Capitolo 1

 

 

LA PRIMA volta che, dopo molti anni, Cooper Nelson sentì il proprio sangue scorrere più rapido fu quando incrociò Kelly Freed in città.

Per gli ultimi otto anni era sopravvissuto tenendo la testa e gli occhi bassi. Era l’unico modo per vivere in una piccola città in cui era stato al centro di un grosso scandalo. Allora perché non se n’era andato? Aveva avuto le sue ragioni a quei tempi, ragioni che non sembravano più valide, ma che erano state rimpiazzate dalla lealtà nei confronti del proprietario di un enorme ranch che l’aveva protetto quando il resto della città avrebbe preferito linciarlo.

Sebbene Coop l’avesse tenuto per sé, aveva trovato una casa al Blue River Ranch, e una specie di famiglia, anche se non lasciava avvicinare troppo quelli con cui lavorava. Andava d’accordo con tutti, ma pochissimi conoscevano l’uomo dietro all’apparenza sciatta e ai modi di fare spesso scontrosi.

E ora una parte del suo passato – una più vecchia dello scandalo – era arrivata in città, e Cooper non avrebbe mai pensato che potesse turbarlo così tanto.

Quando Cooper era uscito dal negozio di vestiti, indossava il cappello e, per abitudine, non aveva guardato negli occhi l’estraneo quando si erano incrociati. Con la mano sullo Stetson aveva nascosto gli occhi allo sconosciuto, mimando un cenno di saluto con il cappello, e ancora oggi non sapeva che cosa avesse messo in moto la sua memoria. Era un odore o un movimento particolare? Non lo sapeva, ma aveva sentito di doversi girare per guardare meglio.

Kelly Freed sembrava poco più vecchio di come lo ricordava Cooper. Erano davvero passati quindici anni? Kelly indossava la divisa marrone chiaro da vicesceriffo, la camicia infilata nei pantaloni con una piega perfetta sul davanti e una cintura a dividere i due capi. Cooper non aveva resistito alla tentazione di ricordare il corpo che riempiva alla perfezione quei pantaloni, il culo tondo che aveva venerato tutti quegli anni addietro. Quando Kelly si era voltato leggermente, la mano appoggiata sul bancone, mentre aspettava che la commessa gli prendesse qualcosa, Cooper non aveva visto neppure un accenno di pancetta da birra intorno alla cintura stretta e alla fondina. Aveva sentito i propri jeans farsi stretti e solo allora si era reso conto di stare fissando l’uomo, quindi aveva spostato rapidamente lo sguardo e aveva continuato per la propria strada, lasciando che la porta del negozio si chiudesse da sola.

Tornò al furgone, la mente ancora sull’uomo nel negozio.

“Sembra che tu abbia visto un fantasma. Stai bene, Coop?”

Cooper alzò lo sguardo e ricordò perché era in città. Izzie Conroy gli stava sorridendo dal sedile del passeggero, circondata da sacchetti e pacchetti. “Sì, sto bene,” replicò Cooper; non ci credeva neppure lui e sperava che Izzie non indagasse oltre. Era la moglie del caposquadra e la sorella del proprietario del ranch; a Cooper piaceva molto, ma era sempre un po’ troppo curiosa per i suoi gusti. “Hai bisogno di fermarti da Calley?”

“Sì,” rispose Izzie. “Ha detto che le mele sarebbero arrivate oggi e voglio della frutta per i bambini. Sai, forse potremmo piantare degli alberi di mele vicino al fiume. I fiori saranno carini in primavera e probabilmente potremmo farne crescere abbastanza per tutti i bambini e i braccianti. A tutti piace una mela succosa, giusto?”

“Certo,” rispose Cooper con tono piatto. Ciò che gli piaceva di Izzie era che parlava senza sosta e finché avesse continuato a rivolgerle qualche cenno di assenso, non ci sarebbe stato bisogno di rispondere. Per il momento, i discorsi sul ranch tennero la sua mente lontana da Kelly Freed. Almeno in parte.

“Potresti entrare tu, Coop? Mi sono già sistemata qui con tutto quello che ho comprato. Lei sa cosa ho ordinato.”

Cooper fermò il furgone di fronte al negozio di alimentari di Calley Haines. Consegnava la merce a casa, ma a volte, quando i suoi grossisti erano in ritardo, doveva fare più consegne. Visto che erano comunque in città al momento, Izzie aveva deciso di andare a prendere quello che mancava del loro ordine.

Andy e Vicky, i gemelli di Calley, stavano giocando nel cortile accanto al negozio e Noah, il figlio in affido di sette anni, stava appoggiando la bici contro il recinto.

“Ciao, Noah,” lo salutò Cooper. “Come va con la scuola?”

Noah sorrise. “Mi piace la mia maestra.”

“Be’, è un inizio. Calley è dentro?”

Noah fece spallucce. “Sono appena tornato.”

Entrarono insieme in negozio, dove il fratello sedicenne di Noah stava impilando le mele.

“Ehi, Ryan.” Cooper indicò la frutta. “Sono qui per quelle. Non so quante ne avesse ordinate il Blue River, ma sono venuto per prenderne un po’.”

Ryan interruppe ciò che stava facendo e andò dietro il registratore di cassa; le sue azioni erano l’unica cosa che confermava che avesse davvero sentito Cooper. Prese una cartellina e cominciò a sfogliarne il contenuto, poi la ripose prima di tornare a riempire la cassetta.

Cooper sapeva che era meglio evitare di estorcere qualche parola a Ryan. Ogni tanto il ragazzo dava una mano al Blue River quando erano a corto di uomini, quindi non erano estranei. Conveniva lasciargli spazio. Se non si criticava troppo ciò che faceva, lavorava duro. Quando Ryan gli porse la cassetta, Cooper cercò il contatto visivo, ma non insistette: lui stesso sapeva fin troppo bene come evitarlo. “Grazie, Ryan. Di’ a Calley che mi sono fermato per queste e che quindi non c’è bisogno che le consegni.”

Ryan annuì quasi impercettibilmente e Cooper uscì con la cassetta. La mise sul retro del furgone prima di salirci di nuovo.

“Hai in mente di nutrire un esercito con queste mele, Izzie?”

Gli sorrise. “Sei bambini mangiano un bel po’ di cibo, Coop. E ogni tanto cerchiamo di far mangiare anche a voi un pochinodi cibo sano.”

Cooper si limitò a sorridere e guardare la strada.

Un’auto dello sceriffo li oltrepassò e Cooper si ritrovò a cercare di vedere se dietro al volante ci fosse Kelly. Il furgone era troppo alto paragonato all’auto, quindi non riuscì a capirlo. Scosse la testa, cercando di scacciare i cattivi pensieri che lo stavano assillando.

“Ti sei messo in qualche guaio, Coop?” chiese Izzie con sincera preoccupazione nella voce.

“No,” rispose Cooper con sdegno.

“Ti ho visto guardare il vice Freed quando uscivi dal negozio di vestiti, e ora quell’auto. Come se fossi preoccupato per qualcosa.”

“Non è niente, Izz.” Non poteva semplicemente spiattellare tutto e dire che conosceva l’odore del vice, o che sapeva come fosse averlo tra le mani, o che i suoi gemiti… Cooper chiuse gli occhi solo per un istante, poi fissò l’auto che si allontanava da loro.

Izzie era la donna al ranch con la mentalità più aperta. Era stata fondamentale per far accettare a suo fratello Hunter l’amore che provava per Grant e gli era sempre rimasta a fianco nella buona e nella cattiva sorte. Era anche l’unica donna che lavorasse davvero al ranch, sebbene le cose fossero cambiate un po’ dopo che aveva avuto le sue due ragazze. Eppure, quando erano a corto di braccia, era la prima a intrecciare i capelli incredibilmente lunghi e sellare il cavallo per cavalcare con loro.

Se Cooper avesse dovuto raccontare a qualcuno del ranch i suoi sentimenti, quel qualcuno sarebbe stata lei. Lei sapeva che era gay. Chiunque avesse vissuto nelle vicinanze di St. Anthony sette anni addietro sapeva dello scandalo, e dopo di quello, nessun armadio sarebbe stato grande a sufficienza per contenere Coop. Izzie non faceva eccezione, sebbene non parlasse mai della sua vita privata. In realtà, lui non aveva una vita privata. Come la maggior parte della gente che aveva conosciuto Cooper nella sua vita precedente, Izzie non apriva mai quel vaso di Pandora. Al contrario di Tim, il cognato di Izzie, Cooper non andava all’unico gay bar che conosceva, e non andava neppure al Barrel Run con gli altri braccianti, il sabato sera.

“Kelly Freed sembra abbastanza capace. Credo che voterò per lui,” disse Izzie, risoluta. “Sta facendo un buon lavoro ora che lo sceriffo Hanson sta andando in pensione, e credo di fidarmi più di lui che non dell’altro, che sembra stia tornando qui solo per le elezioni.”

“Neanche Freed è di queste parti,” disse Cooper.

“Lo so,” rispose Izzie, apparentemente indifferente a ciò che aveva detto lui, “ma sembra più genuino, ed è più giovane, più energico. L’altro sembra intenzionato a poggiare il culo sulla sedia e non alzarlo più. Il vice Freed è sempre in giro per la città a parlare con la gente, ad aiutarla, anche con le piccole cose. Ha salvato la gatta di Davinia Lloyd l’altro giorno, dopo che era rimasta bloccata in un tubo di drenaggio.”

Cooper non poté fare a meno di sorridere. Allora Kelly faceva ancora quelle cose. Sempre ad aiutare la gente. Già ai tempi della facoltà di legge lui lo prendeva in giro per quello, e già allora, l’aspirazione di Cooper di diventare avvocato non era esattamente alimentata da qualcosa di altruistico come aiutare il prossimo. Dopo essere cresciuto in povertà, voleva fare soldi. Un sacco di soldi. Al contrario di Kelly, che sarebbe sempre stato quello che salvava i gattini, qualsiasi cosa che lo facesse apprezzare dalla gente. A Cooper erano serviti molti anni per vedere le cose come le vedeva lui, e ora era troppo tardi. Ora aveva la vita che meritava, come Kelly. Il karma era proprio una merda.

Cooper si morse il pollice e poi si rese conto che Izzie non diceva niente da un po’. La guardò. Aveva abbassato il finestrino a metà, e il vento le stava scostando i capelli bruni dal volto. Izzie stava sorridendo, gli occhi strizzati per la luce del sole e per le folate di vento che arrivavano dal finestrino aperto. L’umore di Cooper migliorò quando pensò a come quell’immagine gli ricordasse il cane da salvataggio di Tim, Maul, che aveva proprio quell’aspetto quando era seduto allo stesso posto. Doveva essere bello essere così felici, pensò Cooper mentre svoltava nel vialetto d’accesso del Blue River Ranch. All’improvviso, un’altra immagine gli balenò in mente, quella di Kelly che prendeva in prestito la decappottabile di un amico per andare in campagna tra la fine della sessione di esami e la laurea di Cooper alla facoltà di legge. Visto che Kelly doveva studiare altri due anni, avevano saputo che le loro strade si sarebbero divise, ma avevano voluto un’altra giornata felice insieme. Era stata la fine di un’era per Cooper, sebbene all’epoca non lo avesse saputo.

Cooper sentì una stretta alla gola, quindi se la schiarì prima di parcheggiare il furgone accanto all’edificio più grande.

 

 

 

Capitolo 2

 

 

A KELLY Freed non piaceva essere in campagna elettorale, ma visto che aveva deciso di candidarsi, sapeva che era necessario. Si sentiva sempre inutile e inefficiente mentre stringeva mani e portava volantini nei negozi locali. Ma quel giorno era la Festa del Fondatore, e tutti sarebbero stati in giro a frotte per fare acquisti a prezzi scontati in bancarelle e negozi, quindi poteva presentarsi a molta gente in poco tempo.

Kelly avrebbe preferito lavorare e lasciare che fossero le sue azioni a parlare per lui. Aveva dei contatti eccellenti con la stampa, raccoglievano subito informazioni quando arrestava un criminale o acciuffava qualche truffatore. Per loro significava un pezzo per il giornale locale, e per il vice Freed era un’opportunità per mostrare agli elettori che prendeva l’incarico sul serio.

Kelly non viveva da tanto nella provincia di Fremont ed era il motivo per cui aveva bisogno di farsi conoscere. Lo sceriffo Hanson sarebbe andato in pensione al termine del mandato e aveva reso abbondantemente chiaro a chiunque volesse ascoltarlo che voleva che Kelly prendesse il suo posto, ma c’era della competizione. Mario Bareillas era tornato in zona dopo essersene andato sbattendo la porta quattro anni prima, e non ci stava andando piano. Non era passato molto tempo dalla discussione con l’attuale sceriffo e la maggior parte delle persone la ricordava, quindi tutti quelli che non erano del tutto soddisfatti dall’operato di Hanson sarebbero stati dalla parte di Bareillas.

Sebbene Kelly Freed fosse il vice da più di un anno e stesse praticamente facendo il lavoro di Hanson, non era del posto come Bareillas. Si era forgiato una solida reputazione per essere diretto e onesto, ma sapeva che fare le cose giuste non implicava sempre essere notato subito e al karma serviva un po’ di tempo per fare il proprio lavoro. Quindi sorrideva alla gente a cui era diventato familiare nell’ultimo anno e si assicurava che sapessero che stava gareggiando per il posto da sceriffo. Quando le elezioni fossero arrivate, avrebbe saputo se trasferirsi lì e lavorare in quel modo avesse portato dei frutti.

“Per favore, vota!” diceva a ogni persona che prendesse un volantino dalle sue mani. “Anche se non voterai per me, per favore, fallo. Ogni voto è importante.” Sapeva che l’affluenza era generalmente bassa per quelle elezioni, quindi doveva spingerli a votare.

“Per favore, vota!” Kelly alzò lo sguardo dalla mano dalla pelle segnata dalle intemperie che aveva appena preso il pezzo di carta rosso e blu fino all’uomo a cui apparteneva. “Cooper. Ciao.”

Cooper Nelson si toccò l’orlo dello Stetson e fece un cenno. “Vice Freed.”

“Oh, dai. Chiamami Kelly. Mi fai sentire mio padre.”

Un mezzo sorriso comparve sul volto di Cooper, ammorbidendo i lineamenti e increspando la barba leggermente ramata che gli circondava le labbra. Sebbene in generale le sembianze di Cooper mostrassero i segni di una vita dura e di un invecchiamento precoce, Kelly era sempre stato rapito dagli occhi azzurro pallido dell’uomo, mai privi di luce. E poi aveva quella fila perfetta di denti che facevano andare in estasi le signore, qualcosa di cui, come Kelly sapeva, Cooper se ne fregava.

“È passata una vita da quando mi sono permesso di pensare a te in quel modo, Kelly,” rispose Cooper.

“Che modo? Come mio padre?”

Cooper ridacchiò. “Come il mio Kelly.”

Quindi Cooper era ancora un cascamorto. Chi l’avrebbe detto? “Resti in città per un po’ o stai solo prendendo le provviste?

Cooper fece un cenno verso il negozio di vestiti. “Devo prendere qualcosa di decente da indossare per il matrimonio Conroy.”

Kelly annuì. “Tim mi ha detto del ritorno di suo fratello al ranch per sposarsi. Sei invitato, quindi?”

“No, pensavo di intrufolarmi. Dalla morte del vecchio Mac, sono l’aiutante più anziano al Blue River, e pensavo che fosse mio diritto.” Sbuffò. “Certo che sono invitato. Chiunque lavori lì è invitato.”

“Mi hanno chiesto di andare a tenere a bada i giornalisti. A quanto pare la stampa va matta per Jack Conroy.”

“Cantante country appena uscito dalla disintossicazione? Puoi scommetterci. Ma è sempre lo stesso Jack.”

“Buono a sapersi.” Kelly voleva continuare a parlare con Cooper, ma sapevano entrambi che avevano cose più importanti da fare.

“Quindi porterai…?”

“No,” rispose secco Kelly, sapendo esattamente dove Cooper stesse andando a parare.

“Si è trasferita qui con te?”

“Sì, certo,” disse Kelly; non voleva che la conversazione prendesse quella strada. “Senti, sarò lì solo in via ufficiale, va bene?”

Cooper annuì, la sua bocca si assottigliò per un istante, poi si rilassò di nuovo. “Ci vediamo in giro.”

Kelly osservò Cooper che se ne andava, ammirando la sua figura muscolosa avvolta da un paio di jeans consumati e da una camicia che sembrava troppo grande. Si chiese che cosa avrebbe comprato Cooper da indossare al matrimonio e poi scosse la testa. Non voleva immaginarlo. Si era lasciato quei pensieri alle spalle molto tempo addietro e non aveva senso rimuginarci, quindi si girò e porse un volantino a un altro passante, sfoggiando la sua espressione più accattivante.

 

 

PIÙ TARDI quella sera, tutto solo nel letto, Kelly non riusciva a smettere di pensare a Cooper Nelson. Quando si era trasferito a St. Anthony, sapeva che si sarebbero beccati presto o tardi, ma era sorpreso che fosse passato un intero anno. Forse le storie su Coop che stava sulle sue e viveva quasi come un recluso erano vere. Era strano rivederlo dopo quindici anni e capire che il tempo non era stato gentile con lui.

Il Cooper Nelson che ricordava Kelly era abbastanza diverso da quello che aveva incontrato quel pomeriggio. Era difficile resistere sia al Cooper più giovane che a quello più maturo, quindi fu semplice lasciare che la mente tornasse alla prima volta che aveva posato gli occhi su di lui, ai tempi della facoltà di legge.

 

Ancora prima di raggiungere l’aula studio, Kelly sentì una voce vivace sovrastare le altre.

“Sì, ma poi camminavi nel corridoio ed ecco che spuntava Tanker Overhead. Giuro che Overhead era il suo vero cognome, e sembrava una cisterna, quindi il nomignolo le è rimasto. Si aggirava furtiva nei corridoi e ti metteva all’angolo vicino agli armadietti, non si poteva arrivare in ritardo o ti avrebbe segnalato. Giuro…”

La porta dell’aula studio cigolò quando Kelly la aprì, e la conversazione si fermò nello stesso istante in cui sette paia di occhi guardarono verso di lui. Il silenzio lo stava uccidendo. “Questo è il gruppo di studio per il corso del professor Finkelstein?”

“E tu sei?” chiese un ragazzo seduto all’estremità di un lungo tavolo di mogano.

“Kelly Freed.”

“Sei sicuro di essere abbastanza vecchio per stare in una facoltà di legge? Il college è dall’altra parte della città.”

“Ho ventidue anni.”

Il tizio stirò le gambe e balzò giù dal tavolo. Con un sorriso follemente ampio, brillante e candido sul volto, camminò fino a Kelly e gli porse la mano. “Cooper Nelson, e ho qualche anno più di te. Benvenuto all’unico modo per superare il corso di Fink.”

“Sì, Coop, e tu lo sai. È la quarta volta che lo tenti,” disse un altro ragazzo.

Cooper si voltò. “È per questo che avete bisogno di me. Conosco tutte le scappatoie. E non è che non abbia superato il corso. Lo sto solo ripetendo per avere un voto più alto. Grazie a me, tutti voi dovrete affrontarlo solo una volta.”

“È quello che hai detto l’ultima volta, Coop,” intervenne una delle ragazze. Si alzò e si avvicinò a Kelly. “Non ascoltarlo. Ha un’opinione altissima di se stesso senza alcuna ragione. Vuole fare diritto d’impresa, perché è lì che si fanno i soldi, ma gli ho detto che dovrebbe limitarsi a correre dietro alle ambulanze invece, perché per come mente senza battere ciglio…”

“Mi limito a edulcorare la verità, tesoro,” intervenne Cooper, avvolgendo un braccio incredibilmente lungo intorno alle spalle minute di lei. “Il mondo sarebbe un posto migliore se più gente lo facesse.”

“Ciao, sono Nina,” si presentò la ragazza carina con i capelli scuri stringendo la mano di Kelly. “Non prestare attenzione a Cooper. Ha delle buone intenzioni ma dimentica come comportarsi a volte.”

“Allora cosa farai da grande?” chiese Cooper, guardando il suo gruppo di studio mentre qualcuno rideva alla sua domanda.

A Kelly non piaceva essere al centro delle prese in giro, ma gli era stato detto che quel gruppo era il modo migliore per battere il professor Finkelstein al suo gioco notoriamente impossibile, quindi era meglio far buon viso a cattivo gioco. “Forze dell’ordine,” rispose, cercando di sembrare disinvolto.

“Be’, sceriffo, siediti, ascolta e impara.”

 

Kelly premette il volto contro il cuscino per soffocare il grugnito che gli scappò dalle labbra mentre veniva nella propria mano. Non era neanche arrivato a ricordare quello che era successo dopo il primo gruppo di studio: Cooper che lo spingeva contro il muro del bagno degli uomini, divorandolo con un bacio che l’aveva fatto venire nei pantaloni eleganti come un adolescente.

Kelly era stato stranamente attirato dalla sicurezza di Cooper, che sembrava sempre sconfinare nell’arroganza. Erano diventati amici e, ogni tanto, Kelly aveva visto di sfuggita il suo lato più tranquillo.

Si alzò dal letto per una lavata veloce e per controllare l’occupante della stanza accanto.

Nina dormiva profondamente.