Capitolo 1

 

 

BRIAN PAULSON stava nel suo salotto, circondato da conoscenti, in mano un bicchiere che uno dei suoi amici gli riempì di Martini passandogli accanto. Avevano da poco smesso di preparare i drink, per cui tutto quello che ottenne fu un po’ di gin per bagnare le olive. Non che gli importasse. Si trovava letteralmente in cima al mondo. Il suo appartamento, situato agli ultimi piani della Cudahy Tower, era uno degli indirizzi più prestigiosi della città, lui era circondato dalla crème de la crème della gioventù di Milwaukee, ed era al centro dell’attenzione. “Mangiate, bevete e divertitevi!” disse a nessuno in particolare. Era il suo motto. Be’, almeno in parte. Seguiva la filosofia secondo la quale se la vita era un banchetto, lui ne avrebbe avuto la parte più grande, più gustosa e più popolare, quindi ‘mangia, bevi, scopa, divertiti e non preoccuparti di niente’ ne sarebbe forse stata la versione più accurata.

Dalla folla si alzò un grido, e l’uomo che era venuto con Peter Gervais circondò il collo di Brian con un braccio e lo attirò a sé per un bacio che gli fece quasi arricciare le dita dei piedi. “Andiamo da qualche parte per un po’ di quel divertimento per cui sei tanto famoso,” gli propose, ma era ubriaco e parlava in maniera strascicata. E poi lui non sapeva neanche come si chiamava. Per i suoi standard era abbastanza sexy, ma in quello stato non sarebbe riuscito a drizzare niente per più di due secondi.

“Che ne dici di un altro drink?” gli propose.

“Petey!” esclamò il tizio bavoso mentre Peter passava lì accanto, quindi lasciò lui e si attaccò all’altro, baciandolo in maniera maldestra.

“Se avete intenzione di proseguire, andate a casa tua,” suggerì Brian all’amico, che borbottò e, senza lasciare l’uomo, si diresse verso la porta.

“Brian,” lo chiamò Simone Lavender avvicinandosi a lui. “Tesoro, lo so che sei gay, ma stavo chiacchierando con Giles laggiù e dato che mi ha parlato della tua ‘attrezzatura’, mi chiedevo se per caso ti andasse di fare un giro sull’altra sponda, per vedere quello che ti sei perso finora.” Simone, di solito, aveva la voce morbida come seta e non cercava mai compagnia, ma quando beveva la voce le diventava più rauca di quella di un camionista dopo una settimana sulla strada. Aveva anche gli stessi modi, e lo dimostrò palpeggiandolo e ridacchiando. “Accidenti, tesoro.”

Allontanò la mano di Simone e fece sedere la donna sul divano. Le passò il proprio bicchiere e andò in cerca di qualcos’altro da bere.

“Grazie per la serata,” esclamarono Dennis e Richie sostenendosi a vicenda.

Dennis era il proprietario di una galleria d’arte e Richie aveva ereditato dal padre tre concessionarie d’auto. Brian li salutò mentre qualcuno alzava il volume dello stereo. Iniziò a ondeggiare i fianchi, lasciandosi trasportare dalla musica.

Gesù, amava divertirsi, e il sollazzo proseguì fino a tardi, anche quando la festa era ormai agli sgoccioli e la maggior parte degli ospiti era andata via.

“Ehi, Brian, c’è un tizio al telefono che dice di essere tuo zio,” disse Ryan dall’angolo bar, prima di avvicinarsi e porgergli il telefono.

“Brian,” sbottò subito suo zio dall’altro capo della linea. “Se non mi sbaglio ti stai dedicando alla tua solita occupazione,” aggiunse in tono di disapprovazione. Che ipocrita.

“Come sta la tua amante, zio Harry?” Poi si coprì la bocca. “Forse non avrei dovuto dire niente al riguardo, vero?” Fece una risatina maligna. “O finché zia Jean non è in giro va tutto bene?”

“Brian,” sbottò di nuovo l’altro uomo.

Cavolo, gli piaceva far arrabbiare quello stronzo. Era uno degli aspetti più divertente dell’avere una famiglia così incasinata.

“Tuo nonno è morto oggi pomeriggio.”

Zio Harry pensava solo agli affari, e per un attimo il dolore che Brian avvertì al cuore e allo stomaco cancellò le persone e la musica, facendo piombare la stanza nel silenzio.

“Mi hai sentito?”

“Sì, ti ho sentito.” Lentamente, i rumori tornarono ad avvolgerlo e la sensazione di perdita svanì. Come poteva perdere quello che non aveva mai avuto? “Cosa vuoi che faccia?”

“Il funerale si terrà probabilmente tra qualche giorno, quindi, per l’amor del cielo, vedi di partecipare e di essere sobrio. Non c’è bisogno di mettere in imbarazzo il resto della famiglia.”

“Certo, non possiamo lasciare che accada una cosa del genere,” replicò lui in tono beffardo.

“A presto, Brian. Cerca di farti passare la sbronza,” gli raccomandò suo zio prima di chiudere la telefonata.

Appoggiò il telefono sul tavolo accanto a lui. Si guardò intorno. Per un momento la stanza sembrò ondeggiare e poi si fermò. Improvvisamente non si sentì più ubriaco, e quella era l’ultima cosa che voleva in quel preciso momento. Raggiunse il bar, aprì il mobiletto e prese la prima cosa che gli capitò sottomano, una bottiglia di tequila dalla forma triangolare. L’aprì e bevve alcuni sorsi della forte bevanda. Si sentì subito meglio.

“Cos’è successo?” chiese qualcuno alle sue spalle.

Non si preoccupò di rispondere. Raggiunse invece il centro della stanza e salì sul divano.

“Facciamo un brindisi.” Brian guardò dentro la bottiglia e cercò di riordinare le idee. Ovviamente in quel momento non ne era in grado, per cui non riuscì a pensare a niente. “A mio nonno, Marvin Paulson, l’uomo dietro il denaro che ci permette di fare quel che vogliamo. Mai nei paraggi e lontano com’eri, sei perlomeno l’anima eterna della festa.” Fece per bere, ma si fermò. “Un attimo, non puoi più essere l’anima della festa, dato che sei morto. Quindi riposa in pace e lasciami alla mia vita.” Bevve di nuovo, senza accertarsi se anche gli altri lo stessero facendo. Voleva dimenticare tutto, e il modo più rapido per farlo era scolarsi la bottiglia che aveva in mano. Si lasciò cadere sul divano, accorgendosi a malapena di quando anche l’ultimo ospite ebbe lasciato l’appartamento.

 

 

BRIAN AVEVA la bocca così secca che sapeva di terra. Aprì gli occhi e cercò di muoversi. Gli faceva male la schiena e aveva una gamba intorpidita. Gli ci volle quasi un minuto per rendersi conto che si trovava a pancia in giù sul divano, con la gamba agganciata a un cuscino. Si liberò lentamente e cercò di alzarsi, ma subito desiderò di non essersi mosso per niente.

“Mi scusi signor Brian, l’ho svegliata? Ho cercato di fare piano.”

“Va tutto bene, Maria.” Si mise a sedere con un lamento e si prese tra le mani la testa dolorante, tenendo gli occhi chiusi.

“Ha bisogno di questo,” disse la donna. Lui aprì gli occhi e afferrò la bottiglia che gli veniva offerta. Come se fosse manna dal cielo, l’aprì e bevve metà del contenuto. La gola gli bruciò per un attimo, ma poi la sensazione passò.

La stanza era stata quasi completamente ripulita e accanto alla porta vi erano grossi sacchi neri di spazzatura. Aveva tirato fuori anche l’aspirapolvere, che per il momento si trovava in un angolo. Brian era certo che se ne avesse sentito il rumore avrebbe vomitato, quindi era contento che Maria non lo avesse usato. Si alzò e raggiunse la camera, pulita e con il letto rifatto. Vi si gettò sopra, chiuse gli occhi e si abbandonò al mal di testa.

Non ricordava di aver chiuso la porta. Probabilmente l’aveva fatto Maria, e dopo un attimo udì il rumore attutito dell’aspirapolvere. Prese un cuscino e se lo mise sopra la testa, in attesa che il rombo cessasse.

“Signor Brian,” sentì dopo qualche minuto, quando l’aspirapolvere si era ormai acquietato.

“Sì?”

“Ho finito,” annunciò la donna. “Porto via la spazzatura.”

“Grazie!” Prese di nuovo la bottiglia d’acqua e bevve quel che ne restava. Perlomeno lo aiutava a stare meglio. Si alzò lentamente dal letto e andò in bagno, dove prese degli antidolorifici e fissò nello specchio il suo viso ombreggiato di barba. Doveva darsi una ripulita e rendersi presentabile, ma prima aveva bisogno di altra acqua. Ne bevve un altro bicchiere e lasciò la stanza.

“Mi dispiace per suo nonno,” disse Maria dall’ingresso mentre si preparava a uscire.

Brian non sapeva cosa replicare e ricacciò indietro il commento sarcastico che gli era salito alle labbra. Si limitò a ringraziare la donna e la sentì chiudere la porta dietro di sé. Per fortuna c’era lei. Il posto era stato pulito ed era tornato alla normalità. Si mise a sedere sul divano che il suo arredatore aveva scelto per lui, i cui cuscini erano stati sistemati e sprimacciati.

Fino a quel momento l’alcol aveva fatto il suo lavoro e non era stato in grado di ricordare, ma una volta finito l’effetto il pensiero della morte del nonno tornò puntuale a tormentarlo. Ciò che desiderava di più era un altro drink, ma non era una buona idea, quindi si mise alla ricerca del cellulare. Quando lo trovò, mostrava una quantità di chiamate perse e messaggi. Riguardavano tutti lo stesso argomento: una specie di riunione di famiglia che suo zio aveva convocato per le quattro di quel pomeriggio. Brian strinse i denti e chiamò il padre.

“Quindi sei vivo,” esordì l’uomo non appena rispose. “Cominciavo a chiedermi se la festa che era in svolgimento quando tu zio ha chiamato fosse durata tutta la notte.”

Lui e suo padre avevano idee diverse su molte cose e lo stesso valeva per la sua terza moglie, Candy, che aveva un anno o due più di Brian. E Brian riteneva che ormai tutti sapessero che era gay. Era già da un po’ che non lo teneva più segreto. Che famiglia…

“Ti ho chiamato per avere notizie sulla riunione. Di che si tratta?”

“Del funerale, è ovvio. Tutti si aspettano che a una persona della caratura di Marv sia dato l’ultimo saluto nel migliore dei modi, e la famiglia vuole che ci siano tutti.”

“Già, per accontentare zio Ipocrita.”

“Adesso zio Harry è il capo della famiglia, o perlomeno è così che lui la vede, e dubito che per il momento tu possa rubargli questo ruolo.”

“E a te cosa importa? Da quando la mamma è morta, sei rimasto fuori dai casini della famiglia, e con quello che mamma ti ha lasciato ora sei un buon partito, a quanto pare.”

“Amavo tua madre,” disse suo padre, e per la prima volta dopo molto tempo Brian avvertì la nota di un’emozione sincera nella sua voce. “Io e lei siamo stati felici insieme, e poi abbiamo avuto te.”

“E poi cos’è successo, papà?” gli chiese. “Ti sei risposato, e io sono stato mandato via perché Debbie, la mogliettina numero due, non voleva bambini.” Il fatto che suo padre gli avesse preferito la seconda moglie era ancora una ferita aperta.

“Hai avuto la miglior istruzione possibile. È questa la cosa importante,” ribatté suo padre. “Non è necessario parlarne di nuovo. Sono state fatte cose e prese decisioni di cui nessuno dei due era felice, ma è andata così. Sto per andare alla riunione, se vuoi puoi venire con me.”

“No, verrò da solo. Ci vediamo a casa di zio Harry.” Brian riattaccò e lanciò il telefono sul divano. Guardò l’orologio: erano circa le due e la mente gli si era schiarita. Aveva il tempo di farsi una doccia, cambiarsi e mangiare qualcosa di leggero. Se era fortunato, suo zio avrebbe servito degli antipasti. Forse era chiedere troppo, ma era certo che dopo il funerale lo zio avrebbe stappato lo champagne, dato che con tutta probabilità si sarebbe ritrovato con i soldi e il potere che aveva bramato per così tanti anni. Non che gli importasse. Finché tutti restavano fuori dalla sua vita, a lui andava bene e poteva andare avanti come al solito.

Andò in bagno, si spogliò e si fece la doccia, desiderando in quel momento che la sera prima non si fosse ubriacato così tanto da non chiedere a qualcuno di restare. Una bella scopata l’avrebbe aiutato ad allontanare l’ansia che stava salendo alla superficie. Ecco quello che succedeva quando decideva di seppellire il proprio dolore nell’alcol. In futuro avrebbe dovuto essere più lungimirante, perlomeno quando si trattava del sesso. Terminata la doccia si asciugò. Si infilò un paio di boxer e aprì la cabina armadio per decidere cosa indossare.

Aveva un’ampia scelta di abiti di tutti gli stilisti conosciuti. I suoi viaggi a New York per fare shopping erano leggendari. Dopo averci riflettuto un po’, decise per un paio di jeans neri di Armani e sorrise divertito quando vide la camicia di seta scarlatta di Prada comprata il mese precedente. Se pensavano che avrebbe fatto finta di essere triste e austero come tutti gli altri, si sbagliavano di grosso.

Prese la camicia dalla gruccia e ne toccò il tessuto morbido. Sua nonna l’avrebbe di certo rimproverato per quell’acquisto. Quasi senza rendersene conto, la rimise a posto e prese quella azzurra. Secondo sua nonna quello era il colore che gli si adattava meglio. “Ti fa risaltare gli occhi,” gli aveva detto un giorno mentre facevano shopping insieme. E lui l’aveva ricordato, come molti degli altri consigli che gli aveva dato. Sua nonna era morta circa un anno dopo sua madre, che a quel tempo si trovava in Africa occidentale per aiutare gli abitanti di alcuni villaggi. Cazzo, sembrava che tutti avessero qualcosa o qualcuno di più importante di lui a cui dedicarsi. Per suo nonno erano gli affari, le associazioni di beneficenza e le fondazioni a cui aveva lavorato fino alla morte. Per sua madre i bambini in giro per il mondo. Per suo padre… C’era stato un tempo in cui le cose erano andate bene, ma poi rincorrere le gonnelle era diventato lo scopo della sua vita. Solo sua nonna gli era sempre rimasta accanto, e nel giro di un anno aveva perso sia lei che sua madre.

Brian scacciò via quei pensieri e indossò la camicia. Cercò poi una cintura, scegliendone una in pelle, e dopo essersi rimirato allo specchio calzò un paio di mocassini italiani. Dopo un’ultima occhiata al suo riflesso, andò in cucina, tirò fuori il frullatore e si preparò un frullato proteico che bevve subito. Per fortuna il suo stomaco non si ribellò, quindi finì di prepararsi per uscire. Afferrò una giacca di pelle che costava più della rata del mutuo di parecchie persone, la indossò e lasciò l’appartamento. Scese in ascensore fino al garage, dove prese la Porsche e si avviò per Lake Drive con il tettuccio abbassato. Desiderava respirare aria fresca e per fortuna indossava la giacca. Si fermò di fronte a un’enorme villa in stile Tudor e, svoltato il vialetto, parcheggiò dietro a una fila di auto così costose da saldare il debito di qualche piccolo Stato.

Uscì dall’auto e guardò la villa, chiedendosi come mai tutto, nella sua famiglia, fosse finto. Non c’era nulla di solido e permanente, e le auto, le case e le persone sembravano effimere. Dopo aver chiuso l’auto, si strinse nella giacca e si avviò verso la porta, che si aprì prima che lui la raggiungesse.

“Sono tutti in salotto,” lo accolse la signora Carson senza sorridere. “Le mie condoglianze, signor Brian.”

“Grazie,” replicò lui automaticamente. Ma in realtà a lui dispiaceva per lei. La signora Carson aveva lavorato per i suoi nonni per anni e adesso, a quasi sessant’anni, le sarebbe toccato lavorare per suo zio. Le sorrise, ricordando come avesse sempre dolci e latte pronti per lui ogni volta che veniva a far visita ai nonni. Non aveva nemmeno mai dimenticato un Natale prima che partisse per il college. Ogni anno gli faceva sempre dei piccoli doni, portandosi poi le dita alle labbra affinché lui non dicesse niente a nessuno. Non era nulla di costoso, ma Brian sapeva che quei regali venivano dal cuore. Peccato che lui non ne avesse più uno.

“Bene, ecco Brian, in ritardo come al solito. Penso che possiamo iniziare,” disse suo zio. In mano teneva un bicchiere che conteneva qualcosa di chiaro, forse gin, con dei cubetti di ghiaccio. “Il funerale di papà si terrà venerdì, e sembra che lo abbia programmato lui stesso. Perlomeno questo è quanto ci ha detto il suo avvocato poche ore fa. Sarà una funzione semplice e verrà sepolto accanto a mamma.”

Brian prese una sedia il più lontano possibile dallo zio e trascorse gran parte del tempo a guardare fuori dalla finestra.

“Sono stato inoltre informato che la lettura del testamento avverrà sabato.”

“Addio partita di golf,” commentò Brian a voce abbastanza alta perché tutti lo udissero. “Che peccato! Almeno per un giorno non arerai quel povero green.”

L’uomo lo ignorò, ma lui lo vide serrare la sua mano intorno al bicchiere e sperò che si rompesse.

“Ci è stato chiesto di essere lì alle dieci… in punto.”

Lo zio gli lanciò un’occhiataccia, ma lui si voltò a guardare le acque lucenti del lago Michigan fuori dalla finestra. Amava quella vista, e probabilmente era il motivo per cui suo zio aveva comprato quel posto. Da una parte si vedeva la costa e dall’altra la città. Era un punto privilegiato, per via della conformazione del terreno.

“Ci sono domande?” chiese suo zio con un tono di voce più alto del necessario. “Mi aspetto una certa copertura da parte della stampa, quindi, per l’amor del cielo, vestitevi in maniera appropriata.”

Brian sapeva che quell’osservazione era rivolta a lui, ma non replicò, limitandosi a chiedere: “Questa piccola riunione può dirsi conclusa?”

“Potresti essere un po’ più rispettoso,” lo rimproverò sua zia Jeanette accanto a lui. “È tuo nonno che stai salutando.”

Era sempre stata un arbitro di buone maniere ed etichetta, anche se era accompagnata da un uomo che aveva la metà dei suoi anni, seduto accanto a lei con la solita espressione vacua. Probabilmente in quel momento stava desiderando di essere in palestra, a giudicare dal modo in cui continuava a guardarsi allo specchio.

“E tu potresti comportarti in maniera consona alla tua età,” mormorò Brian. “Ma evidentemente devi aver cercato parecchio prima di trovare qualcuno al tuo livello intellettuale.” Era da tempo che aveva deciso che non avrebbe più sopportato le stupidaggini della sua famiglia. Erano tutti fuori di testa.

“Va bene, allora…” disse suo zio, e Brian guardò l’orologio.

Tutto tempo sprecato. Zio Harry cercava sempre di apparire importante e di essere al centro dell’attenzione.

“Ci rivedremo venerdì per salutare il nostro caro padre e nonno.”

Per Brian era un miracolo che suo zio fosse riuscito a evitare un sorriso minaccioso.

Gli altri famigliari si alzarono e cominciarono a chiacchierare, ma poiché lui non era interessato a trascorrere altro tempo con loro, lasciò la stanza e si diresse verso la porta.

“Arrivederci, signor Brian,” lo salutò la signora Carson quando le passò accanto.

“Non permetta a nessuno di loro di darle fastidio,” le raccomandò lui.

Lei gli rivolse lo stesso sorriso indulgente che Brian ricordava da quando era piccolo. “Non lo faranno. Sono qui solo perché suo zio mi ha chiesto di aiutare durante il funerale, dopo di che andrò in pensione. Suo nonno e sua nonna hanno provveduto perché potessi farlo.” Gli prese la mano. “Ora che il mio tempo con la sua famiglia è quasi finito, posso dire quello che volevo dire da molto tempo. I suoi nonni avevano un’alta considerazione di lei e l’amavano moltissimo.”

Brian non aveva alcun dubbio circa l’amore di sua nonna. “Nonno aveva un modo piuttosto schifoso di dimostrarlo.” In ogni caso apprezzava che lei avesse voluto dirgli qualcosa. Si chinò e le diede un bacio sulla guancia. “Grazie.” Le strinse la mano e uscì, tornò in macchina e si allontanò il più velocemente possibile.

Non aveva voglia di tornare a casa e non sapeva dove andare. Si diresse in centro e parcheggiò fuori da uno degli ingressi del Lake Park. Era lì che si recava quando doveva riflettere. Chiuse l’auto e s’infilò le chiavi in tasca. Il sole splendeva con tutta la sua forza e il vento si era calmato, per cui Brian lasciò la giacca sul sedile posteriore e decise di fare una passeggiata. Il parco era pieno di sentieri, spazi erbosi e radure. Era stato progettato da Frederick Law Olmstead, lo stesso architetto che aveva progettato Central Park a New York, quindi i due parchi avevano delle caratteristiche in comune, come ponti, un faro, sculture leonine e imponenti alberi. Alcune parti del parco erano magiche, e lui si diresse in una zona in cui uno splendido ponte offriva una straordinaria vista del lago.

Imboccò il ponte, superò le panchine di pietra e i leoni e si fermò a metà strada, guardando l’acqua che scorreva al di sotto. La gente gli passava accanto, ma lui non prestava loro attenzione. Era stata una giornata orrenda dopo una notte orribile, e il fine settimana non si prospettava di certo migliore.

Lo squillo del telefono interruppe la piega negativa presa dai suoi pensieri. “Ehi, Bri-Bri, sono Peter. Ti va di cenare e di andare poi in un club?” L’amico fece una pausa. “Oh cavolo, dimenticavo di tuo nonno. Forse…”

“No, ho voglia di uscire.” Perlomeno avrebbe avuto qualcosa da fare, invece di pensare alla sua stupida famiglia.

“Che stai facendo?” si udì gridare in quel momento.

Brian si voltò e vide un uomo correre a tutta velocità nella sua direzione.

“Fermatelo, per favore,” gridò un altro uomo.

“Che cosa…” disse Peter, ma Brian lasciò cadere il telefono proprio mentre l’uomo si precipitava verso di lui. Lo afferrò e caddero insieme, ma lui riuscì a evitare l’impatto con il suolo usando l’altro come cuscino. Si risollevò subito in piedi, mentre il fuggitivo rimase fermo. Nel frattempo furono raggiunti dal terzo uomo.

“Bastardo!” gridò questi al tizio a terra, per poi afferrare ciò che stringeva in mano. “Mi ha rubato il portafoglio.” Gli diede un calcio e pareva sul punto di volerlo picchiare a morte.

“Ehi, amico,” biascicò il rapinatore.

Brian prese per il braccio il ragazzo, che era un po’ più basso di lui. “Lascia qualcosa per la polizia.” Recuperò il suo telefono, che era caduto sul ponte, e fece una chiamata. L’uomo a terra fece per rialzarsi. “Non lo farei se fossi in te, altrimenti lascio che finisca quello che ha iniziato e ho l’impressione che voglia prenderti a calci in culo fino alla prossima settimana.”

“Come?” chiese il rapinatore fissandolo.

Era chiaro che quel tizio era strafatto. La polizia arrivò a piedi e prese subito in mano la situazione. Verificarono chi fosse la vera vittima e condussero il ladro verso la loro auto.

“Grazie,” disse il ragazzo che era stato derubato, e in quel momento lui notò i suoi grandi occhi azzurri e i riccioli biondi. Forse una spuntatina non gli avrebbe fatto male, ma era comunque carino.

“Non c’è di che, tigre,” scherzò Brian.

“Per poco non mi portava via tutto quello che ho fino alla prossima settimana, e se ce l’avesse fatta… Scusami, probabilmente non t’interessa. Mi chiamo Cade McAllister, e credo di essermi lasciato un po’ trasportare.” Parlava davvero velocemente. “Succede spesso, soprattutto quando mi agito.”

“Sono felice di averti potuto aiutare.” Gli sorrise quasi senza rendersene conto. Cade aveva un’energia che pareva diffondersi in ogni direzione. “Mi chiamo Brian,” aggiunse poi, tendendogli la mano.

Il ragazzo la strinse, per poi voltarsi preoccupato verso i poliziotti. “Pensi che possa andarmene? Oggi è il mio primo giorno di lavoro da Bartolome’s, e se arrivo in ritardo…” Guardò l’orologio saltellando da un piede all’altro. “Sono uscito in anticipo, ma ormai mi restano solo pochi minuti.”

In quel momento arrivò uno dei poliziotti e prese da parte Cade, che dopo qualche istante tornò da lui.

“Devo andare. Grazie di nuovo, e se ti capita di venire da Bartolome’s, chiedi di me, e mi assicurerò che tu riceva un trattamento speciale.”

Così dicendo Cade andò via, quasi correndo lungo il vialetto. Brian lo guardò allontanarsi, chiedendosi come fosse possibile che qualcuno avesse tanta energia e vitalità dopo essere stato derubato. Dopo essersi assicurato che la polizia non avesse più bisogno di lui, decise che trascorrere altro tempo al parco non era una buona idea, anche se non sapeva cosa fare del resto della giornata. Probabilmente avrebbe richiamato Peter e sarebbero andati in un club.