CAPITOLO 1

 

 

LIAM MARSHALL aveva lasciato New York senza pensare a una meta precisa. Voleva guidare e si era diretto a nord perché… be’, forse perché non aveva voglia di incrociare dei ponti e sapeva che avrebbe potuto guidare per molti chilometri senza incontrare corsi d’acqua.

Si era davvero reso conto di dove stava andando solo quando aveva cominciato a guidare attraverso il parco che portava al ponte di Bear Mountain. Il suo piano di evitare i ponti non aveva avuto molto successo: come aveva fatto a non notare un fiume grande come l’Hudson? Era così stupido da non sapere neanche più usare il navigatore?

Quanto al resto invece… Decise di scacciare quel pensiero dalla mente prima di farlo andare troppo lontano. Stava guidando per svuotarsi la testa, non per pensare ai suoi problemi.

Abbassò il finestrino per respirare l’aria fresca della primavera. Pulizia, pulizia, pulizia. Non aveva nulla su cui riflettere, nessuna scena da rivivere.

Eccetto… Siamo così contenti di poter lavorare con un nuovo talento! Vi prego, unitevi a me per congratularvi con Allison Sutcliffe, l’architetto che guiderà il progetto della Fondazione Taybec Briggs! Allison, vuoi parlarci delle tue idee?

Liam era rimasto impietrito davanti a tutta la sala, incapace di scappare. Era così sicuro che avrebbero scelto lui – perché ovviamente dovevano sceglierlo, come avevano sempre fatto – da aver preso posto proprio accanto a Tristan McTighe, l’immaginifico proprietario dello studio d’architettura in cui aveva lavorato negli ultimi dieci anni. Liam si era sistemato alla destra di Tristan, un posto che gli apparteneva di diritto. E poi Tristan aveva pronunciato quel nome: Allison Sutcliffe.

Giovane.

Liam lo aveva pensato subito: era giovane, troppo giovane per dirigere un progetto tanto prestigioso e significativo.

Ma in fondo Allison aveva ventinove anni, solo otto meno di lui, ed era già più vecchia di quanto fosse stato lui quando aveva ottenuto il primo incarico importante.

No, quell’incarico era stato completamente diverso. Quella volta era stato lui a essere scelto…

Dannazione.

Spinse sull’acceleratore entrando e uscendo troppo velocemente da un’enorme rotatoria. Avere una macchina a New York non era né economico né pratico visto che non aveva quasi mai bisogno di guidare, ma qui? Il senso di libertà, la potenza del motore: qui la spesa era interamente giustificata.

Vide i lampeggianti della polizia nello specchietto retrovisore e tolse il piede dall’acceleratore. Non aveva intenzione di frenare, di fermare la macchina o persino di ammettere che quelle luci avessero a che fare con lui a meno che non ce ne fosse stato assoluto bisogno.

Dai, continua a prenderti in giro, a far finta di essere speciale. Dai.

Seguitò a guidare e accostò solo dopo che la macchina della polizia lo aveva affiancato, con l’agente all’interno che gli faceva segno di fermarsi immediatamente. E di colpo, incredibilmente, si sentì gli occhi pieni di lacrime.

Lacrime? Stava per piangere perché era stato fermato per eccesso di velocità? Oddio, stava proprio cadendo a pezzi.

La volante parcheggiò di fronte alla sua macchina e il poliziotto si avvicinò con un’aria tracotante. Esatto, tracotante. In fondo aveva appena fermato una costosissima Mercedes sportiva e c’era da aspettarsi un po’ d’arroganza.

Idiota, non ha mica intenzione di spararti, no? Ti sembra il caso di piangere?

“Sa a quanto andava?” gli chiese l’agente. Poi si piegò a guardarlo. “Accidenti, Liam! Sei proprio tu?”

Liam lo guardò senza riconoscerlo.

“Oh, stai andando al funerale, giusto? Mi dispiace davvero. Non sapevo che foste amici.”

Un momento di panico. Era morto qualcuno, qualcuno che lui conosceva? Magari una persona a cui era stato vicino? Forse… no. Non era più in contatto con nessuno a North Falls, ma non sarebbe stato difficile rintracciarlo e qualcuno avrebbe pensato di chiamarlo per quello, no? Chiunque fosse morto non poteva essere la persona che gli era subito venuta in mente.

Pensò che forse avrebbe potuto stare al gioco. Dire che il dolore era diventato intollerabile, che la disperazione l’aveva sopraffatto, ma che in futuro sarebbe stato più attento. Grazie per l’avvertimento, agente, è rincuorante vedere che la legge può essere fatta rispettare senza dimenticare la compassione.

Non sarebbe stato difficile e si sarebbe risparmiato il fastidio di prendere una multa.

Gli era ancora rimasto un grammo d’orgoglio, però. Abbastanza per impedirgli di usare la morte di qualche poveraccio per evitare una multa che gli sarebbe costata meno di una cena al ristorante. “No, mi dispiace, non sto andando al funerale. Stavo soltanto correndo troppo.”

“Oh.” Il poliziotto sembrava indeciso: premiare la sua onestà o punire il suo cinismo?

Di colpo Liam ne ebbe abbastanza. Era stufo di restare seduto in macchina ad aspettare che qualcun altro prendesse una decisione sul suo conto, stanco di essere una pedina che subiva invece di agire. “Stavo guidando troppo velocemente,” ripeté a voce più alta. “Merito una multa. Voglio essere multato.”

“Be’…” disse il poliziotto, “hai fretta di arrivare da qualche parte? Hai un impegno importante?”

Quell’agente doveva essere di North Falls. Liam non aveva alcuna idea di chi fosse esattamente, ma la sua riluttanza a fargli una multa, la speranza di riuscire a trovare una scusa per il suo comportamento? Tipico di North Falls, senza alcun dubbio. Fate in modo che tutto vada liscio come l’olio, non create guai e, soprattutto, continuate a pensare sempre il meglio di Liam Marshall, non importa quanti motivi validi lui riesca a darvi per pensare l’esatto contrario.

“Nessuna fretta,” rispose Liam. “Nessun impegno importante.” Stava provando quella vecchia, ipnotica sensazione di voler testare il limite delle cose, vedere fino a che punto poteva spingersi prima di farsi zittire da qualcuno. “Mi stavo comportando da idiota, da incosciente. Tutto qui. Qualcuno avrebbe potuto farsi male. Mi merito una multa. Sono prontissimo a pagare, senza fare contestazioni.”

“Non userei proprio la parola incosciente, ma…”

“Lei ha dei figli, agente?” Ovviamente ne aveva. Aveva all’incirca la sua stessa età, non più di un paio di anni di differenza, e viveva a North Falls: doveva avere dei figli. Probabilmente due, o forse anche tre. “Cosa sarebbe successo se fossero stati in un’altra macchina e io avessi perso il controllo e gli fossi andato addosso buttandoli fuori strada?”

Finalmente il poliziotto cominciò a scrivere. “Mi sembra che tu abbia capito la gravità del tuo gesto.” La penna continuava a muoversi. “Quindi ho deciso di ridurre un po’ la multa. Ma devi imparare a rallentare, Liam. Sono certo che sei un ottimo guidatore e hai una macchina fantastica, ma questa non è l’autostrada.”

“D’accordo,” disse Liam in tono conciliante. “Rallenterò.” E poi, facendo il vago, aggiunse. “A quale funerale ha pensato stessi andando?”

“Oh, scusa, probabilmente neanche lo conoscevi: Terry Franks? Il proprietario del negozio di antiquariato? È morto sabato d’infarto. Era nel suo negozio, circondato dalle cose che amava. Se uno deve andarsene, meglio farlo così, no?”

Terry Franks. Morto. Lui e Liam non erano amici, ma… accidenti.

“Liam?” Il poliziotto attirò la sua attenzione sventolandogli davanti la multa. “Mi dispiace davvero, ma è il mio lavoro.”

“Lo so.” Liam prese il foglietto e lo poggiò sul sedile del passeggero. “Nessun problema. Il funerale di Terry… a che ora è? Potrei fare ancora in tempo?”

L’agente guardò l’orologio. “Inizia alle due e mezza e ti ci vorrà almeno un’ora per arrivare. Quindi, no, non riusciresti ad arrivare in tempo, ma forse potresti andare al cimitero per la sepoltura.”

Non aveva senso. Terry non era stato un suo amico e la cerimonia per la sepoltura era di solito più intima di quella in chiesa. Era assurdo persino pensare di partecipare.

Ormai, però, era chiaro che stava andando a North Falls o almeno in quella direzione. Aspettò che l’agente fosse andato via, si immise nuovamente nel traffico e riprese a guidare.

Terry Franks. Aveva sempre condotto un’esistenza così mediocre, almeno per quel che ne sapeva Liam. Nessuna grande avventura, nessun successo degno di nota. Il giornale locale gli avrebbe probabilmente dedicato un trafiletto e nulla più. E la sua morte non sarebbe stata in alcun modo più rilevante della sua vita.

Eppure, Liam continuò a guidare, e quando arrivò nei pressi del cartello di benvenuto a North Falls, invece di girare a destra e ritornare a New York, come faceva di solito, tirò dritto e poi svoltò a sinistra in direzione del cimitero.

Gli alberi stavano cominciando a mettere le foglie nuove. C’erano file e file di lapidi di ogni forma e dimensione e in un angolo, vicino a un carro funebre, c’era un gruppetto di persone vestite di nero troppo lontane per essere riconoscibili.

Liam ebbe il buon senso, la decenza, di restare in macchina. Non aveva alcuna intenzione di intromettersi nel dolore di altri, specialmente non quando quello che provava per il defunto era un vago sentimento di dispiacere, di disappunto, per una vita sprecata. Terry avrebbe potuto fare tanto nella vita, ma non lo aveva fatto: aveva preferito nascondersi a North Falls, a prendersi cura di reliquie del passato senza creare nulla di nuovo, e aveva permesso che ogni suo possibile talento andasse sprecato, sconosciuto e mai apprezzato.

Liam sapeva di non essere a North Falls per Terry. E la persona per cui era lì? Quindici anni prima, gli aveva detto di sparire e di lasciarlo in pace, gli aveva detto di non volerlo vedere mai più e lui aveva fatto del suo meglio per esaudire quel desiderio. Forse quella era stata l’unica cosa decente che avesse mai fatto per Ben e non voleva rovinare tutto facendo un’improvvisata al funerale di un conoscente.

Restò in macchina finché non vide il gruppetto sciogliersi. Aveva riconosciuto Ben anche senza vederlo in faccia: i suoi movimenti aggraziati, le spalle leggermente ricurve mentre si chinava a parlare con le altre persone, tutte più basse di lui, erano inconfondibili.

Continuò a guardarle mentre tornavano alle macchine. Qualcuno si era distaccato per andare a visitare un’altra tomba e un paio di persone si erano girate in direzione della Mercedes, ma Liam non era interessato a nessuno di loro e osservava Ben allontanarsi in compagnia di un uomo più anziano, probabilmente suo zio Calvin, che era stato un ottimo amico di Terry.

Aspettò finché non li vide salire su una limousine e partire in direzione della città, una direzione che non li avrebbe fatti passare davanti alla sua macchina.

Quella piccola escursione era stata la sua concessione giornaliera, o ancor meglio settimanale o persino mensile. Doveva tornare in città, alla sua vita, doveva smettere di scappare e decidere cosa fare del suo lavoro e dell’umiliazione che lo aveva appena travolto. Era arrivato il momento di sistemare le cose.

Sì, era proprio quello che avrebbe fatto. Spinse il bottone dell’accensione. Niente. E adesso? Ripeté l’intera procedura: piede sul freno, cambio nella posizione di folle, bottone d’accensione. Ancora nulla. Dannazione, a cosa serviva la tecnologia se non funzionava?

Decise di provare a far partire la macchina infilando la chiavetta nell’accensione. La girò e… niente. Dal motore non proveniva alcun rumore e l’unica cosa che si sentiva era il cinguettio degli uccelli.

Liam fece un altro tentativo, anche questo fallimentare. Non c’era niente da fare.

Cominciò a disperare un po’, provò a far ripartire la macchina in ogni modo possibile, imprecò ad alta voce e alla fine si accasciò, sconfitto, sul sedile. Respirò profondamente un paio di volte e poi tirò fuori il telefono. Era tutto sotto controllo, si trattava soltanto di un piccolo contrattempo, non di una tragedia.

Pensò che quello era l’atteggiamento giusto da adottare anche verso i problemi che aveva in ufficio. Si appoggiò al cofano della macchina e si mise ad aspettare l’arrivo del soccorso stradale. Quella piccola intrigante di Allison Sutcliffe gli aveva soffiato un progetto? Nessun problema, anzi, neanche gli importava. Non era che un insignificante sassolino sulla strada senza ostacoli della sua carriera. Era lui ad avere la reputazione, i contatti, l’esperienza, e Allison, be’, diciamo che McTighe le aveva lanciato un osso, tutto qui. Tristan era per la continuità e per coltivare i talenti che lavoravano nello studio ed era ovvio che bisognasse incoraggiare di tanto in tanto gente nuova perché c’era bisogno di creare un gruppo solido sotto Liam, adesso che si stava preparando al prossimo, inevitabile, passo nella sua carriera.

Andava tutto bene. Aveva solo reagito in maniera un po’ teatrale, ma lo aveva fatto in privato, nessun problema. Quell’episodio avrebbe potuto essere un problema per qualcuno senza le sue risorse e la sua stabilità finanziaria, ma per lui? Nulla più di un sassolino.

Il carro attrezzi apparve dopo mezz’ora, arrivando dalla direzione che portava verso l’autostrada. Liam sperava che l’autista desse uno sguardo al motore, facesse qualche trucchetto da meccanico e riparasse la macchina senza doverla nemmeno rimorchiare. Nella peggiore delle ipotesi, gliela avrebbe lasciata portar via, avrebbe affittato un altro veicolo e tutto sarebbe tornato alla normalità.

Il carro attrezzi parcheggiò dietro di lui, lo sportello si aprì e un uomo robusto uscì dall’abitacolo. Fece un paio di passi nella sua direzione e si fermò guardandolo a bocca aperta. Liam fece lo stesso.

“Che cazzo ci fai qui?” chiese l’uomo in tono imperioso.

“Seth.” Merda, merda, MERDA. “Guidi un carro attrezzi? Pensavo che…” No, meglio non cominciare proprio quella conversazione. “Non sei andato al funerale?” Probabilmente anche quella era una domanda inutile, ma che cosa avrebbe potuto dire?

“Certo che ci sono andato,” ringhiò Seth. “Ma sono dovuto andare via prima per cambiarmi e soccorrere un automobilista in difficoltà. E quell’automobilista saresti tu? Come ti è venuto in mente di farti rivedere da queste parti? E proprio oggi per giunta? Faresti meglio a risalire in macchina e…”

“È proprio quello che vorrei fare,” ribatté Liam, “ma la macchina non parte. Non sono venuto qui per creare dei casini. Volevo solo… Senti, lasciamo stare, ok? Il punto è che voglio andare via e tu vuoi che io vada via, perciò faresti meglio ad aiutarmi a realizzare il nostro reciproco desiderio.”

“Dovrei lasciarti qui fuori a marcire.”

Okay, forse le cose stavano degenerando. Liam aveva combinato un casino, ma erano passati quindici anni e Seth doveva farsene una ragione. “Dubito che resterei qui ad aspettare di decompormi. Molto probabilmente andrei a piedi in città a cercare qualcun altro per aiutarmi con la macchina, e suppongo che non sia una grande idea farlo. Sei d’accordo con me, no?”

“Ma che ci fai qui?”

“Niente, assolutamente niente, e vorrei tornare a casa il prima possibile. Non puoi dare un’occhiata all’accensione?”

Seth lo guardava ancora come se volesse ucciderlo, ma fece qualche passo verso la macchina, prese la chiavetta dell’accensione dalla mano di Liam, badando a non toccargli la pelle, e si mise al volante. Dopo un paio di prove e qualche grugnito, lo guardò: “È guasta.”

“Ma dai?”

Seth uscì dalla macchina un po’ a fatica. “Non posso ripararla qui. Devo collegarla al computer, fare dei test. Se fosse stata una macchina tradizionale avrei potuto aggiustarla subito, ma questa è troppo sofisticata. E comunque l’officina è chiusa fino a domattina.”

“Cioè…” Oh, no, il solo pensiero era terribile, ma quali alternative aveva? “Non puoi rimorchiarmi fino in città?” Non vedeva l’ora di passare due ore e mezza nella cabina di un carro attrezzi in compagnia dell’uomo più incazzato dello stato.

Nemmeno Seth sembrava molto contento all’idea. “Sono le cinque passate. Devo tornare a casa per cena.”

“Allora puoi farmi accompagnare da qualcun altro, no? Dal collega che deve fare il turno di notte?”

“C’è solo un carro attrezzi in tutta la città, anzi in tutta la zona. Non possiamo metterlo fuori gioco per cinque o sei ore solo per riaccompagnarti a New York. E comunque non esiste un turno di notte. Uno a caso di noi deve tirare il culo fuori dal letto se qualcuno resta bloccato nel mezzo della notte. Ma ovviamente, sarebbe impossibile aiutare qualcuno senza poter usare l’unico carro attrezzi che abbiamo, non ti pare?”

“Potrei affittare una macchina allora. Puoi rimorchiare la mia in città e io posso affittare qualcosa e…” Smise di parlare non appena vide l’espressione sul volto di Seth. Okay, quindici anni prima a North Falls non esisteva un noleggio auto, ma di sicuro ormai… No, sembrava che nessuno ci avesse ancora pensato. Si sforzò di sorridere. “Rimorchiami fino alla città più vicina dove posso noleggiare un’auto, ok? Puoi lasciarmi lì e penserò io a tutto il resto.”

“C’è un noleggio Hertz aperto 24 ore su 24 a Monticello,” disse Seth con una certa riluttanza. “Posso accompagnarti lì.” Fece una smorfia. “Ma non posso rimorchiare la macchina. C’è bisogno di un autocarro per questi modelli e avresti dovuto dire all’operatore di non mandarti un carro attrezzi.”

“E voi non avete un autocarro? E perché non possiamo usare il carro attrezzi?”

“Guarda che le macchine non si dovrebbero mai rimorchiare. Certo, se hai un’auto che fa schifo allora non importa, ma questa? Ti serve un autocarro e, sì, l’officina ne ha uno.” Scrollò le spalle. “Al momento, però, è occupato dalla macchina d’epoca di Marv Archart, che è a pezzi.”

“Va bene.” Liam alzò le mani, non in segno di resa ma di rinuncia. Sentì che stava di nuovo per scoppiare a piangere e non riusciva ancora a capirne il perché; una cosa però gli era chiara: non si sarebbe mai messo a piangere di fronte a Seth Gilbert. “Grazie per essere venuto. Chiamerò un autocarro per farmi venire a prendere, mi assicurerò che sia un autocarro, e tutto verrà risolto. Posso passare qualche ora ad aspettare in macchina e prometto di non venire in città.”

La faccia di Seth diceva chiaramente che quel piano non gli piaceva affatto, ma che non aveva nessuna alternativa in mente. “Devi…” cominciò a parlare, ma poi venne distratto da qualcosa dietro Liam. “Oh, no… merda…”

Liam si girò.

Oh, sì. Merda.

Dietro di lui, a non più di una ventina di metri, c’era Ben che si stava avvicinando di corsa.