Capitolo 1

 

 

AI TEMPI dell’esercito avevo un amico che cercava sempre di usare le parole esatte per ogni cosa. Così, quando eravamo in Afghanistan, invece di dire che stavamo andando più o meno in direzione di Kabul per consegnare armi, esplosivi, e qualsiasi accidente di cosa ci fosse nel furgone che stava guidando quel giorno – finendo poi per fare una deviazione – disse che quel ramingare poteva non essere proprio sicurissimo.

Ricordavo di essermi voltato a guardarlo mentre guidava, pensando ma che diavolo vuol dire quella parola? Non ebbi mai la possibilità di chiederlo. Fummo colpiti da una granata anticarro e quella fu l’ultima volta che lo vidi.

Dato che io ero fra quelli a cui era stato concesso di invecchiare, avevo finito col rendermi conto che conoscere la parola esatta per ogni situazione, in effetti, era molto utile. Di conseguenza, avevo aggiunto molti termini al mio altrimenti scarno vocabolario. In quel momento mi era venuta in mente la parola ‘petricore’, l’odore della pioggia sulla terra asciutta… E anche se il terreno non era mai completamente secco lì dove vivevo, a Benson, sulla costa tra Brookings e Gold Beach, l’odore era quello per me che la parola evocava: una via di mezzo tra fiori marcescenti e pioggia.

Intanto che correvo attraverso i boschi vicino a casa mia, respirando l’aria fredda e umida di inizio settembre, cercai di ricordarmi che cosa avrei dovuto fare quel giorno. Era sabato, e per una volta non dovevo lavorare fino al pomeriggio, ma ero comunque abbastanza sicuro di essermi dimenticato qualcosa. Era un azzardo anche solo provare a ricordare senza il calendario, perché dopo l’incidente il mio cervello non funzionava più come una volta. Di solito convivevo bene con le mie limitazioni. Non era che mi dimenticassi quello che stavo facendo mentre lo stavo facendo, e al lavoro riuscivo a gestire tutte le mie responsabilità con l’aiuto di un orologio e di un telefono che mi parlavano. Era per le faccende personali che di solito mi trovavo nei pasticci.

Dato che volevo arrivare alla caffetteria prima che tutti gli hipster della zona fossero in piedi e diretti da quella parte, mi precipitai giù per la collina tagliando le strade l’una dopo l’altra, senza guardare, sfrecciando e basta, perché sapevo di essere l’unico a vivere a quella distanza dalla città, a parte Mal Harel e Preston Garber. Ringraziai per la milionesima volta mio padre e la sua anima gentile, che gli aveva reso insostenibile vivere all’interno della città vera e propria. Dopo che mia madre se n’era andata, senza quel suo felice cinguettio da uccellino che teneva l’attenzione della gente concentrata su di lei e lontana da lui, anche solo alzarsi dal letto la mattina e interagire con la gente gli aveva richiesto troppa energia. La mia compagnia era tutto quello di cui aveva avuto bisogno, e aveva continuato così finché non avevo ottenuto la mia licenza da appaltatore, quando si era finalmente arreso pacificamente, nel sonno, al dolore di aver perso l’amore della sua vita. La gente diceva che non si muore di cuore infranto, ma io sapevo che non era proprio così.

Quando uscii dal bosco su un lato della strada principale, qualcuno suonò il clacson. Voltandomi vidi Gail Turner e suo marito, Toby, fermi a un semaforo. Salutai con la mano e tutti e due – anche quell’omone – ricambiarono il gesto. Quell’uomo era stato un vero osso duro, ma dato che in lui c’era una tranquillità con cui mi sentivo in sintonia, avevamo forgiato una prima esitante conoscenza che poi era fiorita in una vera e propria amicizia. Io e Gail eravamo stati vicini al liceo, ma le nostre vite avevano preso percorsi diversi. A differenza di altri, però, quando ero tornato a casa dopo la ferma – spezzato e solo, colmo di rabbia ringhiante e ferito – lei non mi aveva permesso di allontanarla. Era fatta di una fibra più dura, aveva detto. Avevo dovuto crederle sulla parola, dato che si era beccata la mia amarezza purulenta e l’odio rovente che provavo per me stesso e in cambio mi aveva dato soltanto umorismo e calma infinita.

La svolta c’era stata il giorno in cui aveva lasciato con me la figlia di due anni. Probabilmente esistevano persone che potevano continuare a essere sfinite e arrabbiate e a sobbollire di repulsione per il mondo intero mentre dovevano nutrire una bimbetta, guardare I Muppets, o spingerla su un’altalena al parco, ma io non ero tra queste. Quel comportamento proprio non ce l’avevo dentro, e quello l’aveva dimostrato. Alma, che adesso aveva nove anni, aveva strillato di felicità per l’altezza a cui avevo spedito l’altalena, e quando le avevo detto che dovevo sedermi – la mia gamba destra era tenuta insieme da viti e tessuto cicatriziale, e a quel punto riuscivo a malapena a stare in piedi – aveva gridato il mio nome mentre io mi avviavo verso una panca a una ventina di metri davanti a lei.

“Hagen!”

Avevo avuto giusto il tempo di girarmi prima che lei volasse per aria e poi giù tra le mie braccia.

Mi ero affannato per prenderla, scoppiando in lacrime quando l’avevo sentita al sicuro ben stretta contro il mio petto, le mani su quella piccola, fragile schiena.

“È tutto a posto,” mi aveva tranquillizzato lei con la testa sulla mia spalla, mentre la sua minuscola mano mi dava dei colpetti.

Tra lo spavento provato e il conforto che stavo ricevendo ero spacciato, ed ero scoppiato in un pianto dirotto, con lacrime e moccio che scorrevano in pari quantità. Non avevo mai avuto la minima possibilità di fronte alla totale certezza di quella bambina di due anni che io ero un altro elemento della rete di sicurezza della sua vita. Sua madre le aveva detto che io ero adulto e che ero forte, e questo era ciò che lei si aspettava. Quando Gail ci aveva trovati sdraiati sull’erba a guardare le nuvole, aveva fatto un respiro profondo.

“È ora di iniziare a vivere?” aveva domandato mordendosi il labbro inferiore che tremolava e dandomi un colpetto con la punta della scarpa.

“Sì, immagino di sì.”

Un altro profondo sospiro. “Bravo ragazzo.”

Mi era sfuggito un gemito, e lei si era messa a ridere e poi a piagnucolare quando Alma mi era rotolata addosso e mi aveva messo quel braccino grassoccio attorno al collo.

“Basta!” avevo implorato la mia amica.

Lei si era limitata a scuotere la testa, e quando alla fine si era ripresa quanto bastava per sollevare prima sua figlia e poi aiutare me ad alzarmi, avevamo raggiunto suo marito al minivan, dove c’erano anche il bambino di un anno e l’ultimo arrivato.

“Mi sa che voi due avete bisogno di un hobby,” avevo detto a Toby.

Mi aveva fatto un gran sorriso, il primo che gli avessi mai visto. “Puoi fare tu da babysitter a tutti quanti, sapientone.”

E così era stato. Eravamo una famiglia, e io ero benedetto e maledetto, perché assieme all’amore c’era una stretta sorveglianza sulla mia vita, inclusa la mia vita amorosa. Gail aveva bisogno di farmi da mamma quanto lo faceva con i suoi figli, così quando fece un’inversione a U non consentita nel bel mezzo della strada per poi fermare il minivan accanto a me sul marciapiede, non fu una sorpresa che le prime parole che le uscirono di bocca mi riguardassero.

“Stai bene?” chiese agitata.

Mi allungai di lato per guardare Toby, che teneva una mano sul cruscotto come per reggersi e l’altra stretta sulla maniglia del panico dal lato del passeggero dell’Honda Odyssey.

“Tobe,” lo salutai, scendendo dal marciapiede e appoggiando entrambe le mani sul telaio del finestrino.

“Hage,” riuscì a dire a malapena.

Lanciai un’occhiataccia a Gail, scuotendo la testa.

Lei liquidò la cosa agitando una mano. “Non mi giudicare.”

“Farai venire un infarto a tuo marito.”

“Sta benissimo,” mi assicurò indicandolo con un gesto distratto. “La domanda è: come stai tu?”

“Che cosa intendi?”

Spalancò gli occhi. “Non hai saputo?”

“Saputo cosa?”

Fece un respiro profondo prima di darmi la notizia: “Mitch è tornato.”

Mi ci volle un secondo per elaborare quelle parole. Se dovevo essere sincero, c’era stato un periodo della mia vita in cui sentire che Mitchell Thayer era in città mi avrebbe ridotto con le ginocchia molli, il cuore che batteva a mille, il battito che accelerava… e una fastidiosa erezione.

Ricordai quando io avevo sedici anni e lui diciassette, l’anno prima che partisse per l’università: si era fatto male durante la partita di inizio anno e il medico si era raccomandato che non facesse nulla che potesse aggravare le lesioni. Stavo tornando a casa dopo aver studiato in biblioteca quando lo avevo visto… e per poco non mi era venuto un infarto. Avevo dovuto sforzarmi per non fare una scenata, e mentre me ne stavo lì a bordo campo a guardarlo, ero furioso e terrorizzato, sicuro che entrambe le cose mi si leggessero in faccia.

“Ehi, Hagen! Mitchie sembra proprio in forma, vero?” Ricevetti un sorriso forzato da Ellie Sawyer, che aveva sempre voluto Mitch, e a cui non ero mai piaciuto.

“No,” tagliai corto senza voltarmi, tenendo lo sguardo fisso sul ragazzo che stava facendo una rapida finta prima di lanciare la palla. Non era nemmeno un quarterback, porca miseria. Era uno stramaledetto ricevitore. Perché diavolo era lì a lanciare la palla al parco? Il coach Reed lo avrebbe ucciso all’istante se lo avesse beccato.

“Non lasci mai che si diverta…”

“E suppongo che lasciare che si faccia male e non possa più andare all’università sia quella che tu consideri una buona idea?” la strigliai, irritato e ferito, prendendomela con il bersaglio più a portata di mano.

“Non si farà male, sta solo…”

“E come fai a saperlo?” abbaiai, sempre più incazzato a ogni secondo che passava. “E se qualcuno gli fa male per sbaglio?”

“Beh, sai che ti dico, Hage,” mi fece abbreviando il mio nome – non in maniera amichevole, ma in un modo maligno, da stronza accondiscendente, che già dal tono mi diceva chiaramente che cosa pensasse di me – “penso che Mitch conosca il suo corpo meglio di te.”

Rizzai il pelo, strinsi i pugni e assottigliai lo sguardo. “Non prenderti in giro da sola, Ellie,” replicai, e il suo nome mi uscì dalle labbra pieno d’odio quanto il mio dalle sue. “So tutto del suo corpo.”

Lei boccheggiò e praticamente scappò via, ritirandosi verso il punto in cui c’erano vari compagni di squadra di Mitch con le loro ragazze.

Lo sapevo che facevo innervosire la maggior parte degli altri ragazzi. Era stata una faccenda grossa quando il nuovo arrivato della classe, che si era trasferito con la sua famiglia da Portland a Benson, si era rivelato non solo il miglior ricevitore dello Schrader High, ma anche apertamente gay, come me. Aveva giocato da matricola, era arrivato alle competizioni statali quello stesso anno, e alle competizioni nazionali al penultimo e ultimo anno. Tutti i progetti per la sua vita giravano attorno al football, e adesso stava mettendo a rischio tutto quanto con quella partitella. Era la cosa più stupida che avesse mai fatto. A vederlo correre all’indietro, dopo che la palla era stata lanciata, riuscivo a malapena a respirare. Mi accorsi che stavo digrignando i denti.

Me ne stavo lì, a piedi piantati e braccia conserte, a masticarmi il labbro inferiore, e doveva essere manifesto a chiunque mi guardasse che non ero contento. Speravo che tutti quelli che erano nei dintorni si sentissero a disagio.

Provavo un dolore fisico a guardarlo. Mi aveva promesso che sarebbe stato attento, aveva giurato che avrebbe eseguito gli ordini del dottore e non avrebbe rischiato danni irreparabili per giocare con i suoi amici. Quando all’improvviso tutto quello che guardavo cominciò ad andare fuori fuoco, mi resi conto che mi ero messo a piangere.

Fanculo a lui e alle sue promesse e… Avevamo un piano. Dovevamo andarcene via. Mitch aveva un anno più di me, per cui avrebbe preso una borsa di studio, sarebbe andato all’università, e appena io avessi finito il liceo lo avrei seguito. Quello era il piano: ce ne saremmo andati da Benson, e lui sarebbe stato una star della National Football League e io avrei avuto la mia impresa edile, perché costruire mi piaceva più di tutto, e adesso… stava rischiando di buttare via tutto quanto perché, chiaramente, fare lo scemo con i suoi compagni di squadra per lui significava più di me, più dei nostri sogni.

Mentre mi giravo, mi accorsi che stavo congelando nonostante indossassi giaccone, felpa con cappuccio, sciarpa e berretto. Ma era febbraio in Oregon, perciò non avrei dovuto sorprendermi.

“Per oggi basta, ragazzi,” rombò bonario Mitch.

“Oh, dai, Thayer, almeno fino a mezzo tempo.”

“No.” Sentii il ragazzo che amavo ridere alle mie spalle mentre percorrevo a grandi passi il bordo campo. “È il massimo che posso fare. Se esagero resterò bloccato per giorni.”

O per tutta la vita, accidenti! Ma ehi, quello a chi diavolo importava?

“Hage!”

Accelerai.

“Hagen!”

A quel punto naturalmente mi misi a correre.

“Hagen Wylie, ti conviene fermarti subito!”

Scattai in avanti, correndo più veloce che potevo. Le lacrime mi scorrevano sul viso, e non volevo che lui mi vedesse così. Purtroppo indossavo gli stivali da pioggia foderati di pelo, che non erano il massimo per lo sprint. Anche se in effetti, contro un ricevitore superstar a livello nazionale, forse stavo contando un po’ troppo sulla mia velocità.

Non si aspettava che cambiassi direzione, però, così mi chinai sotto un ramo basso, saltai più agilmente che potevo le radici esposte degli alberi e poi un tavolo da picnic, girai attorno ai bagni e arrivai alla recinzione, vicino al cancello.

Fui afferrato per la spalla destra, poi fatto girare e spinto contro la recinzione. La rete cedette quel tanto che bastava perché rimbalzassi contro di lui.

“Dove diavolo stai andando?”

Abbassai gli occhi perché non volevo guardarlo in faccia e ansimai, non perché avessi il fiato corto di mio, ma perché stavo piangendo e correndo, ed era una pessima combinazione.

“Guardami.”

Sollevai il mento e rimasi senza respiro; mi si sfocò la vista e cominciai a tremare.

“Ma che diavolo?” sbottò, prendendomi il viso tra le mani e asciugando le mie lacrime con i pollici, avvicinandosi fino a far toccare le nostre gambe.

Feci un respiro incerto.

“Sul serio? Per questo?”

Cercai di liberarmi ma mi teneva stretto, premuto contro la rete. Tolse la mano destra dal mio viso in modo da potermi levare il berretto di maglia.

“Che cosa credi, che fossi lì fuori da ore?”

Stavo passando attraverso il parco e lo aveva notato. Dovunque fosse, anche in mezzo a una folla, era impossibile non vedere Mitchell Thayer.

Era per via dei capelli biondi, e anche di quella fluida grazia atletica, della potenza del suo corpo muscoloso, e per il color oro di un’abbronzatura perenne. Avvicinandomi avevo visto subito i suoi occhi, quell’azzurro turchese, un colore così bello, e i lineamenti decisi, la mascella squadrata. Alla fine lui sorrise, le labbra che si curvavano senza sforzo, e quell’effetto, tutto quanto assieme, lui nella sua interezza, mi lasciò senza fiato.

“Tesoro?”

Scossi la testa e chiusi gli occhi, così non avrei più dovuto guardarlo.

Lui si allungò in avanti e mi baciò la fronte, poi il naso, le palpebre chiuse, e alla fine, facendomi inclinare la testa all’indietro, la bocca.

Rabbrividii a quel contatto, così leggero eppure ustionante allo stesso tempo. La sua lingua spinse per entrare e io aprii le labbra, separandole per riceverlo. Quando sentii la sua profonda risata rombante quando gli misi le braccia al collo, tirandolo verso di me, cercai di districarmi e spingerlo via, ma lui non mi lasciò andare finché non interruppi il bacio. Le sue labbra trovarono la mia gola, dove stampò un bacio dopo l’altro finché non mi fece sciogliere contro il suo corpo.

“Devi prenderti cura di te stesso,” sussurrai, sentendo l’aria densa e calda fra di noi. “Mi hai già promesso la tua vita, e io la voglio… voglio che stiamo insieme per sempre.”

“Sarà così,” giurò, infilando le mani sotto il mio giaccone, sotto la felpa e la maglietta, arrivando finalmente alla mia pelle nuda. “Tu per me sei l’unico, lo sai.”

Gli avevo creduto perché lui aveva diciassette anni e io sedici, io ero al penultimo anno e lui all’ultimo, e a quei tempi tutto era sembrato possibile. Le promesse della persona che amavi, che adoravi, erano cose in cui credere senza dubitare mai.

Ma quello era stato molto, molto tempo prima.

“Hagen?” La voce di Gail che mi chiamava mi strappò ai ricordi.

“Scusa.”

“Lo sapevi che Mitch è tornato?”

“No, non avevo sentito niente.”

“Beh, è così.”

L’unica cosa che mi venne in mente di dire fu: “Ah.”

“Mitch,” sottolineò lei stringendomi il bicipite. “Queeel Mitch.”

Feci un lento sorriso. “Che entusiasmo! Lo hai detto a tuo marito che hai ancora i bollori per il ricevitore di quando eri al liceo?”

“Hagen Obadiah Wylie!” strillò lei.

Non mi capitava spesso di sentire qualcuno che mi urlava contro il mio nome completo, soprattutto non la parte dell’Obadiah. Era una testimonianza del nostro livello di amicizia il fatto che lei conoscesse perfino il mio secondo nome, che mi avevano dato per via del nonno materno.

“Ero preoccupata da morire, razza di stronzo ingrato!”

Mossi su e giù le sopracciglia in un gesto un po’ crudele, ma se lo meritava per aver pensato che me ne importasse ancora un accidenti. “Mitch? Sul serio?”

Non avrebbe potuto spalancare gli occhi più di così.

“Oh, merda, Hagen.”