Capitolo 1

 

 

CERTI MOMENTI della mia vita me li ricordavo come se fossero accaduti il giorno prima. L’incontro con Grigor Jankovic era uno di quelli.

Ero stato così vicino a tagliare la corda.

Avevo comprato un biglietto aereo per Jacksonville con gli ultimi soldi, e mentre me ne stavo seduto nella navetta dell’aeroporto che andava verso la zona partenze del McCarran International – con tutto quel che possedevo ficcato in un piccolo borsone – cercavo di mantenere viva la speranza. Uno dei ragazzi con cui avevo servito si era offerto di ospitarmi per un mese in cambio di aiuto in certe attività forse non del tutto legali. E anche se la Florida non era mai stata nella mia lista dei posti in cui andare, ero rimasto completamente senza alternative.

Dopo essere sceso dalla navetta, stavo aspettando di attraversare per andare al terminal quando una macchina mi tagliò la strada, impedendomi di scendere dal marciapiede. Arretrai con un respiro profondo, pronto a scomparire per sempre. Mi avrebbero ucciso lì e sarei stato soltanto un altro numero nelle statistiche, un ex-Marine che aveva passato un periodo difficile, aveva preso decisioni discutibili e alla fine si era fatto sparare per strada.

Ma quando il finestrino si abbassò ne emerse una faccia, invece di una pistola.

Per tutta la vita, la curiosità aveva sempre avuto la meglio su di me. Così, invece di scappare via, aspettai di vedere cosa sarebbe successo.

“Grigor Jankovic ti vuole parlare.”

La prima volta che avevo sentito il nome di quell’uomo era stato quando avevo preso la pistola a un tizio che l’aveva puntata contro di me e lo avevo ucciso. Adesso lo stavo sentendo da un uomo dentro una macchina, con quello che sembrava un accento russo o dell’Europa dell’Est. Non ero in grado di dirlo; non lo sapevo con certezza. Tutto quel che sapevo era che era lo stesso nome, che avrebbe dovuto ispirare paura… e che ci stava riuscendo maledettamente bene. Dall’uomo che avevo ucciso la settimana prima avevo capito che Grigor mi avrebbe sventrato, e il suo amico aveva ringhiato la stessa cosa prima che facessi saltare via il cervello anche a lui. Mi avevano promesso la morte con il loro ultimo respiro, per cui trovarmi davanti quello che apparentemente era un tirapiedi del diavolo era terrificante.

“Vuole piantarmi un proiettile in corpo, intendi,” replicai al tizio nell’auto.

“No,” mi corresse lui. “Solo incontrarti.”

Studiai bene la sua faccia.

“Ti conviene prendermi in parola.”

Forse sembravo stupido. La gente aveva spesso l’impressione di dovermi spiegare le cose più di una volta; forse era perché non mi limitavo mai a rispondere e basta ma rimuginavo sempre sulla mia replica prima di parlare. Comunque avevo notato che molti si sentivano obbligati a riempire il silenzio con il suono della loro voce.

“Beh?”

“Non c’è nemmeno mezza possibilità che io salga su quella macchina e che ti permetta di portarmi in un posto fuori mano dove potrai torturarmi e uccidermi.”

“Perché dovremmo farlo?”

Mi strinsi nelle spalle, desiderando di non aver abbandonato la pistola che avevo preso a quel tizio nel minimarket dopo la lotta rapida e furiosa con gli ‘associati’ di Jankovic. Ma non potevo portarla in aeroporto, e siccome non volevo che la trovasse un ragazzino l’avevo smontata e avevo buttato un pezzo nella fogna e un altro in un cassonetto vicino al motel infestato dagli scarafaggi in cui stavo.

“Tu guardi troppi film.”

Quello mi prese in contropiede. “Che cosa?”

“Ho detto,” sospirò, “che tu guardi troppi film. Noi la preleviamo la gente che vogliamo torturare e uccidere. Non gli chiediamo educatamente di fare un giro in macchina.”

“Sul serio?”

Da.”

Annuii, ma cominciai a voltarmi per schizzare via.

“Per favore, non costringermi a correrti dietro,” disse una seconda voce, più profonda e tonante. Mi resi conto che in realtà riuscivo a capire la differenza tra gli accenti, adesso che ne sentivo uno chiaramente russo, diverso da quello del primo tizio. “Sarebbe fastidioso e vorrebbe dire partire con il piede sbagliato.”

Girando su me stesso vidi che il finestrino dell’autista si era abbassato, e l’uomo mi guardava aggrottando la fronte. Sembrava più pericoloso di quello sul sedile posteriore. Quello aveva sorriso, se non altro. Questo no.

“Si dice così, giusto? Il piede sbagliato?”

“Sì, giusto.”

Lui annuì. “Bene.”

“Allora, cosa stavate dicendo del vostro capo?”

Da. Grigor,” riprese lui, “ti vuole solo parlare del tuo incontro con i nostri colleghi, tutto qui.”

Mi schiarii la voce. “Devo prendere un aereo. Parte fra un’ora.”

Lui respirò a fondo; era chiaro che si stesse annoiando. “Ti prendiamo un altro biglietto, uno di prima classe, devi solo venire a parlare con Grigor.”

A quel punto il tizio sul sedile posteriore – il completo gli stava bene; quella lana italiana di sicuro costava più di tutto quel che possedevo io messo insieme – scese e aprì la portiera. Il momento giusto per scappare era passato, per cui mandai giù la paura e salii in macchina.

Non andò come me l’aspettavo. Dopo che salii, continuarono a conversare, e il bello era che anche se l’inglese era chiaramente la loro seconda lingua (o magari la terza), durante il viaggio parlarono in inglese per cortesia verso di me. E mi piaceva anche che mi ignorassero, continuando a parlare di un tizio che si era pisciato addosso quando Marko Borodin – quello con l’aria da cattivo che stava guidando – si era semplicemente fermato a chiedere indicazioni.

“Continuo a dirtelo,” replicò quello seduto accanto a me, che si era presentato come Pravi Radic, “tu fai davvero paura.”

Mi sarei detto d’accordo, ma non pensavo che avrebbero apprezzato il mio intervento.

“Non sei d’accordo con me?” mi chiese Pravi.

Feci un leggero sorriso guardandomi attorno. “Potrebbe sorridere un po’ di più.”

E loro si misero a ridere, cosa che mi permise di tirare il fiato. Almeno un po’.

Rimasi sorpreso quando arrivammo a un bar vicino alla strada principale, perché anche con tutte le loro rassicurazioni ero ancora convinto che mi stessero portando in un magazzino vuoto o qualcosa del genere. Invece scendemmo solo io e Pravi ed entrammo in un pub con il pavimento appiccicoso, uno schermo tv sopra il bancone e un sacco di pannelli di legno.

Verso il fondo, in uno di quei separé rivestiti di plastica economica, c’era un uomo seduto da solo.

“Quello è Grigor,” mi informò Pravi nel caso non lo avessi capito da me.

Eccolo lì, il tizio che stavo cercando di evitare fin da quando, una settimana prima, avevo abbattuto due dei suoi uomini e ne avevo spediti tre in ospedale.

Quando arrivai al tavolo, rimasi lì un momento a guardare Jankovic prima che lui mi notasse e mi facesse segno di sedermi. Una volta faccia a faccia mi offrì una sigaretta, che rifiutai, poi mi chiese se volessi qualcosa da bere.

Mi schiarii la gola. “Preferisco che lei si sbrighi a spararmi, signor Jankovic, perché aspettare probabilmente sarà peggio del proiettile, a questo punto.”

Lui corrugò le sopracciglia nere e folte prima di girarsi di lato a guardare Pravi. “Non gli hai spiegato che gli volevo offrire un posto nella nostra organizzazione?”

Ero sorpreso. Da come parlavano i suoi uomini mi ero aspettato che anche Jankovic avesse un accento. Invece parlava come se fosse andato in collegio oppure all’università. Era decisamente più istruito di me.

Pravi si limitò a stringersi nelle spalle. “Ho pensato che forse glielo volevi dire tu.”

Jankovic fece uno strano verso, inclinando la testa di lato mentre tirava una lunga boccata dalla sigaretta prima di spiaccicarla nel posacenere.

Ero davvero confuso.

“Allora, Ceaton… ti posso chiamare Ceaton oppure preferisci Mercer?”

“Ceaton va benissimo.”

“E io sono Grigor,” disse schiarendosi la gola. “Ora, Ceaton, ti posso raccontare che cosa ho fatto stamattina?”

“Certo.”

“Ho dovuto occuparmi degli uomini che non hai ucciso.”

Tutta quella faccenda diventava sempre più strana.

“Vedi,” sospirò intrecciando le dita e allungandosi in avanti a guardarmi negli occhi, “questi non sono i giorni di Al Capone e di altri gangster famigerati. Adesso gli affari si dovrebbero fare in sordina, con discrezione, in modo che non se ne accorga nessuno. Se l’FBI o la DEA o l’ATF non scopriranno mai il mio nome, ne sarò molto contento.”

Aveva senso.

“Ma gli uomini con cui hai avuto la sfortuna di avere a che fare, stavano raccogliendo i soldi della protezione per conto loro.”

Quando avevo sentito le parole di minaccia mentre stavo in fila nel minimarket, aspettando di comprare il burrito da microonde e la Gatorade che mi potevo permettere, avevo capito benissimo che cosa ci facessero lì quegli uomini. Il commesso era terrorizzato e…

“Aspetti, per conto loro?” domandai quando alla fine compresi ciò che aveva detto.

Lui grugnì.

Qualcosa stava cominciando a prendere forma nella mia testa. “Lei non raccoglie i soldi della protezione?”

“Non a quel livello,” rispose lui, chiaramente disgustato.

“Oh!” Sorrisi. “Quindi questi tizi stavano usando il suo nome, raccoglievano i soldi, e non glielo dicevano.”

“Precisamente.”

“E lei lo ha scoperto solo quando due di loro sono finiti all’obitorio.”

“Sì,” confermò. “E quando ho saputo che gli altri erano in ospedale, ho mandato due della mia cerchia a indagare.”

C’erano dei livelli nella mafia, lo avevo capito guardando Il Padrino e I Soprano e tutti gli altri film di gangster. E sì, in pratica erano tutti sulla mafia italiana, ma pensavo che la struttura dovesse per forza essere simile. In pratica c’erano i tuoi uomini, vale a dire l’intera organizzazione, e poi c’era la tua cerchia. La differenza era che ‘uomini’ indicava tutti quelli sul tuo libro paga. La tua ‘cerchia’ erano quelli a cui affidavi la tua vita, e che avrebbero dato la loro per te. Cerchia voleva dire fratellanza, era qualcosa di profondo, e mi ricordava quel che avevo condiviso con i ragazzi con cui avevo prestato servizio.

“Ceaton?”

“Scusi. Che cosa ha scoperto?”

“Esattamente quello che sospettavo fin dal momento in cui ho saputo che erano morti.”

“Okay, ma questo che cos’ha che fare con me?”

“Due uomini sottoterra, tre in ospedale,” ripeté lui.

“Già.”

Il sorriso gli faceva brillare gli occhi. “Sei un uomo dai molti talenti, Ceaton, e sarei uno sciocco a non cogliere l’opportunità di offrirti di lavorare per me.”

E poi glielo vidi in faccia, l’espressione di tensione che si allentava. Rilassò anche le spalle e tirò il fiato.

“Non mi conosce nemmeno,” obiettai.

“Ma mi sono fatto un’idea,” spiegò. “Perché hai salvato i proprietari di quel negozio dai miei uomini, ma non hai consegnato quelli che non hai ucciso.”

“Cosa?”

“Hai fatto quello che era necessario. Anche nell’impeto del momento, hai tenuto la testa a posto. Potrebbe farmi comodo un uomo del genere.”

“Non sono esattamente un buon samaritano, signor Janko…”

“Grigor,” mi corresse lui.

“Grigor,” feci eco io. “Ho fatto…”

“Oh sì, lo so,” concesse lui. “Ma prova a pensare alla terribile situazione in cui hai messo quella gente, i proprietari del negozio.”

“Prego?”

Scrollò le spalle. “Stavi lasciando lo Stato senza preoccuparti di loro, al di là degli avvenimenti della giornata.”

“Io non…”

“E se quegli uomini fossero tornati indietro per regolare i conti, e tu non fossi stato lì ad aiutarli anche allora?”

Quello non mi era venuto in mente.

“Ti sei mai fermato a pensare a quali sarebbero state le conseguenze e a come quei poveracci avrebbero affrontato il problema senza di te?”

Lo guardai inarcare un sopracciglio.

“Non ci hai pensato.”

Non lo avevo fatto, aveva ragione. Mi ero preoccupato solo di me stesso e dei miei problemi senza badare al resto. Avevo sempre affrontato il lavoro alla giornata, senza mai preoccuparmi di quello che sarebbe successo più in là.

“Forse perché non hai una casa, non hai radici,” suggerì lui. “Se le avessi magari penseresti più a lungo termine.”

Era un buon argomento.

“Quindi forse se lavorassi per me non faresti un favore soltanto a me.”

Rimasi in silenzio.

“Raccontami qualcosa. Dove hai imparato a batterti così?”

“Marines.”

“E come mai non sei più in servizio?”

“È una lunga storia.”

“Eccellente,” mi rassicurò. “Sono le mie preferite.”

“Non hai delle cose da fare?”

Scosse la testa. “Nessuna più importante di questa.”

Dovevo pensare bene a cosa dire.

“Racconta la storia e basta,” suggerì lui quando si accorse che stavo riflettendo.

Ero un tiratore scelto nei Marines. Come tale di solito ero al di sopra dell’azione, per coprire gli uomini a terra come un angelo della morte pronto a uccidere chiunque arrivasse troppo vicino alla mia squadra, oppure in giro con il mio osservatore a fare ricognizioni a distanza di sicurezza. Il giorno in cui la mia carriera era finita la mia unità ne stava coprendo un’altra, fornendo protezione a una squadra Black Ops dell’esercito che era stata spedita ad assassinare un bersaglio nemico.

Dalla nostra posizione sul tetto di un edificio in una zona industriale degradata vicino ai bassifondi della zona sud di Fallujah, nelle ore che precedevano l’alba, il caporale Michael Tanner, il mio osservatore – quello che mi copriva le spalle, che individuava i bersagli, il partner che non conoscevo ancora molto bene anche se pareva un tipo a posto – aveva visto un pick-up bianco prendere velocità mentre percorreva le strade disseminate di liquami e spazzatura. Quando un altro si era fermato subito dietro, avevo chiamato il mio tenente e gli avevo detto che dovevano mettersi al riparo, perché stavano per avere compagnia. Ero rimasto esterrefatto quando, pochi secondi dopo, aveva ordinato alla squadra di uscire.

Mi si era mozzato il fiato. “Può ripetere, signore?”

“Coprici, Mercer, andiamo alla porta sul retro.”

Ma la squadra che dovevamo tenere al sicuro era ancora almeno a dieci minuti dalla nostra posizione, ed erano a piedi. Noi avevamo gli elicotteri in attesa, pronti a incontrare il convoglio formato da due veicoli, un wrecker e un Humvee; loro no. Loro avevano soltanto noi. Se avessimo tagliato la corda, sarebbero stati bersagli facili, senza un mezzo di trasporto.

“Signore, la informo che il Gold Team è…”

“Questo è un ordine, Mercer, e adesso vedi di muovere il culo!”

Mi ero schiarito la gola. “Chiedo il permesso di rimanere indietro, signore, e aspettare…”

“Ho bisogno che tu protegga i nostri sei.”

“Posso fare tutte e due le cose, signore,” gli avevo assicurato. “Da dove sono…”

“Non farmelo dire due volte!” aveva ruggito lui. “Ti aspetto qui e subito!”

Avevo scambiato uno sguardo con Tanner, e in quel momento avevo capito di avere una scelta. Proprio lì e allora. Avrei potuto eseguire gli ordini, oppure fare la cosa giusta. I miei erano trincerati e nascosti, ma il Gold Team sarebbe stato fuori all’aperto, esposto e vulnerabile. Ma anche così, anche se io ero superiore in grado a Tanner, dovevo permettergli di fare la sua scelta prima di rispondere.

“Mercer!”

Avevo fatto segno a Tanner di andare e poi avevo annuito per fargli capire che andava bene se mi lasciava lì.

Lui aveva scosso la testa e poi guardato da un’altra parte, come se fosse tutto sistemato.

“No, signore,” avevo risposto allora.

“Dillo di nuovo, Marine?”

“No. Signore.”

“Mercer…”

“Sarà come sparare a dei pesci in un barile, signore. Non posso lasciarli senza protezione.”

“Oh, invece lasciare noi con l’uccello al vento va benissimo.”

“No, signore, ma da dove siete voi…”

“Finirai davanti alla corte marziale per questo, Mercer.”

Quella possibilità c’era eccome. Mi sarei detto d’accordo, ma in quel momento il tetto su cui stavo era stato investito da una mitragliata di colpi da un edificio vicino.

Avevo rotto la copertura ed ero corso dritto alle scale, con Tanner alle calcagna. Se non avessi avuto la mia arma, avremmo potuto saltare sull’edificio accanto, ma non con il mio M40A1. Se fossi caduto e rotolato, e il fucile avesse riportato qualche danno… no, proprio non potevo rischiare. Così ero andato alla porta, invece.

“Mercer! Mercer!”

Con il tenente che mi gridava nell’orecchio, Tanner che cercava di contattare l’artigliere, i proiettili che mi volevano attorno e poi le esplosioni – non c’era modo di uscire illesi dal tiro di un lanciarazzi – l’unica cosa che sapevo era che dovevamo arrivare alla posizione di copertura per il rendez-vous con il Gold Team e salvarli da quella che si stava rivelando un’imboscata.

Quando eravamo arrivati in fondo alle scale ed eravamo schizzati di lato per non correre in mezzo alla via, c’erano soltanto fuoco e ceneri. Anche con quegli ordini urlati e furibondi che mi gridavano di fare dietro front, mi ero fatto strada verso il punto in cui avremmo dovuto incontrare la squadra. Avevo avuto un momento di terrore quando mi ero accorto che c’eravamo soltanto io e Tanner, ma era svanito quando avevo visto quelli del Gold Team che si muovevano lentamente e con attenzione per le strade piene di fumo, tenendosi al buio, l’alba ancora abbastanza lontana da garantire la copertura di cui avevano disperatamente bisogno.

Ero rimasto appiccicato ai muri tenendo il fucile in una mano e la Beretta M9 nell’altra e aprendomi la via in quelle fogne di strade, dispiaciuto per la gente che ci doveva vivere ogni giorno. Il paese era devastato dalla guerra, e il mio più caro desiderio era che il conflitto semplicemente si fermasse e il governo dicesse ‘merda, sì, ci dovremmo prendere cura della nostra gente’. Però la realtà di ogni conflitto era che qualsiasi cosa aveva un senso, che però era diverso a seconda della parte da cui stavi. Non riuscivo nemmeno a immaginarla, una fine. Ma in quel momento il mio obiettivo principale erano le persone che ero andato a salvare.

Eravamo a mezzo isolato di distanza quando il mio cellulare si era messo a ronzare nella tasca sul petto del giubbotto, mettendomi una paura d’inferno.

“Mercer,” era stato il saluto, un rombo setoso che diffondeva calma sui miei nervi tirati. “Qui è il Gold Team Leader.”

Non avevo proprio intenzione di fare domande. Erano quelli delle operazioni speciali. Special Ops, Black Ops, le terrificanti ti-ammazzo-mentre-dormi-ops. Il punto non era come avesse fatto ad avere il mio numero, ma perché non avesse chiamato prima. “Signore.”

“Dov’è il resto della vostra protezione?”

Avevo guardato Tanner prima di dire più o meno la verità. “Hanno dovuto mettersi al riparo, signore.”

Lui aveva grugnito.

“Non andate al punto di rendez-vous, signore, è compromesso. Tutto quanto è compromesso.”

“Lei sa come uscirne?”

“Sissignore. Seguitemi.”

Così avevano attraversato tutti, più silenziosi di quanto avrei creduto possibile per uomini con tanta attrezzatura, e noi avevamo fatto strada dentro e fuori, attorno, giù per i vicoli, lungo le fiancate di edifici bruciati, finché la strada principale non era diventata visibile. Avevo sentito il fischio subito prima dell’esplosione, e poi io mi ero ritrovato da una parte e il Gold Team dall’altra, e io stavo gridando di tenersi giù giurando che non li avevo condotti in uno scontro a fuoco. Sapevo come arrivare al punto sicuro, soltanto che ancora non c’eravamo.

Il cielo si era illuminato pochi secondi dopo.

“Mi segua, Mercer,” aveva ordinato il capo della Gold, e lo avrei fatto, sul serio, se la strada in qualche modo non avesse deciso di sollevarsi e ricadere di nuovo, riorganizzata in un allineamento diverso, tra fuoco e fumo e detriti che cadevano.

Io e Tanner ci eravamo ritrovati scagliati contro un muro, e tutto era finito lì. Non avevo mai più visto la squadra o il mio osservatore.

“Porca merda,” boccheggiò Grigor.

Ero così immerso nel racconto da dimenticarmi che stava ascoltando. “Mi… mi dispiace. Era più di quello che voleva sapere, sono sicuro.”

Lui si allungò in avanti. “Incredibile.”

Aprii la bocca per dire qualcosa.

“Allora non capisco. Perché non ti hanno dato una medaglia?”

“Tanner era morto,” dissi con tristezza ricordando la sua faccia come mi succedeva sempre, con gli occhi azzurro chiaro e i capelli color paglia.

“Sì, ma…”

“Vedi, nel momento in cui ho detto di no, mi ero già fottuto. Tanner era morto,” ripetei in tono vuoto, “e io ero in ospedale, quindi non c’era nessuno a parlare per me quando il tenente ha presentato le accuse.”

“Ma hai salvato quegli uomini.”

“Non aveva importanza. Sono andato contro gli ordini del mio tenente, e il mio partner è rimasto ucciso.”

Lui stava studiando la mia faccia, aspettando di sentire dell’altro.

“Siccome lo avevo fatto per salvare l’altra squadra, però, non mi hanno spedito automaticamente alla corte marziale. Non è così che fanno i Marines. Non lasciamo indietro i nostri uomini. Semper Fi. Ma la mia decisione ha fatto ammazzare un uomo della mia squadra, il mio partner. Così mi hanno lasciato la scelta fra la corte marziale e un congedo tranquillo. Ho scelto il congedo. E anche se non lo chiamano più congedo con disonore, è quel che significa. Per cui in pratica tutti i miei piani di entrare nelle forze dell’ordine dopo essere stato un militare erano fottuti.”

“E tutto per aver fatto quello che era giusto.”

“Quello che io pensavo fosse giusto, sì. Voglio dire, credo che il mio tenente pensasse che io avessi completamente torto, e dal suo punto di vista…” Ci ripensai come avevo già fatto un milione di volte. “No, lui era al sicuro, gli altri erano al sicuro, gli unici rimasti fregati con l’uccello al vento erano quelli del Gold Team.”

“Quindi in cuor tuo tu sai di aver preso la decisione giusta.”

“Sì.”

Ma in fondo pensavo che avessero ragione loro ad avermi buttato fuori. Tanner era morto perché gli avevo impedito di andarsene quando avevamo avuto l’ordine di ritirarci. Gli avevo dato la possibilità di andare via, di seguire gli ordini del tenente, ma lui era il mio osservatore: sapeva che il suo posto era al mio fianco, e si era fidato che facessi la scelta giusta.

“Quindi puoi dormire bene la notte sapendo di avere la coscienza pulita.”

“Questo non riporta indietro Tanner.”

“No. Ma lui non era d’accordo con te?”

“Che cosa intendi?”

“A chiederglielo direttamente avrebbe detto di sì, che salvare quegli uomini era la cosa giusta da fare. Sapeva che cosa c’era in gioco.”

“Lo sapeva. Era un Marine proprio come me.”

“Quindi, quando ti ha seguito, quando è rimasto al tuo fianco, sapeva che quella scelta poteva costargli la vita.”

“Questo non mi assolve.”

“No, ma anche sì. Non sono mai stato in combattimento, ma sospetto che sia necessario prendere le decisioni in una frazione di secondo e fare i conti con le conseguenze in seguito.”

“Vero.”

Mi studiava a occhi socchiusi. “E quindi rimpiangi di aver perso il tuo partner quel giorno, ovviamente, ma c’è dell’altro?”

Annuii.

“Raccontami.”

“Vorrei… non ho mai avuto la possibilità di contattare il soldato in carica, il Gold Leader, avrei voluto sapere se stavano bene. Ho cercato di scoprirlo, ma in pratica mi hanno schiaffato dentro nel secondo in cui sono uscito dall’ospedale e nessuno mi ha detto un accidente.”

“Eri rimasto ferito?”

“Sì, ero saltato in aria, ricordi?”

“Hai l’aria di star bene.”

“C’era un sacco di roba fratturata, credimi, ma in fin dei conti ho avuto più fortuna di parecchi altri.”

“Già,” convenne lui.

“È strano avere un piano e poi vederlo cambiare in pochi minuti.”

Annuì. “Beh, penso che la tua vita stia per cambiare di nuovo proprio davanti ai tuoi occhi.”

“Sul serio?”

“Sì. Sì, sul serio.”

Tirai il fiato.

“Forza, usciamo di qui. Sto morendo di fame. Ho voglia di fare colazione.”

A sentirla nominare mi brontolò lo stomaco. “Un buon posto?”

“Il migliore,” promise.

Uno incredibile. Mi portò a casa di sua zia Jaja. Era un monolito in stile neo-mediterraneo con una piscina delle dimensioni di un piccolo lago, stalle, campi da tennis, e una fossa per cucinare all’aperto che era il suo divertimento preferito. Lei mi mostrò un lattonzolo che stava arrostendo a fuoco lento e poi mi portò in cucina, mi fece sedere, mi preparò un espresso, e mi guardò mangiare dei pasticcini fatti in casa che dentro avevano di tutto, dalla confettura alla carne salata.

“Chi si prende cura di te?” Ci teneva a saperlo, e a differenza del nipote aveva una traccia di quello stesso accento che avevano tutti tranne Marko.

Scossi la testa.

“No? Niente famiglia?”

Di nuovo, lo stesso movimento.

“Tua madre?”

“Non c’è nessuno.”

“Niente moglie?”

Mi schiarii la gola perché, davvero, se fosse stato un problema almeno sarei morto con la pancia piena. Lanciai prima un’occhiata a Grigor, poi le risposi. “Nel caso sarebbe un uomo.”

“Ah,” disse lei, lasciandomi sorpreso. “Come Oli.”

“Oli?” indagai.

“Mio nipote,” sospirò. “Tanto carino, tanto intelligente. Lui e suo marito hanno due delle bambine più splendide che si sono mai viste. Una adottata due anni fa e una l’anno scorso.” Il sorriso le andava da un orecchio all’altro, e lentamente diventò un sorrisetto. “Ero con loro al ristorante poco tempo fa e questa stronza dice a mio nipote che sono degli schifosi a tirare su quelle bambine e impedire loro di avere una madre.”

“Mi dispiace. Certe persone sono ignoranti.”

Lei annuì. “Questo è vero. Ma di solito se non sai una cosa te ne rimani zitto finché non impari abbastanza da parlarne.”

Ridacchiai. “Se solo la gente lo facesse.”

Lei allungò la mano a farmi una carezza sul viso prima di appoggiarsi di nuovo allo schienale con le braccia incrociate. “Ma vedi, Oli e Ben – è suo marito – loro sono così bravi, così pieni d’amore per i loro angeli. Dovresti vedere quanto sono pazienti e gentili. Ai miei tempi davi le sculacciate, ma Oli dice che la violenza non va bene.” Fece uno sbuffo. “Io non sono d’accordo.”

Era chiaro che non parlava delle bambine. “Che cosa ha fatto?”

Una scrollata di spalle. “Alla donna che ha detto quelle brutte cose? L’ho seguita in bagno e le ho rotto il naso.”

Quella fu una sorpresa. “Sul serio?”

Lei mi fece l’occhiolino. “Nessuno insulta la mia famiglia.”

“Prometto di tenerlo a mente.”

“No. Lo vedo già che sei un bravo ragazzo. Non mi preoccupi.”

Lanciai un’occhiata a Grigor. “Quindi pare che il fatto che sono gay…”

Zia Jaja agitò una mano per liquidare la faccenda. “A chi importa? Lui non deve scopare le ragazze davanti a te, tu non scoperai i ragazzi davanti a lui. Va bene così. Devi solo proteggere la famiglia come il resto di noi. È tutto quello che ti possiamo chiedere.”

Grigor scrollò le spalle, annuì e mi disse di andare con lui in soggiorno a parlare. Più tardi, mentre guardavamo il football e mangiavamo uno spuntino per il quale avevo chiesto di dare una mano, Jaja entrò, mi diede un bacio sulla testa e tornò in cucina dove si erano riunite parecchie altre donne.

La guardai andar via, confuso, poi mi voltai verso Grigor. “Ti posso fare una domanda?”

“Certo,” rispose lui senza darmi neanche un’occhiata, troppo interessato alla partita.

“Che cognome è Jankovic?”

“Serbo.”

“Ed è la lingua che stanno parlando tutti quanti.”

“C’è anche del croato, e ogni tanto Jaja butta lì qualcosa in ungherese.”

“Okay.” Ridacchiai, perché continuava a rispondere senza prestarmi davvero attenzione. Mi stava già considerando parte della famiglia. Decisi che la cosa mi piaceva, un sacco.

“Tieni,” disse Grigor passandomi una Beretta PX4 Storm G21 semiautomatica con la fondina. Era splendida. Lo guardai in faccia.

“È mia, registrata a mio nome,” mi spiegò, voltando finalmente la testa. “Quindi bada a dove la lasci e a chi spari.”

Ero sbalordito. Era tanta fiducia, e non sapevo perché me la potesse concedere così presto dopo il primo incontro.

“Non mi conosci nemmeno,” replicai cercando di restituirgli l’arma.

Lui alzò una mano. “Ne so già abbastanza. Ti ho ascoltato parlare con gli altri, ti ho visto cercare di aiutare Jaja. Hai bisogno di una famiglia, Ceaton. Noi diventeremo la tua.”

E siccome aveva più ragione di quanto credesse mi lasciai aiutare a mettere la fondina e sistemarla, e rimasi lì sul divano a mangiare e scambiare battute e finalmente tirare il fiato quando Pravi, che stava in piedi dietro di me, mi mise una mano sulla spalla e la lasciò lì fino alla partita dopo.

Non mi sentivo parte di una famiglia, protetto, da quando avevo lasciato i Marines. Era bello non avere più paura.