ridacchiai e gettai un’altra occhiata all’amico o parente sexy di Peter, solo per scoprire che l’uomo in questione mi stava fissando.

Trasalii quando i nostri occhi s’incontrarono. Percepivo l’intensità del suo sguardo anche da lontano. Avrei giurato che potesse leggermi nei pensieri, e dato che lo coinvolgevano in maniera un po’ lasciva, ne fui mortificato. Gli rivolsi un debole sorriso, deglutii a fatica e cercai di distogliere gli occhi, senza riuscirci. Sostenne il mio sguardo e ricambiò il gesto. Il suo era un sorriso lussurioso e ammiccante, che mi spinse a voltarmi per controllare se mi fossi seduto vicino a sua moglie o alla sua fidanzata. Di certo quel gesto sexy non era per me. Alla mia sinistra non c’era nessuno, e quel largo sorriso impudente non poteva essere rivolto a zia Betty, che, seduta alla mia destra, indossava il suo miglior vestito della domenica e tacchi comodi. Chiusi gli occhi per un attimo mentre la pelle chiara s’imporporava e diveniva bollente per l’imbarazzo. Mi sentivo agitato e confuso. Quando rialzai lo sguardo, lui non c’era più.

Sorrisi, intanto che il mio rossore svaniva. L’amico o parente o chiunque egli fosse per Peter e Kelly si sarebbe senz’altro rivelato etero, sposato e padre di tre figli, ma era splendido. Il pensiero di passare la serata a un chiassoso ricevimento di nozze gay a guardare di sottecchi un uomo magnifico e misterioso fu sufficiente a cancellare l’ombra calata dal precedente messaggio di mio fratello. Quel giorno volevo divertirmi. Mi sarei occupato del resto il giorno dopo.

 

 

LA CERIMONIA fu bellissima. Peter e Jay avevano scritto di persona i loro voti, una perfetta combinazione d’umorismo e sentimento. Fui felice di non aver dimenticato il fazzoletto quando la voce di Peter s’incrinò mentre parlava di come Jay rendesse tutto più luminoso, leggero e semplicemente migliore. Zia Betty mi diede un’amichevole pacca sul braccio quando tirai su con il naso. Accidenti, ero un coglione. Matt suonò e cantò I’m Yours di Jason Mraz. La canzone lieve e dolce impose un tono festoso, adatto a condurre gli invitati al ricevimento, che iniziò subito sul prato.

Salutai la mia nuova amica e mi diressi al bar più vicino, sotto una nicchia adiacente alla villa. Per fortuna ero il primo della fila. Ordinai un gin tonic a un giovane barista carino, poi mi feci da parte e mi chiesi cosa fare. Ora che la cerimonia era terminata, mi sentivo un po’ fuori luogo. Tutti quelli che conoscevo bene erano occupati a farsi fotografare. Bevvi un grande sorso dal bicchiere mentre vagavo verso il giardino, dove il fotografo stava portando a termine il suo lavoro. Aaron mi aveva detto in precedenza che la maggior parte degli scatti sarebbero stati fatti prima della cerimonia, così da non ritardare la festa. Jay e Peter apparivano belli da non credere e molto felici. Non potevo fare a meno di chiedermi con malinconia se avrei mai trovato qualcuno di cui m’importasse abbastanza da passarci il resto della vita. Emisi una risatina priva d’allegria al pensiero molto realistico che avevo a malapena il tempo per una qualsiasi vita sociale, figuriamoci per conoscere qualcuno di nuovo. Nell’ultimo periodo passavo in studio una media di ottanta ore alla settimana. La mia vita sentimentale ne aveva di certo risentito. Era già positivo che la mia mano destra non avesse sviluppato la sindrome del tunnel carpale, pensai con sarcasmo.

Uno scoppio di acclamazioni dall’interno della villa mi fece girare proprio mentre qualcuno stava camminando verso di me sul prato. Una spinta al braccio mi fece cadere parte del drink giù per la manica. La tamponai in fretta con il tovagliolino che avevo in mano, felice di aver ordinato un gin e non vino rosso.

“Ehi, scusami. Colpa mia. Posso portartene un altro?”

Mi si bloccò il respiro quando alzai lo sguardo sugli occhi più azzurri incastonati sul viso più interessante che avessi mai visto. Era Lui, il pirata. Cazzo. I miei pensieri suonavano come la brutta copia di uno dei romanzi rosa che mia mamma divorava quando ero bambino. Ma, in un certo senso, la descrizione gli si adattava alla perfezione. Da vicino era ancora più notevole di quando l’avevo visto parlare con Peter prima della cerimonia. Aveva spalle imponenti. Era grosso e muscoloso ma senza apparire caricaturale. I tratti del suo viso bello come il peccato erano affilati e regolari. Aveva quella che si potrebbe definire una bellezza diabolica.

Sussultai quando lo sentii schiarirsi la gola e mi accorsi che mi aveva di nuovo sorpreso a fissarlo. Com’era ovvio, arrossii all’istante, tanto per rendere l’umiliazione completa. Quell’uomo era così fuori dalla mia portata che avevo seri dubbi di poter sostenere una conversazione coerente.

“Ehm… Nessun problema. Va bene così. Grazie, comunque,” balbettai e feci un passo indietro per tornare verso il giardino.

“No, no. Ci penso io. Cosa stai bevendo? Vodka tonic? Vuoi del lime?” La bocca carnosa si contrasse, divertita.

“No. Gin, ma non…”

“Fantastico! Torno subito.”

Alzai la mano, con l’intenzione di fermarlo, ma se n’era già andato.

“Curt! Eccoti!” Mi girai e vidi Matt che si dirigeva verso di me. Scoppiava di energia. Era sempre così dopo che aveva suonato la chitarra davanti a un pubblico. “Mi chiedevo dove fossi finito. Bella cerimonia, eh?”

“È stata splendida, amico. Che ne dici? Ti fa venir voglia di fare la proposta e lasciare che il tuo uomo t’incastri?” lo presi in giro.

Matt e Aaron stavano insieme da due anni ormai. Diavolo, doveva essere passato più di un anno da quando erano andati a convivere e io ero stato costretto ad affittare il mio monolocale da single. Si completavano bene a vicenda. Erano l’uno l’opposto dell’altro, in tutto o quasi, e forse era per questo che funzionava. Sorrisi al pensiero di quei due che facevano il grande passo. Matt amava alla follia quella testa calda del suo bel fidanzato. Sì, sarebbero stati i prossimi.

“Sai… in un certo senso.” Mi strizzò l’occhio e mi diede una gran pacca sulla schiena.

“Piano, amico! Mi hanno già rovesciato mezzo drink e avevo bevuto solo due sorsate.”

“Scusami…” iniziò Matt.

“In effetti, è stata colpa mia. Ecco a te. Gin tonic. E gli ho fatto mettere una spruzzata di lime. Così è meglio.”

Il pirata palestrato era tornato con un drink per mano. Diedi un’occhiata a Matt: aveva un’espressione stupefatta e la bocca spalancata. Ciò mi spinse a controllare la mia, nella speranza che non sembrassimo due idioti sbavanti. Mi ripresi prima di lui e accettai di buona grazia la bevanda che mi veniva offerta, posando su un tavolo vicino il bicchiere mezzo vuoto che tenevo nell’altra mano.

“Wow. Hai fatto in fretta. Grazie. Io sono Curt, comunque. E questo è il mio amico, Matt.” Diedi a Matt una gomitata decisa nello stomaco. Lui grugnì e gli porse la mano.

“Piacere.”

“Tu sei il ragazzo di Aaron, giusto? Mi sa che ci siamo già incontrati. Sono Jack.”

Ero certissimo di aver sentito Matt bofonchiare qualcosa come “Me ne sarei di certo ricordato,” ma tossì per coprire quelle parole che senza dubbio gli avrebbero fatto rimediare uno scappellotto da Aaron se fosse stato a portata d’orecchio. Invece strinse in maniera esagerata la mano di Jack, mentre io alzavo gli occhi al cielo.

“Il mio amico Curt qui a volte è un po’ un timidone. Volevo solo assicurarmi che non si fosse nascosto in qualche angolo,” mi prese in giro Matt.

“Sei proprio una sagoma. Mi sembra di aver sentito il tuo uomo che ti cercava, Mat-ty.” Cantilenai il nomignolo con cui Aaron lo chiamava per essere certo d’infastidirlo.

“Messaggio ricevuto, Curtastro,” ribatté prima di girarsi verso Jack, che non s’era mosso dal mio fianco, un’espressione parecchio divertita dipinta sul viso. “Non lasciare che questo tizio si mimetizzi con i mobili.” Matt mi fece un occhiolino scherzoso e mi stritolò la spalla prima di andarsene.

Gli mostrai con discrezione il dito medio e bevvi un sorso dal mio cocktail prima di rivolgermi al fusto in smoking accanto a me. Dovevo ammettere che ero un po’ intimidito dall’aspetto di Jack. Aveva una presenza straordinaria. Non era la sola altezza a farlo spiccare, però. Trasudava un’energia e una vitalità magnetiche. Non lo conoscevo nemmeno, ma sentivo che c’era qualcosa di diverso in lui. Quasi speciale.

Io, invece, ero un semplice mortale. Un tipo comune. Sapevo di essere considerato attraente, ma i miei lineamenti non erano nulla di straordinario. Ecco il perché del papillon a fiori. La mia caratteristica più interessante sembrava essere la barba che mi ero fatto crescere di recente. Ero un fanatico della cura personale, quindi la tenevo in ordine e ben tagliata. Tutto era iniziato con un accidentale ‘weekend senza rasoio’, ma avevo deciso di tenerla quando Aaron aveva iniziato a adularmi e a dirmi che era proprio sexy, con gran disappunto di Matt. Aaron lavorava per una rivista di moda, quindi avevo immaginato che sapesse di cosa parlava. In ogni caso, avevo dovuto ammettere che con la barba sembravo attirare più sguardi di prima. Purtroppo, non bastava a elevarmi al livello dell’uomo che avevo davanti e che mi guardava con curiosità.

“Quindi…”

“Tu…”

Cominciammo nello stesso istante. Sentii che arrossivo di nuovo e bevvi un’altra rapida sorsata per nascondere l’agitazione.

“Volevo chiederti come mai conosci Jay e Peter,” disse Jack per fare conversazione. “Spostiamoci dal bar. Sta arrivando un sacco di gente.”

Con un tocco impercettibile sul gomito mi guidò delicatamente verso una zona salotto sul prato. Inspirai l’aria frizzante del tardo pomeriggio e osservai i giardini dietro la tenuta. Erano magnifici. La primavera sbocciava tutt’intorno a me. Mi voltai per fare un commento sullo scenario al mio accompagnatore e scoprii che era seduto molto più vicino di quanto mi aspettassi. Mi appoggiai allo schienale e bevvi ancora.

“Allora?”

“Cosa?”

Fece una risatina e mi osservò pensieroso prima di ripetere la domanda. “Come conosci i due mariti felici?”

“Oh, scusa… Me li ha presentati Matt, che ovviamente li conosce tramite Aaron. E sai che Aaron è…”

“Sì. In realtà conosco Aaron da anni grazie a Jay. È un bell’uomo.”

Gli uomini non parlano della bellezza di altri uomini a meno che non provino attrazione per il loro stesso genere. Bello era un aggettivo speciale. Non si preoccupano neppure di rimpiazzare drink rovesciati né d’impegnarsi in lunghe conversazioni amichevoli con altri uomini a meno che non ne siano attratti. O forse solo interessati. Anche se non riuscivo a immaginare una persona come Jack attratta da uno come me. Forse stava solo ammazzando il tempo in attesa della fidanzata o della fine del servizio fotografico. Lo guardai con attenzione. Era gay? Proprio non riuscivo a capirlo.

“Sì, è bello. Matt e io abbiamo frequentato insieme legge a Georgetown. Ho conosciuto Aaron quando il rapporto tra lui e Matt è diventato stabile… ormai saranno passati più di due anni. Jay era sempre nei paraggi, specie quando Peter era via per lavoro.” Bevvi ancora senza neppure pensarci, poi misi il drink sul tavolo accanto alla mia sedia. “E tu?”

“Peter e io ci conosciamo da quando eravamo ragazzini.”

“Oh. Forte!”

“È il migliore amico di mia sorella Kelly.”

“Capisco. Okay. Ho conosciuto tua sorella. È fantastica.”

Così Kelly era il collegamento. Per qualche ragione sapevo che ciò avrebbe dovuto dirmi qualcosa, come se mi avesse dato il pezzo di un puzzle che mi serviva ma che non sapevo dove incastrare. Mi sentivo intrappolato in una di quelle conversazioni in cui avrei voluto sapere molto più di quanto fosse educato chiedere, così dovevo cavarmela con argomenti neutri finché non mi fosse arrivato un segnale di via libera. O finché non avessi bevuto troppo.

“Mmm… Sei un avvocato?” Il sorriso da pirata era riapparso. Mi chiesi distrattamente se si stesse prendendo gioco di me.

“Già.”

“Di che tipo?” Stavolta fece un cenno con le mani a indicare che mi stava tirando fuori le informazioni con le pinze. Lo scintillio nei suoi occhi era gentile e mi mise a mio agio.

“Non il tipo eccitante. Io…”

“Non sapevo che ne esistesse un tipo eccitante,” mi prese in giro.

“Ah. Ah. Be’, potresti aver ragione. Sono specializzato in espropri e acquisizione di proprietà.”

“Mi sa che avevi ragione… non suona per niente sexy.” Inarcò un sopracciglio, e non potei fare a meno di pensare che mi stesse provocando. Propendevo decisamente per l’ipotesi del gay.

“Chi ha mai detto che la legge è sexy?”

“Non io. È almeno intrigante?”

“Credo che per molti non lo sia, ma a me piace. Sto bene nello studio con cui lavoro, e anche se non sempre gradisco fare le ore piccole, il mio lavoro mi piace.”

“Bene. Questo è ciò che conta. Sono sicuro che c’è un lato sexy anche qui… da qualche parte.” Stavolta ammiccò, scosse il ghiaccio nel bicchiere e bevve un lungo sorso. Avevo gli occhi incollati alla sua bocca, e intanto cercavo di non perdere il filo del discorso.

“Ehm… non credo…” Ero di nuovo agitato. L’espropriazione per pubblica utilità era sexy? No, ne dubitavo. “E tu? Di cosa ti occupi?”

“Ho un paio d’attività.” La risposta mi parve evasiva, anche se sembrava perfettamente a suo agio seduto lì sulla sedia, un braccio posato con nonchalance di lato. Ripresi il bicchiere e bevvi un altro sorso, poi afferrai un pezzo di ghiaccio con la lingua. Mi riaccomodai e ripetei il suo movimento rotatorio con le mani, a indicare che adesso ero io a cavargli le informazioni di bocca.

“Attività sexy?” Oh… oh! Spinsi via il bicchiere. Lui rise forte, e gettò indietro la testa.

“Dipende da che idea hai di sexy, suppongo.”

“Più sexy degli espropri?” lo canzonai; mi piaceva che sapesse stare al gioco con tanta facilità.

“Incontestabilmente e indiscutibilmente,” replicò con un ghigno feroce.

“Ora parli come un avvocato. Allora… che tipo d’attività? Siti porno? Un bar o un club a luci rosse per vecchietti arrapati? Perché tanto mistero?”

Rise di nuovo. Inclinai il capo di lato e divorai i suoi bei lineamenti. Accidenti. Persino il suo pomo d’Adamo era da urlo. Avrei voluto farmi strada con la lingua su per il collo fino a mordicchiargli quel mento sexy, coperto dalla barba incolta. Avrei voluto… Mi riscossi dalle mie fantasticherie quando notai il suo sguardo intenso su di me.

“Nessun segreto. Ho un bar, ma non è proprio il genere di cui parlavi. E ho…”

“Di che tipo, allora?” lo interruppi.

“È un bar gay.” La sua voce era priva d’emozione, come se stesse dichiarando qualcosa di ovvio.

“Sei gay?” In parte la domanda era dovuta al gin tonic che parlava per me, ma non ero dispiaciuto di averlo chiesto.

“Sì.” Stavolta non sorrise. Tra noi calò un silenzio un po’ troppo duraturo, sintomo di disagio, e non potei fare a meno di pensare che mi stesse studiando in attesa della mia reazione alla sua ammissione.

“Fantastico! Anch’io.”

Allora sorrise, ma lo nascose in fretta bevendo un sorso dal bicchiere.

“Dov’è il tuo bar?”

“A Dupont. Si chiama Jack’s. Ne hai sentito parlare?”

Deglutii a fatica e presi il bicchiere per succhiare nervosamente un pezzo di ghiaccio. Jack’s. Okay. Quella era una novità. E ora non avevo idea di cosa dire.

Negli ambienti gay si diceva che fosse il bar per daddy anzianotti vestiti di pelle e per palestrati. Aveva la reputazione di essere un luogo d’incontro per tizi con tendenze sadomaso. Andavano al Jack’s prima di dirigersi verso un sexy club clandestino a soddisfare qualche piccola perversione. O almeno questo era ciò che avevo sentito. C’ero stato una volta per scommessa insieme ad alcuni amici, ma non ero rimasto a lungo. Mi ero sentito del tutto fuori luogo. Non ero tipo da pelle, né ero super-muscoloso. Diavolo, non avevo nemmeno un tatuaggio. Qualcosa mi disse che con ogni probabilità Jack ne aveva più di uno sotto lo smoking nero che gli stava a pennello.

“S-Sì…” Mi schiarii la gola e ritentai. “Sì, ne ho sentito parlare.”

“Ci sei stato?” Nella domanda c’era qualcosa in più della semplice curiosità. Mi stava sfidando.

“Una volta. L’anno scorso, penso. Io… ehm… non credo d’essermi ricordato di vestirmi in pelle quella sera. Mi sentivo un po’ fuori luogo con i miei pantaloni cachi.”

“Si può indossare quel che si vuole. La pelle non è indispensabile.” Inarcò un sopracciglio in un gesto di sfida, ma i suoi occhi brillarono divertiti. Non pensavo che stesse ridendo di me, ma non potevo esserne sicuro, e tutto ciò che volevo in quel momento era cambiare argomento. Mi scervellai per passare oltre in maniera indolore. “Dai, allora ci riproverò.” Non riuscii a sembrare sincero perché non avevo alcuna intenzione di tornare al Jack’s. In poche parole… non era il mio ambiente.

“Hai detto che hai anche un’altra attività?” Speravo che fosse qualcosa d’innocuo come il tutor di algebra per ragazzi del college.

Prima di rispondere mi rivolse un altro di quei sorrisi sbarazzini che gli sollevavano un angolo della bocca più dell’altro.

“Ho un negozio di moto. Le vendiamo e le ripariamo. È lì che passo la maggior parte del tempo.”

Moto e leather bar. Ehm… Okay. Avevo ragione. Eravamo due esemplari di specie diverse. Non sapevo neppure che tipo di domande porre su certi argomenti. Quando osservai il mio accompagnatore non potei evitare di pensare allo stereotipo del bad boy coperto di tatuaggi. Cazzo, avevo bisogno di un altro drink.

“Ehm… quindi che tipo di…?” Mi sforzai di pensare al nome di una marca di moto, e feci schioccare le dita come se l’avessi sulla punta della lingua.

“Moto?” mi venne in aiuto. Annuii, nella speranza che parlasse senza bisogno di dargli il la.

Fummo interrotti dall’arrivo tempestivo di un attraente giovane cameriere che portava un vassoio d’argento colmo di calici di champagne. Balzai subito in piedi e ne presi due, per poi porgerne uno a Jack con un ampio sorriso.

“A Peter e Jay,” brindai. Alzò il calice e bevve un piccolo sorso, senza mai distogliere lo sguardo dal mio. Tutto in lui era ipnotico. Maledizione, di cosa stavamo parlando? Moto! Ecco.

“Dunque… sì, dimmi qualcosa del tuo lavoro con le moto. Quali vendi?”

“Più che altro Harley, ma ho anche qualche altra marca. Ci sai andare?”

“Diavolo, no!” Spalancai gli occhi di fronte al mio maleducato impeto d’onestà. “Voglio dire…”

Gli occhi gli brillarono divertiti. “Permettimi di riformulare la domanda. Ci sei mai salito?”

Esitai prima di scuotere il capo e ammettere così che non l’avevo mai fatto.

“Be’, come si suol dire, Curt… finché non assaggi non puoi criticare. Potrebbe anche piacerti.”

Per prudenza mi astenni dal dire ciò che davvero stavo pensando, che era qualcosa come “Sì, come no.” Invece mi concentrai su un altro dettaglio che avevo notato.

“Di dove sei? Aspetta… se tu e Peter siete cresciuti insieme, allora anche tu devi essere della Georgia. Giusto?”

Ancora una volta ebbi l’irritante sensazione che mi fosse stato dato un indizio di cui non sapevo quale uso fare. Georgia, fratello di Kelly… vabbè. La mia dieta a base di gin tonic e ora champagne non aiutava a stimolare la memoria.

“Atlanta, sì.”

“Splendida città.” Argomento innocuo. Mi sentivo già meglio.

“Sì, ma non ci torno da molto. Curioso che tu abbia notato l’accento. È da parecchio che nessuno lo fa.”

“Che dire? Sono attento ai dettagli.”

Aprì la bocca per dire qualcosa, ma se lo rimangiò all’ultimo secondo e scosse invece la testa divertito. Da qualche parte all’interno della villa facevano un annuncio. Jack si mosse sulla sedia e si sporse in avanti come se stesse per alzarsi.

“Mi sa che dovremmo andare a vedere cos’è questa confusione. Ti va di raggiungermi?”

“Ehm, sì… Ci sarò.”

Annuì e mi rivolse un sorriso radioso prima di rimettersi in piedi. “Ti cercherò.”

Deglutii. Le sue parole erano suonate molto più sexy di quel che lui di sicuro intendeva. Bevvi una sorsata di champagne e lo guardai mentre andava a partecipare ai festeggiamenti. Le spalle larghe e la notevole statura lo facevano spiccare tra la folla. Mi appoggiai allo schienale della sedia per un momento e decisi che avrei dovuto girare alla larga da Jack. Perché tormentarmi con idee di sesso bollente con un uomo muscoloso vestito di pelle? Poteva essere una bella fantasticheria, ma fuori dal mondo dei sogni dubitavo di essere il suo tipo più di quanto lui fosse il mio.