Capitolo 1

 

 

ERA INFANTILE, davvero, ma in quel momento, con l’adrenalina che pompava, il rossore che mi scaldava il corpo e il cuore che mi pulsava nelle orecchie, non riuscivo a pensare a un’opzione migliore.

Corsi. Veloce.

Mi stavo dirigendo al Colonial, uno dei tanti bed and breakfast vicino alla spiaggia di Mangrove, in Florida, quando passai davanti al patio del Brenner Manor, uno dei B&B più esclusivi e lussuosi del quartiere, e lo vidi.

Fu solo un’occhiata veloce, ma l’avrei riconosciuto ovunque: i lineamenti di quell’uomo erano impressi nella mia memoria in modo permanente, quindi mi fermai di colpo e rimasi a fissarlo come un idiota. Per fortuna il cervello ricominciò a funzionare e riacquistai il controllo dei muscoli. Svoltai e corsi lungo un vicolo immacolato e lastricato di mattoni, sorpassando le staccionate bianche dall’altra parte della strada. Poi passai davanti al Lighthouse, un buon bar che serviva cocktail artigianali, al Cuppa Joe, dove tutti prendevano il caffè a ogni ora del giorno, e di fianco al Wick and Wand, che vendeva incantesimi e articoli sia ai wiccan veri che a quelli che si atteggiavano e basta. Quando scorsi Schnapsidee, il ristorante tedesco che faceva il miglior jägerspätzel che avessi mai mangiato (erano ravioli tedeschi con i funghi), smisi di correre e mi infilai in un altro vicolo, ombreggiato ma comunque bellissimo, e mi appoggiai contro un muro.

Mi servirono diversi minuti per riprendere fiato e analizzare quello che avevo visto.

Porca. Puttana.

Dopo dieci anni, eccolo lì: Britton Lassiter in carne e ossa. Cosa diamine ci faceva a Mangrove, in Florida?

L’ultima volta che l’avevo visto era stata a New Orleans. Si era appena diplomato al college ed era partito per un viaggio on the road con degli amici di Scarsdale, il suo paese natale nello stato di New York, fino al Quartiere Francese, in attesa di iniziare la facoltà di legge a Harvard in autunno. Mi ero guadagnato quell’informazione passeggiando con lui, mentre i suoi amici bevevano a Bourbon Street. Lui era diverso dagli altri, o almeno così avevo pensato. Alla fine, il suo unico obiettivo si era rivelato soddisfare la curiosità di andare a letto con un uomo. Quello che avevo scambiato per qualcosa di più, il che era stupido dopo due soli giorni, non aveva significato nulla per lui. L’avevo imparato nel modo più duro, quando non si era fatto trovare nel posto in cui aveva promesso di essere.

Britton mi aveva chiesto di andare a Boston con lui. Tuttavia, quando mi ero presentato, con la valigia fatta, pronto per iniziare a vivere il mio sogno, lui non c’era. A quel tempo, avevo pensato che fosse arrivata la fine, invece si era rivelato essere solo l’inizio. Perché, davvero, nessuno viene a salvarti dalla tua vita su un cavallo bianco: ognuno deve farlo da solo. Io non ero un’eccezione.

L’esercito mi aveva accolto e mi aveva addestrato; quattro anni dopo mi ero congedato e mi ero precipitato in Florida il più velocemente possibile, per andare a trovare un compagno che era stato congedato per motivi medici prima che concludessi la missione. Quando la madre del mio amico mi aveva chiesto che sogni avessi per il futuro, avevo avuto una rivelazione e lei era stata più che felice di aiutarmi.

Udii una macchina vicino a me ma, anche se mi aveva distolto dai ricordi, non alzai lo sguardo fino a quando qualcuno non mi rivolse una domanda. “Cosa cazzo stai facendo?”

Al suono di quella voce mi girai e trovai proprio quell’amico, Cosimo Renaldi, Coz, che mi fissava da dietro il volante della sua Crown Victoria. “Mi riposo,” risposi.

“Quando ti ho visto correre, ho pensato che avessi un segugio alle calcagna o qualcosa del genere,” disse, accigliandosi, e parcheggiò la macchina nel posto auto a metà della via prima di scendere. Mentre si avvicinava, mi presi un momento, come facevo sempre, per ammirarne l’altezza, i muscoli, il torace a forma di V e le spalle larghe. Mi erano sempre piaciuti i begli uomini italiani e Coz ne era un esempio in tutto e per tutto, tranne che per la pelle, di un intenso color bronzo. Lo avevo visto nudo abbastanza spesso da sapere che era abbronzato ovunque. Mi si azzerava la salivazione solo a pensarci. Era l’incarnazione del sesso e non mi stancavo mai di guardarlo.

“Credevo che stamattina dovessi controllare i cipressi italiani al Colonial.”

“Sì,” ansimai, ma la bellezza del suo profilo mi rendeva difficile riprendere fiato: aveva il naso lungo e dritto, le labbra seducenti, la fossetta sul mento e brillanti occhi color henné, incorniciati dalle sopracciglia scure. I folti capelli neri erano ruvidi al tatto e solo leggermente più lunghi rispetto a quando stava nell’esercito. Non lo osservavo spesso, perché non mi faceva bene, ma quando capitava, quando mi concedevo di guardarlo, mi ritrovavo sempre a chiedermi che sapore avesse. Era un desiderio familiare.

“È quello che mi hai detto ieri sera, quando sei venuto a cena.”

“Che cosa?”

“Cena. Ieri sera. Non ti dice nulla?”

“Sì.”

“Mia madre è andata al Panama City per la salsiccia con i peperoni.”

Mi ero perso. “Come?”

“Mi hai raccontato tutte le cose che avresti dovuto fare oggi, quindi gliele ho riferite e lei ha deciso di precipitarsi al Panama City, per procurarsi quello che le serve per la cena di stasera.”

“Oh, okay.”

“Ma, se non ti sbrighi a finire il lavoro, non arriverai in tempo per cena e le spezzerai il cuore.”

Annuii. “Non farò tardi.”

“Invece sì, dato che stai perdendo tempo qui, invece di lavorare.”

Era come un cane che non mollava l’osso. “Lo so!”

“Allora perché non sei al lavoro?” insistette, avvicinandosi. “Sai che da quando mio padre è morto lei…”

“Coz, mi serve solo un secondo,” risposi, prima di inspirare profondamente.

Rimase in silenzio, ma sapevo, senza aver bisogno di vederlo, che mi stava guardando storto. Lo aveva fatto per tutto il tempo durante l’addestramento di base, quando ci avevano stanziati insieme in Afghanistan. Anche dopo l’incidente, quando, per raggiungerlo, avevo strisciato tra le lamiere di un convoglio saltato in aria, sotto il fuoco nemico. Persino mentre era pieno di schegge e senza un braccio, anche allora mi aveva lanciato un’occhiataccia.

Sollevai la testa e infine respirai a fondo.

“Oh,” mormorò in fretta, chiaramente sorpreso, a giudicare dalle sopracciglia inarcate e dalla preoccupazione sul viso. “Sembri davvero spaventato. Che cosa c’è che non va?”

Mi schiarii la gola. “Ti ricordi quel ragazzo di cui ti ho parlato? La ragione per cui mi sono arruolato nell’esercito, per allontanarmi il più possibile dalla mia vita?”

Annuì.

“Sì, ecco, l’ho appena visto sul patio del Brenner.”

Dal modo in cui strinse gli occhi, capii che stava registrando ed elaborando quelle parole. “Cazzo, sul serio?”

“Sul serio…” Quasi mi strozzai. “… quindi lasciami qui a riprendere fiato, okay?”

“Ah.”

Inarcai un sopracciglio per mostrargli che concordavo con la sua valutazione di quella situazione assurda.

“E allora?”

Lo guardai in tralice. “Cosa significa ‘e allora’?” Forse quello che avevo visto non era in effetti empatia.

“Voglio dire, è solo un tizio, giusto? Ti sei scopato un sacco di tizi nel corso della tua vita.”

Mi stava insultando e lo sapevo, anche se mi servì un momento per incassare il colpo. “Scusa, cos’hai appena detto?”

“Oh, andiamo, Kel, in che posizione della lista è quel tipo? Almeno lo sai?”

“Se lo so?” Ero indignato.

Alzò spazientito il braccio destro e sospirò rumorosamente, poi si voltò, dandomi le spalle. “Vai a lavorare e basta, prima che mia madre mi chiami per controllare e che le prenda un cazzo di infarto.”

Scattai per sbarrargli la strada, in modo che fosse costretto a fermarsi oppure a scontrarsi con me. “Devi sapere che tua madre non chiama mai me o tua sorella. Telefona solo a te, perché sei tu quello che le sta spezzando il cuore, non noi.”

Lui spalancò gli occhi per la rabbia e una parte di me si sentì male per averlo provocato, ma mi aveva appena dato del poco di buono, che se ne rendesse conto o meno.

“Io le starei spezzando il cuore? Io?”

Lui era sempre stato uno dal grilletto facile, e perdere il braccio ed essere arrabbiato con il mondo non l’aveva cambiato. Anzi, aveva solo peggiorato quel tratto del suo carattere. Udii la frustrazione nel tono di voce che si alzava, vidi la rabbia nella mascella serrata e sentii il calore provenire dalla sua figura slanciata, sexy e bellissima. Se solo mi avesse permesso di allungare le mani su di lui, sarei stato di certo in grado di fargli allentare parecchio la…

“Come lo starei facendo di preciso?”

“Come?” Mi servì un attimo che scacciare i pensieri impuri.

“Fa’ attenzione, cazzo! Come diavolo starei spezzando il cuore di mia madre?”

“Devo davvero dirtelo?” domandai, alzando anch’io la voce. “Di nuovo?”

Agitò la mano sprezzante, perché sapeva quello che aveva fatto.

“L’hai quasi uccisa, quando hai accettato quel cazzo di lavoro,” dissi, indicando l’uniforme, la macchina e tutto l’equipaggiamento da agente di polizia.

“Non succede mai nulla in questa città!” abbaiò lui, sulla difensiva.

“Non importa,” rilanciai.

“Certo che importa! Perché mai avrebbero assunto come poliziotto me, un uomo con un braccio solo, se avessero pensato che avrei davvero dovuto fare qualcosa? Mi hanno concesso quel posto per pietà, idiota.”

C’era così tanta frustrazione nel suo tono di voce. “Allora perché hai una pistola?”

“Forse perché so come usarla!”

“Oppure,” iniziai, assicurandomi di suonare beffardo tanto quanto lui, “forse il capo si aspetta che tu metta a rischio la tua vita, se la situazione lo dovesse richiedere.”

“E cosa cazzo c’è di sbagliato?”

“Oh, nulla, tranne che tua madre ha perso il marito due anni fa e tutto ciò che le rimane siete tu e tua sorella.”

“Ha anche te!”

“Non è la stessa cosa e lo sai!” urlai, perché anche lui l’aveva fatto. Adeguarmi al suo tono di voce era una delle cose che preferivo.

“E invece è proprio la stessa cosa,” ruggì. “Le piaci più di me e di Mia messi insieme!”

Lo fissai e lui fece lo stesso.

“Perché stai ancora urlando?” chiesi di colpo, perché stava farneticando come un pazzo. Di solito uno di noi si stancava o perdeva la voce piuttosto in fretta.

“Perché mi stai facendo impazzire con queste stronzate!”

“Okay.” Mi schiarii la gola e abbassai il livello di decibel. “Allora sai che quello che voleva tua madre, quello che tutti noi volevamo, era che tu comprassi quel bar e che lo gestissi.”

Alzò gli occhi al cielo.

“Era una buona idea.”

“Era un’idea noiosissima e poi che diamine ne so io di come si gestisce un bar?”

“Che diamine ne so io del giardinaggio? Cosa ne sa Mia di legge?”

Lui sbuffò, infastidito, e io scoppiai a ridere, perché, cazzo, l’ultima parte era stata davvero stupida. A volte la mia bocca andava più veloce del cervello.

“Be’, non saprei. Per cominciare, lei ha frequentato la facoltà di legge, idiota.”

Sbuffai una risata, che non riuscii a soffocare. “Sì, va bene, come vuoi.”

Il suo sorriso riluttante gli mise in risalto l’accenno di rughe che aveva agli angoli degli occhi e attorno alla bocca e le sue labbra imbronciate mi fecero stringere lo stomaco. “Cosa c’entra questo con…”

“Ho accettato un prestito da tua madre per avviare l’impresa di giardinaggio,” gli ricordai. “Mia ha fatto lo stesso, quando ha aperto lo studio legale, ma tu… tu devi essere un maledetto poliziotto.”

“Non volevo essere un peso per lei e non so fare niente, a parte impugnare un’arma e salvare le persone.”

“Potresti risolvere i problemi al bar e magari sparare a qualcuno ogni tanto, se dovessero provare a rapinarti.”

“In questa città? Essere derubato in questa città. È questa la tua prospettiva?”

“Vederti in quell’uniforme sta uccidendo tua madre.”

Ringhiò. Sollevai un sopracciglio per sottolineare il fatto che stava, in realtà, sottraendo anni di vita a sua madre ogni giorno. Dopo aver servito il suo paese, era tornato a casa senza una parte del corpo. Lei non voleva che ne perdesse altre, men che meno la sua vita.

“Se solo apriste tutti gli occhi…”

“Ah!”

Il cipiglio era tornato. “Ah? È questa la tua risposta?”

“Se Mia aprisse gli occhi? Se lo facessi io? Tua madre? Per favore. Sei tu l’unico cieco qui.”

“E cosa diavolo dovrebbe significare?”

Scossi la testa da una parte all’altra. “Noti mai la gente che ti fissa, mentre guidi per la strada, agente? Vedi mai la gente che prova a parlarti o a flirtare con te? Lo fai mai?”

“Non capisco cos’abbia a che fare con…”

“Scopare,” annunciai. “Il sesso c’entra sempre.”

“Il che, di nuovo, non ha nulla a che vedere con quello di cui stiamo parlando,” insistette.

“Ha a che fare con tutte le tue motivazioni per accettare questo lavoro, quindi con quello che pensi di valere.”

“Oh, Dio santo, sapevo che era un errore portarti con me dallo psicologo dei veterani. Perché l’ho fatto? Perché?”

“Dici di non voler essere un peso,” dichiarai burbero, avanzando verso di lui. “Quindi hai accettato l’unico lavoro in cui esiste la possibilità che tu possa essere ucciso. Perché mai?”

“Non ne ho idea, ma sono sicuro che tu invece ce l’abbia, quindi per favore,” mi spronò, “illuminami.”

“Perché, in questo modo, non devi vivere sul serio.”

“Sto vivendo!”

“E invece no! Stai fingendo di farlo, ma non stai cogliendo nessuna occasione e non ti sei scopato nessuno da quando sei tornato a casa, due anni fa.”

“Solo perché tu ti scopi chiunque…”

“Non stiamo parlando di me,” ringhiai, perché lui rigirava sempre le carte in tavola, ma non glielo avrei permesso questa volta. “Stiamo parlando di te e del perché hai smesso di vivere e hai accettato un lavoro che ti permette di fare l’unica cosa che ti fa sentire utile.”

“E cosa diamine ci sarebbe di sbagliato in questo?”

“Ci sono un migliaio di altre cose che potresti fare senza dover indossare un’arma.”

“Io…”

“Avevi in programma di tornare a casa e di frequentare dei corsi per diventare insegnante. Perché non lo fai?”

Lui scosse la testa. “Nessun bambino ascolterebbe un tizio con un braccio solo.”

“Per l’amor del cielo, Coz, ti ascolti almeno? Perché non avere un braccio dovrebbe dire qualcosa di te?”

“Perché è così.”

“Ma per che motivo?”

“È così e basta!”

“Vedi, è questo che intendo quando dico che sei cieco.”

“Ascolta, nessuno vuole un ragazzo con un solo…”

“Sei ridicolo,” sbottai. “Tutti vogliono stare con te.”

Era così. Lo sapevo perché vedevo gli sguardi che riceveva, assistevo ai tentativi di approccio e scorgevo il desiderio negli occhi della gente. Lui non se ne accorgeva perché non lo credeva possibile, non si vedeva nel modo in cui lo vedevano gli altri, nel modo in cui lo vedevo io. Mi faceva impazzire che aver perso un braccio sminuisse il suo valore ai suoi stessi occhi, ma ne ero segretamente contento, per i miei scopi egoistici. Lo avevo tutto per me, avevo il mio migliore amico nella mia vita, vicino a me; ma era solo una questione di tempo prima che si accorgesse di quanto valesse e che si trovasse un ragazzo. Un giorno si sarebbe svegliato e si sarebbe reso conto di essere forte e bello, e chiunque si fosse trovato lì in quel momento a venerarlo non l’avrebbe più lasciato andare.

“Adoro che tu pensi che la mia vita sia un grande film di Hollywood, dove le cazzate che hai appena detto succedono davvero.”

“Ti sbagli così tanto,” risposi triste.

Lui scosse la testa. Non mi credeva, come al solito.

“Sei un idiota.”

“Il che è divertente, detto da un uomo che è appena scappato da un tizio che non vede da quanto? Dieci anni?”

Mi accigliai. “Vattene. Va’ a multare qualcuno che attraversa fuori dalle strisce pedonali o qualcosa del genere.”

“Vedi,” disse lui, colpendomi sull’addome, “in fondo è questo ciò che pensi possa accadere da queste parti. Tutte quelle stronzate sull’essere in pericolo, sull’aver paura che possano spararmi… dammi tregua, cazzo.”

Ringhiai piano. “Ci vediamo a cena.”

“Meraviglioso.”

Rimasi fermo a guardarlo mentre ritornava alla macchina, saliva e si allontanava, facendomi il dito medio per buona misura, quando svoltò dietro l’angolo.

Mi girai per correre nella direzione opposta e mi scontrai con una donna. “Oh, merda,” sussultai, afferrandola prima che cadesse.

“Per l’amor del cielo, amico!” urlò subito il tipo che la stava seguendo e fece per strapparmela via, ma lei si rifugiò ancora di più tra le mie braccia e quello lo bloccò.

“Eccoti qui!” annunciò lei, poi mi avvolse le braccia al collo, prima di baciarmi sulla guancia. “Ho detto a quest’uomo gentile che non c’era bisogno che mi seguisse, che eri proprio qui dietro l’angolo e che saremmo andati a fare colazione insieme, ma non mi ha creduto.”

Le sciolsi le braccia e le afferrai le braccia, come se fossi sul punto di scuoterla, poi la guardai in cagnesco, diventando serio. “Perché stavi parlando con questo tipo?”

Lei mi rivolse l’accenno di un sorriso, perché sì, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. “Ma no, è stato lui a parlarmi.”

“Oh, davvero?” chiesi, alzando la voce.

“Sì, davvero,” ribatté lei, adattandosi al mio tono.

La lasciai andare e mi misi le mani sui fianchi. “Perché sembra proprio che sia successo come a Tampa, e sappiamo com’è andata a finire quella storia e cosa mi hai costretto a fare a quel tipo!”

Lei si coprì il viso con le mani, scoppiando a piangere. “Ti sei spinto troppo in là! Perché hai dovuto… ti ho detto che non era stato nulla!”

“E io ti ho risposto che non m’importava!”

“Ci siamo dovuti trasferire,” pianse, “per non farti tornare in prigione.”

Incrociai le braccia, guardandola storto, prima di alzare lo sguardo sull’uomo lì accanto. Nella mia vita non avevo mai visto il colore sulla faccia di qualcuno sparire così in fretta per la paura. Era un fenomeno interessante da osservare.

“Ehi, amico, non voglio problemi.”

“Troppo tardi,” replicai minaccioso.

Lui se la diede a gambe levate, lasciando con me la donna minuta e singhiozzante.

“Wow,” disse lei, non appena il tipo ebbe svoltato l’angolo. “La cavalleria è morta sul serio.”

“Ti ha proprio scaricato,” commentai ridacchiando, mentre mi giravo verso di lei. “E, ovviamente, io devo essere uno psicopatico, dato che ho fatto qualcosa di atroce a quel tipo a Tampa.”

Lei scoppiò a ridere e mi prese la mano. “Grazie mille. Sei il miglior partner di improvvisazione che abbia mai avuto.”

Ricambiai la stretta. “Dove l’hai trovato?”

“Stavo correndo sul sentiero lungo la spiaggia e lui mi ha raggiunta da dietro e ha iniziato a parlare.” Sospirò. “Pensavo che avesse afferrato il messaggio dalle risposte monosillabiche.”

“Mi dispiace.”

Lei tossì. “Mi sono persa quando ho svoltato l’angolo, poi un altro e un altro ancora e c’era un vicolo un po’ buio dietro a un ristorante e lui ha smesso di parlare e ha incominciato ad allungare le mani; perciò, quando ho visto una via d’uscita, ho iniziato a correre.”

“Hai fatto bene.”

Respirò a fondo, chiaramente più scossa di quanto volesse dare a vedere. “Cioè, non credo che mi avrebbe fatto qualcosa, ma… grazie per essere stato il mio eroe. Ne avevo bisogno, ma ultimamente non ce ne sono molti qui intorno.”

“Non c’è problema.” Sorrisi e ricambiai la sua stretta di mano. “Kelly Seaton.”

“Olivia Lassiter,” rispose lei raggiante, e mi strinse una mano tra le sue. “È un piacere conoscerti, Kelly. Dovresti proprio venire a pranzo con me e la mia famiglia.”

Lassiter? “Io…”

“Tutta la mia famiglia è qui in visita,” continuò lei, eccitata. “Ormai non abbiamo più tempo per stare tutti insieme, ma mio fratello si sta trasferendo qui per diventare socio di uno studio legale e io sono appena stata accettata alla scuola di specializzazione della Cornell e…”

“Sembra proprio una festa,” dissi, districandomi dalla sua presa. Dovevo andarmene da lì. “Non vorrei intromettermi.”

“Non ti stai intromettendo,” mi assicurò lei, afferrandomi ancora e accertandosi che non potessi liberarmi senza staccarle le dita. “Mi hai salvata… sei fantastico.”

“Lo apprezzo…”

“Vieni a pranzo con la mia famiglia,” insistette, cercando di trascinarmi via con lei.

Lassiter… porca puttana… “Vorrei avere tempo, ma devo controllare degli alberi e ho una cena con il mio ragazzo, perciò non posso mangiare molto a pranzo, quindi dovrei proprio andare.”

“Ragazzo?”

Oh, sì, la scappatoia più semplice. “Già, sono gay, perciò io…”

“È una storia seria?”

Che cosa? “Scusa?” Era una ragazza davvero strana.

Lei spalancò gli occhi, come se fossi io quello strambo. “È una domanda semplice: è una storia seria o no?”

“Io… è più un amico che altro… perché?”

“Ho un fratello super sexy.”

Sì. Lo sapevo già. “Che sta per diventare socio di uno studio legale qui in città,” le ricordai. “E sono sicuro che non ha bisogno di distrazioni o…”

“No,” disse lei in fretta. “Gli farebbe bene una distrazione.”

Avevo una via d’uscita. “In realtà, non sono mai stato un tipo da storie di una notte,” risposi categorico, liberandomi dalla sua stretta. “Ma grazie per aver pensato che fossi uno facile.”

“Oh, no,” si indignò, “non era affatto quello che volevo dire.”

“Ci vediamo.” Mi girai e cominciai a correre per andare a controllare il cipresso italiano.

“Non era quello che volevo dire!” mi urlò dietro.

Agitai una mano in aria, per farle capire che non ce l’avevo con lei.

“Mio fratello ha bisogno di essere salvato, tutto qui!”

Non era compito mio. Avrebbe dovuto cavarsela da solo. Avevo imparato quella lezione nel modo più duro. Non ero il principe azzurro di nessuno e i giorni in cui ne cercavo uno erano passati da tempo. Ero in grado di salvarmi da solo.