Capitolo 1

 

 

“ECCO QUI il tuo ridicolo drink rosa.” Padma si sedette di fronte a lei, al tavolo alto accanto alla finestra.

Veera accettò il Cosmopolitan ghiacciato che le porgeva l’amica. “Non possiamo essere tutte amanti del whiskey,” rispose, inarcando un sopracciglio. “Ho bisogno di un po’ di zucchero nel mio etanolo.” Bevve un lungo sorso.

“Quando vedo la gente scolare alcol così, mi domando sempre come si chiama lui. Ma tu… so chi sta facendo bere te.”

“È così cocciuto, dannazione.”

Padma rise. “Ha imparato da te.”

“Vorrei riuscire a convincerlo a lasciare perdere.”

“Non sei tu che decidi cosa lascia perdere e cosa no? Non puoi cancellare il codice che non funziona?”

“Lui pensa che sia molto importante, quindi non voglio eliminarlo. Sarebbe come doverti fare una lobotomia tutte le volte che dici qualcosa che non mi va a genio.”

“Sei fortunata che sono così simpatica.”

“Già, ci stavo giusto pensando,” rispose Veera in tono piattissimo.

Padma rise di nuovo. “Ma lui non può pensare: è un’intelligenza artificiale, un’IA, un motore inferenziale che hai creato tu stessa.”

“Ed è proprio per questo che non posso semplicemente cancellare i codici che non funzionano come vorrei. Se non riesce a imparare, allora è una macchina analitica come tutte le altre. Deve riuscirci per rivoluzionare il mondo.” Alzò gli occhi al cielo.

“Non stiamo risolvendo il problema della fame nel mondo, sai,” ribatté l’amica. “Diciamo solo alla gente con chi uscire. Non è esattamente ingegneria aerospaziale.”

Veera scosse la testa alla triste metafora. “Se fossimo in grado di applicare al più comune dei problemi umani un’IA in grado di imparare, allora forse la fame nel mondo sarebbe il prossimo passo.”

Padma bevve un sorso del suo whiskey e si appoggiò allo schienale della sedia. “Perché è così importante per te?”

Lei sospirò e fissò l’abisso sempre meno profondo del suo Cosmo. “I tuoi genitori ti hanno trovato qualcuno?”

L’altra scosse la testa. “Spero proprio di no. Gli ho detto che voglio finire prima la scuola e che ho bisogno di un po’ di tempo per fare carriera. La mia speranza è che col tempo se ne dimentichino del tutto.”

“E quanto pensi sia probabile?”

“Non molto.”

“Perché non vuoi che ti combinino il matrimonio?”

“Per colpa delle mie sorelle, credo. Una di loro è felice, ma l’altra… a lei non è andata così bene.”

“Sono le stesse probabilità di chi si affida ai siti di incontri, sai. I matrimoni combinati, su scala mondiale, hanno più successo.”

Padma fece spallucce, ma il suo disagio era evidente. “Allora, non mi hai più detto che cosa è successo durante la revisione del codice la settimana scorsa.”

Questa volta fu lei ad alzare le spalle con fare sconsolato. “Non è andato bene. Di principio, la maggior parte di quei tizi non sa niente di IA, ma il motore epistemologico sembra davvero irritarli a morte. Hanno detto tutti – senza mezzi termini – che dovrei abbandonare completamente l’idea e tornare a ‘risolvere problemi veri’.”

“Ahia.”

“Già, ahia.” Si afflosciò in avanti. “Forse hanno ragione.”

Padma si raddrizzò sulla sedia, come se volesse aiutarla a reggere il peso della sua disperazione. “No che non ce l’hanno. È ancora una buona idea. Li mette a disagio perché è un modo completamente innovativo di affrontare il problema. Li spaventa pensare che un algoritmo possa conoscerli meglio di quanto si conoscano loro stessi.”

“Sono programmatori, Padma. Non si conoscono affatto. Se stessi lavorando a un codice per ottimizzare i percorsi di consegna per le scatole di caramelle a forma di cuore, si farebbero in quattro per aiutarmi. Ma dato che si tratta di capire come si relazionano tra loro gli esseri umani, e come un’IA può aiutarmi a farlo meglio, beh, tanto varrebbe parlargli di moda.”

“Sarei totalmente a favore se riuscissi a impedirgli di indossare i calzini con i sandali. Ne varrebbe la pena.”

“Io sto solo cercando di trovare la chiave per risolvere il problema del cuore umano. Non chiedermi l’impossibile.”

Scoppiarono a ridere e prosciugarono il primo di diversi bicchierini.

 

 

“VEERA, A te la parola.” Edwin, il capo del team, le sorrise con aria incoraggiante dall’altro lato del tavolo.

Quel sorriso era più che altro per scena, lo sapeva: l’uomo aveva messo ben in chiaro che la sua fiducia nell’idea era poca e preziosa. Nonostante le sue riserve – che le aveva elencato diverse volte di fronte a una tazza di caffè nel corso delle ultime settimane – il team doveva raggiungere una certa quota di proposte innovative ogni trimestre, e a quel punto non gli restavano alternative.

Veera aprì il portatile e lo connesse con il cavo al proiettore. La parete in fondo alla sala conferenza prese vita, mostrando la prima slide della presentazione. La luce fucsia proveniente dal monitor investì la stanza, illuminando tutti i presenti della gloria riflessa della sua slide introduttiva decorata con l’immagine di Cupido.

Si guardò intorno alla sala, rimpiangendo subito di non aver chiesto a uno degli addetti alla grafica qualche consiglio sulla palette dei colori. Si schiarì la gola, nervosa.

“Ti ringrazio, Edwin.” La sua voce era fioca. Non era nemmeno certa l’avessero sentita fino in fondo al tavolo, che all’improvviso pareva lungo chilometri.

Concentrati, Veera. Tira fuori la voce.

“L’intelligenza artificiale non è mai stata applicata al campo della ricerca dell’anima gemella,” cominciò, usando i termini preferiti dall’azienda per gli incontri online. “Oggi vorrei illustrarvi in che modo l’IA può fare la differenza nel nostro servizio. Io lo chiamo ‘motore epistemologico’. Il nostro attuale processo di estrazione dei dati funziona molto bene, ma come tutte le analisi post hoc, a posteriori, ci permette di ottimizzare il servizio futuro sulla base delle performance passate. Quello che non può fare è adattare il modello di ricerca in modo dinamico, in tempo reale. In poche parole, funziona quando si tratta di aiutare il cliente successivo, ma può fare ben poco per quello attuale.”

Il suo sguardo vagò sulle espressioni scettiche che riempivano la stanza. Veera deglutì a fatica e cercò di ricordarsi di respirare.

“Oggi, vorrei presentarvi il futuro nel campo della ricerca dell’anima gemella. L’intelligenza artificiale che impara e si adatta, che affianca i nostri clienti nella loro vita online giornaliera, che diventa un amico fidato oltre che un combina-incontri.” Esitò per guardarsi intorno. Quello era il momento che aveva provato per un’intera settimana di notti in bianco. “Vorrei presentarvi Archer.”

Proseguì con la seconda slide, che presentava il nome di Archer in alto, accompagnato da una foto dello sgangherato case del suo computer con indosso una maglietta che diceva ‘Lavoro con Cupido’. Dei risolini sparsi si diffusero nella stanza.

“Archer è basato su un sistema framework IA open-source e usa il ‘motore epistemologico’ di cui parlavo prima. Durante i nostri primi test abbiamo scoperto…”

“Quale framework IA?” grugnì uno dei tecnici dal fondo della sala.

“Watson, della IBM,” rispose lei.

“Chi ha codificato la parte epistemologica?”

Le si scaldarono le guance. “Io. Voglio dire, lo sto facendo. Lavoro a questo progetto nel tempo libero da un anno, e ho passato l’ultimo mese ad allacciarlo all’IA. Come stavo dicendo, i primi test hanno fornito risultati promettenti. Ma oltre al codice, quel che conta è il dataset che pensiamo di dargli.”

Quella era la parte della presentazione che la intimoriva di più. Era riuscita a persuadere Edwin a dare un’occasione alla sua proposta solo quando, sconfortata dall’insistenza dell’uomo che voleva che lei lasciasse perdere e lavorasse a qualcosa di immediatamente realizzabile, gli aveva spiegato l’importanza che aveva per lei. Sapeva di poter convincere il gruppo nello stesso modo.

“Dobbiamo smettere di pensare alla ricerca dell’anima gemella come un processo algoritmico. Le persone non si innamorano perché i nostri processi analitici dicono loro di farlo.”

“No, infatti,” la interruppe Ross, uno dei responsabili marketing. “Le persone ci dicono cosa cercano in una relazione, e noi li aiutiamo a trovarlo. Il controllo è nelle loro mani.”

“E questo è il problema che ho risolto,” rispose Veera e incrociò il suo sguardo, sperando di apparire perfettamente sicura di sé. Non lo era affatto. “In molte culture, i matrimoni si combinano. Credo che…”

“Matrimoni combinati?” la beffeggiò Ross. “Stai proponendo di scegliere personalmente il miglior match per i nostri clienti e di dirgli che devono sposarsi? Manderemo anche in giro un drone che spari a quelli che esitano?”

“Se lasciassimo a Veera la possibilità di spiegarsi, magari…” azzardò Edwin.

Lei gli lanciò uno sguardo di ringraziamento, poi ricominciò.

“Come stavo dicendo, i matrimoni combinati funzionano perché sono organizzati dalle persone che conoscono la sposa e lo sposo meglio di chiunque altro: i loro genitori e spesso le loro famiglie allargate. Conoscono quella persona a fondo e si impegnano a trovarle un compagno che la completi al meglio.”

“O che abbia più buoi da offrire,” ridacchiò Ross.

“Non offendere,” sbottò Padma. Veera non l’aveva mai sentita parlare con quel tono tagliente negli oltre due anni che avevano passato lavorando insieme.

I presenti attorno al tavolo assottigliarono gli occhi in direzione dell’uomo, che si dimenò sulla sedia, a disagio. Il modo in cui si schiarì la gola avrebbe potuto far credere a quelli seduti vicino a lui che avesse borbottato delle scuse.

Veera si voltò di nuovo verso lo schermo, decisa a non permettergli di interrompere ancora il suo discorso. “Archer è un tentativo di lasciare all’intelligenza artificiale il compito di risolvere il problema di cui fino ad ora siamo solo riusciti a scalfire la superficie.”

Proseguì con un’altra slide piena di esempi di relazioni analitiche, risultate dallo studio dei profili e degli abbinamenti. “Il nostro sistema fa bene il suo lavoro: prende in esame il profilo costruito dal cliente e lo abbina a ciò che il cliente stesso dice di volere. I nostri risultati sono i migliori nel settore. Ma il nostro successo è costruito sulla base di fondamenta traballanti, ovvero su due presupposti scorretti: primo, che un cliente conosca se stesso, e secondo, che conosca le caratteristiche della persona che lo farà più felice in assoluto.”

Si guardò intorno nella stanza; tutti i presenti avevano le sopracciglia sollevate nella sua direzione. “Sappiamo che gli utenti esagerano o minimizzano le proprie qualità nei loro profili: la nostra ricerca ce l’ha dimostrato con certezza. I profili sono, per lo più, lo specchio di chi vorrebbero essere. Sappiamo anche che ciò che gli utenti tendono a cercare in un potenziale compagno di vita sono quelle caratteristiche percepite come mancanti nel compagno precedente, e non necessariamente quelle che garantiranno loro la maggiore felicità in una relazione.”

“Quindi la gente mente su se stessa e su ciò che vuole?” intervenne una voce, di nuovo dal fondo della sala. Agli ingegneri informatici piaceva arrivare al nocciolo delle questioni.

“Non direi proprio ‘mentire’,” rispose Veera. “Direi piuttosto che si valutano con ottimismo, e setacciano le loro esperienze passate per identificare ciò che cercano negli altri. Ma il risultato, da una prospettiva sistemica, è esattamente lo stesso: non abbiamo mai avuto le informazioni di cui abbiamo davvero bisogno per trovare ai nostri clienti gli abbinamenti migliori. Fino ad Archer.”

Proseguì con la slide successiva. “Archer funziona diversamente. Risiede nei dispositivi collegati alla rete del cliente, e qui raccoglie informazioni su di loro non tanto basandosi su quello che dicono, ma su quello che fanno. Costruisce un database completo incentrato sulle loro attività sui social – qualsiasi social –, derivandone un profilo virtuale fondato sulle scoperte fatte. Dopodiché lo abbina ai profili virtuali degli altri clienti e trova i potenziali match sulla base di informazioni molto più realistiche di quelle che un qualsiasi altro servizio di comparazione abbia mai avuto.”

“In pratica, i clienti dovrebbero consentirgli l’accesso a tutti i loro account social,” riassunse una voce scettica e circospetta, che comunicava con chiarezza le riserve di chi aveva parlato.

“Sì. Non solo a Facebook e Twitter, ma a Snapchat e Tumblr e ai messaggi, alle videoconferenze, alla cronologia web in generale, tra le altre cose. Vedremmo i post a cui mettono mi piace, i meme che condividono e, soprattutto, le foto che non condividono. Usando le telecamere dei loro portatili, telefoni e tablet saremo in grado di fare analisi fedeli, per scoprire come reagiscono a ciò che vedono online: quali post sui social li fanno davvero LOLlare, se preferite.”

“Perché mai qualcuno dovrebbe darci accesso a tutta la propria identità online?” domandò Ross, che sembrava aver superato l’imbarazzo del suo precedente commento privo di tatto.

“Perché vogliono degli abbinamenti migliori. Si rivolgono al nostro sistema per trovare ciò che vogliono, e la nostra ricerca ci dice che tengono meno alla loro privacy, in un certo senso, di quanto tengono a trovare un potenziale compagno di vita. Quando si renderanno conto dell’accuratezza dei match che gli possiamo offrire usando Archer, ci daranno volentieri accesso a tutto. E dato che il nostro sistema non è mai stato hackerato, conteranno su di noi per la sicurezza delle loro informazioni.”

“Questo è un incubo per il nostro dipartimento,” commentò il capo della sicurezza dati dei clienti. Veera non ne fu sorpresa: aveva espresso la medesima opinione durante tutte le riunioni di cui era stata testimone. “Come puoi essere certa che i dati sensibili dei clienti non verranno esposti?”

“Applicheremo loro l’algoritmo di hash a mano a mano che li raccogliamo. Solo Archer conoscerà la chiave utilizzata per l’algoritmo di ciascuna informazione, e non ci sarà modo di riassociare i dati in memoria al profilo utente. Nessun essere umano sarà in grado di recuperare qualcosa che non sia del tutto anonimo.”

“Quindi Archer lavorerà sempre su informazioni criptate?” domandò lo zar della sicurezza dati. “È una soluzione pesante per i cicli del processore.”

“Lo sarebbe se le IA non fossero così efficienti,” rispose lei.

“Tendi la rete, peschi tutto il pescabile, fai gli abbinamenti,” ricapitolò uno degli ingegneri. “Come facciamo a fare gli abbinamenti se conosciamo solo le loro attività online?”

“È qui che entra in gioco il motore epistemologico,” spiegò lei. “Cerca schemi ricorrenti, li verifica con l’analisi del sentiment e altri strumenti, e impara che cosa è davvero importante per ciascun cliente.”

“Quindi in pratica abbina persone che fanno le stesse cose online?”

“No, non proprio. Non abbina solo attività e interessi, come facciamo adesso. Memorizza le reazioni delle persone a quello che vedono online, le differenze tra le loro interazioni personali e quelle professionali, e ne deriva un profilo piuttosto dettagliato per ciascun cliente. A questo punto, confronta questo profilo con quelli dei clienti del gruppo target e ricerca schemi paralleli, ma anche complementari. Dopodiché, misura il successo di ogni interazione tra le coppie abbinate e impara a fare match migliori per il futuro. Nel giro di sei mesi dal lancio, Archer avrà perfezionato il suo processo di analisi al punto di riuscire a individuare le migliori combinazioni molto più velocemente e con una probabilità di successo ben più alta di qualsiasi altro metodo mai provato.”

“Oppure spaventeremo i nostri utenti, perderemo tutti i loro dati, e sprecheremo una quantità innominabile di risorse informatiche per una tecnologia mai testata,” ribatté brutalmente Ross. “Potremmo trovarci di fronte alla nostra fine, signore e signori.” L’uomo tornò ad appoggiarsi allo schienale della sedia come se non avesse appena screditato tutta l’idea in un solo colpo.

“Stronzate.” Questa volta fu una voce nuova a sollevarsi: apparteneva ad Alexis, la direttrice delle Pubbliche Relazioni. Non aveva ancora parlato durante la riunione, e la sua voce risuonò nella stanza come il colpo di un cannone. “Veera sta chiaramente pensando ad altri livelli. Nessuno dei nostri competitor possiede niente di simile. Punta in alto, più veloce che puoi, e quando la tecnologia sarà pronta, la incarteremo in un programma che i nostri clienti non solo ameranno, ma per cui pagheranno di più.”

Veera aveva visto Alexis dettare legge in parecchie riunioni controverse con il suo breve giudizio personale, e sembrò funzionare anche quella volta. Le reazioni dei partecipanti variavano tra cenni entusiasti con il capo ad alzate di spalle incerte, ma non ci furono ulteriori obbiezioni. Ross, d’altro canto, se ne stava seduto con l’espressione altera di chi ha fatto indigestione, ma non offrì niente di più che un grugnito di riluttante resa.

Veera fece un gran sorriso. Non aveva sconfitto Ross, ma si era aggiudicata la partita.

Ora non le restava che dare alla luce Archer.

 

 

“SIGNORA SCHWARTZMANN, dovrebbe davvero smetterla di buttare la buccia del melone nel tritarifiuti. Non riesce a smaltirla.”

“Lo so, lo so,” rispose lei, sollevando le mani come per attribuire le responsabilità delle sue abitudini in cucina a una forza maggiore. “Sei proprio gentile a venire ad aiutare una vecchia signora.”

“Sto solo facendo il mio lavoro.” Drew sorrise, incapace di arrabbiarsi con la donna. “E poi è sempre divertente tirare a indovinare cosa è successo quando mi chiama.”

Ach,” grugnì lei, con gli occhi alzati verso il cielo. “È un edificio così vecchio. Non mi stupisce che le cose vanno sempre storte. Dovrebbero occuparsene meglio.”

“Il condominio ha cinque anni,” rispose lui, come faceva sempre. “Era nuovo di zecca quando lei si è trasferita. L’ho aiutata con gli scatoloni, ricorda?”

Ach,” ripeté la signora. “I vapori della pittura mi hanno quasi uccisa quella notte. Far entrare un po’ d’aria prima di lasciare a dormire qui una vecchia signora mi sembrava il minimo.”

“Viviamo in un mondo pieno di rischi,” offrì lui con solennità. La quantità di cose nuove di cui la donna era capace di lamentarsi non finiva mai di meravigliarlo. Per una signora che a malapena lasciava il proprio appartamento, non mancava mai di inventiva nell’elencare le ingiustizie che aveva subito per mano di ignoti ‘loro’.

La signora Schwartzmann annuì con serietà, chiaramente rincuorata dalla sua comprensione.

“Ecco, penso che così sia a posto,” disse, togliendo l’ultima buccia di melone mezza tagliuzzata dal tritarifiuti. Aprì l’acqua e premette l’interruttore. Il sistema cominciò a ronzare piano.

“Grazie, grazie,” canticchiò la donna. Lo afferrò per le guance e gliele baciò entrambe. Lo faceva tutte le volte, e tutte le volte lui si sentiva come suo nipote. “Adesso ci faccio un po’ di tè, e tu mi puoi raccontare di ieri sera. Siediti.”

La prospettiva di parlare con la signora Schwartzmann – una donna che aveva il triplo dei suoi anni – della catastrofe che era stato il suo appuntamento della sera precedente avrebbe fatto esitare la maggior parte degli uomini, ma Drew ci era piuttosto abituato ormai. Trovava la sua commiserazione, e spesso il suo consiglio, rincuorante.

“Suppongo che abbia sentito come si è concluso?” domandò, mentre lei appoggiava il bollitore sul fuoco.

La donna si sedette di fronte a lui al piccolo tavolo quadrato. “So solo che ti ha spaccato tutti i mobili,” rispose con fare vago, lisciando la lucente tovaglia di plastica con le mani nodose.

“Solo il tavolino da caffè,” la corresse, “ma sì, l’ha ridotto in legna per il camino.”

“Questa ragazza non mi pare molto simpatica,” commentò la donna con gravità.

“No, a quanto pare non lo è.”

Lei posò la mano sulla sua. “Sono sicura che ti era sembrata molto più simpatica quando l’hai conosciuta. Una ragazza così aspetta sempre di aver accalappiato l’uomo, e poi puff! Ecco il mostro.”

“Non saprei,” rispose lui sollevando le spalle. “Non l’avevo mai incontrata prima del nostro appuntamento.”

La signora Schwartzmann strinse le labbra, giudicandolo in silenzio, come se avesse ammesso di avere il vizio del gioco. Annuì. “Oh, capisco. Era una di quelle ragazze che hai conosciuto sul computer. Come fai a capire, se di lei sai solo quello che ha scritto, scritto, e ancora scritto. È così difficile scrivere cose false? Non è così difficile.”

Drew ridacchiò tristemente. “Se le avessi chiesto se era pazza e avesse detto di no, allora direi che mi ha mentito. Ma non gliel’ho chiesto. Secondo il sito di incontri, avremmo dovuto formare una bella coppia.”

Le sopracciglia della donna si congiunsero al centro, in una linea netta che prometteva risvolti funesti. “Quella macchina ti dice di andare a un appuntamento con una pazzoide… e tu? Tu ci vai.” Scosse la testa lentamente, ma il suo viso si addolcì come se provasse pietà per lui.

Drew si risparmiò ulteriori rimproveri sulle sue scelte di vita grazie al debole fischio, simile a quello di un treno, del bollitore. La signora Schwartzmann si alzò, aiutandosi con le braccia, e cominciò a trafficare con il tè.

“Non sembrava pazza, almeno all’inizio,” spiegò mestamente. “Ci piacevano molte delle stesse cose.”

“Cose come spaccare i mobili?” La donna lo chiese con tono leggero, senza voltarsi, mentre sistemava le tazze di tè sui piattini riposti sul bancone.

“Molto divertente. Ascoltiamo lo stesso genere musicale e abbiamo letto molti degli stessi libri, e le nostre opinioni politiche sono pressoché identiche. Ci piacciono quasi le stesse cose: avremmo dovuto essere perfettamente compatibili.”

La signora Schwartzmann appoggiò con delicatezza le tazze e i piattini sul tavolo. “Se le cose che ti piacciono ti rendono perfettamente compatibile con una pazzoide, allora forse ti piacciono le cose sbagliate.” Sollevò le spalle: era il suo modo per fargli capire quanta convinzione ci fosse dietro a quell’opinione. Si voltò di nuovo e prese il bollitore.

“Lei non capisce come funzionano gli appuntamenti online,” ribatté Drew, sentendosi ancora una volta in dovere di informare la signora Schwartzmann sul mondo moderno. “Tu racconti al computer di te, e lui cerca le persone con cui sei compatibile. È così che ci si incontra al giorno d’oggi.”

“Se è così che si incontrano tutti, dovrei investire nelle aziende che producono tavolini da caffè.” La donna posò l’enorme bollitore tra di loro e tornò a sedersi.

“Il tavolino è stato un incidente. Più o meno. Credo.”

“Alla faccia dell’incidente,” ribatté lei, versando l’acqua attraverso un antico colino d’argento. “Sei fortunato che nessuno si sia fatto male per colpa di questo incidente.”

Drew cominciò a sorseggiare il suo tè. Come la donna che l’aveva preparato, era amaro e forte, ma anche caldo e confortante. “Va bene,” si arrese, appoggiando la tazza sul piattino, “non è stato proprio un incidente. Non appena ha messo piede nel mio appartamento e l’ha visto, è impazzita. Ha cominciato a blaterare e a dire che i tavolini da caffè a poco prezzo sono il prodotto di fabbriche lager del Terzo Mondo, e poi ci è saltata sopra e ha cominciato a pestarlo. E, dato che sono un dottorando povero che non può permettersi mobili decenti, il tavolo si è rotto al terzo tentativo. A quel punto si è arrabbiata ancora di più, e nel giro di poco sono rimasti solo i legnetti.”

La signora Schwartzmann aveva gli occhi sgranati. Benché Drew avesse cercato invano una ragazza per l’intera durata dei cinque anni che avevano passato in affitto in quel condominio, sembrava ancora in grado di sorprenderla.

“Hai dovuto chiamare la polizia?” domandò lei a bassa voce.

Le sue guance avvamparono. “No, se n’è andata per conto suo.” Prese un lungo sorso di tè, nascondendosi dietro alla tazza. “Dopo un po’.”

Sentiva gli occhi della donna addosso, anche se si rifiutava di incontrare il suo sguardo.

“No.” La signora Schwartzmann scosse la testa. “Tu e lei non avrete…”

“Signora Schwartzmann, siedo di fronte a lei con la vergogna nel cuore. Sì, io e lei abbiamo.”

Le labbra della donna si strinsero e lui capì che l’anziana era passata al livello successivo di giudizio: assumeva quell’espressione solo quando lui faceva qualcosa di molto stupido durante un appuntamento. La vedeva spesso ultimamente.

“Questa mattina ho dovuto estrarre delle schegge da zone molto sensibili.” Sollevò di nuovo la sua tazza, come se la raffinatezza dell’oggetto potesse in qualche modo ripristinare la sua dignità. Sentiva che non stava funzionando.

La signora scosse la testa lentamente, poi consultò il fondo della propria tazza. La riempì, insieme alla sua, poi incrociò le braccia davanti a sé. “Un giorno il signor Schwartzmann volle fare il birichino sul tavolo della cucina.”

Drew allontanò per istinto i gomiti dal tavolo.

“No, non questo tavolo,” lo sgridò lei. “Pensi che servirei il tè sul tavolo dove…?” Le sue sopracciglia cespugliose danzarono verso l’alto per concludere la frase. “No, parliamo di tanto tempo fa, quando vivevamo nel vecchio Paese.”

La signora Schwartzmann era l’unica persona che Drew avesse mai conosciuto che usava termini come ‘il vecchio Paese’ senza ironia; non si era mai accertato a quale continente di preciso si riferisse, comunque. I dettagli delle sue storie erano sempre un po’ confusi.

“Mi disse di salire sul tavolo e che avrei ricevuto una grossa sorpresa. Gli dissi che non poteva essere la stessa sorpresa che mi aveva fatto durante la notte di nozze, perché quella non era stata molto grossa. Beh, cominciammo a urlarci contro ogni genere di cose e, in men che non si dica, una volta finito di lanciarci addosso le padelle, pensai: e che cavolo, tanto vale salire sul tavolo.”

Drew sorrise. “È stato come lui sperava che fosse?”

Lei fece spallucce. “Non lo so. A quel punto i nazisti sono venuti a prenderlo.”

Le storie della signora Schwartzmann erano ambigue come gli stufati che qualche volta condivideva con lui la domenica sera, nonché pieni di parti misteriose riciclate da portate precedenti. Talvolta suo marito veniva catturato dai nazisti, altre volte era un affascinante membro delle SS che l’aveva portata di nascosto fuori dal Paese. A volte non si era mai nemmeno sposata, restando devota all’amore perduto della sua giovinezza (che sarebbe stata Anna Frank). Drew aveva imparato a non sfidare mai la veridicità dei suoi racconti, né a prenderli sul serio. Se si ignorava la mancanza di verosimiglianza, sapevano essere piuttosto interessanti, e qualche volta anche educativi.

“Mi dispiace per la sua perdita,” diceva sempre quando una delle sue storie prendeva una svolta tragica.

Lei accettò le sue condoglianze stoicamente, come al solito: con un cenno solenne della testa e una mano alzata verso i capricci del destino.

“Adesso saresti disposto a incontrare la brava ragazza di cui ti ho parlato?” domandò, mescolando il suo tè con pigrizia.

“Non sarà ancora la ragazza che consegna il cibo a domicilio?”

“È tanto cara. Si ricorda sempre che non posso mangiare cose troppo salate. E ha dei bei fianchi robusti adatti al concepimento. Non ti accorgi neanche del suo strabismo.”

“Ha anche quarant’anni e nemmeno un dente naturale.”

“Ha superato le avversità. E tante risse da bar. Sembrano piacerti le donne dal carattere forte.”

Drew rise. “Penso che continuerò con gli incontri online. Almeno lì posso filtrarle per età e pulizia della fedina penale.”

Lei sollevò le spalle. “Dovresti prenderla in considerazione. Pensaci su stanotte, mentre guardi la televisione con le gambe appoggiate al tuo… oh, che sciocca… niente.” Fu incapace di trattenere un risolino all’immagine che lei stessa aveva evocato.

“Come farei senza di lei, signora Schwartzmann?”

 

 

“RIFERIMENTI ALLO sport durante le conversazioni.” Tap-tap-tap. “Zero. Riferimenti a precedenti di disturbi mentali in famiglia: di nuovo zero. Mmm.” I click del mouse e il rumore della tastiera attraversavano la cucina strenuamente pulita rapidi come spari. “Numero di volte che ha cercato di pagare il conto, altezza dei tacchi in centimetri, numero dei piercing visibili, e… fatto.”

Fox si appoggiò alla sedia e, pensieroso, sollevò la sua tazza di caffè per prenderne un lungo sorso; fece scorrere la pagina verso il basso per vedere il punteggio finale in fondo al foglio di calcolo. Il numero nell’ultima cella non era quello che si aspettava.

“Mmm.”

Una finestra intitolata Videochiamata da Chad apparve sullo schermo, coprendo la pagina. Cliccò su Accetta.

“Ehi, amico,” lo salutò con allegria Chad. Intravide una testiera di pelle imbottita dietro l’uomo. “Come sta Foxy stamattina? Cosa dicono i numeri?”

Fox sorrise verso la telecamera in cima allo schermo del portatile. “I numeri non sono quelli che speravo,” ammise, alzando le spalle con indifferenza. “Questa non mi dispiaceva, quindi sono un po’ sorpreso che abbia totalizzato solo un settantadue.”

“Ahia,” commentò Chad, facendo una smorfia di solidarietà. “Mi dispiace, amico. Le sue foto erano fantastiche. Tifavo per te.”

“I numeri non mentono, Chad,” rispose, facendo di nuovo spallucce.

“Quindi riceverà un’e-mail stamattina?”

Annuì. “Devo solo decidere quale.”

“Pensavo che a quelle tra i settanta e i settantacinque spettasse la mail che dice ‘sappiamo entrambi che non stava funzionando’.”

“Sì, di norma. Ma credevo davvero che avrebbe totalizzato più di settantacinque. È stato molto più piacevole conversare a cena con lei che con il mio appuntamento di domenica sera della settimana scorsa, e lei era sopra i settantacinque. Mi ha sorpreso anche il suo di punteggio.”

“Sei sicuro di aver calcolato tutto nel modo giusto?”

“Stai chiedendo a me se sono in grado di registrare dati? Nel foglio di calcolo che uso da cinque anni?”

Chad rise. “Forse è arrivato il momento di rivedere le formule.”

“Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, e non ho intenzione di abbassare adesso i miei standard.” Fox aprì la posta elettronica e selezionò il template per i punteggi ‘tra settanta e settantacinque’.

“Com’è la tua lista per il fine settimana?” domandò l’amico.

“Oggi ho un brunch, stasera una cena, e domenica un’escursione.”

“Altre tre possibilità di trovare Quella Giusta,” commentò Chad con allegria. “È la fuori, e la troverai.”

“Grazie, amico. E tira su quelle coperte: non ho bisogno di vederti i capezzoli di prima mattina.”

“Mi piacciono i suoi capezzoli,” urlò la voce di una donna da qualche parte fuori dal riquadro. “Li trovo sexy.”

“Conveniamo di dissentire, Mia,” rispose lui, urlando verso il portatile.

“Mi stai dicendo che non pensi che i miei capezzoli siano sexy, Fox?” Chad strizzò l’occhio e fece ballare i pettorali muscolosi come uno spogliarellista.

“Meno male che non ho ancora fatto colazione,” borbottò, e abbassò lo schermo del portatile.