Prologo

 

 

MI SPOSERÒ il mese prossimo. È una follia. Non perché non sono tipo da matrimonio. Lo sono. Sì, sicuramente. Amo tutto ciò che è romantico. Canzoni, film, romanzi. Se c’è un lieto fine, io ci sto. Come altri inguaribili romantici, sono anche un irrimediabile ottimista. Ho pensato che l’uomo giusto fosse lì, da qualche parte. Riuscivo quasi a immaginare come fosse… alto, moro, bello. Non sono per forza superficiale, quindi certamente mi sarei intrattenuto con qualcuno biondo e sgraziato ma, essendo alto quasi un metro e novanta, speravo davvero di trovare un uomo alto. Alla fine ho avuto quello che desideravo, in abbondanza. Beh, in un certo senso…

Potrei anche aver pensato che un giorno mi sarei sposato, ma Peter no. Mai. Né con una donna, né con un uomo… semplicemente, non era quel tipo di uomo. Peter è il mio ragazzo, il mio fidanzato, il mio partner, il mio amante… presto sarà mio marito. Stiamo insieme da cinque anni. E sì, siamo gay. Dichiarati, orgogliosi e felici di esserlo. Peter però potrebbe esserlo meno di me. Non fraintendetemi. Lui è un uomo gay dichiarato ben inserito nella società. Tuttavia, le somiglianze terminano qui.

Beh, oltre al fatto di essere entrambi alti. Lui è alto un metro e novanta. Dopo di che, questo è uno di quei casi in cui gli opposti si attraggono. Quello però che tutti dimenticano riguardo all’innamorarsi del proprio opposto è che potresti finire per odiarlo altrettanto facilmente. Per me è stato così. Nessuno sulla faccia della terra potrebbe negare che Peter Morgan sia davvero sexy, di certo non io. Tuttavia, dopo aver cominciato a interagire con lui, l’infatuazione è scemata e mi sono chiesto perché quelli più attraenti o sono etero, o sono già stati ‘presi’, o sono dei veri stronzi.

Ovviamente dietro c’è una storia, o non sarei sul punto di impegnarmi a vita. Mi sento costretto a raccontarla perché ho imparato tantissimo negli ultimi anni da quest’uomo e dal nostro rapporto. Una lezione importante e antichissima: non giudicare mai il libro dalla copertina.

 

 

 

Capitolo 1

 

 

Cinque anni prima

Washington, DC

 

ARRIVAI IN ufficio che mi sembrava fosse l’alba. In realtà, penso lo fosse davvero. Fuori era ancora buio quando oltrepassai le grandi porte a vetri all’ingresso del moderno edificio basso, dove Jackson e Burnell si erano appropriati degli ultimi due piani. Non avevo bevuto ancora la mia prima tazza di caffè della giornata, quindi ero ancora mezzo addormentato. Ricordo vagamente che speravo di aver controllato il colore dei calzini prima di indossarli, quella mattina. Le sei e mezzo era un orario assurdo per me. Di solito non arrivavo in ufficio prima delle otto, e mi piaceva così. Mi piaceva ascoltare per strada e sui marciapiedi l’allegro brusio delle persone che si dirigevano ai loro posti di lavoro. Anche quando le condizioni erano tutt’altro che comode, mi piaceva l’attività frenetica. Dovevi vedertela un po’ con il meteo, ma non era un gran problema. Sempre meglio di strade deserte e ingressi bui.

Rabbrividii avvolto nel lungo cappotto di lana blu scuro, chiudendo gli occhi per un istante in attesa dell’ascensore. Ero così stanco. Probabilmente non sarei dovuto andare a ballare con Aaron la sera prima. Era stato divertente, ma quattro ore di sonno non sarebbero bastate per la giornata che dovevo affrontare. Quel giorno stavo per iniziare un nuovo progetto. Ero elettrizzato che avessero richiesto me, e quello era il motivo per cui avevo finito per stare fuori tutta la notte a festeggiare con il mio migliore amico. Caffè, ripensai. Era ciò che mi serviva.

Percorsi il corridoio buio verso il mio piccolo ufficio prima di precipitarmi alla macchinetta del caffè. Controllai i messaggi sul cellulare mentre attendevo paziente che l’apparecchio di ultima generazione producesse la mia ancora di salvezza quotidiana. Potrebbe sembrare esagerato, ma riuscii a sentire l’onda della stanchezza prendere possesso del mio corpo mentre mi appoggiavo al bancone di granito della cucina dell’ufficio. Ero quasi certo che avrei potuto addormentarmi in piedi. Mi voltai nel sentire un rumore alle mie spalle.

“Ti ho portato questo. Avevo la sensazione che tu potessi essere un po’ lento stamattina.”

Rebecca mi porse un grosso caffè da asporto, proveniente dal nostro negozio preferito all’angolo.

“Erano chiusi quando sono venuto qui. Come te lo sei procurato?” Il mio tono era rispettoso come se lei avesse compiuto la più grande impresa di sempre.

“Piccolo Jay, so che non hai nemmeno pensato di vedere se erano aperti. Sei troppo abituato a essere viziato da me. Non avrei mai dovuto iniziare a portarti il caffè. Probabilmente sai a malapena come usare la macchinetta a casa tua! Di sicuro non sai usare questa. Tesoro, devi accenderla!”

Guardai perplesso la macchinetta e mi resi conto che aveva ragione. Non l’avevo accesa, quella maledetta. Bene. Feci un grosso sorriso a Rebecca e mi chinai per darle un bacio sulla guancia.

“Grazie, tesoro. Non sopravvivrei senza di te.” Sbattei le ciglia prima di tornare nel mio ufficio.

Rebecca mi seguì, sedendosi su una delle due sedie moderne in pelle nera di fronte alla mia scrivania. Era una delle nostre segretarie. Lavorava da Jackson e Burnell da dieci anni. Era felicemente sposata a un appaltatore e viveva con il marito paffutello, i loro tre bambini e due cani nella periferia ai confini del Maryland. Penso che mi avesse menzionato anche gatti e uccelli, ma a quel punto avevo già smesso di ascoltarla. Quando ero stato assunto tre anni prima, appena uscito dalla scuola di specializzazione, Rebecca era stata una delle prime persone che avevo conosciuto. Ironicamente, era proprio in cucina a cercare di prepararmi una tazza di caffè. Alzai gli occhi al cielo nel ricordarlo. Aveva ragione: ero senza speranza.

“Quindi devo dedurre che hai festeggiato un bel po’ ieri sera, giusto? Racconta tutto a Mammina.”

Risi. Lei era una di quelle donne etero divertenti e sposate che amavano gli uomini gay. Amava ascoltare i racconti delle mie grandi imprese gay, anche se sapeva che la maggior parte erano stupidaggini. La intrattenevo. Qualunque fosse il motivo, era diventata un’alleata e un’amica. Nello spietato ambiente lavorativo di un lobbista della capitale, impari in fretta di chi ti puoi fidare o meno. Ero fortunato ad averla dalla mia parte.

Passai qualche minuto ad abbellire il mio racconto della dissolutezza della sera precedente. La verità era che Aaron, il mio migliore amico, aveva insistito per uscire a festeggiare. Dopo un drink o tre, mi aveva proposto di andare a ballare in un locale vicino. Non avevo avuto bisogno di molta persuasione, in tutta onestà, ma le cose a volte per me andavano così. Era difficile mettere un freno al divertimento quando ero in un periodo fortunato. Aaron lo capiva, ma non tutti gli altri. Rebecca rise e scosse la testa.

“Dovresti stare più attento. Quanti anni hai, adesso? Ventotto?”

“Beh, non eravamo amici? Ho ventisette anni! Sì, già… per quanto possa essere interessante l’argomento, basta parlare di me. Sappiamo chi è il capo progetto? Quanto è grande il team? Che cosa sai, Colei-che-tutto-vede?”

Rebecca ridacchiò come una scolaretta e cambiò posizione sulla sedia. Tirò fuori un paio di occhiali da lettura, il suo taccuino e la penna. All’improvviso era il modello della segretaria diligente che lavora per uno studio di spicco di Washington. Entrai senza sforzo anch’io in modalità lavoro e iniziai a prendere appunti. Il nostro nuovo cliente era una società che si occupava di energia solare ed efficienza energetica che richiedeva la nostra assistenza con il Dipartimento dell’Energia. Di cosa si trattasse esattamente e chi sarebbe stato incaricato per discutere tutti i punti del programma sarebbe stato oggetto di discussione nella riunione mattutina con il capo del progetto.

“Non so con certezza chi sia il capo, ma ho il sospetto che ne sarai felice.” Rebecca mi scrutò da sopra le lenti dei suoi occhiali da lettura, gli occhi che scintillavano divertiti.

“Oh? Dimmi! La caffeina sta facendo effetto, ma il mio corpo si sta ancora chiedendo perché diavolo sono qui alle cazzo di sette di mattina.”

“Modera il linguaggio!” mi rimproverò. Rebecca non disdegnava le parolacce in sé, ma odiava davvero la parola cazzo. Un vero peccato. Era una di quelle che preferivo.

“Scusi, signora.” Sfoderai il mio fascino del sud e fui perdonato, seppur con riluttanza.

“Ho la sensazione che sia Peter Morgan. Sai, quello davvero bello…”

“Oh cielo! Come farò a concentrarmi? Sai che non abbiamo mai lavorato insieme? Questo sì che è eccitante! Un altro motivo per festeggiare! Ho una cotta per lui da due anni.”

“Tesoro, ce l’ha tutto l’ufficio. Non eccitarti troppo, però. Penso che giochi per l’altra squadra.”

“Oh. È davvero un peccato… Non dovresti ammonirmi circa le cotte sul posto di lavoro? Dopotutto, è decisamente una cosa non professionale.”

“Beh, sì. Ma chi può biasimarti? Quell’uomo è bellissimo!”

Ridacchiammo, ma tornammo velocemente al lavoro. Mi servivano quante più informazioni possibili per prepararmi alla riunione delle sette e mezzo.

 

 

LA FONTE di Rebecca era attendibile. Entrai nella sala riunioni dalle pareti in vetro cinque minuti prima dell’orario fissato per scoprire che la sedia del capo era occupata proprio da lui, Peter Morgan. Era al cellulare, ma alzò la testa in segno di saluto quando entrai. Mi accomodai a tre sedie di distanza per rispetto della sua telefonata e colsi l’opportunità per studiare il mio nuovo supervisore.

Divinamente bello. Non era per nulla esagerato dire che Peter Morgan fosse un uomo benedetto dal punto di vista dell’aspetto fisico. Era più alto di me, il che lo rendeva subito interessante, perché con il mio metro e ottantasette ero quasi sempre uno degli uomini più alti della stanza. I suoi capelli scuri e i suoi bellissimi tratti classici mi ricordavano una star del cinema italiano o un modello di GQ. Aveva i capelli corti e ben pettinati con onde naturali. I suoi zigomi alti completavano la mascella squadrata alla perfezione. Per farla breve, era un sogno. Sospirai e mi rimproverai in silenzio. Quell’uomo delizioso era il mio capo, non una potenziale conquista. Era completamente off-limits. Una storia d’amore in ufficio non era possibile. Essere un membro del team del progetto era importante per la mia carriera. Dovevo mostrare il mio lato professionale e di gran lavoratore, non essere colto a sbavare sul mio capo-progetto etero.

Altre persone si accomodarono. La sala riunioni si riempì di un basso chiacchiericcio fino a che Peter non chiuse la telefonata ed ebbe immediatamente l’attenzione di tutti i presenti. Eravamo solo in otto attorno a quel grande tavolo di vetro, il che era un po’ strano dato che la maggior parte delle aziende con cui trattavamo erano grandi e richiedevano risorse e parecchio personale da parte nostra. Peter si rivolse al gruppo e spiegò che quello era un progetto piccolo ma estremamente importante. Ognuno di noi era stato scelto specificamente per il proprio bagaglio di competenze e lui si disse sicuro che saremmo stati più che capaci di completare il nostro obiettivo entro uno specifico arco di tempo. Essenzialmente stavano chiedendo a otto persone di svolgere il lavoro che di solito sedici persone sbrigavano in due mesi. In parole povere: metà del tempo normalmente assegnato a qualsiasi progetto.

Nessuno si lamentò apertamente, ma di certo ognuno di noi avrà commentato nella propria mente: “Ma mi state prendendo in giro?” Tuttavia, neanch’io aprii bocca. Presi molti appunti e ringraziai la mia buona stella quando vidi che ero stato accoppiato a Melanie Martin per la mia parte del lavoro. Mel era molto intelligente e una gran lavoratrice; era dotata di un malizioso senso dell’umorismo, il che era più di quanto potessi dire di alcuni degli altri colleghi riuniti a quel tavolo. Tutti erano seri e determinati a fare una buona impressione. Anch’io ero pronto e volevo lavorare sodo, ma non riesco mai a capire perché le persone tendano a perdere la capacità di ridere al lavoro. Secondo me, è quando ce n’è più bisogno.

Mi resi conto presto che quel presunto progetto elitario avrebbe occupato praticamente ogni minuto di ogni mio giorno, inclusi i fine settimana, per i successivi due mesi. Dovevo trovare qualche barlume di umorismo per affrontare il programma estenuante delle settimane a venire. In quel momento non mi venne in mente nulla. Una nota positiva era che almeno mi sarei regolarmente deliziato gli occhi, grazie al nostro bel leader. Cazzo, Rebecca aveva ragione… era bello.

Lo guardai attentamente mentre si alzava e portava la nostra attenzione alla presentazione in PowerPoint alle sue spalle. La giacca del suo costoso completo color carbone gliele fasciava l in tutti i punti giusti. Mi chiesi se avesse fatto sport alle superiori o al college. Forse aveva giocato a football. Di certo aveva la corporatura adatta. Riuscivo a immaginarlo in quei pantaloni attillati e…

“Signor Reynolds?”

Oh, merda. Alzai lo sguardo per vedere Peter che mi lanciava un’occhiata curiosa ma in qualche modo pericolosa. Mi aveva ovviamente colto a fissarlo e si chiedeva quale cavolo fosse il mio problema. Mi concentrai velocemente e feci un cenno, che speravo fosse professionale, prima di chiedergli di ripetere la domanda. Vidi Mel nascondere un sorrisino, ma continuai a posare gli occhi sulla lavagna bianca e non sul sedere del signor Morgan. Fu più difficile di quanto avessi immaginato.

 

 

QUEL POMERIGGIO, sulla mia scrivania vibrò il cellulare. Ero stato tutto il giorno impegnato in riunioni, o con tutto il team o con Mel. Il giorno seguente, ogni gruppo si sarebbe incontrato con il signor Morgan per ragguagliarlo sui nostri piani iniziali per il progetto. Io e Mel ci eravamo divisi i compiti e ci saremmo incontrati la mattina per elaborare un progetto lavorativo prima di presentare le nostre idee al capo. La mia notte era stata lunga e volevo solo andare a casa e rannicchiarmi sul divano a guardare le repliche di Will e Grace. Controllai la segreteria e sorrisi. Aaron mi tirava sempre su.

“Giovane Jay, raccontami tutto della tua giornata. Il tuo nuovo progetto vale il dopo sbornia che dovresti avere? Sto soffrendo! Dimmi che non sono il solo.”

“Puoi star certo che non sei solo.” Abbassai la voce, sebbene fossi nel mio ufficio con la porta chiusa. “Tuttavia non sono sicuro che il progetto valga tanto.”

“Oh, tesoro. Vuoi che ti prepari la cena? Puoi raccontarmi tutto al riguardo.”

“Vorrei, però starò qui per un bel po’.” Aggiornai Aaron e, non per la prima volta, mi ritrovai a desiderare che fossimo attratti l’uno dall’altro.

Aaron era bello, intelligente, divertente, sexy da morire, ma non c’era alcuna scintilla tra noi. Eravamo troppo simili. Fisicamente non ci assomigliavamo per niente. Aaron non era molto alto, appena oltre il metro e settanta. Era portoricano e aveva una bellissima pelle olivastra, capelli scuri e caldi occhi color nocciola.

Per contro, i miei antenati erano arrivati qui sulla Mayflower. Non scherzo. Mio padre amava parlare di genealogia e annoiava felicemente chiunque fingesse di essere interessato almeno un po’ alle difficili condizioni di vita dei nostri avi, risalenti al 1620. Come chiunque altro nella mia famiglia – i miei tre fratelli maggiori, mia sorella minore e i miei genitori – ero più alto della media, con capelli biondo scuro e occhi azzurri. Sapevo di essere considerato di bell’aspetto, ma ho sempre considerato la mia la bellezza tipica del ragazzo della porta accanto, non come quella di Aaron.

Sebbene fossimo diversi come il giorno e la notte dal punto di vista fisico, amavamo le stesse cose. La musica techno-pop, le commedie romantiche, lo shopping, il ballo… eravamo perfetti insieme. Tranne che lui era solo il mio migliore amico. Per quanto fosse carino, non desideravo fare sesso con lui. Al nostro primo incontro ci eravamo baciati, finendo entrambi a ridere a crepapelle. Era stato allora che avevo capito di aver incontrato qualcuno di speciale. Se non sai ridere, piangi. È abbastanza facile trovare qualcuno con cui passare la notte, ma qualcuno di cui ti fidi, che ammiri e con cui vuoi andare a fare la spesa… non è così semplice da trovare.

Aaron ascoltò e fece tutti i commenti giusti sul ‘povero piccolo Jay’. Mi sentii un po’ meglio dopo aver riagganciato, ma avrei potuto piangere quando guardai il computer. Avevo così tante cose da fare e non sapevo da dove cominciare. Mi passai le mani sul viso, fissando fuori dalla mia finestra per un attimo senza vedere nulla, poi scossi la testa. Non avrei visto i miei amici o la mia famiglia per il resto di febbraio, marzo e di metà aprile. I miei giorni e le mie notti sarebbero stati pieni di fogli di calcolo e riunioni noiose. Niente feste. Niente divertimento. Bene. Sarei sopravvissuto. Almeno lo speravo.

 

 

DUE SETTIMANE dopo, stavo iniziando a perdere la testa. Ero una persona affabile. Mi piaceva incontrare nuova gente ed ero sempre stato bravo con le chiacchiere. Un lobbista era in un certo senso un venditore. Dovevi possedere delle buone capacità sociali, così come l’intelligenza, se speravi di influenzare le decisioni per conto di un importante impero multimiliardario. Ma rammentai che Peter Morgan era l’unico volto di quel progetto e, sebbene il mio ruolo fosse importante, non avrei trascorso molto tempo a chiacchierare amichevolmente con le persone da incontrare. Forse mi sarebbe toccata qualche spedizione al Dipartimento dell’Energia, ma quello non sarebbe stato molto eccitante.

Almeno Mel era una buona collega. Non era accomodante ma nemmeno piena di sé. Mi stava diventando chiaro come tutti fossero alla spasmodica ricerca di fare una buona impressione. Volevamo tutti fare bene, certo, non c’era dubbio che Peter Morgan aveva quelle qualità di leader che ti spingevano a cercare di fare sempre qualcosa di più. Emanava un’aria di pericolo che diceva chiaramente a chiunque prestasse attenzione che non sopportava gli stupidi. Così ci eravamo impegnati a testa bassa, determinati a fare del nostro meglio e di più. Io arrivavo in ufficio ogni giorno prima dell’alba e tornavo nella mia casa vuota molto dopo che si era fatto buio.

 

 

“DOVREBBE ESSERE qui da un momento all’altro. Sei pronto?”

Mel si passò le dita lunghe e magre tra i corti capelli neri. Aveva un caschetto alla moda che ben si adattava ai suoi tratti piccoli e spigolosi. Notai che si era vestita con cura quella mattina: indossava una lunga gonna di lana nera attillata e una camicia bianca con il colletto abbottonato. Il collo a smerlo e la collana oversize di perline bianche aiutavano a non farla sembrare una cameriera. Avevo visto le suole rosse delle sue scarpe dai i tacchi alti e feci una battuta sull’inaugurazione delle sue Louboutin per l’incontro con il capo sexy. Mel arrossì davvero.

“Tu hai una cotta!” la accusai rivolgendole uno sguardo inquisitore canzonatorio.

“Oh, stai zitto! Ce l’hai anche tu! Quelli sono di Prada?” chiese, indicando i miei mocassini italiani.

“Certo. Io però li indosso tutti i giorni.”

“Sì, giusto. Hai più scarpe di me, Jay Reynolds. Non provare a negarlo nemmeno per un istante!”

Stavo per dirle che probabilmente era vero, quando un suono sordo accanto alla porta della piccola sala riunioni ci avvertì che avevamo compagnia. E sembrava che ci avesse sentito. Grandioso. Una piccolissima contrazione del viso, che non riuscii a decifrare, fu l’unica indicazione del fatto che Peter fosse al corrente del grande dibattito sulle scarpe. Bastò per farmi sentire a disagio. Sapevano di me al lavoro ma non ero dichiarato, se questo aveva senso. Se sto con amici e famigliari, la mia voce tende a rispecchiare la mia provenienza del sud e, sì, il mio orientamento. Parlare di scarpe con una collega donna non era di sicuro qualcosa che i miei colleghi maschi etero fossero inclini a fare ma, ogni tanto, non riuscivo a contenermi. Io e Mel passavamo molto tempo insieme. Lei sapeva che ero gay e di certo non le importava, ma Peter Morgan… lui era un’altra storia. Non riuscivo a decifrarlo. La cosa era molto frustrante. Da quel poco che riuscivo a capire si occupava di affari tutto il tempo. Ci fece un breve cenno di assenso mentre si accomodava sulla sedia a capotavola e parlò immediatamente di lavoro.

Facemmo le nostre presentazioni, ognuno riportando separatamente le proprie analisi sulle quali avevamo discusso prima che Peter entrasse nella stanza. Mentre Mel parlava, lanciai sguardi furtivi al nostro capo squadra. Era così bello che mi trovai ad avere gli occhi a cuore prima di essere in grado di ritrovare la concentrazione e valutare se stesse approvando o meno il contenuto del nostro resoconto. L’espressione era granitica. Un viso fantastico, ma nessun movimento degli occhi, nessuna contrazione delle labbra … nessun segnale del corpo che potessi interpretare.

Quando Mel terminò, iniziai la mia parte. Tendo a essere un oratore vivace. Di solito gesticolo mentre parlo ma, dopo aver urtato la lavagna di presentazione e aver fatto cadere una tazza di caffè sul tavolo della sala riunioni il primo giorno di lavoro da Jackson e Burnell, mi ero allenato per essere meno esuberante in ufficio. Tuttavia la mia voce si alzava quando le mie mani volevano muoversi. Avevo sempre pensato che usare bene la voce avrebbe reso meno noiose le riunioni e spesso ero in grado di catturare l’attenzione del mio pubblico con una dose di leggerezza.

Non questa volta. Peter sedeva a braccia conserte e fissava lo schermo dietro di me, senza guardarmi nemmeno una volta. Quando tornai a sedere e la riunione giunse finalmente al termine, io e Mel ci scambiammo uno sguardo veloce. Sono sicuro che lei fosse perplessa quanto me. Dov’era il feedback? Di solito si intratteneva un dialogo con il capo progetto, ma non sembrava questo il caso. Lui si limitò a un breve cenno d’assenso e si alzò per andarsene. Quando il suo cellulare squillò, prese la chiamata, spostandosi verso la finestra a tutta parete della piccola sala riunioni. Alzai gli occhi al cielo e Mel ridacchiò piano. Stavamo per uscire, quando la voce baritonale e profonda di Peter ci chiamò.

“Grazie. Mi piace la direzione che state prendendo. Melanie, bel lavoro. Jay, posso parlarti un attimo?”

“Certo.” All’improvviso il mio cuore iniziò a battere all’impazzata.

Perché voleva parlarmi da solo? Non aveva senso. Mi voltai verso Mel e sgranai comicamente gli occhi, porgendole in silenzio la chiara domanda: Che cazzo succede? Lei richiuse piano la porta mentre mi voltavo verso Peter. Cercai di rilassare la tensione sul viso, sperando di essere inespressivo quanto lui. “Buon resoconto, Jay. Vorrei però fare un’osservazione riguardo al linguaggio usato al paragrafo cinque, pagina due. Piuttosto che dire che faremo…”

C’era una parte di me che si chiedeva se sembrassi incredulo la metà di quanto lo fossi in realtà. Mi stava rimproverando sulla posizione di un cazzo di avverbio? Mi complimentavo con me stesso per il mio gioco di squadra, mentre annuivo e acconsentivo ai suoi suggerimenti, quando in realtà tutto quello che volevo fare era colpirlo con il quaderno. Che presuntuoso!

“Grazie, Jay. Ci rivedremo con Melanie la prossima settimana.”

Peter si sedette di nuovo al tavolo della sala riunioni e rivolse la sua completa attenzione al portatile. Ero stato congedato. Mi morsi il labbro per impedirmi di dire qualcosa che avrei rimpianto e uscii dalla stanza, chiudendo la porta.

“Cosa voleva?” Mel mi stava aspettando fuori dal mio ufficio. Sembrava preoccupata, il che mi fece arrabbiare un po’ di più. Quello stronzo non si era reso conto che prendermi da parte in quel modo poteva causare tensione tra me e Mel? Nessuno voleva essere abbinato a qualcuno che avrebbe potuto minacciare il suo posto e mi seccava dover assicurare la mia partner che Peter aveva voluto parlare soltanto di un piccolo errore grammaticale.

Mi sedetti sulla sedia e la ragguagliai.

“Sul serio? È strano.”

“Concordo.”

“Mm. Hai fatto qualcosa per farlo arrabbiare?” Mel si mordicchiò il lato del pollice.

“Mel, l’ho visto tanto quanto te. Non lo conosco per niente e sono stato con lui una manciata di volte in totale e solo in relazione a questo progetto. Neanche io lo capisco. Ma senti… può anche essere bello da impazzire, ma in questo momento lo trovo meno attraente di quando siamo entrati la prima volta in quella stanza!”

Mel mi fece un sorrisino sghembo per tutta risposta. Forse anche lei la pensava allo stesso modo.