Prologo

 

 

IL SUDORE imperlava il corpo di King Slater mentre sbatteva il sedere sodo dell’uomo steso sul cofano di una Jaguar nera. Lo sconosciuto mugolava sonoramente. Aveva gli occhi chiusi, la testa rovesciata all’indietro e le braccia stese sull’auto come se lo avessero crocifisso. Udendo quei versi, King sorrise dentro di sé. Quel poveretto sembrava più un animale ferito che un uomo che si godeva una scopata eccezionale.

Sospirò. Faceva quel lavoro da molto tempo e a quel punto di una scena di solito cominciava a perdere interesse. Quella ripresa non faceva eccezione, ma essendo un professionista sapeva che doveva recitare la sua parte per le telecamere. Appoggiò le ginocchia al paraurti, in modo da sostenersi meglio, e fece per parlare, ma si bloccò. Qual era il nome del coprotagonista? Jim? Jared? E che cazzo, King! Rifletti! Era sul punto di usare qualche termine generico, quando finalmente il nome gli tornò in mente. Josh? Sì, Josh!

Con voce profonda, sensuale e vellutata, King disse: “Così. Prendilo, Josh. Prendi il mio grosso cazzo, prendilo più in fondo che puoi.”

“Sì,” gemette Josh. “Dammelo tutto.”

King gli afferrò le caviglie e gli allargò le gambe, in modo da dare alla telecamera una buona visuale del suo sesso mentre lo penetrava. Che sembrasse o meno che lo stessero crocifiggendo, doveva ammettere che il suo coprotagonista lo stava prendendo alla grande.

Nel tentativo di scacciare la noia e non pensare al sole che gli bruciava la schiena, King si concentrò sul pomo d’Adamo di Josh, che andava su e giù ogni volta che deglutiva. Quando quello non fu più sufficiente, cominciò a contare le gocce di sudore che dal proprio naso scivolavano sul torso dell’altro. Ancora pochi minuti ed è finita, King. Ancora pochi minuti.

Conosceva bene quella routine, avendola ripetuta centinaia di volte, e non c’era assolutamente nulla di romantico o sincero. Il segreto del suo successo era far credere al pubblico che invece fosse reale e che lui fosse completamente perso nell’azione. In realtà si trattava solo di una scopata con uno sconosciuto sul cofano di una macchina, ma ricordava le lezioni di recitazione dalla scuola superiore e dal college e sapeva come muoversi (come atteggiare la voce, le espressioni del viso e soprattutto usare il linguaggio del corpo). Proprio al momento giusto richiamò l’orgasmo, quasi stesse chiamando un vecchio amico: rovesciò la testa all’indietro e finse di essere in estasi.

Sebbene fossero all’ombra di un cactus di tre metri e mezzo, il calore del pomeriggio era soffocante. Entrambi ormai ansimavano pesantemente. Mentre lui continuava a spingersi in lui, Josh si pompava il sesso con decisione e, quando finalmente venne, lo fece con un gemito ancora più forte.

Se questo ragazzo vuole avere successo nel porno dovrà lavorare sui suoi versi.

King uscì da lui, si tolse il preservativo, si massaggiò l’erezione un paio di volte e lasciò che il suo sperma si mischiasse con quello di Josh. Alla fine, come da copione, crollò sull’altro uomo e lo baciò con passione per la telecamera.

“Stop! Ottimo lavoro, signori.”

King interruppe il bacio, si raddrizzò e si stirò i muscoli della schiena, ancora scosso dall’orgasmo. Si sentiva il perfetto candidato per la disidratazione o per un infarto, o entrambi.

“I tuoi orgasmi sono tutti così intensi?” chiese Josh guardandolo quasi con venerazione.

“Più o meno,” rispose King, tremando ancora un po’.

“Insomma, l’ho notato nei tuoi video su internet,” continuò Josh con enfasi, “ma vederlo così da vicino… Vorrei che anche i miei durassero così tanto.”

Lui sorrise, si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano e si guardò intorno. “Di chi è stata l’idea di girare alle due del pomeriggio nel bel mezzo del deserto del Nevada?” chiese in tono scherzoso, ancora ansimando.

“Scusa,” disse il regista. “Era l’unico momento in cui tutti i membri della troupe erano disponibili.”

Un assistente porse a lui e al coprotagonista due bottiglie d’acqua e degli asciugamani umidi. Entrambi scolarono il contenuto delle bottiglie e si pulirono il viso, il collo e l’addome.

King lanciò quindi l’asciugamano all’assistente e offrì la mano all’uomo che lui era stato invitato a scopare come guest star per i Falcon Studios.

Josh accettò la mano e lui lo aiutò a sedersi e a scendere dall’auto. Il sedere del ragazzo stridette sul cofano bollente della macchina. “Ahia!” esclamò quando toccò con i piedi la sabbia infuocata. “Brucia.”

King aprì le braccia. “Vieni, ti aiuto.”

“Grazie. Perlomeno tu hai gli stivali.”

Si guardò i piedi. “Già, che fortuna.” Con il suo metro e novanta di altezza, prese l’altro agevolmente in braccio e lo portò fino alla roulotte della produzione, dove c’erano ad attenderli i loro vestiti. “Meglio?”

“Molto,” rispose Josh. “Grazie di nuovo.”

King sorrise. “A proposito, hai fatto davvero un ottimo lavoro là fuori.”

L’altro lo guardò di nuovo con occhi pieni di venerazione. “Grazie. Per me è stato un onore lavorare con una leggenda come te.”

Lui s’incupì. “Ehi! ‘Leggenda’ mi fa sentire vecchio, e morto.”

“Be’, per me sei un mito. E fidati, non sei né vecchio, né morto. Come hai fatto a durare così a lungo? Pensavo che non saresti mai venuto.”

King sorrise. “Segreti del mestiere, amico mio.” Non gli disse che erano stati la noia e la mancanza di interesse a impedirgli di venire prima. Lo scoprirà da solo molto presto. “Quante scene simili hai già girato?”

“Contando anche questa?”

Annuì.

“Due.”

“Due?” ripeté King guardando il regista.

“Ehi!” esclamò l’uomo. “Aveva la valutazione più alta tra i principianti, per cui dagli un po’ di fiducia. Si deve pur iniziare in qualche modo.”

King scosse la testa. Il ragazzo era attraente e aveva un bel fisico, ma era difficile lasciarsi trasportare dal sesso quando il regista dirigeva tutti i tuoi movimenti. Tuttavia, veniva pagato bene e aveva anche un rimborso spese, quindi se volevano che scopasse un ventenne sexy, lo avrebbe fatto senza lamentarsi.

Josh indossò i pantaloncini e fece una smorfia. “Cavolo, temo che non riuscirò a camminare bene almeno per una settimana.”

“Spero ne sia valsa la pena,” commentò King.

“Certo. Assolutamente. Anzi, semmai dovessi tornare in città e ti andasse di… divertirti, chiamami.”

King sapeva che le probabilità che una cosa del genere accadesse erano pari a zero, ma rispose comunque in maniera educata: “Lo farò.” Indossò i boxer e stava per prendere i jeans quando sentì suonare il cellulare. Prese il telefono con il numero privato dalla tasca dei pantaloni, lo guardò e poi lo rimise a posto. Con una certa aspettativa prese l’altro telefono, quello che usava per il servizio di escort.

Quella mattina aveva scritto sui social media che, se qualcuno era interessato alla sua compagnia, lui sarebbe stato alcuni giorni a Las Vegas per delle riprese.

“Scusate, devo prendere questa chiamata.” Uscì dalla roulotte e rispose al telefono.

“King Slater.”

“Salve! Ehm… Mi chiamo Paul e mi chiedevo se stanotte fossi disponibile.”

“Potrei essere disponibile. Dipende per cosa.”

“Sì, certo. Scusami, sono un po’ nervoso,” disse Paul.

“E il prezzo per la mia disponibilità è cinquecento dollari all’ora. Se hai i soldi e vuoi divertirti un po’, non c’è motivo di essere nervoso.”

“Ehm… sì, l’ho letto sul tuo profilo. E non preoccuparti, ho i soldi.”

“Non mi preoccupo,” replicò King. “Dovrai pagare in anticipo dandomi il numero della tua carta di credito.”

“I contanti li accetti?” chiese Paul.

“Sì, quando ci incontriamo,” spiegò. “Ma nel frattempo autorizzerò un pagamento sulla carta di credito, nel caso non dovessi avere i contanti, e poi lo ritirerò quando pagherai.”

“Va bene.”

“Quindi siamo d’accordo?”

“Sì.”

“Allora aspetta un attimo, apro l’applicazione per la carta di credito.”

“Dimmi quando sei pronto.”

Paul gli diede tutti gli estremi per il pagamento e King li inserì.

“Va bene. Quindi sono due ore a cinquecento dollari l’ora. Dove c’incontriamo?”

“Al mio albergo?”

“Sì. Qual è?”

“L’MGM Grand. Non sono ancora arrivato, però. Ti comunicherò il numero della stanza non appena mi sarò registrato. Facciamo a mezzanotte?”

“E mezzanotte sia,” rispose King. “C’è niente che debba sapere? Ti piace fare cose strane?”

“No, il solito.”

“Sopra o sotto?” chiese. “Perché se devo stare sotto chiedo di più.”

Trascorsero alcuni secondi di silenzio. King stava per ripetere la domanda quando finalmente Paul rispose. “Starò sotto.”

“Perfetto. Proprio come piace a me. Ci vediamo a mezzanotte.”

 

 

 

 

Capitolo 1

 

 

BAY WHITMAN era nell’ingresso della sua suite dell’MGM Grand Las Vegas Hotel & Casino e guardava la sua immagine riflessa nello specchio dalla cornice dorata. Con mani un po’ tremanti si aggiustò il papillon per l’ultima volta e indossò la giacca dello smoking Armani blu scuro. Tirò giù i polsini della camicia in modo che ne fosse visibile solo un centimetro all’estremità delle maniche e mostrassero appena i gemelli di onice nera incastonati di diamanti.

Sentiva l’adrenalina scorrergli nelle vene, come sempre prima di un incontro di poker importante, e la cosa gli piaceva. Il gioco d’azzardo era per lui come una droga e in quel momento gli sembrava che il sangue fluisse con la stessa forza ed energia delle cascate del Niagara. All’inizio, quando non aveva molti soldi, tutta l’eccitazione gli veniva dalle slot machine, ma anche se adesso le cose erano cambiate e le poste in gioco erano più alte, l’eccitazione restava la stessa. Il gioco era l’unica cosa che lo faceva sentire vivo e, proprio come un drogato, bramava disperatamente la sensazione che provava ogni volta che fissava il suo avversario e giocava usando bene i suoi bluff fino a vincere.

Si allontanò dallo specchio, fece un sospiro tremante, trattenne il fiato e chiuse gli occhi. Fissò l’interno delle palpebre finché i polmoni non furono sul punto di scoppiare, quindi lasciò uscire l’aria attraverso le labbra socchiuse. Era una cosa che faceva sempre prima di andare in pubblico, una sorta di mantra che lo aiutava ad affrontare la vita che, senza volerlo, aveva creato per se stesso. Non puoi dargliela a bere con la fronte sudata e le mani che ti tremano, amico. Devi essere calmo e sicuro di te. Sempre!

Quando riaprì gli occhi, riuscì finalmente a vedere i primi segni del suo alter ego più tranquillo e sicuro di sé. “Non male per uno sfigato.”

Ridacchiò. Sfigato? Era vero, ma solo in parte. Bay era anche uno scrittore di gialli di successo, con una lunga serie di best-seller alle spalle.

In concomitanza con il suo ultimo libro, l’editore aveva organizzato diverse apparizioni in pubblico a Las Vegas, per cui Bay aveva deciso di partire un giorno prima e concedersi una serata all’insegna del suo passatempo preferito.

In fondo se l’era meritato. Il giorno precedente era riuscito a consegnare non solo in tempo, ma addirittura in anticipo il secondo volume di una trilogia che vedeva come protagonista il suo personaggio più amato: l’investigatore playboy Jack Robbins. Aveva imparato presto quanto fosse difficile gestire gli obblighi di un tour promozionale mentre era ancora impegnato nella stesura di un libro, e per questo motivo cercava sempre di fissare il termine per la consegna del manoscritto qualche giorno prima della data di uscita del volume precedente. Così facendo, aveva la mente libera per dedicarsi alla stampa. I tre libri sarebbero stati trasformati in una trilogia di film e lo studio cinematografico voleva fare di Jack Robbins una via di mezzo tra Jason Bourne e la versione americana di James Bond. Una cosetta da niente!

Al pensiero di cosa ci fosse in ballo, Bay venne percorso da un brivido. Il grande schermo. Jack Robbins comparirà sul grande schermo. Il cinema era un mondo che gli era totalmente sconosciuto e in cui gli sarebbe stato difficile nascondersi. Non appena il pensiero non sei bravo abbastanza cercò di farsi strada nella sua coscienza, lo respinse, insieme a tutti gli altri sentimenti di inadeguatezza e diresse l’attenzione altrove. In particolare, pensò all’importante partita a cui stava per partecipare e alla quale avrebbero preso parte molti pezzi grossi. Doveva restare concentrato.

Si guardò allo specchio un’ultima volta, studiando soprattutto lo sguardo. Per fortuna non portavano nessuna traccia dello scrittore di successo, ma comunque nerd e tormentato ogni giorno da mille dubbi e insicurezze.

Nella sua mente vedeva solo Jack Robbins, il personaggio al quale i suoi fan adoranti erano abituati e da cui i suoi avversari al tavolo da gioco erano intimiditi. Sono pronto.

Guardò l’orologio. Le quattro e tre quarti. Meglio andare. La partita inizia alle cinque e non voglio essere in ritardo.

Uscì dalla suite e percorse il corridoio fino all’ascensore. Quando le porte si aprirono, Bay Whitman aveva completato la trasformazione mentale da timido imbranato a donnaiolo affascinante. Era diventato raffinato, mondano, seducente e perfettamente imperfetto in ogni senso. Un vero uomo, con la spavalderia combinata di Tom Cruise, James Bond e George Clooney. Bay Whitman era adesso Jack Robbins a tutti gli effetti.

Ovviamente non era un illuso. Tanto per cominciare, lui non somigliava affatto al suo personaggio. Jack era estremamente bello, con il suo metro e novanta per circa cento chili di peso, muscoloso e con occhi nocciola (screziati di verde smeraldo), barba molto corta e capelli castano chiaro con riflessi biondi.

In pubblico, Bay prendeva in prestito la personalità straordinaria di Jack. E perché no? Lo aveva creato lui, e se voleva poteva nascondersi dietro di lui. Era l’unico modo per sopravvivere nel mondo fuori del suo appartamento di New York.

Entrò nell’ascensore. Rivolse un ampio sorriso agli occupanti e un’occhiata appena percepibile a una donna molto carina che pareva essere da sola, quindi si voltò e osservò le persone che si riflettevano nella porta dell’ascensore. Un uomo diede una leggera gomitata a una donna anziana accanto a lui (probabilmente la madre), e un altro sussurrò qualcosa all’orecchio dell’amico. Odiava essere riconosciuto, ma il fatto che la gente sapesse chi era lo stupiva sempre. Il timido e sfigato Bay Whitman.

Il suo disagio aumentò quando anche gli altri occupanti dell’ascensore cominciarono a rendersi conto che era una celebrità, avendo riconosciuto il suo viso dalla fotografia sui suoi libri. Sentiva i loro occhi su di sé e la loro felicità nel vederlo. O perlomeno nel vedere l’uomo che loro credevano lui fosse.

Mentre l’ascensore scendeva, si paragonò all’immagine pubblica che aveva temporaneamente adottato. Se quelle persone avessero saputo la verità, avrebbero ammirato il timido, introverso e asociale Bay Whitman? L’eremita che era più a suo agio da solo in un ufficio a scrivere i suoi libri piuttosto che in giro per il mondo a fare interviste e apparizioni televisive o al centro dell’attenzione durante le sessioni di autografi.

Bay aveva creato Jack Robbins bello e forte come lui avrebbe desiderato essere, e come voleva essere. Per lui era come una valvola di sfogo, un modo per essere… be’, più di ciò che era. Quando però il primo romanzo con protagonista Jack Robbins aveva avuto un successo inaspettato, Bay si era ritrovato all’improvviso al centro dell’attenzione. Il personaggio di Jack gli era diventato necessario per sopravvivere e per gestire la fama e la timidezza. Una maschera, per così dire, o… una seconda pelle. Si era convinto di non essere molto diverso da un clown o da una drag queen che si nascondono dietro un costume o un viso pieno di trucco.

Guardò la sua immagine riflessa nelle porte dell’ascensore. Più di una volta era stato definito bello, ma lui non riusciva davvero a vedersi così. Tutto quello che vedeva era un uomo alto, magro e goffo, con orecchie grandi, occhiali con montatura di corno e capelli ribelli, che a scuola era stato sempre preso di mira dai bulli. Il ragazzino che fuggiva dalla realtà leggendo le avventure di Sherlock Holmes e Lew Archer o guardando in televisione le repliche di Ironside e Perry Mason.

Quella sera, però, Bay si sentiva più sicuro di sé del solito e si concesse di vedere, anche solo per un attimo, ciò che apparentemente vedevano gli altri. Studiò il suo fisico snello e robusto, alto circa un metro e ottanta, con occhi azzurri il cui colore era esaltato dalle lenti a contatto colorate. La sua attenzione venne catturata dalle tempie spruzzate d’argento, che risaltavano sotto le luci alogene e contrastavano con i capelli corvini, pettinati da LeDoux Kesling, il famoso parrucchiere delle star. Tutto quello, unito alla finta abbronzatura e al bellissimo smoking su misura (indossato su insistenza del suo assistente), creava un effetto notevole, anche se solo di facciata.

L’ascensore si fermò e lui fece un altro respiro profondo. Quando il campanello suonò e le porte si aprirono, lo spettacolo ebbe inizio.

Bay attraversò il casinò a passo deciso, cercando di non prestare attenzione alle teste che si voltavano a guardarlo. Non essendo minimamente vanitoso, tutti quegli sguardi lo mettevano a disagio. Era una situazione incredibile, ma dentro di sé sapeva che nulla di tutto quello era per lui: era per l’uomo che credevano lui fosse. Gli era stato detto che la sua statura incuteva rispetto e la sua sicurezza era qualcosa che gli uomini ammiravano e per cui le donne andavano in estasi. La camminata baldanzosa era inconfondibile, ma non gli apparteneva davvero. Nulla di tutto quello apparteneva davvero a lui.

Mostrò il documento d’identità alla guardia di sicurezza e venne condotto in una stanza privata dove trovò ad attenderlo tre uomini e un croupier. Mentre attraversava la porta, il cuore gli martellava in petto. La prima cosa che vide fu un uomo molto attraente che si dirigeva verso di lui.

“Buonasera, signor Whitman,” disse l’uomo. “Benvenuto all’MGM Grand. Sono Marco Tonucci e stasera sarò il vostro croupier. Mi fa piacere che abbia potuto unirsi a noi.”

Bay fece l’occhiolino e sorrise con calore. “Non me lo sarei mai perso. Grazie.”

Riconobbe Rich Devlin e Zeke Cambridge, vincitori dell’Oscar per la serie di film sugli Hawkins Boys. I due erano amici anche nella vita reale ed erano a Las Vegas per girare il loro nuovo film. Stavano chiacchierando al bar, mentre un terzo uomo era al telefono e gli dava le spalle. Non appena Zeke e Rich lo videro, smisero di parlare e lo raggiunsero con un sorriso.

Zeke fu il primo a tendergli la mano. “Sono Zeke Cambridge. Adoro i tuoi libri. Jack Robbins è unico.”

Bay gli strinse la mano e ricambiò il sorriso. “Grazie per le parole gentili. Anch’io sono un tuo ammiratore.”

Anche Rich gli tese la mano. “E io chi sono? L’ultima ruota del carro? Ed è vero che è in cantiere un film con Jack Robbins? Se è così, allora ci darai del filo da torcere.”

“Ne dubito,” replicò Bay stringendo con decisione la mano dell’altro. “E per la cronaca, sono anche un tuo ammiratore.”

Rich gli diede una pacca sulla schiena.

Quando il terzo uomo terminò la telefonata e li raggiunse, Bay credette di riconoscerlo.

“Sono Paul Gilman,” si presentò sorridendo.

Bay capì di averci visto giusto. “Il giocatore di poker professionista?”

Paul ridacchiò. “In carne e ossa.”

“Da queste parti sei una leggenda,” disse Bay.

“Questo non lo so,” replicò Paul, “ma di certo sono un tuo ammiratore. Jack mi piace, ma mi piacciono ancora di più i tuoi primi lavori.”

Prima di avere successo con Jack Robbins, lui aveva scritto e autopubblicato circa una mezza dozzina di romanzi polizieschi, che ovviamente erano stati ripubblicati ed erano diventati anch’essi molto popolari.

“Grazie. Mi fa piacere che anche i vecchi lavori piacciano a qualcuno.”

Prima che Paul potesse rispondere, Zeke si avvicinò a Bay e lo studiò. “Bello smoking.”

Lui si passò una mano sul davanti della giacca. “È piuttosto vecchio.”

Zeke sorrise. “Ehi! Qualcuno gli porti da bere, così possiamo cominciare.”

Bay si rivolse al barista. “Flanagan con ghiaccio, grazie.”

“Hugo Boss?” chiese Zeke, ammirando ancora il suo smoking.

“Armani,” lo corresse.

“Ottimi gusti, sia per i vestiti che per lo scotch,” aggiunse Rich. “Mi piaci.”

“Vogliamo cominciare?” chiese il croupier indicando il tavolo.

Lui guardò gli altri tre uomini e annuì. “Certo.”

Si sedette all’estrema sinistra del tavolo, con Rich accanto a lui, quindi Zeke e poi Paul all’estrema destra.

La cameriera poggiò il drink di fronte a lui, sorrise, gli fece l’occhiolino e andò via.

“A cosa preferite giocare?” chiese il croupier.

Rich si strofinò le mani. “Che ne dite del Texas Hold’em?”

“Ci sto,” rispose Zeke.

“Anch’io,” aggiunse Bay.

Paul si limitò ad annuire.

“Allora si comincia, signori.”

Il croupier allargò il mazzo di carte sul tavolo, quindi ognuno dei giocatori prese una carta a caso e la girò. Rich aveva quella più alta, per cui il croupier gli passò il bottone del dealer. “Il signor Devlin sarà il nostro dealer per la prima mano. Il signor Whitman pagherà il piccolo buio e il signor Gilman il grande buio.”

Il croupier raccolse le carte, le mise via e prese un altro mazzo. “Signori, abbiamo già stabilito che il piccolo buio sarà di duemila e cinquecento dollari e il grande buio di cinquemila. Buona fortuna.”

Il croupier distribuì il preflop, dando a ognuno dei giocatori una mano di carte e poi un’altra. Bay appoggiò le mani sulle sue carte personali e sollevò appena gli occhi, guardandosi intorno, mentre Rich, Zeke e Paul esaminavano le proprie carte. Nessuno di loro tradiva la benché minima emozione, per cui sollevò l’angolo della sua prima carta e diede un’occhiata. Non male! Un asso di picche.

Guardò quindi la seconda carta e sorrise soddisfatto tra sé e sé. Sì! Un dieci di picche. Guardò di nuovo gli altri giocatori, ognuno dei quali aveva la stessa espressione impassibile. Non per niente si diceva ‘avere la faccia da poker’. Il croupier lanciò un’occhiata a Bay, ma non parlò. Poiché era seduto alla sinistra del mazziere, spettava a lui vedere, rilanciare o lasciare per la prima puntata.

“Rilancio,” disse, il che significava che puntava il doppio del grande buio, cioè diecimila dollari. Spostò al centro del tavolo il numero appropriato di fiche, quindi si appoggiò allo schienale della sedia.

“Dannazione, Bay,” imprecò Rich. “Cominciamo bene, eh?”

Lui si limitò a sorridere soddisfatto.

La mossa successiva toccava a Paul. Guardò le sue carte. “Vedo.” Avvicinò al croupier lo stesso numero di fiche e si voltò verso Zeke.

Quest’ultimo si guardò intorno. “Vedo.” Anche lui, di conseguenza, puntava diecimila dollari.

In quel momento, quindi, il piatto valeva quarantamila dollari. Il cuore gli batteva all’impazzata e poteva quasi sentire i peli che gli si drizzavano sulle braccia.

Il croupier iniziò il flop eliminando la prima carta del mazzo e mettendola a faccia in giù sul tavolo, poi mise tre carte a faccia in su davanti a lui. Erano il nove di picche, l’asso di cuori e il sei di picche. Adesso quindi toccava ai giocatori fare il meglio che potevano con le due carte che già possedevano e le tre nel flop. Era giunto il momento del secondo round di puntate.

Bay mantenne la sua espressione il più impassibile che poté. Aveva una buona possibilità di fare colore, poiché possedeva già due picche e altre due erano nel flop.

Il croupier lo guardò. Dato che era alla sinistra del mazziere, toccava di nuovo a lui rilanciare, passare o lasciare. “Rilancio di nuovo,” disse Bay sicuro.

Rich ridacchiò nervosamente, mentre Zeke e Paul guardavano Bay inespressivi, quasi alla ricerca di una crepa nella sua armatura. Lui fece scivolare le fiche al centro del tavolo e tornò a sedersi.

Il croupier si voltò verso Paul. “Tocca a lei, signor Gilman.”

Paul diede un’altra occhiata alle sue carte e studiò il flop. “Vedo,” annunciò, e passò le fiche al croupier.

Bay sorrise.

“Signor Cambridge?”

Zeke fece scivolare le sue fiche sul tavolo. “Vedo anch’io.”

Prima che il croupier lo chiamasse, Rich batté una mano sul tavolo. “Io lascio. Ho delle carte di merda.”

Era ora il turno del terzo round di puntate. Il croupier mise nuovamente una carta a faccia in giù sul tavolo e un’altra a faccia in su accanto alle tre precedenti.

Dannazione! Due di cuori.

Bay, però, era fiducioso e aveva una buona mano, quindi decise di mettere alla prova le sue capacità. “Rilancio.”

“Oh mio Dio,” esclamò Rich. “Per fortuna ho lasciato.”

Paul e Zeke lanciarono un’altra occhiata a Bay, ma restarono in silenzio.

Lui fece scivolare sul tavolo le fiche per un valore di diecimila dollari.

“Vedo,” disse Paul, avvicinando le sue.

Fu il turno di Zeke. “Anch’io.”

Bay sorrise tra sé e sé. Sì. Vieni da me, fortuna.

Era giunto il momento dell’ultimo round, detto river. Di nuovo, il croupier mise una carta a faccia in giù e un’altra a faccia in su accanto alle altre quattro.

Sette di picche. Alleluia!

“Rilancio.” Bay avvicinò altri diecimila dollari in fiche al croupier.

“Vedo,” replicò Paul, facendo altrettanto.

“Cazzo,” commentò Zeke. “Io lascio.”

Bay sollevò l’angolo della sua prima carta e, fissando Paul negli occhi, la girò. Era a quel punto che, in genere, le cose si facevano interessanti. Mentre lo sguardo di Paul andava dalla carta di Bay al flop, lui non era interessato alla sua espressione, o, per meglio dire, alla sua assenza di qualsiasi espressione. Era interessato a ciò che stava avvenendo dietro gli occhi di Paul. Non appena questi vide la carta di Bay e capì quali potevano essere le sue possibilità, il suo avversario notò qualcosa nei suoi occhi. E quel semplice qualcosa gli fece venire la pelle d’oca e gli fece accelerare il battito del cuore.

Sempre sorridendo con fare sicuro, Bay sollevò la seconda carta, continuando a fissare Paul. Per poco non se la fece addosso quando si rese conto che Paul aveva capito di essere nei guai.

“Colore,” annunciò.

Paul sorrise debolmente. “Bella mano,” e avvicinò le sue carte al croupier senza neanche girarle.

Un giocatore che concedeva la vittoria a un altro giocatore aveva il diritto di non rivelare le sue carte, ma a Bay sarebbe piaciuto vedere la mano che aveva sconfitto. Era certo che avesse tre carte dello stesso seme, o persino il colore, ma il suo colore aveva l’asso. In ogni caso non importava. Bay aveva vinto quarantamila dollari.

“Dannazione, che partita,” commentò Zeke.

“Puoi ben dirlo,” confermò Rich.

Il croupier radunò le fiche e le spinse attraverso il tavolo, di fronte a Bay.

Dal mucchietto lui ne prese una da cinquecento dollari e l’avvicinò al croupier. “Grazie.”

Il croupier annuì, sorrise e distribuì la mano successiva.

 

 

ERANO QUASI le undici e ormai stavano giocando da sei ore. Rich e Zeke erano andati via poco prima, mentre lui e Paul avevano deciso di fare un’altra mano. La serata era stata quasi completamente in favore di Bay, tanto che aveva quasi mezzo milione di dollari in fiche di fronte a lui. Al contrario, a Paul le cose non erano andate molto bene. Secondo i suoi calcoli, al poveretto restavano quattromila dollari.

I due erano all’ultimo round di puntate, il river. Nel piatto c’erano ottantamila dollari e Paul doveva avere una mano davvero impressionante, perché continuava a puntare nonostante avesse fondi così scarsi. Anche Bay, però, aveva una mano impressionante. Molto impressionante.

Mentre Bay fissava Paul negli occhi, il croupier rimosse la prima carta dal mazzo e si preparò ad aggiungere l’altra carta a faccia in su nel flop. Sul tavolo c’erano già un sei di fiori, un sette di picche, un dieci di fiori e un tre di cuori. Vide la possibilità di fare scala e ipotizzò che Paul stesse lavorando proprio a quello. Il croupier girò la carta e la mise sul tavolo. Tre di fiori. Bay vide una scintilla nell’occhio di Paul e capì che doveva avere la scala.

Ora toccava all’altro rilanciare, vedere o lasciare. Lui era certo che non avrebbe lasciato, essendo giunto ormai a quel punto, ma per rilanciare aveva bisogno di cinquemila dollari e sul tavolo ne aveva solo quattromila. A meno che non avesse delle fiche nelle tasche, tutto quello che poteva fare era vedere.

“Rilancio,” disse Paul.

Il croupier lo guardò. “Mi scusi, signor Gilman, ma per poter rilanciare ha bisogno di cinquemila dollari.”

Paul fece scivolare le quattro fiche al centro del tavolo e guardò Bay. “A mezzanotte ho appuntamento qui in albergo con un escort che vale mille dollari. L’accetteresti al posto dei mille dollari che mancano?”

Lui ci pensò un attimo. Non sapeva cosa farsene di un’escort. Non aveva molta esperienza in quel campo, ma in fondo si trovava a Las Vegas, e quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas, giusto? Inoltre, non riusciva neanche a ricordare l’ultima volta che aveva fatto sesso. Ovviamente aveva avuto delle proposte, ma le aveva rifiutate quasi tutte, temendo fossero state fatte solo perché era famoso o, peggio ancora, perché le donne lo confondevano con Jack Robbins. Un incontro con un’escort sarebbe stata una cosa senza complicazioni. Bum, bam, grazie tante, madame.

“Certo,” rispose Bay.

Poiché Paul aveva terminato le fiche, lui non aveva motivo di rilanciare di nuovo, quindi si limitò a vedere.

Paul girò le sue carte. Una era un nove di fiori e l’altra un otto di picche. “Scala,” annunciò sorridendo.

Bay sorrise di rimando e girò le sue carte. “Quattro tre.”

Paul sbiancò e abbassò la testa. Quando la risollevò, stava sorridendo. “Non è proprio la mia serata,” si rammaricò alzandosi. “Ma in fondo a volte si vince, a volte si perde.”

Offrì la mano a Bay, che l’accettò e la strinse. “È stato un piacere, Paul. Spero ci rivedremo.”

“Lo spero anch’io. Dimenticavo. Qual è il numero della tua stanza?”

“3001. Perché?”

“Perché l’escort sarà lì a mezzanotte.”

Bay era ancora indeciso e avrebbe voluto rinunciare, ma replicò semplicemente con un grazie.

Paul si voltò e uscì dalla stanza senza aggiungere altro.

“Signor Whitman, può verificare con me la sua vincita, in modo che possa chiamare il cassiere e farle avere un assegno? O preferisce un bonifico?” chiese il croupier.

“L’assegno andrà benissimo.”

 

 

BAY ERA appena rientrato nella sua suite e aveva sistemato l’assegno nella cassaforte quando udì bussare alla porta. Attraversò l’ingresso, ma poi si fermò di colpo. Merda! L’escort. Si sistemò il davanti della giacca e aprì la porta. Quando vide la persona di fronte a lui spalancò la bocca e sbatté le palpebre un paio di volte, per accertarsi che non stesse sognando. Non stava sognando, e non riusciva né a muoversi, né a parlare.