Capitolo 1

 

 

“GRANDISSIMA FIGLIA di cane.”

Austin Lloyd stava passando una giornata a dir poco infernale. Si guardò in giro per accertarsi che non ci fossero clienti che potessero sentirlo imprecare o avessero visto il Jack Russell insaponato di nome Annabelle sfuggire alla sua presa e attraversare il piccolo negozio per raggiungere la libertà a una velocità impressionante. Bestia di Satana. Austin amava i cani. Li amava davvero. La maggior parte dei giorni si aggirava nel suo salone di toelettatura sorridendo per quanto erano carini e meravigliosi i bambini pelosi dei suoi clienti.

Già. Però non tutti i giorni, okay?

Annabelle guaì di felicità, contenta di aver giocato e fece un giro veloce del salone assicurandosi di fermarsi un paio di volte per scuotersi e spruzzare dappertutto l’acqua insaponata.

Ti ho preso, piccola…

Austin avrebbe dovuto aspettarselo: quando Annabelle si fermò di nuovo per scuotersi, lui si lanciò per prenderla ma il cane riuscì a sgusciare via di nuovo. Avrebbe giurato che la bestiolina stesse ridendo a sue spese. Era fin troppo intelligente. Avrebbe dovuto capire che se la sarebbe data a gambe nel momento in cui lo aveva guardato con gli occhi sgranati mentre la metteva nel vascone. Si era sciolto alla sua espressione dolce, come un perfetto principiante. Era adorabile ma infida come un serpente.

“Tutto bene, capo?”

Jessica era una santa. Letteralmente. Austin avrebbe potuto giurare che aveva un’aureola sopra la coda di cavallo. Solo il viso sudato e le macchie d’acqua e shampoo sulla polo con il logo del Pawsitively Purrfect Pet Salon rivelava ciò che era davvero: una dipendente che quel giorno aveva lavorato più del dovuto. Austin cercò di sorridere. A causa della mancanza di personale erano stati oberati di lavoro tutto il giorno. Non era stata colpa sua, ma aveva comunque dovuto rimboccarsi le maniche. Le gioie di avere un’attività in proprio; mai un momento di noia.

“Sì, Annabelle è una stronzetta scivolosa. Mi è scappata,” rispose lui mesto. Sentendo il suo nome, il cane drizzò le orecchie, agitò la coda e guaì contenta. Ovviamente, Annabelle si stava divertendo. Torturare gli umani doveva essere una delle sue attività preferite, seconda solo a scavare nel giardino sotto la pioggia e coprirsi di fango qualche ora prima del compleanno della sua proprietaria.

Jessica sbuffò. “Dici le parolacce davanti a una cliente?” lo stuzzicò.

Austin alzò gli occhi al cielo poi si guardò in giro nella sala quasi vuota, occupata solo da Jessica, Annabelle la Magnifica e i due ultimi clienti della giornata: un cucciolo di Carlino e un gatto bianco a pelo lungo spocchioso e curioso che potevano certo sopportare un paio di parolacce. Probabilmente non avrebbero fatto la spia ai loro padroni. Nel frattempo, doveva catturare un Terrier tutto insaponato e con tanta voglia di scappare.

Annabelle si era andata a nascondere sotto uno dei grandi lavandini profondi, uno di quelli da cui era riuscita a fuggire qualche minuto prima come un novello Houdini. Aveva un’aria angelica con il pelo bianco grondante e le macchie arancioni intorno agli occhi, ma Austin si era già fatto imbambolare una volta. Non avrebbe commesso lo stesso errore di nuovo.

Ti prenderò, piccola peste.

Austin sapeva che, con un cane così riluttante, lanciarsi di nuovo era una pessima idea, soprattutto con un Terrier così energetico – lo sapeva – ma era stanco e non si sentiva al meglio delle sue abilità di ammaliatore di cani. Così si mise a correre. Si tuffò sul pavimento a scacchi in linoleum per afferrare Annabelle il Terrore, ehm, Terrier, che gli morse la mano, si liberò con facilità dalla sua presa, e si diresse, come se fosse fornita di un magico dispositivo di tracciamento, verso l’uscita e la libertà sulla strada affollata.

No, no, no. Non può succedere. Non deve succedere.

La porta non era aperta, ma non era nemmeno pesante. Il cane di Austin aveva imparato ad aprirla anni prima, e lui sapeva quanto fossero intelligenti i Jack Russell di norma.

Jessica,” gridò Austin. “Afferrala!”

Jessica andò a sbattere contro la porta bloccandola, teneva in mano un asciugamano come un matador. Lo fece cadere su Annabelle, confondendo l’animale per un cruciale momento, poi si chinò per sollevare l’ammasso confuso di iperattività e pelo fradicio. Annabelle si contorse ancora un po’ ma sembrò arrendersi. Qualche secondo dopo, stava leccando la guancia di Jessica placidamente come se nulla fosse accaduto. Jessica fece una smorfia.

“L’ho presa. Ecco.” Passò il cane ancora calmo a Austin. “Cerchiamo di non farla uscire di nuovo dalla vasca, okay?”

“Lo terrò a mente.” Più facile a dirsi che a farsi quando la piccolina sembrava stesse pianificando la sua prossima mossa e prendendo tempo. Lei gli diede un colpetto con il naso.

“Ehi, se può farti stare meglio, è scappata anche da me. Annabelle è una sveglia.”

Effettivamente la cosa lo fece stare meglio. Almeno non aveva perso del tutto il suo tocco magico.

“Se puoi finire tu con lei, io mi occupo di Dexter e Louis.” Jessica indicò gli altri cani.

“Sarebbe fantastico. Grazie mille per oggi.”

“Non è colpa tua, capo.” Jessica gli fece un gran sorriso. Austin valutò l’idea di pagarla il doppio per la giornata. Decise che di certo le avrebbe dato una gratifica a fine mese.

 

 

AUSTIN RIPORTÒ Annabelle nell’area lavaggio, poi la legò perché aveva imparato a sue spese che non doveva fidarsi di quel muso dolce, e si mise al lavoro, grato che dopo essere stata catturata le fosse passata la voglia di esplorare il mondo esterno.

“Brava bambina,” chiocciò. “Vediamo di finire con lo shampoo e darti una spuntatina, così potrai andare a casa con la tua mamma.” La padrona di Annabelle portava il cane nel suo salone da quando aveva aperto, due anni prima. Austin non voleva perdere uno dei suoi fedeli clienti solo perché non era riuscito a tenere ferma la cagnolina. Legò Annabelle a un palo di metallo del tavolo da toelettatura, il che era una procedura comune. Non gli era mai piaciuto – per un qualche motivo lo infastidiva – e cosa abbastanza curiosa se ne serviva di rado. I cani sembravano voler comportarsi bene con lui, caratteristica utile nel suo lavoro. Ma ignorare le politiche lavorative davanti alla sua dipendente non faceva una buona impressione.

Lavorò in fretta e con efficienza, felice di non aver perso la mano. Ormai si occupava raramente della toelettatura. Era passato più di un anno, ma per la seconda volta in due settimane uno dei suoi dipendenti non si era presentato al lavoro, e non avrebbe lasciato Jessica nella sala principale da sola mentre lui si occupava dell’amministrazione e lanciava la palla a Maggie, la sua dolce golden retriever adolescente. Maggie non avrebbe mai e poi mai cercato di scappare sulla Sixth Avenue nel bel mezzo dell’ora di punta, anche se ne sarebbe stata perfettamente capace. Almeno a Austin piaceva sperarlo.

Purtroppo, i lavori poco impegnativi gli davano il tempo per pensare. E pensare a cosa fare con un dipendente difficoltoso non era mai divertente.

Probabilmente dovrò licenziare Russ.

Licenziare le persone era l’aspetto peggiore dell’essere proprietari di una piccola attività. Aveva pochi dipendenti, quindi con il tempo aveva imparato a conoscerli bene. Licenziare Russ sarebbe stato doloroso come licenziare un amico. Russ era un suo amico. Un amico a cui non piaceva andare a lavorare il mattino dopo essersi sbronzato con i suoi stupidi, fin troppo cresciuti, ex compagni di scuola. A Austin invece non piaceva quella parte della loro relazione.

 

 

UNA VOLTA che Annabelle fu lavata e acconciata e sulla via di ritorno a casa assieme alla sua riconoscente padrona, Austin si sentiva sul punto di collassare sul pavimento del negozio da un momento all’altro.

“Giornata lunga, eh capo?” domandò Jessica. Fece finta di svenire, lasciandosi cadere sulla sedia imbottita dietro alla scrivania dove prenotavano gli appuntamenti e chiamavano i clienti.

“Puoi dirlo forte.” Non voleva parlare di Russ davanti a lei, anche se si confidavano quasi tutto, ma era furioso. Gli ci sarebbero volute altre tre ore per sbrigare tutta la parte amministrativa prima di poter tornare a casa, cenare e portare fuori la povera e paziente Maggie. “Vuoi chiudere tu?”

L’orologio aveva battuto le sei, l’ora magica, era giunto il momento di abbassare le saracinesche e chiudere la porta d’ingresso. L’ultima cosa di cui lui e Jessica avevano bisogno era un cliente che entrava all’ultimo momento, qualcuno disperato e che per qualche assurdo motivo non poteva lavare il suo cane o gatto da solo. Austin immaginava di essere grato a quella clientela in linea generale, dato che gli permetteva di continuare ad avere un’attività sua, ma sembravano sempre fare la loro comparsa all’ultimo minuto. La soddisfazione dei clienti era così importante per lui che a volte si faceva fregare e faceva delle cose per far contente le persone. Come stare aperto fino a tardi.

“Ah, non possiamo ancora chiudere.” Jessica indicò la gabbietta dove il piccolo carlino aspettava pazientemente. Il cane era di una dolcezza incredibile con i suoi grandi occhi scuri e il muso schiacciato. Piagnucolò quasi impercettibilmente ma non si mosse.

A volte Austin odiava i suoi clienti.

Camminò verso la gabbietta e aprì lo sportello.

“Ciao, piccolino.” Infilò le mani nella gabbietta e sollevò l’animale tra le sue braccia. “Ti chiami Dexter, vero?” Il cucciolo emise un grugnito contento e si lasciò cullare. Aveva ragione. Era un cane dolcissimo. “Sei solo un bambino, vero?”

Il pelo era stato lavato e gli era stato applicato il balsamo, ma aveva ancora quella lucentezza da cucciolo e a Austin sembrava liscio come la seta. “Dov’è il tuo padrone, piccolo?”

“Vuoi che lo chiami?” domandò Jessica.

“Sì, per favore. I cuccioli possono innervosirsi quando sono separati dai loro padroni.”

Austin non avrebbe mai avviato un’attività dedicata agli animali se non li avesse amati davvero; li adorava tutti, ma i cani erano il suo punto debole. Da bambino avevano quasi sempre fatto parte della sua vita. Gli era sembrato naturale voler lavorare con loro. Mormorò delle parole senza senso a Dexter e gli grattò la pancia mentre aspettava che Jessica chiamasse.

“Al telefono non risponde,” disse lei dopo meno di un minuto.

“Stai scherzando?” Austin era stanco, aveva così tanta fame che gli era venuto il mal di testa, la palpebra di un occhio aveva cominciato a tremargli, il che di solito voleva dire che a breve si sarebbe incazzato davvero. Se c’era una cosa che non poteva sopportare, era quando le persone trascuravano i loro animali domestici. Soprattutto quando era stanco, affamato e voleva disperatamente tornare a casa.

“No, mi dispiace, non risponde a nessuno dei due numeri che ho segnati.” Jessica sospirò con un’espressione preoccupata. Anche lei amava gli animali quanto lui. “Scatta sempre la segreteria telefonica.”

Austin non poteva far restare Jessica. Immaginava che non le sarebbe dispiaciuto fare un po’ di straordinario, ma quel giorno aveva fatto più del dovuto, grazie a Russ e al suo amore per i brownie magici.

“Perché non vai? Aspetterò io con Dex e chiuderò il negozio una volta che il padrone se ne sarà andato.” Austin grattò la pancia di Dexter per confortarlo, anche se il cucciolo non sembrava affatto preoccupato. Sbadigliò tra le sue braccia e chiuse gli occhi. Quella vista gli scaldò il cuore. Come la maggior parte delle persone, andava in brodo di giuggiole quando c’erano di mezzo dei cuccioli.

Jessica gli lanciò uno sguardo d’intesa. “Ti stai innamorando di quel cucciolo, vero?”

Di solito non gli ci voleva molto per innamorarsi di molti dei cani con cui lavorava, e anche Jessica sapeva che se Austin avesse avuto i soldi per possedere una casa più grande, lui e Maggie avrebbero avuto una famiglia molto più numerosa.

“No.” Ma era chiaro che mentiva. Jessica non disse nulla ma gli fece un gran sorriso. “Puoi far uscire Maggie prima di andar via?”

La povera Maggie non aveva avuto una giornata molto divertente. Per la maggior parte l’aveva trascorsa sonnecchiando sul suo cuscino nell’ufficio di Austin. Era un bravo cane, però, e le periodiche uscite erano state sicuramente preferibili al rimanere chiusa tutto il giorno nel suo appartamento. Si ripromise di portarla a fare una lunga passeggiata, e poi al parco dei cani di domenica quando Pawsitively Purrfect sarebbe stato chiuso per riposo.

“Sì, la faccio uscire.”

 

 

SEI… SEI e un quarto… sei e mezza. Lo stomaco di Austin emise un gran rombo di protesta per aver saltato il pranzo. Aveva provato a chiamare entrambi i numeri di telefono del padrone di Dexter due volte ma senza risultato. Stava per dichiarare la giornata chiusa, nonostante non si fosse occupato della contabilità, e portarsi il piccolino a casa per la notte – visto che il suo padrone era un bastardo idiota che lasciava il suo cucciolo da solo così a lungo – quando la porta si aprì all’improvviso. Un uomo bellissimo, con i capelli scuri, i pantaloni perfettamente stirati e una camicia elegante che strideva con il viso paonazzo e madido entrò a passo spedito.

“Mi dispiace di essere in ritardo.” Sorrise a Austin sfoderando il suo fascino. “Ho avuto una di quelle giornate.”

Austin fece una smorfia. “Spero proprio di sì perché abbiamo chiuso mezz’ora fa.”

La sua espressione passò da contrita a sconvolta. “Oh-oh, pensavo foste aperti fino alle sette. Sono davvero dispiaciuto. Sono venuto il più in fretta possibile.”

“Me lo auguro davvero che tu sia dispiaciuto.” Austin non sapeva cosa gli fosse preso, a parte la lunga giornata e quel caratteraccio che raramente faceva la sua comparsa eccetto che nei momenti meno opportuni. “Inoltre dovresti considerarti fortunato che sia stato io l’ultimo a rimanere invece che uno dei miei dipendenti che non avrebbero saputo cosa fare con un cucciolo abbandonato dal suo padrone.”

“Mi dispiace davvero di essere in ritardo.”

“Non sai che i cuccioli devono legarsi ai loro padroni?” continuò Austin. Il tremore all’occhio era diventato rabbia pura grazie alla fame che sentiva. “Devono avere la sicurezza che ci sia qualcuno che si occupi di loro. Se sono trascurati nei loro primi mesi di vita possono maturare ogni tipo di problema emozionale con il tempo.”

Austin non ne sapeva nulla, ma gli sembrava filasse come concetto, giusto? Probabilmente il signor Capelli da Modello si occupava molto di più dei suoi completi e del suo bel viso che del suo cucciolo, che aveva bisogno di amore e affetto.

“Io non trascuro Dex.” Da affascinante e mortificato l’uomo divenne, be’, un po’ incazzato. Austin decise che era venuto il momento di chiudere il becco se non voleva una brutta recensione online. Evan Partridge, a quanto c’era scritto sulla cartella di Dexter, allungò le braccia per prendersi il cane da quelle di Austin. A quel contatto lui si sentì tremare leggermente; no, assolutamente, no. Ma poi notò che Dexter stava scuotendo la coda allegramente a Evan, lo stronzo negligente, e gli leccava il mento. Lui avrebbe voluto portargli via Dexter ed essere certo che fosse amato. Evan restituì la museruola di Dexter e gli grattò la pancia prima di sollevare lo sguardo verso Austin.

“Quanto devo?” Aveva la voce strozzata.

Come in automatico Austin gli comunicò il prezzo per un lavaggio e un taglio di unghie. Era tentato di fatturargli anche la mezz’ora in più che aveva perso ad aspettarlo, ma non voleva fare i calcoli mentre Evan Partridge, proprietario di un carlino, bello come un modello ma davvero incazzato, aspettava tamburellando le dita sulla cassa.

Evan tirò fuori il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni, da dove pendeva anche un piccolo guinzaglio in pelle, e fece cadere sul banco una serie di banconote, molte di più della cifra dovuta. “Tieni il resto,” borbottò. “Andiamo piccolo. Andiamo a casa. Penso che abbiamo bisogno entrambi di cenare e concederci un premio.”

Evan agganciò il guinzaglio al collare di Dexter e posò con delicatezza l’animale sul pavimento. Mentre Austin lo osservava uscire di gran passo dal negozio con il cucciolo che trotterellava allegro alle sue spalle, fu colpito da una fitta al petto per il rimpianto. Non era mai stato così scortese con un cliente, soprattutto un cliente in apparenza adorato dal suo cane.

Merda.

“Non sei l’unico che ha bisogno di cenare e di un premio, Evan Partridge,” mormorò Austin. Maggie alzò la testa da dove era comodamente sdraiata sul pavimento.

“Scommetto che sei stufa di essere rinchiusa qui dentro, eh, bella bambina?” le disse Austin. In quel momento decise che l’indomani sarebbe arrivato prima per fare le pulizie.

Ne aveva avuto più che abbastanza. La parte amministrativa avrebbe potuto aspettare, era ora di tornare a casa.

 

 

ANCHE SE casa sua era a pochi minuti di distanza, ma dopo aver parcheggiato ed essersi diretto al suo appartamento, quando infine si lasciò cadere sul divano con la testa di Maggie sulle sue gambe, a Austin sembrava che fossero passati cento anni. Non riusciva a credere a quanto fosse stata lunga quella giornata. Prenotazioni che si erano accavallate, inseguimenti di cani, clienti arrivati all’improvviso, ed Evan Partridge. Austin sussultò. Cosa gli era venuto in mente?

Non poteva permettersi di fare arrabbiare i clienti. Nessuno di loro. Ultimamente gli stava andando bene. Dopo più di un anno in cui era sopravvissuto a stento con un numero di clienti che gli aveva permesso di non chiudere bottega, si era finalmente costruito una clientela fissa abbastanza cospicua da poter fare dei lavori in negozio: cambiare il pavimento, dipingere i muri di giallo acceso, acquistare delle nuove tapparelle e un’insegna più grande.

Inoltre, qualche mese prima si era trasferito nel suo nuovo appartamento, stesso edificio ma uno spazio molto più grande. Adesso aveva due camere da letto, dei pavimenti in legno restaurati con cura, e una credenza antica con pannelli di vetro nella sala da pranzo, dove avrebbe disposto tutte le sue ceramiche, non appena si fosse deciso a comprarle. La cucina era spaziosa e c’era anche una lavastoviglie, il che gli aveva cambiato la vita. Gli piacevano i soffitti alti e le grandi camere ariose. La sala era grande abbastanza da contenere tutti i suoi mobili, a cui aveva aggiunto un amorino. Dubitava che un cliente seccato avrebbe avuto il potere di portargli via tutto, ma era un errore che non voleva ripetere mai più.

Austin allontanò quel panico latente di chi aveva appena avviato un’attività in proprio e accarezzò tra le orecchie Maggie, che gradì moltissimo. Sarebbe andato tutto bene. L’attività non sarebbe fallita, ed erano passati mesi dall’ultima volta che si era svegliato tutto sudato con le palpitazioni nel mezzo della notte. Stava bene. Era esausto ma stava bene.

“Vuoi andare a fare una passeggiata, Mags?” Il sole non sarebbe tramontato per un’altra oretta. Pur essendo stanco morto odiava perdersi gli ultimi momenti di luce

Maggie saltò giù dal divano e trotterellò verso il gancio vicino alla porta dove era appeso il guinzaglio.

“Lo interpreto come un sì.” Maggie raramente si rifiutava di uscire. Alzò il sedere a fatica dal divano, andò in camera per cambiarsi la polo del lavoro e i pantaloni colore kaki con una T-shirt e un paio di calzoncini a quadretti, si infilò le All Star e mise il telefono in carica. Uscì da casa, agganciò il guinzaglio al collare di Maggie e ridacchiò quando lei strattonò in avanti.

“Calma, piccola.”

Austin si sentì subito meglio. Avevano bisogno entrambi di fare una passeggiata.

 

 

EVAN PARTRIDGE, trascuratore di cani e a quanto pareva perfetto stronzo, appena ne ebbe l’occasione si lasciò sprofondare sul divano in camoscio in perfette condizioni. Lasciò cadere sul pavimento la valigetta colma di compiti da correggere, un contenitore per il pranzo a chiusura ermetica e un thermos che sperava fosse vuoto e chiuse gli occhi.

Che giornata.

Era già seccato di non aver riposto con ordine le sue cose. Non era da lui, per nulla, ma non voleva muoversi, anche se il suo stomaco borbottava, implorando di mangiare la cena… che era ancora al negozio. Era da una settimana che non faceva la spesa, e anche quello non era da lui. Gli piaceva avere il frigorifero pieno di prodotti biologici perfettamente impilati e ogni genere di utensile da cucina, organizzato per colore e funzione. Era stato troppo impegnato e stanco.

Evan emise un lamento, sentì raspare, poi fu raggiunto da un calore alle gambe e un cane scodinzolante. A essere precisi Dexter sul divano non ci sarebbe dovuto stare, e lo sapevano entrambi, ma Evan non era dell’umore per sgridarlo: aveva bisogno del conforto che gli dava il suo corpicino peloso, e si sentiva ancora in colpa per la ramanzina del toelettatore.

“Non ti trascuro io, vero piccolino?” Grattò la testa di Dex. “Tu mi vuoi bene, giusto?”

Aprì gli occhi e trovò il cane che lo fissava fiducioso. Gli si scaldò il cuore, come accadeva ogni volta che guardava il suo cucciolo. Peggy, la sua vicina, aveva avuto ragione quando gli aveva consigliato di prendersi un cane per non stare solo. Lui aveva protestato: vita indaffarata, casa pulita e tutto il resto, ma aveva ceduto senza rifletterci quando aveva visto Dexter guaire assieme al resto della cucciolata e correre per il giardino dell’allevatore che era andato a visitare. Probabilmente la migliore, e forse l’unica, decisione impulsiva che avesse mai preso in vita sua. Be’, eccetto che aver usato la Mercedes quel giorno. Ed ecco come era andata a finire.

“Adesso ti prendo un biscottino, poi andiamo al supermercato per comprare da mangiare, okay?”

Le orecchie di Dexter si drizzarono alla parola biscottino. Saltò giù dalle gambe di Evan e corse in cucina, trascinandosi dietro il guinzaglio. Evan ridacchiò e si sollevò dal divano per sganciare il guinzaglio e dargli il premio, magari anche due visto che aveva aspettato così tanto nel negozio del toelettatore.

Si era sentito davvero male per tutta la situazione. A essere sinceri era tutto il giorno che si sentiva male. Quel mattino aveva fatto cadere il telefono rompendolo in mille pezzi. Aveva dovuto fare una corsa per portare Dexter al salone per cani. Poi il suo meeting si era prolungato a dismisura, e come nuovo membro del dipartimento di discipline umane della Puget Sound University, non poteva lasciare una riunione a piacimento, anche dopo un intero anno scolastico. Aveva impiegato quasi quindici minuti a districarsi dalle chiacchiere post meeting, convenevole che odiava, ed era corso in macchina per andare a prendere il suo cane e trascorrere una serata tranquilla a casa.

Ovviamente, nel parcheggio dei docenti la sua Mercedes decappottabile d’annata si era rifiutata di mettersi in moto. Evan avrebbe voluto inveire contro la giornata soleggiata per avergli fatto venire la voglia di fare un giro con quella carretta. Così aveva chiuso il tettuccio, era corso verso casa per prendere la sua più pratica e affidabile Explorer, che aveva scelto quel giorno per diventare inaffidabile, poi era corso al negozio per prendere Dexter. E la ciliegina sulla torta di quella lunga giornata orribile era stata essere rimproverato da quel bacchettone di un toelettatore. Non riusciva a credere di essersi sorbito una predica da quel tizio.

Evan si mise online e cercò su Google un servizio di carroattrezzi, poi telefonò e spiegò la sua situazione. Gli fu promesso che avrebbero inviato un furgone sul luogo il prima possibile. Sperava solo di riuscire a riavere la sua Mercedes al sicuro nel garage prima che lo stato di Washington rivelasse la sua vera natura e cominciasse a piovere a dirotto. Sperava anche che le giornate di sole durassero qualche giorno ancora. A quanto pareva sarebbe dovuto andare al lavoro in bici fino a quando non avesse capito cosa non andasse con entrambe le macchine.

 

 

EVAN VIVEVA da poco nello stato di Washington, a Tacoma per essere precisi. Non conosceva molto di quell’area eccetto la pioggia, gli alberi e i bar. Ma quando era arrivata l’offerta di lavoro, con l’aumento di salario, un biglietto di sola andata per lasciare il New Mexico e i drammi di famiglia che due lauree e quaranta chilometri non erano serviti ad allontanare, aveva colto la palla al balzo. E fino a quel punto non si era pentito di averlo fatto.

Come previsto l’inverno era stato umido e buio, un po’ difficile da affrontare per uno abituato al sole, ma amava la sua casa degli anni venti, i suoi vicini, che in qualche modo gli avevano imposto un’amicizia che non aveva nemmeno saputo di volere disperatamente, e il lavoro come professore di antropologia culturale che quasi non riusciva a credere di essere riuscito a ottenere.

“Dex, vuoi cenare?”

E il suo cucciolo era un altro aspetto positivo del trasferimento. Forse quello migliore. Evan non sapeva come mai avesse preso sul serio Peggy e, due settimane prima, si fosse messo a guardare gli annunci per i cuccioli di carlino, né tanto meno sapeva cosa lo avesse spinto a portarsene uno a casa, ma non era mai stato così felice come quando stava con quella scalmanata palla di pelo con il muso schiacciato e dal colore fulvo.

Dexter emise un lamento eccitato. “Sì che vuoi cenare. Anche papà vuole cenare.” Evan si alzò in piedi. “Almeno uno di noi sarà felice.” Doveva aspettare che arrivasse il carroattrezzi con la Mercedes prima di poter andare tranquillamente al supermercato per comprare l’essenziale per la cena.

Con la testa affondata nella ciotola, Dexter masticava allegramente e Austin si lasciò cadere di nuovo sul divano.

Alla faccia del negligente.

 

 

DUE ORE e una corsa al freddo al supermercato più tardi, Evan stava per tuffarsi nella sua cena tanto desiderata quando squillò il telefono di casa.

“Merda.” Posò il piatto caldo con attenzione sulle piastrelle bianche immacolate del bancone della cucina e corse in salotto. Controllò il numero sul display: Della, sua sorella. Il trasferimento a Washington aveva ovviamente impedito che si vedessero tutti i giorni ma riceveva comunque una sua telefonata quasi quotidianamente; e se per caso non lo faceva, si svegliava nel cuore della notte madido di sudore, perché di solito non era un buon segno.

“Aspetta un attimo, okay?” Evan lasciò cadere il telefono sul divano e corse in cucina per mettere la cena in forno impostando la modalità scaldavivande. Raramente le conversazioni telefoniche con sua sorella erano di breve durata.

“Ehi, Della. Eccomi. Come va?”

“Evan?” Le tremava la voce, anche più del solito. “Ci sei? Non hai risposto al cellulare ed ero preoccupata.”

“Mi conosci, tesoro. Mi si è rotto il cellulare stamattina, e non ho ancora avuto modo di farmelo sostituire.” Sapeva che era meglio non chiederle come stesse. Di solito la risposta non era positiva. Inoltre, lei glielo avrebbe detto comunque. “Ho solo dovuto mettere in caldo la cena.”

“Oh, stai mangiando? Allora è meglio se ti saluto.”

Sapeva che non avrebbe riagganciato. Non lo faceva mai.

“Non sto passando una bella serata, Ev.”

Evan si mise comodo preparandosi a una lunga chiacchierata. Ultimamente le serate brutte di Della stavano aumentando. “Dimmi che succede, piccola.” Gli argomenti erano sempre gli stessi, li conosceva tutti: il lavoro, la sfilza di fidanzati sfaccendati, i genitori, la città in cui erano cresciuti. Però la ascoltò comunque. Non aveva nessun altro, e si sentiva già abbastanza in colpa per essersi trasferito così lontano da lei.

“Sono vecchia. Non mi vorrà più nessun uomo,” borbottò.

Sua sorella aveva appena compiuto trent’anni. I problemi relativi alla sua età erano diventati un tema ricorrente delle loro conversazioni. “Tesoro, non sei vecchia. E nella vita c’è molto di più che essere voluti dagli uomini.”

“Cosa? Odio il mio lavoro. Non ci voglio andare più. Il mio appartamento è orrendo. Odio questa cazzo di città. Qui non c’è nulla.”

Sull’ultima affermazione non poteva darle torto. Era una litania che era stanco di sentire, ma non sapeva che altro fare a parte ascoltare. Non poteva prendere un aereo per Buco-del-mondo, New Mexico, e obbligarla a vedere uno psicologo. Come tante altre cose anche la psicoanalisi non le piaceva, e la sua presenza non le avrebbe fatto cambiare idea. Non c’era mai riuscito in ventinove anni. E poco ma sicuro i loro genitori non sarebbero stati di nessun aiuto. Non vedevano il padre da quando erano bambini, e la madre passava il tempo incollata alle slot machine.

“Perché non ti piace il tuo lavoro? Credevo ti fossi creata una bella clientela.” In uno dei suoi periodi migliori, Della aveva studiato da estetista e si era poi trovata un lavoro in un centro estetico di medio livello in città. Era la cosa migliore nella sua vita in quel momento.

“Mi ha stancata.”

“Anch’io a volte non mi voglio alzare dal letto per andare a insegnare. Ma è quello che bisogna fare quando si ha un lavoro.” Oh, sembrava le stesse facendo una ramanzina. Evan si sforzava di non sbottare, ma sua sorella lo esauriva. Non era facile rimanere positivi con lei.

“Vaffanculo, Evan. Adesso esco.”

“Del…” Si rese conto che la linea era caduta. C’era da aspettarselo. Se avesse provato a richiamarla, lei non avrebbe risposto. C’era passato anche lui. Evan non sapeva cosa fare per aiutarla. Soprattutto quando si rifiutava di ascoltare.

Avrebbe voluto che a casa ci fosse qualcuno da chiamare, ma non c’era nessuno. E anche se così fosse stato, non avrebbe voluto parlare con nessuno di loro.

“Merdaviglioso!”