Capitolo 1

 

 

“EHI, FINOCCHIO, vuoi una foto?”

David raggelò proprio quando stava per prendere un morso del suo pranzo, e sbatté lentamente le palpebre verso il gigante biondo, che posava come un Golia infuriato sul campo da pallavolo. Indossava un costume da bagno che gli copriva a malapena il minimo indispensabile. Se quel tizio non voleva che la gente gli fissasse il culo, forse avrebbe dovuto coprirlo meglio. David rabbrividì comunque. Si era dimenticato come ci si sentiva a essere presi a pugni nello stomaco dalle parole.

Fece un respiro lento e profondo, poi lasciò cadere il suo sandwich nella scatola appoggiata sulla gradinata, accanto a sé. Le parole erano dopotutto preferibili al piedone di Phil. Ma quello stronzo fuori misura non era il suo ex. Era uno stupido turista… con un corpo perfetto. Sospirò mentalmente. E wow, l’amico era ancora meglio. Il ragazzo dall’altra parte della rete, con i suoi capelli scuri arruffati e la sua brillante abbronzatura, eclissava quasi la bellezza del biondino. Quasi.

David raddrizzò le spalle. Non aveva niente di cui aver paura. Era per questo che abitava a Laguna: nessuno ti dava rogne lì. Qualcuno avrebbe fatto meglio a informare il signor Gigante Golia che su quella spiaggia poteva prenderle per aver molestato un frocio.

Golia lo guardava in cagnesco, con le mani appoggiate ai fianchi stretti. Sia lui che il suo amico dovevano essere più alti del metro e novantacinque ed erano dei veri e propri armadi a due ante. Fatti di cemento. E, era piuttosto evidente, simpatici come la sabbia nel culo. Un giorno smetterò di avere un debole per i maschi alfa. Mi risparmierebbe un sacco di dolore inutile.

Il signor Stronzo fece un passo avanti e lui sobbalzò. La reazione non fece altro che far accigliare ulteriormente il gigante. “Mi hai sentito, culattone?”

L’amico dello stronzo, il signor Schianto, raggiunse il Neanderthal e lo afferrò per un braccio. “Smettila, Edge. Non ti ha fatto niente.” L’amico aveva un accento strano e, ora che ci pensava, ce l’aveva anche Bocca di Fogna. Di dov’era? Sud Africa? Australiano, probabilmente.

Sì, i gay non se la passavano troppo bene in quei posti. Ma qui non siamo in Australia, testa di cazzo. Ripiegò la carta del suo sandwich e si alzò dalla gradinata, dove si era seduto per godersi il sole e, gnam, il panorama. I suoi jeans lo fasciavano come una seconda pelle – non sono favolosi come la mia pelle vera, grazie tante – e la sua maglietta di seta verde, infilata nei pantaloni, gli faceva risaltare gli occhi. Scosse i capelli in quello che sperava apparisse come un gesto di sdegno. Quando sollevò lo sguardo, vide che entrambi gli omoni lo stavano fissando. Il signor Golia sembrava incazzato. L’altro? Indecifrabile. Probabilmente disgustato.

David si voltò, ostentò il suo culo perfetto, e salì lentamente le scale verso il pontile di legno, così che avessero tutto il tempo di apprezzare lo splendore di ogni singola natica. In cima alla breve rampa, calpestò l’erba e, con andatura rilassata, si diresse verso la Pacific Coast Highway e la città che si ergeva al di là della strada. Il suo cuore batteva ancora come se avesse corso, ma forse il suo show era stato convincente. Dovevano aver smesso di guardare da un pezzo, ma chi se ne frega. Era un modo per rafforzare la sua sicurezza in se stesso.

Bang! Un peso si schiantò contro la sua schiena. Per mezzo secondo, andò nel panico.

“Povero piccolo.”

David rilasciò il fiato silenziosamente. Era quasi stato rovesciato come un birillo da un missile volante di compassione. “Ciao, Rodney.” Si lasciò trascinare in un abbraccio affettuoso. Lo ricambiò, e poi si districò con gentilezza.

Rodney Mansfield guardò oltre la sua spalla con occhi socchiusi. “Mi dispiace un sacco, tesoro. Ho visto che quei due stronzi ti stavano importunando dalla vetrina.” Agitò la mano in direzione di un bar, situato in una posizione invidiabile a bordo spiaggia. “Non sono arrivato in tempo. Dannazione.”

David si sforzò di non ridacchiare. Con il suo metro e ottantacinque, misurava comunque dieci centimetri in meno di quei tizi, e Rodney non era nemmeno alto la metà. Ma il suo amico era come un mastino: feroce e agguerrito nel proteggere gli amici; senza contare che insegnava un corso di karate che lui aveva sentito dire essere roba seria. Era possibile che l’uomo fosse in grado di recare qualche danno ai giganti; in caso contrario, avrebbe potuto comunque stenderli a suon di parole.

Rodney lo afferrò per le braccia. “Ma ora che sei qui, dimmi che verrai a Las Brias per un drink, domani sera.” Sbatté le ciglia, il che significava che l’invito non prevedeva un margarita veloce tra amici.

“Perché, che succede?”

“Beh, c’è qualcuno che vorrei farti conoscere. O meglio, Tessa vorrebbe.”

David sospirò. “Ti prego, dolcezza, arrenditi. Dopo Phil, sono un prodotto danneggiato. Non sono pronto a essere di buona compagnia in un contesto romantico. Sto bene da solo.” Calciò l’erba. “Anche se mi manca il sesso, questo è poco ma sicuro.”

“Senti. Questo tizio è a posto. Ti giuro che non c’entra proprio niente con tu-sai-chi. È intelligente, ha un buon lavoro e un bel carattere.”

David gli rivolse uno sguardo rassegnato, perfezionato dall’uso costante.

Rodney fece spallucce. “Okay, so che ‘avere un bel carattere’ è poco promettente, ma va d’accordo con Tessa, e lei crede che sia perfetto per te.”

L’amica di Rodney, Tessa, pensava che il Principe Charles fosse sexy.

“Okay, dolcezza, ci vengo. Ma ci dovrai essere anche tu. Domani è la mia unica serata libera prima del Pageant of the Masters, quindi non ho intenzione di perdere tempo con un perdente, senza offesa.”

“Nessuna offesa. Bacio, bacio. Domani alle sette. E vieni alla sfilata un po’ prima per il trucco stasera, okay? Ho sentito che ci sarà il pienone, e voglio che tu sia assolutamente magnifico.”

Lui si mise in posa. “Tesoro, sono sempre magnifico.” Ricominciò a camminare. “E il mio trucco è cerone bianco, quindi che differenza fa?”

Rod zampettò al suo fianco. “Vieni un po’ prima e non farmi disperare.”

“Okay, tesoro.” Salutò l’amico con la mano, e, dopo una corsa veloce per attraversare la Pacific Coast Highway e una breve passeggiata lungo Forest Avenue, si addentrò nella Underwood Gallery.

Due clienti stavano esaminando gli espositori, sfiorando le piccole bambole a forma di clown pitturate a mano, che assicuravano al negozio un flusso continuo di entrate quando non si vendevano i grossi pezzi d’arte. JJ, dietro la cassa, alzò lo sguardo e agitò una mano. Grande e grosso com’era, attirava spesso le turiste per strada, che entravano nella galleria anche solo per poter ammirare il suo bel visino più da vicino. Nella vita vera, però, JJ era più queen che quarterback, nonché un apprendista designer di interni con i fiocchi.

David sorrise alle clienti e domandò se poteva aiutarle.

Una delle donne lanciò uno sguardo a JJ, poi afferrò il clown che stava studiando. “A dire la verità sì. Queste sono molto carine. Penso che siano perfette per un regalo. Sono così particolari. JJ ci stava parlando dell’artista che le fa.” Guardò di nuovo nella direzione dell’uomo. “Ne vorrei cinque.” La donna cominciò a caricargli le braccia di bambole, mano a mano che le sceglieva. “Quant’è che costavano?”

“Tra i duecentocinquanta e i trecento. Possiamo vendergliele tutte a duecentocinquanta visto che ne vuole comprare più di una.”

“Oh, grazie. Molto gentile da parte sua. Può farmi il pacchetto regalo? Magari un paio con della carta natalizia e il resto con della carta normale?”

David sistemò le bambole perché restassero in equilibrio. “Comincia presto con lo shopping natalizio.”

Lei rise. “Sì, ma sa com’è. Un minuto prima è estate e quello dopo è Natale.”

Fece segno a JJ, che stava fissando il computer. “Ehi, tesoro, puoi venire a prendere qualcuna di queste e cominciare a incartarle?”

L’amico saltò in piedi. “Scusa. Avevo visto un bel design per una stanza.”

Ci vollero venti minuti, ma, insieme, riuscirono a fare dei bei pacchetti regalo per le bambole, e le due donne lasciarono il negozio con dei sorrisi raggianti. Rivolti per lo più a JJ.

David afferrò la posta sul bancone. “È successo qualcos’altro mentre ero via?” Non voleva raccontare all’amico degli stronzi in spiaggia. JJ si spaventava facilmente.

“Ho venduto molti altri clown, e una signora si è innamorata del nuovo pezzo di Roman che abbiamo appena messo in esposizione. Scommetto che tornerà.”

“Sarebbe fantastico. Per noi e per Rodney.” Roman era il nome d’arte di Rodney e rappresentava il suo alter ego pittore, un alter ego che era riconosciuto come uno dei migliori artisti del sud della California. Un migliore artista che organizzatore di incontri, ahimè.

“Perché non fai una pausa pranzo adesso? Sto qui io.”

“Sei sicuro? Scusa se ti ho lasciato solo con quelle signore. Mi sono distratto.”

“Non c’è problema. Va’ a mangiare.”

JJ sembrava giù di corda. David sollevò lo sguardo dalla posta. “Qualcosa non va, tesoro?”

L’uomo fissava il pavimento. “P-penso di aver visto… forse era solo qualcuno che gli assomigliava…” Esalò un lungo sospiro.

“Assomigliava a Phil?”

“Sì. Merda. Probabilmente non era lui.”

“Tranquillo. Mi toccherà vederlo, qualche volta. Abita qui.” Rabbrividì. “Comunque, sa bene che non deve farmi scherzi. Lo denuncerò in un soffio, altrimenti. Ho un ordine del tribunale, ricordi?”

“Non volevo farti preoccupare. Ho pensato e ripensato se dirtelo.”

“Hai fatto la cosa giusta. Ci vediamo fra un’ora.”

JJ gli diede un abbraccio e se ne andò.

Lui collassò sulla sedia dietro al bancone. Non voleva dire a JJ che avrebbe preferito non sapere. Gesù, solo il pensiero che Phil si trovasse da qualche parte nei dintorni lo faceva sudare freddo. Si sfregò i palmi delle mani sui jeans. Mettiti al lavoro e smettila di pensare al peggio.

Si alzò di scatto dalla sedia e cominciò a riordinare e raddrizzare alcuni dei pezzi d’arte più piccoli, che finivano sempre per essere spostati dai clienti interessati.

Il suo telefono vibrò, e David diede un’occhiata al messaggio appena ricevuto.

Tutto pronto per domani sera. Tessa dice che lo adorerai! Ci vediamo fra qualche ora.

Dopo aver assistito altri quattro o cinque clienti entusiasti, si prese una piccola pausa. Adorava l’estate. I festival d’arte, la sfilata, e, ovviamente, le bellissime spiagge che attiravano clienti a palate. Talvolta le strade erano così affollate che si riusciva a malapena a navigare la calca. Era ottimo per gli affari.

Già che ci sono, tanto vale sistemare anche la vetrina e portarmi avanti per domani.

Mentre si avvicinava alla vetrina, sentì una risata rauca provenire dalla strada. Qualcuno sembrava aver cominciato a fare baldoria presto. Una voce si alzò al di sopra del vocio generale di tenori e baritoni. “Ci sono un sacco di ricchioni in questa città, non vi pare? Questo posto è un po’ troppo carino per i miei gusti.”

David si fermò. Avrebbe riconosciuto quella voce ovunque. Lo stronzo della spiaggia era in piedi di fronte alla vetrina del negozio con un gruppo di sei o sette ragazzi, tutti alti e vestiti con delle varianti della stessa tuta.

Non entrate. Non entrate. Ogni fibra del suo corpo voleva fuggire nel retro a nascondersi.

Cristo, che odio. Un tempo non conosceva la paura. Era un uomo piuttosto alto, non era del tutto indifeso, ma Phil l’aveva picchiato fino a farlo sottomettere.

Prendi un respiro profondo. Questa è la tua galleria. Restava di fatto che non voleva ritrovarsi lì dentro solo con Golia.

I ragazzi erano impegnati a parlare tra di loro, e David riconobbe di nuovo quell’accento australiano: “seh” al posto di sì, e cavolo suonava come “cawolo”. Sul retro di una delle felpe, lesse “Australia Pallavolo.”

Aveva letto qualcosa riguardo a un grande torneo a Huntington Beach. Beh, cazzo. Perché non sono rimasti là? Cosa ci fanno a Laguna a spargere in giro il loro testosterone?

Certo, benché fosse spaventato a morte, sapeva apprezzare comunque la visione: una collezione così pregiata di maschi alfa non si vedeva spesso. Il più basso di loro doveva essere tre centimetri più alto di lui, e avevano tutti le spalle larghe e la vita stretta. Sospirò.

I soliti eterosessuali stronzi. A Phil piaceva fingersi etero tutto il giorno insieme ai suoi amichetti di Newport Beach, ma poi veniva a Laguna e si scopava David per tutta la notte. E se lui obbiettava, il bastardo era sempre ugualmente felice di picchiarlo.

All’improvviso, uno dei tizi di fuori si voltò e guardò attraverso il vetro. David cercò di indietreggiare, ma era troppo tardi. Il suo sguardo incontrò quello del ragazzo bruno che aveva allontanato Golia sul campo da pallavolo. Aveva gli occhi chiari, e il suo viso era testamento scultoreo della perfezione maschile; i capelli marrone scuro gli ricadevano sulla fronte.

Il ragazzo rimase a fissarlo per un istante, poi fece un piccolo sorriso. David fu percorso da brivido. Merda. Magari poteva chiudere a chiave la porta?

Il morettino disse: “Forza, andiamo a prenderci una birra. Abbiamo un po’ di tempo libero.” Con il suo corpo alto e snello, sembrò posizionarsi di proposito tra Golia e la vetrina, incitando gli altri a proseguire fra grida e risa per la strada, verso i ristoranti popolari della città.

Ha allontanato il gruppo di proposito? Era possibile che non volesse rogne, e il biondino grande e cattivo pareva Il Piantagrane per antonomasia.

Il rumore di voci si affievolì, e lui prese finalmente fiato. Avrebbe dovuto fare la strada lunga per raggiungere la sfilata quella sera: non aveva intenzione di imbattersi di nuovo in quel gruppo, poco ma sicuro.

 

 

GARETH MARSHALL rimase in fondo al gruppo composto suoi compagni di squadra per assicurarsi che nessuno cambiasse direzione. Che probabilità c’erano di rivedere l’uomo della spiaggia in un negozio? Quello sfrontato, con cui Edge se l’era presa come un bulldog. Non mi era parso che fosse il tipo da spaventarsi facilmente, ma sembrava terrorizzato quando ci ha visti davanti alla vetrina. La cosa lo faceva sentire strano. E triste. Si guardò alle spalle, ma non vide l’ombra dell’uomo della spiaggia.

“Forza, Gar, muoviti.” Edge tornò indietro e lo afferrò per un braccio, trascinandolo perché si riunisse al gruppo. “Cosa ne dici di questo posto? Sembra che servano alcolici.” Edge fece cenno verso un grande ristorante che faceva angolo, da dove Gareth non si sarebbe stupito di veder uscire Hansel e Gretel da un momento all’altro.

“Sì, okay. Il festival non è lontano da qui. Possiamo andarci a piedi senza problemi. Ma voglio mangiare, non solo bere.”

L’amico gli avvolse un braccio attorno al collo in una presa di sottomissione e gli strofinò una mano sui capelli. “Tu vuoi sempre mangiare, amico. Hai il cervello nello stomaco.”

Gareth si divincolò dall’abbraccio del compagno. Adorava Edge, ma cazzo se era affettuoso. Finiva sempre per far fare le capriole al suo stomaco.

Dentro, la gente li fissò. Le persone li fissavano sempre, dato che sembravano delle montagne viventi quando tutta la squadra usciva insieme. La caposala si affettò a raggiungerli. Sorrideva un po’ troppo, ma sembrava molto dolce. Ci misero solo qualche minuto a preparare un tavolo per otto.

Il cameriere era un tizio alto con i capelli lunghi e l’eyeliner, che annunciò di chiamarsi Derek e che si sarebbe occupato di loro per la serata. Edge si accigliò, ma né Gareth né gli altri persero tempo prima di chiedere diverse pinte di birra e un sacco di cibo: una volta che tutti ebbero dato un’occhiata al menù, infatti, decisero di ordinare un po’ di tutto. La maggior parte dei suoi compagni optò per la bistecca o l’hamburger, mentre lui scelse del pescespada al burro e aglio.

Quando Derek si allontanò, Edge esclamò: “Tutta questa cazzo di città puzza di finocchio, amico. Scappiamo in fretta da qui.”

Gareth trattenne un sospiro. “Sai che non possiamo. La squadra è stata invitata al Pageant qualcosa, e ci hanno riservato dei posti speciali. Dicono che i biglietti esauriscono tutte le sere, quindi non possiamo dare buca e lasciarli con dei posti vuoti. L’allenatore si incazzerebbe.” Anche se, in realtà, nemmeno lui ne era particolarmente entusiasta. Gli piaceva l’arte. Ma le sfilate? Non molto. Senza contare l’ansia che aveva addosso. Doveva avere qualcosa a che fare con l’aver incontrato di nuovo il ragazzo della spiaggia.

“Sì, sì, lo so.” Edge si appoggiò con il suo grande corpo contro la sedia. “Era solo un’osservazione.”

Darek tornò con i loro ordini, accompagnato da un altro cameriere, dall’aspetto sufficientemente etero. Per lo meno non ricevette uno sguardo truce da parte di Edge. Gli altri affondarono i denti nella loro carne, mentre lui si godette il pescespada. Buonissimo. Ovvio, tutto era delizioso se ricoperto di aglio e burro.

Oscar Pedersen, il grosso giocatore di prima linea di un’altra delle loro squadre a due uomini, scartò con minuzia il grasso dalla sua lombata, con coltello e forchetta. Edge lo derise. “Fai attenzione alla linea, Oscy? Ti scongiuro, amico, sii uomo.” Guardò i suoi compagni intorno al tavolo. “Dobbiamo portarlo via in fretta da questa città. Lo stanno già contagiando.”

Gareth picchiò il tovagliolo sul tavolo. “Cazzo, Edge, puoi lasciare in pace la gente per un minuto?” Spinse indietro la sedia. “Vado in bagno.”

Mentre si allontanava a grandi passi, sentì l’amico domandare: “Che problemi ha?”

Merda, voleva tornare indietro e informarlo che ricerche recenti provavano che spesso gli omofobi più cattivi si rivelavano essere gay, ma dovevano giocare il giorno successivo, e mantenere la pace nel gruppo era la priorità. Non che Edge si preoccupasse mai di non farlo arrabbiare.

Quando tornò al tavolo, tutti fecero finta che non fosse successo niente. Ignorare la situazione non era certo il modo per far sì che il comportamento di Edge migliorasse. Ma lui gli voleva bene lo stesso. Erano migliori amici da anni. Lo erano stati durante la scuola, nello sport, e anche in momenti di estremo disagio da parte sua. Estremo.