Capitolo 1

 

 

Heller

 

PASSO.

Passo.

Fermo.

La mia attenzione venne attirata da un fruscio e m’immobilizzai, con una zampa ancora in aria. Attesi, fermo e quasi senza respirare. Le vibrisse mi tremavano, mentre la fredda brezza di ottobre trasportava l’odore di foglie morte e terra. Le foglie secche si agitarono di nuovo e qualcosa sembrò frugarvi all’interno.

Abbassai lentamente la zampa. Il movimento continuò, percepibile solo al mio occhio di predatore. Mi mossi più piano che potei, facendo attenzione che il mio pelo lungo non smuovesse la vegetazione tutt’intorno. Era in momenti come questo che desideravo avere il pelo corto come quello di Dolf. Una cosa era certa: qualsiasi cosa si trovasse sotto quelle foglie, sarebbe stata presto mia. Dovevo solo fare qualche altro passo e poi sarei stato abbastanza vicino.

Passo.

Passo.

Accùcciati.

Con il cuore che mi batteva in gola, guardavo il movimento che continuava. Tesi i muscoli e cominciai a dimenare il sedere. Incapace di attendere oltre, schizzai in avanti con gli artigli tesi. Quando atterrai sul mio obiettivo, le foglie volarono tutt’intorno e i vermi si allontanarono. Scrutai con gli occhi socchiusi e… eccolo! Il piccolo bastardo. Ringhiai al grosso scarafaggio nero e lo intrappolai con la zampa.

I secondi passavano. Lo scarafaggio si agitava sotto la mia zampa, facendomi il solletico. Facendo molta attenzione, sollevai appena la zampa e sbirciai. Accidenti, non riesco a vederlo. Non riuscendo ad avere una buona visuale, alzai la zampa un po’ di più… e lui corse via strisciando a tutta velocità. Poggiai allegramente la zampa per terra e cercai di riacciuffarlo. Slap. Slap. Slap.

Arrgh! Ma che succede? Lo sto mancando.

Pareva proprio che stessimo giocando al gatto e al topo, tranne per il fatto che c’era uno scarafaggio. E così proseguimmo. Lo scarafaggio si precipitò via, con me alle sue calcagna. Ogni volta che pensavo di averlo preso, mi sfuggiva. Quello stupido animaletto era veloce. Mentre correva gli saltai dietro, ma lui all’improvviso indietreggiò e s’infilò sotto di me.

Colto di sorpresa, feci un salto per aria con tutte e quattro le zampe. Wow! Ho fatto zig quando avrei dovuto fare zag. Atterrai e mi leccai una zampa con nonchalance, sperando che nessuno mi avesse visto. Dovevo riconoscerlo, quella mossa era stata davvero astuta. Il verso acuto di un tordo catturò la mia attenzione. Sollevai la testa, tentando di capire dove fosse.

Lo vidi in cima a un albero, da dove lanciava le sue grida di avvertimento per tutto il cortile. Studiai l’albero. Mmh, potrei arrampicarmi, ma sicuramente lo stupido uccello volerà via. Però potrebbe essere divertente. Magari dopo aver finito di giocare con lo scarafaggio… Nooo, lo scarafaggio.

Agitando la coda, tornai a guardare dove era stato un attimo prima. Fantastico, l’ho perso. Stupido uccello. Mi misi a sedere e gli lanciai un’occhiata da sopra la spalla. Poi mi alzai e gli voltai le spalle, sollevando la coda. Ecco cosa penso di te, amico. Mi aggirai per il cortile, annusando e godendomi l’aria fresca del mattino.

Alle prime luci dell’alba, la rugiada splendeva sull’erba come tanti diamanti. Era bella, ma anche fredda e umida sotto le mie zampe. Per fortuna avevo il pelo folto. Mentre tornavo verso casa, lo stomaco mi brontolò. Avevo fame e… starnutii. Oh, era odore di ghiandaia? Oh, oh, una ghiandaia azzurra. Gnam.

L’uomo dentro di me si lamentò, ma il gatto avrebbe voluto saltare di gioia. Quegli uccellini rumorosi erano in realtà molto intelligenti. Catturarne uno non era affatto facile. Muovendomi più velocemente che potevo, mi nascosi tra le foglie autunnali, accanto al portico dietro casa. Restai perfettamente immobile, in modo che quello stupido uccello a circa un metro da me non volasse via spaventato.

Mi leccai le labbra, e in quel momento mi accorsi che il furfante sollevava la testa. Merda, merda, merda. Cos’ha attirato la sua attenzione? Andiamo, è tutto tranquillo. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Non ci sono gatti in giro. Torna pure a beccare per terra. Vedi? Va tutto bene. Non mi muovo, non respiro nemmeno.

Mi accucciai in attesa, mentre la mia colazione si rilassava e tornava a cercare ghiande. Altri uccelli andavano e venivano, ma mi rifiutai di farmi distrarre. Sapevo cosa volevo. Centimetro dopo centimetro, mi avvicinai strisciando alla preda. Avevo l’acquolina in bocca e il cuore mi martellava in petto.

Il cinguettio degli uccelli intorno a me era piacevole e rilassato, senza richiami d’allarme. Bravo. Continua a mangiare. Tra poco sarò io che mangerò te. Tesi tutto il corpo, con le zampe posteriori pronte a scattare…

E in quel momento in casa squillò il telefono.

Tutti gli uccelli presero il volo in un frenetico frullio di ali. Mi voltai verso la casa, soffiando. Incredibile! Avrei dovuto chiudere quella maledetta finestra. Avrei dovuto immaginarlo, ma quella mattina dovevo aprire le finestre. Non mi fermavo mai a pensare che una telefonata potesse rovinarmi la caccia mattutina.

Corsi immediatamente in casa e mi trasformai nel momento in cui il cellulare smetteva di suonare. Dovevo controllare, perché la suoneria era quella che corrispondeva a Dolf, il beta principale della nostra colonia. Non si ignorava Dolf così come non si ignorava il nostro alfa. Adesso ero uno dei quattro beta, ma fino a qualche anno prima ero l’hacker della colonia.

Il mio compito principale era proteggere il nostro alfa, ma mi occupavo anche di falciare il prato per i membri della colonia. Inoltre, realizzavo siti internet e riparavo computer per molti esseri sovrannaturali. Ero un tuttofare che doveva trovare subito i vestiti prima che gli si congelassero gli attributi. Adesso che ero senza pelliccia avvertivo ancora di più il freddo autunnale.

Corsi in camera, rabbrividendo al contatto dei piedi nudi con il parquet. Mentre mi vestivo, sentii che mi arrivava un messaggio sul cellulare. Tornai in cucina: perlomeno il telefono non poteva volare via.

Ascoltai il messaggio e poi richiamai Dolf. “Ehi, che c’è?”

“Buongiorno, Heller. Ti è arrivato il mio messaggio? Io, Tal e Kirk stiamo andando a fare colazione da Love. Ti va di venire con noi?”

Ogni giovedì i tre facevano colazione da Love e invitavano uno dei beta a unirsi a loro. Nella nostra cittadina di West Falls non c’erano molti posti dove mangiare. Cavolo, doveva essere di nuovo il mio turno. Non sopportavo questo impegno e avevo tentato più di una volta di tirarmene fuori. Perché non riuscivano a capire che stavo benissimo da solo? Tuttavia, sapevo che Dolf voleva che i suoi beta socializzassero. Aveva iniziato poco dopo che lui e Tal si erano uniti a Kirk.

Controllai l’orologio sul microonde. Erano da poco passate le sette. “Potete darmi un’ora e mezza per lavarmi e raggiungervi?”

Tal e Kirk erano i compagni di Dolf. Tal e Dolf erano stati insieme per più di trent’anni, e poi un giorno la dea Bast aveva deciso di dar loro un altro compagno. E se i ménage à trois non erano insoliti nella nostra specie, il fatto che Kirk fosse un umano lo era sicuramente. Tuttavia, dopo l’accoppiamento, Kirk non era più del tutto umano.

“Così tanto tempo? Mettiti un cappello, un paio di jeans e una felpa. Andiamo a fare colazione, non un servizio fotografico.”

Prima che potessi replicare, udii in sottofondo la voce di Kirk. “Già, ma si tratta di Heller, Dolf. Non uscirà di casa se non avrà ogni capello a posto.”

Ah. A quanto pareva mi conosceva meglio di quanto pensassi. Non sapevo se mi sarei mai trovato pienamente a mio agio con Kirk, ma ci stavo provando. Adesso che avevo abbassato la guardia, vedevo che Kirk era in gamba e aveva un certo sarcasmo, e io rispettavo chiunque fosse in grado di tenere testa a Dolf, il nostro erede designato. Ovviamente non avrei mai detto una cosa del genere a Dolf, o a Kirk. Il loro accoppiamento mi aveva causato dei problemi, tanto che avevo quasi perso la mia posizione di beta e l’amicizia di Dolf. Non eravamo più vicini come in passato, ed era colpa mia.

“Ehi, ero fuori a rincorrere gli uccelli,” lo informai. “Mi devo fare una doccia. E Kirk ha ragione. Non uscirò con l’aspetto di uno che è appena sceso dal letto.”

“Capisco. Hai avuto fortuna?”

“A dire la verità no. Avevo le finestre aperte e indovina un po’? Il cellulare ha squillato e tutti gli uccelli sono volati via.”

Che odiassi gli umani era ben noto a tutti. All’inizio mi ero comportato da stronzo con Kirk, ma quando la sua vita era stata in pericolo avevo fatto di tutto per salvarlo. Da allora, ero venuto a patti con il fatto che Kirk era un umano.

Be’, ci stavo lavorando.

“Oops. Suppongo sia colpa mia,” disse Dolf.

Sorrisi e lanciai un’occhiata agli uccelli fuori della finestra, che erano tornati a mangiare. “Mi fa piacere che te ne assuma la responsabilità.”

“Ne sono certo. Incontriamoci e ti pago la colazione. Non sarà quella a cui stavi dando la caccia, ma è meglio di niente, no?”

“Assolutamente.”

“Bene, ci vediamo.”

Dopo aver riattaccato, corsi in bagno, mi spogliai e m’infilai nella doccia. Mi lavai i capelli con shampoo e balsamo e per il corpo usai il mio bagnoschiuma preferito. Appena fossi tornato in città, avrei dovuto comprarne dell’altro. Una volta terminato, mi asciugai i capelli con il mio nuovissimo Elchim Da Vinci 5000. Mi era costato quasi duecento dollari, ma li valeva tutti. I miei capelli sembravano quelli di un modello.

Siccome possedevo molti vestiti, in camera avevo due cabine armadio. Dopo una breve riflessione, indossai dei jeans finto scoloriti con strappi posizionati strategicamente (e che mi erano costati un bel po’), anfibi neri e una maglietta grigio scuro. Mi scostai i capelli dal viso e mi chiesi se fosse meglio legarli. Decisi di no, perché sciolti mi davano un’aria sexy e misteriosa. Io e quasi tutti gli altri gatti mannari avevamo i capelli di una qualche sfumatura di castano o nero. Gli omega erano perlopiù biondi, come Tal, e ancora più rari degli omega biondi erano gli omega rossi.

Indossai una giacca di pelle, presi il portafoglio e chiusi la porta di casa. Doveva essere il mio giorno fortunato: incappai in un cantiere stradale e il mio furgoncino si sporcò di catrame. Le cose dovevano migliorare.

 

 

MENTRE ENTRAVO nel parcheggio, notai il furgoncino di Dolf. Mi fermai di fianco poi entrai nel ristorante. La prima cosa che notai furono i capelli biondi di Tal. Bisognava ammettere che i tre uomini formavano un gruppo notevole.

Anche se Kirk sembrava il più anziano, in realtà non era così. Tal e Dolf avevano entrambi centocinquant’anni, come me, ma avevano l’aspetto da trentenni, perché invecchiavamo più lentamente degli umani. Inoltre, la maggior parte dei mutaforma sembrava appena uscita dalla copertina di una rivista di moda.

Kirk, invece, aveva l’aspetto di chi aveva vissuto la vita appieno, e non sempre nel modo giusto. Dopo essersi accoppiato con Dolf e Tal, però, aveva sviluppato le capacità tipiche dei mutaforma, come la guarigione accelerata e l’allungamento dell’aspettativa di vita. L’unica cosa che non poteva fare era trasformarsi, perché solo chi era nato mutaforma poteva farlo.

Tal mi fece un cenno con la mano. “Ehi! Siamo qui!”

“Ciao, Heller,” mi accolse Dolf mentre mi avvicinavo al tavolo. “Aspettavamo te per ordinare, ma ho chiesto alla cameriera di portarti il caffè non appena fossi arrivato.”

“Buongiorno,” mi salutò Kirk.

Mi sedetti sulla sedia libera, di fronte a lui. “Buongiorno a tutti. E grazie, Dolf. Stamattina non ho proprio avuto tempo.” Avevo appena finito di parlare quando mi venne posata davanti una tazza.

“Ecco a lei, signore! Il cameriere arriverà subito,” disse la ragazza, e andò via.

Cercando di non apparire disperato, sorseggiai il caffè. Era il migliore nel raggio di tre contee, e al primo sorso mi lasciai sfuggire un mugolio per niente elegante.

“È buono?” chiese Kirk con un sorrisetto.

Ignorai il sorrisetto perché, essendo un caffè così buono, aveva tutte le ragioni per sorridere. “Amico, ‘buono’ non descrive neanche lontanamente che cos’è questo caffè.”

“Sta arrivando il cameriere, per cui spero tu sia pronto a ordinare,” disse Dolf. “Sto morendo di fame.”

“Oh, so già cosa voglio.” Non mi preoccupai nemmeno di leggere il menu. Prendevo sempre tre uova strapazzate, bacon, salsiccia, pancake, e bacon l’avevo detto? Perché si sa… il bacon.

Tal scosse la testa. “Andiamo, un po’ di vita. Prova qualcosa di nuovo.” Picchiettò il menu di fronte a me. “Magari ti piacerà.”

“Ne dubito.” Feci spallucce. “Non m’interessano le cose nuove. Mi piacciono le cose così come…”

“Buongiorno e benvenuti da Love! Sono Nat e sarò io a servirvi oggi,” si presentò Nat allegro. “Avete deciso cosa volete?”

Davvero? Serrai la mascella e mi voltai a guardare l’umano che mi aveva interrotto. “Quello che voglio è non essere interrotto mentre parlo con i miei amici.” Il cameriere era un ragazzino con grandi occhi castani e una gran massa di capelli. “Pensi di riuscire a farlo?”

L’espressione felice gli sparì immediatamente dal viso. “Oh, mi dispiace, signore. Non intendevo… Sono nuovo e forse mi sono lasciato prendere un po’ la mano.”

“Nessun problema,” intervenne Dolf. “Non ha ancora bevuto il caffè, quindi scusalo. Allora, io vorrei il numero quattro, con uova strapazzate, bacon e frittelle di patate con formaggio.”

Dopo aver preso tutte le ordinazioni, il cameriere andò via.

“Heller,” disse Dolf assottigliando lo sguardo. “Era davvero necessario?”

Merda. Da Dolf provenivano ondate di disapprovazione. “Che cosa?”

“Dovevi proprio rivolgerti a lui in quel modo?” Dolf guardò nella direzione in cui era andato il cameriere. “È solo un ragazzino, per di più nuovo, e tu l’hai maltrattato.”

E allora? Feci spallucce. “Non è uno di noi.”

Kirk si sporse verso di me. “È un ragazzo, Heller, e tu gli sei saltato addosso per una piccolezza. Non hai visto la sua faccia? Era così allegro quando è arrivato.”

Mi voltai dall’altra parte e vidi le espressioni contrariate di Dolf e Tal. “Ascolta, capisco che, dato che tu eri un…”

“Oh, per la miseria, lo sapevo che saresti andato a parare lì.” Kirk sollevò gli occhi al cielo. “Quello che ero e quello che sono non c’entrano niente, Heller. Io conosco semplicemente le buone maniere. Conosco la compassione. Tu sei un adulto, anche se, dopo la scenata di prima, comincio ad avere qualche dubbio.”

Già, tra simili ci si riconosce. Mi sporsi verso Kirk. “Divertente. E per quello che riguarda la compassione, molti di loro non la riconoscerebbero neanche se ci sbattessero contro. Il fatto che siano giovani non significa che non possano essere degli stronzi completi.”

“E non sono gli unici, a quanto pare,” replicò Kirk abbassando la voce. “Vogliamo parlare di quello che mi è successo mesi fa? Per poco non morivo, grazie a…”

“Va bene, basta. Non è né il luogo, né il momento giusto. Ricordatevi dove siamo, tutti e due.” Dolf m’inchiodò con lo sguardo. “Sappiamo come ti senti, Heller, ma dacci un taglio ogni tanto. Vorrei godermi la colazione, e se continuate così non mi sarà possibile.”

Mi appoggiai allo schienale della sedia. Come mi era saltato in mente di mettermi a litigare con Kirk nel bel mezzo di un ristorante? Dolf aveva ragione. Non era il posto giusto. Mi avevano invitato a fare colazione con loro e io mi stavo comportando da stronzo. Di nuovo.

“Hai ragione.” Abbassai lo sguardo e piegai il collo, in segno di sottomissione a Dolf. “Non intendevo rovinarvi la colazione. Forse dovrei andarmene.”

“Santo cielo, perché scappi sempre quando c’è qualche problema?” chiese Kirk lanciandomi un tovagliolo.

Glielo tirai indietro. “Non è vero.”

“Sì, è vero, ma ne parleremo un altro giorno.” Sospirò. “Resta qui, va bene? Avrai le tue ragioni per pensarla come la pensi, ma non puoi fare di tutta l’erba un fascio. Fai uno sforzo.”

Dato che sono ancora qui, vuol dire che mi sto sforzando. “Scusami, Kirk. Mi scuserò anche col cameriere.”

Guardai i loro visi. Anche se stavano insieme solo da un anno, il legame tra di loro era molto forte. Ero certo che a volte fossero in grado di leggersi nella mente. La cosa mi dava un po’ i brividi, soprattutto perché sapevo che erano delusi da me. Era la storia della mia vita.

Il cameriere tornò con le nostre ordinazioni e, con gli occhi bassi, distribuì i piatti.

“Ehi, mi dispiace di averti rimproverato, prima,” gli dissi.

Il cameriere annuì, ma non mi guardò. “Nessun problema, signore.” Dopo averci servito, andò via. Serrai la mascella. Stupido ragazzino. Mi ero scusato, che altro voleva? Ecco un altro motivo per cui non valeva la pena avere a che fare con gli umani.

Persino il nostro alfa, Armonty, all’inizio non aveva voluto che Tal e Dolf si unissero a Kirk, ma Dolf gli aveva tenuto testa. Aveva minacciato di abbandonare la colonia e di reclamare ugualmente Kirk. La cosa sorprendente era che Tal aveva fatto lo stesso. Alla fine Armonty si era arreso e Kirk se lo era fatto amico, come quasi tutti gli altri membri della colonia.

‘Quasi’ era la parola chiave. C’erano ancora membri della colonia che non avevano cambiato idea sugli umani o sui compagni umani. Mi sforzai di tenere a freno la lingua per il resto del pasto e terminammo la colazione in un’atmosfera più leggera.

Mi piacevano i battibecchi tra Dolf e i suoi compagni. L’amore che legava i tre uomini era innegabile. Ogni volta che si toccavano o che si guardavano con occhi pieni di affetto la gola mi si chiudeva.

A volte terminavano l’uno le frasi dell’altro. Tutta quella dolcezza mi irritava da morire e la gelosia mi faceva impazzire. Volevo ciò che avevano loro. Lo bramavo, in realtà. Però volevo un compagno mutaforma, e fino a quel momento non avevo avvertito il suo richiamo.