Capitolo 1

 

 

Portland, Oregon

Gennaio

 

“SONO COSÌ vecchio.” Angus si lasciò cadere sul divano di pelle del suo migliore amico e chiuse gli occhi. “Com’è possibile che abbiamo già trent’anni?” Erano mesi che tentava di distrarsi da quel pensiero, ma il giorno fatidico incombeva. Mancava meno di una settimana all’arrivo del tre-zero. Sembrava la fine del mondo. Anzi, era la fine del mondo. Da quel momento in poi avrebbe smesso di essere giovane, sexy e pieno di potenziale. Era uno schifo.

Quando avvertì qualcosa premergli sullo stomaco aprì gli occhi e vide il suo amico d’infanzia fare una smorfia buffissima. Angus non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere. Nonostante fosse molto attraente, Reece era bravissimo ad apparire orrendo. Ed era anche molto bravo a fargli dimenticare la sua angoscia.

“Per me arriveranno solo quattro mesi dopo di te, amico. Se tu sei vecchio, io cosa sono?”

Angus sospirò. Reece non l’avrebbe mai capito. “Un trentenne etero e un trentenne gay sono due cose molto diverse. Non ti ho insegnato proprio niente?”

“Dovrai spiegarmelo.”

“Non riesci ad arrivarci. Tu, a trent’anni, sei ancora considerato giovane.”

“Ma anche tu lo sei.” Reece alzò gli occhi al cielo. “Sembri ancora un ragazzino, amico. Vedrai che andrà tutto bene.”

Reece era davvero un illuso. Sarebbe stato considerato di bell’aspetto ancora per molti anni. Angus, invece, viveva in un mondo ossessionato dalla giovinezza e pronto a gettare via come immondizia chiunque avesse più di venticinque anni. A trent’anni si era pronti per essere rottamati. Angus stava cominciando a sentirsi come un cartone di latte scaduto. In fondo, dopo l’inverno umido e senza sole appena trascorso, era piuttosto pallido.

E poi c’era Reece, con la sua pelle dorata da scandinavo, i capelli color del grano, occhi verdi con screziature dorate, alto, muscoloso e con un sorriso da modello. Tutto in lui era… dorato, come se risplendesse. La bellezza di Reece era quasi fastidiosa, e a volte Angus lo odiava. Ovviamente, però, gli voleva anche bene più che a chiunque altro nella sua vita, per cui si trattava di un odio benevolo.

Angus si mise a sedere. “Non andrà per niente ben…” In quel momento il cellulare gli squillò nella tasca. Era Brad. Angus prese il telefono e fece cenno a Reece di stare zitto.

“Ehi, baby. Com’è Corvallis?” Il fidanzato di lunga data di Angus stava facendo i bagagli nell’appartamento che aveva usato nei fine settimana mentre teneva un corso di fotografia alla Oregon State University, a due ore di strada dalla loro casa a Portland. Erano stati due mesi infiniti, con lui via ogni fine settimana e a volte anche nei giorni infrasettimanali.

“Tutto a posto. Cosa stai facendo?”

“Faccio il bucato e guardo un film. A che ora tornerai domani?”

Brad sospirò. “Ti ho già detto che dovrò rimanere anche lunedì. Hanno organizzato una cena di addio per me.”

“Vuoi che venga lì?” Angus avvertiva come un vuoto nel petto ogni volta che Brad era via, come se non sapesse cosa fare di se stesso. Sapeva che era una cosa stupida – era un uomo adulto e indipendente di quasi trent’anni – ma non gli piaceva stare da solo.

“Non c’è motivo di venire qui solo per una cena. Sarò a casa lunedì.”

“Va bene,” mormorò Angus.

“Sono sorpreso che tu non sia con Reece,” continuò Brad quasi con un sogghigno.

“Oh, sì, ehm… Aveva da fare.”

Reece guardò l’amico con espressione irritata. Non era un fan di Brad e il sentimento era reciproco. Per quasi dieci anni Angus aveva cercato invano di farli avvicinare. Era più semplice non informare Brad delle sue uscite con l’amico. Era un peccato che non potesse evitare di parlarne con Reece.

“Va bene. Ti lascio andare, ci vediamo lunedì.”

“Ti chiamo domani, per sapere com’è andata la cena,” disse Angus.

“Oh, baby, non ce n’è bisogno. Sarò occupato e ci sarà casino. Possiamo aspettare fino a lunedì.”

A quanto pareva, per Brad l’attesa era sopportabile. Angus si morse il labbro inferiore. “Va bene.”

“Ci sentiamo, baby. Devo andare.”

“Ti a…” Ma Angus stava parlando al vento. Brad aveva già riattaccato.

Quando sollevò lo sguardo, si ritrovò faccia a faccia con un Reece infuriato. “Vogliamo parlare del fatto che sei costretto a mentire a Brad e a dirgli che non ci vediamo?” Aveva l’aria di voler prendere a pugni qualcuno.

“Lo so che avete avuto delle… differenze di vedute.” Che era solo un eufemismo. Non erano mai venuti alle mani, ma in qualche caso ci erano andati vicini. Angus sapeva leggere il viso di Reece meglio del suo. “È molto più semplice restare neutrali.”

“Fanculo la neutralità,” ribatté Reece sedendosi sul divano accanto a lui.

Ad Angus piaceva la casa di Reece. Negli anni, lo aveva aiutato a scegliere i colori delle pareti e tutti i mobili. Lì si sentiva a casa così come nell’appartamento suo e di Brad. Di solito. In quel momento, invece, si sentiva piuttosto a disagio.

“Prima o poi capirai. Quando anche tu avrai una relazione seria.”

“Wow, questo non è stato per niente paternalistico. Il fatto che io non abbia avuto una relazione seria non significa che sia un bambino incapace di capire come funziona la vita per gli adulti.”

“Non intendevo dire questo.”

“A me sembrava di sì. Succede sempre così dopo che hai parlato con Brad. Diventi lui.”

“Vogliamo passare tutta la notte a discutere? Perché se è così torno a casa, dato che ho del lavoro da fare.” A volte Reece e Angus battibeccavano quasi come due fratelli, e così si sentivano. Di solito ad Angus piacevano quei bisticci col suo migliore amico, ma quella sera non era dell’umore.

Reece gli lanciò un cuscino e lo colpì in faccia. “Non osare andartene. Abbiamo fatto un programma per stasera, e il programma non prevede che tu te ne torni a casa tutto nervoso per colpa di Bradley il Magnifico.”

“Prendi questo,” gli disse mostrandogli il dito medio.

Reece fece spallucce. “Chissà, forse un giorno,” disse facendo l’occhiolino.

Angus lanciò un urlo e attaccò l’amico facendogli il solletico sotto le ascelle e cercando di assestargli una ginocchiata sui testicoli, finché non rotolò via da Reece e… cadde per terra.

“Oh, cavolo.” A quella vista, Reece si mise a sghignazzare.

“Ridi come un bambino di quattro anni,” commentò Angus in tono acido.

“E tu hai lo stesso odore,” replicò Reece arricciando il naso.

Angus spalancò la bocca indignato portandosi una mano al petto. “Io profumo come un fiore raro e perfetto.”

“Col cazzo.”

“Tu hai quattro anni.”

Reece fece un sorriso a trentadue denti. “Mangiamo tailandese, sushi o zuppa e insalata?”

“Voglio le enchilada al formaggio, con formaggio extra e panna acida,” rispose Angus. Lo disse come se fosse un’ovvietà, e poiché i due si conoscevano da una vita, forse lo era davvero.

“Messicano, quindi.” Reece sollevò un sopracciglio. “Approfittiamo del fatto che la polizia del mangiar sano non c’è?”

“Più o meno.”

Poiché Brad era stato via quasi tutta la settimana per chiudere il semestre, Angus aveva abbandonato i suoi esercizi, i dolci ipocalorici e si era limitato a una corsetta giornaliera di venti minuti. Era stato bellissimo. I jeans, però, ora gli andavano un po’ stretti, per cui dopo il compleanno avrebbe ripreso ad andare in palestra. Sarebbe stato facile, dato che Brad sarebbe rimasto in città molto di più, e quindi lui avrebbe avuto meno occasioni di pranzare con Reece e Cherry.

Reece si strinse nelle spalle. “Io prenderò un burrito di pesce e qualche flan.”

“Con patatine extra e guacamole. E salsa al formaggio.”

“Come sempre.”

Venti minuti dopo erano di nuovo sistemati sul divano di Reece, col loro cibo e un film. Non era una discoteca – erano anni che Angus non aveva voglia di andarci – e nemmeno una delle costose sale da cocktail che tanto piacevano a Brad e dove lui si sentiva sempre un po’ fuori posto, ma era divertente. Quel tipo di divertimento casalingo che lui e Reece amavano fin da quando avevano sei anni ed erano vicini di casa.

 

 

DANNAZIONE, DANNAZIONE, dannazione.

Angus correva da una parte all’altra dell’appartamento. Gli era sembrato che ci fosse ancora un sacco di tempo prima che Brad tornasse da Corvallis, ma questo era prima che facesse un riposino un po’ troppo prolungato e poi decidesse di aver bisogno di una doccia. Quando finalmente uscì dalla doccia e si rivestì, si rese conto che Brad sarebbe tornato da un momento all’altro e che l’appartamento era ancora in disordine. Brad non sopportava che Angus lasciasse le sue cose in giro, cosa che faceva con una certa frequenza.

“Perché sono un tale disastro?” si chiedeva Angus mentre caricava i piatti del giorno prima nella lavastoviglie. Si affaccendava il più velocemente possibile, ma doveva ancora riordinare il tavolino da caffè, pieno dei suoi documenti del lavoro, e la coperta sul divano non era ripiegata, e il bucato era…

In quel momento udì le chiavi nella serratura.

Merda.

Angus chiuse di scatto la lavastoviglie e corse in salotto, giusto in tempo per vedere Brad che esaminava il disordine sul tavolino da caffè.

“Bello,” commentò Brad. Lui alzò gli occhi al cielo.

Angus lo raggiunse e gli gettò le braccia al collo per baciarlo, ma Brad si voltò e Angus si ritrovò con le labbra appiccicate alla sua guancia.

“Questo non è un bacio, stupido,” disse Angus.

Brad si sciolse dall’abbraccio. “Devo riordinare questo casino o non riuscirò a rilassarmi.”

Angus avvertì una sensazione di vuoto nello stomaco. “Ci penso io,” replicò calmo. “È roba mia.”

E non osava pensare all’espressione delusa di Brad quando avrebbe visto tutti i vestiti di Angus sparsi sul pavimento della camera da letto.

“Non c’è problema. Devo disfare le valigie e posso mettere tutto a posto io.”

Il suo viso e il suo atteggiamento, però, non dicevano che non c’erano problemi. Angus riconosceva la delusione nel suo modo di tenere le labbra un po’ all’ingiù. Non ci sarebbe stata nessuna riunione appassionata quella notte né in tempi brevi. Fantastico.

“Cosa vuoi fare stasera?” chiese Angus. “Posso preparare la cena e poi possiamo parlare delle tue ultime lezioni.”

“Ceneremo con Mark e Jeremy,” annunciò Brad. “Hanno prenotato al Kitchen.” Tirò fuori dalla valigia la sua giacca su misura, l’appese con cura a una stampella e la ripose con ordine nell’armadio nel corridoio. Si voltò e, per la prima volta da quando era tornato, rivolse ad Angus un sorriso.

“Al Kitchen?” Angus odiava quel locale. Si sentiva sempre uno sfigato e di solito, quando andavano via, aveva ancora fame. “O-Oh. Speravo avremmo passato la serata da soli. Questa sarà una settimana intensa, con la festa di compleanno e tutto il resto.”

Brad si passò una mano tra i capelli neri e si morse il labbro. Aveva l’aria frustrata. “Angus, ho organizzato tutto giorni fa. Sono settimane che non vedo Mark e Jeremy.”

Anche noi due ci siamo visti a malapena per settimane…

Angus sapeva quando era il momento di lasciar perdere, per cui lo fece, e cominciò a riporre il suo materiale da lavoro nella borsa che portava con sé nell’ufficio dove lavorava come grafico. Certo, Brad aveva detto che ci avrebbe pensato lui ma, se non lui non avesse messo via tutto, avrebbe continuato a tormentarlo per il disordine.

“Domani verrai in ufficio da me per il pranzo di compleanno?”

Aveva preso alcuni giorni di ferie per organizzare la sua grande festa, perciò i suoi colleghi gli avevano organizzato un pranzo, completo di torta.

“Non penso sia una buona idea. Adesso che non insegno più ho molto lavoro da recuperare.”

“Oh, sì. Certo,” convenne Angus cercando di sorridere.

“Usciremo tra un’oretta. Ce la fai a mettere tutto a posto prima di andare?” Aveva già dimenticato che si era offerto lui di farlo. Andava sempre così.

“Certo,” ripeté Angus. “Non ci vorrà molto.”

“E potresti indossare quella giacca che ti ho comprato il mese scorso? E i pantaloni di Gucci?” Brad lo fissò a lungo. “Anche se forse, a pensarci bene, potrebbero non entrarti più.”

Angus si cinse la vita con un braccio. “Mi andranno bene,” mormorò.

 

 

QUASI ESATTAMENTE un’ora dopo, Angus scivolò sul sedile passeggeri dell’Audi di Brad. C’era un odore strano all’interno, che si aggiungeva a quello del solito deodorante per auto e della pelle. Angus non riusciva a distinguerlo, ma aveva altre cose di cui preoccuparsi. Si accomodò meglio sul sedile, cercando di fare in modo che la cinta dei pantaloni non gli tagliasse i fianchi. Avrebbe dovuto evitare il cibo messicano, e la vaschetta di gelato che aveva divorato la sera precedente durante la maratona di The Walking Dead.

“Ricorda di non chiedere a Mark del suo lavoro,” disse Brad tenendo gli occhi sulla strada. Non aveva guardato molto Angus da quando era tornato a casa. Più che altro si era limitato a borbottare spostando le cose che Angus aveva già messo a posto. Angus si sentiva un fallito per non essere riuscito a riordinare l’appartamento e a renderlo accogliente per il ritorno di Brad.

“Sì, me lo ricordo. E non parlare a Jeremy del suo allenamento per la maratona, perché ha dovuto abbandonare a causa di uno stiramento. Conosco queste persone da quanto le conosci tu. Lo so.” Anche se non mi piacciono.

Brad gli lanciò un’occhiataccia. “Non c’è bisogno di essere scortesi.”

“Avrei preferito vedere solo te stasera.”

“Ma mi stai vedendo,” obiettò Brad con freddezza.

Angus decise che non valeva la pena discutere e continuò a fissare il parabrezza coperto da goccioline di pioggia. Il Kitchen si trovava a pochi minuti dal loro appartamento nel Pearl District e, nonostante fossero verso la fine dell’ora di punta, il traffico era molto scorrevole. Brad avrebbe di certo insistito per andare a piedi, se il tempo non fosse stato freddo e umido. Era l’inverno del Pacifico nordoccidentale. Fantastico.

Trovarono un parcheggio molto velocemente, il che irritò Angus, al quale non sarebbe dispiaciuto se avessero dovuto girare un po’. Uscito dalla macchina, si ritrovò con entrambi i piedi in una pozzanghera gigantesca, cosa che non migliorò la serata. Una volta saltato sul marciapiede, un’auto schizzò entrambi con acqua sporca.

“Ce la faresti a non attirare disastri almeno per una sera?” chiese Brad, ma il modo in cui lo guardò rivelava che in realtà lo riteneva impossibile. E, purtroppo, forse aveva ragione.

Angus alzò gli occhi al cielo. Non gli piaceva il comportamento che Brad assumeva quando stava insieme a Mark e Jeremy per troppo tempo. Quella sera aveva iniziato presto, Brad l’insopportabile al suo meglio.

Lo seguì all’interno del ristorante e fece una piccola smorfia quando vide Mark e Jeremy che li salutavano da un tavolo d’angolo.

Brad li abbracciò con calore e li baciò sulle guance. Anche Angus li abbracciò, poi scivolò su una delle sedie libere. Lo aspettava una lunga serata di pietanze dai nomi impossibili e chiacchiere sui loro amici del tennis club con cui lui, di solito, non legava molto. Era comunque meglio che restare a casa da solo.

Si sedette al posto d’angolo, il suo preferito, e lasciò che la conversazione di Brad e dei suoi amici gli scorresse addosso. Si chiese cosa stessero facendo i suoi, di amici: Reece; Lex, che aveva conosciuto quando era venuto in città per un seminario d’affari, e con cui in scambiava soprattutto messaggi; Jordan e tutto il gruppo con cui era solito andare a ballare. A volte gli mancava andare a ballare, avere i capelli pieni di glitter e ubriacarsi di risate più che di alcol. Ora però aveva trent’anni, e questo significava che doveva comportarsi in maniera rispettabile. Significava partecipare a cocktail con amici pretenziosi in ristoranti pretenziosi col nome composto da una sola parola. Non significava discoteca fino all’alba.

Giusto?

Angus sospirò.

“Che hai stasera?” chiese Jeremy. “Di solito sei molto più vispo.”

Angus cercò di convincersi che ‘vispo’ non fosse un insulto. Con gli amici di Brad, non si era mai sicuri.

“Suppongo di essere solo un po’ stanco. Sono state settimane di lavoro molto intenso.”

“Il team di Angus ha lavorato al progetto grafico della nuova campagna per la Nike,” spiegò Brad, al quale piaceva parlare degli ultimi successi di Angus, che si sentiva pertanto gratificato.

“Ottimo. È un grosso passo in avanti rispetto a disegnare i loghi per le tazze da caffè.”

Angus si conficcò le unghie nei palmi delle mani. Se si fosse fatto abbastanza male, il dolore lo avrebbe distratto e non avrebbe inveito contro Mark. Di tutti gli amici di Brad che gravitavano nelle alte sfere, molto più in alto di Angus, Mark era quello che sopportava di meno, e per una strana coincidenza lui e Jeremy erano quelli che vedevano di più.

Angus aveva provato una volta, e una volta sola, a mescolare Reece, Jordan e un altro paio di suoi amici con quelli di Brad. Aveva pensato che, se fossero andati d’accordo, avrebbero potuto uscire insieme più spesso, e Angus… non importava cosa si fosse augurato. Ma quello che era successo era stato un enorme casino, anche per i suoi standard elevati di casino.

“Un grosso passo in avanti,” mormorò Angus, e ritornò a stare in silenzio. Stare in silenzio era il modo più semplice per assicurarsi che i suoi pensieri non gli sfuggissero di bocca.

 

 

QUELLA NOTTE, quando finalmente tornarono a casa dalla cena più lunga di sempre, Angus si mise a sedere sulla sponda del letto e controllò i messaggi sul cellulare. Lo aveva lasciato a casa, per evitare la tentazione di trascorrere il tempo su internet mentre Brad e i suoi amici parlavano di cose che non avevano nulla a che fare con lui. C’erano parecchi messaggi: sua sorella Cherry, con gli ultimi preparativi per la festa; sua madre, con una domanda su una ricetta; Reece, ancora Reece e infine un preoccupato e insistente Reece.

Spero tu stia facendo un sacco di sesso, perché mi stai preoccupando. Tutto bene, amico?

Angus scosse la testa. Reece era ridicolo.

Ci sono cose chiamate riposini, e poi siamo stati a cena fuori. Sto bene :)

Il telefono di Angus vibrò qualche secondo dopo, proprio mentre Brad entrava in camera dopo la doccia.

“È di nuovo Reece? Possibile che non riusciate a stare dieci secondi senza parlarvi?”

Brad non aveva mai nascosto il suo disprezzo per Reece. Sin dal giorno in cui Angus li aveva fatti incontrare, Brad aveva riservato a Reece una frecciatina dopo l’altra. Aveva addirittura chiesto ad Angus se fossero mai stati a letto assieme. Angus aveva sollevato gli occhi al cielo, aveva emesso un suono strozzato e gli aveva risposto che Reece era etero al cento per cento ed era praticamente suo fratello. Brad, però, non sembrava convinto.

“A dire la verità, sto scrivendo a mia madre.” Non era vero, ma non ne poteva più della loro guerra verbale. “Vuoi leggere il messaggio e controllare se ci sono errori di grammatica?”

“Non mi piace quando reagisci così, baby,” sospirò Brad.

“Allora smettila di rompermi le scatole con Reece. È il mio migliore amico. Mi è permesso avere un migliore amico. Ed è etero. E negli ultimi dieci anni ti ho detto ventimila volte che non sono mai andato a letto con lui.”

Brad lo guardò a lungo, con calma. Di solito Angus non scattava in quel modo e lui stesso era stupito da quella sua reazione. Il viso di Brad si addolcì.

“Penso semplicemente che lui non vada bene per te. Hai bisogno di qualcuno più simile a te.” E con ‘simile’ intendeva spocchioso, ben vestito, ricco sfondato ed elegantemente gay, e non bello ma terribilmente fuori moda, semplice e insopportabilmente etero. Angus sapeva che era così, perché negli anni avevano già avuto quella discussione molte volte.

“Perché non smettiamo di parlare di Reece? Finalmente ho il mio uomo a letto con me dopo un’eternità. Ci sono molte cose che potremmo fare invece di parlare del mio migliore amico.” Poggiò il cellulare e gattonò sul letto fino a raggiungere Brad.

“Oh baby, sono stanco.”

Davvero? E hai anche mal di testa?

“Sei stanco.”

“Il viaggio, la pulizia della casa.” Si passò una mano sulla pancia. “Inoltre, sono pieno. Fare l’amore quando si è mangiato troppo non è sexy.”

“Va bene, come vuoi.”

Angus si stese sulla schiena e Brad si sporse su di lui. “Mi sei mancato molto,” disse, e gli diede un lungo e dolce bacio.

“Anche tu mi sei mancato.”

Angus si infilò sotto il piumino di marca e tirò fuori un libro dal comodino, poi si voltò dando la schiena ad Angus e aprì il libro. Tutto a un tratto, anche Angus si sentì stanco. Stanco di un sacco di cose. Si voltò anche lui e si avvicinò a Brad, in modo da avvinghiarsi a lui come una scimmia. Brad prese la sua mano e se la poggiò sul fianco.

“Buonanotte, baby,” disse.

“Buonanotte.”

Pur essendo stanco, Angus era certo che non si sarebbe addormentato in fretta.