Prologo

 

 

LA PRIMA cosa che Seth Simms fece dopo essere entrato in casa fu lanciare la sacca con il pranzo sul bancone della cucina. Ilene si sarebbe arrabbiata se l’avesse vista lì, ma la priorità di Seth, in quel momento, era farsi una doccia e togliersi il grasso dalle mani e dai capelli. Avrebbe pensato al resto una volta che si fosse ripulito. E comunque, Ilene non sarebbe arrivata prima di un’altra ora.

Dopo essersi piazzato sotto il getto d’acqua calda, Seth si chiese, non per la prima volta, cosa ci facesse ancora a Sydney visto che ormai si era laureato. Il lavoro all’officina meccanica era sufficiente a pagare le bollette e gli permetteva di frugare sotto il cofano di tutte le macchine che voleva, ma erano cose che avrebbe potuto fare già a sedici anni, anche senza quello che aveva imparato frequentando i corsi di ingegneria meccanica all’università. Era un argomento su cui litigava con Ilene almeno una volta al mese, ma cercarne un altro significava impegnarsi a restare a Sydney. La città non gli dispiaceva, diversamente da tanti altri posti in cui era vissuto da ragazzo, prima che lui e il fratello approdassero a Lang Downs, ma neanche la sentiva casa. Lang Downs era stato l’unico luogo a essersi mai guadagnato quel titolo.

Uscì dalla doccia e cominciò ad asciugarsi. Aveva ceduto alle insistenze di Ilene e trascorso il Natale insieme alla famiglia di lei, quindi era più di un anno che non metteva piede alla stazione. Lui e Chris si scrivevano regolarmente, talvolta anche tutti i giorni, ma non era lo stesso che vedersi. Magari avrebbe potuto prendere qualche giorno di ferie e fare una breve visita. Chris e il suo compagno Jesse gli avrebbero preparato la sua vecchia stanza e a Caine, il proprietario, non sarebbe dispiaciuto avere una bocca in più da sfamare per qualche giorno, tanto più se in cambio lui avesse aiutato svolgendo qualche lavoretto. E non avrebbe avuto nessun problema a farlo: Patrick, il capomeccanico, non spostava mai niente. Seth era pronto a scommettere che sarebbe riuscito a trovare gli attrezzi dentro alla rimessa anche con gli occhi bendati.

“Seth! Quante volte devo dirti di non lasciare i resti del pranzo sul bancone?” La voce stridula di Ilene risuonò per l’appartamento, dandogli immediatamente sui nervi. Qualche volta si chiedeva perché continuassero a stare insieme. Non era sempre stato così, ovviamente, anche se, in tutta sincerità, non riusciva a identificare il momento in cui le cose avevano cominciato a cambiare. Quando si erano conosciuti, tre anni prima, Ilene era spiritosa, sempre allegra e sorridente. All’epoca non le interessava che lui lavorasse come meccanico, nonostante avesse una laurea in ingegneria. Gli aveva detto che il lavoro giusto sarebbe arrivato a tempo debito. Ultimamente, però, era molto meno paziente. Cristo, visti i suoi precedenti, non si sarebbe stupito se fosse stato lui a trasformarla in un’arpia urlante. Infilò un paio di bermuda e una canottiera e uscì dal bagno. “Stavo appunto venendo a metterli via. Sarebbe stato peggio se avessi lasciato impronte di grasso ovunque. Ne ero ricoperto.”

La ragazza lo guardò accigliata, ma non continuò la ramanzina, cosa per cui le fu grato.

“Stavo pensando di andare qualche giorno a Lang Downs a trovare mio fratello. Ti va di accompagnarmi?”

L’espressione che le si dipinse sul viso fu già di per sé una risposta. Non nutriva nessun interesse per la stazione, né mai l’avrebbe nutrito. Era stato l’unico punto a suo sfavore quando avevano cominciato a uscire, ma Seth aveva sperato che, col tempo, avrebbe capito quanto era importante per lui e avrebbe imparato ad amarla, o perlomeno a tollerarla, per farlo contento. Non era successo.

“Quando pensavi di andare?” gli chiese invece, il tono di voce così freddo e carico di rimprovero che Seth dovette trattenersi dallo sbatterla fuori su due piedi. Era sua ospite in fin dei conti. Sul contratto d’affitto c’era solo il suo nome. Avrebbe potuto chiederle di andare via in qualsiasi momento e lei non avrebbe potuto farci niente.

“Non ho ancora deciso. Devo prima parlarne a Chris, sentire quando potrebbe andargli bene. E poi chiedere le ferie in officina.”

“Non potresti andare e tornare nel giro di un fine settimana?” chiese lamentosa lei. “Stavo guardando delle crociere per le vacanze. Se usi le ferie adesso, dovremo aspettare fino all’anno prossimo.”

“Ilene, detesto le navi. Lo sai. Perché dovrei andare in crociera? Starei male per tutto il tempo.”

“Detesti le barche,” ribatté lei. “Non sei mai stato su una nave da crociera. Non ti accorgi neanche che sei in mezzo al mare se eviti i ponti esterni. È più una città galleggiante che altro.”

Magari era così, ma sempre nave restava.

“Vado a scrivere a Chris. Sento che ne dice e poi parleremo dei progetti per le vacanze. Ma niente navi.”

Lei sbuffò, ma non aggiunse altro. Seth svuotò la sacca del pranzo e la ripose sotto il lavello, così da non dover sentire altri rimproveri quando fosse tornato in cucina. Dopodiché andò nella stanza in più che usavano come studio e accese il computer. Sentiva Ilene camminare con passo pesante in salotto e in cucina, blaterando su cose inutili con il solo scopo di rendere chiaro il suo malumore, ma Seth la ignorò. Quando aprì la cartella della posta in arrivo, sorrise nel vedere un messaggio del fratello in cima alla lista. Lo aprì e si sentì gelare non appena lesse la prima riga.

Jason è a casa.

 

 

JASON THOMPSON era in piedi sulla veranda del dormitorio, lo sguardo rivolto in lontananza verso il cielo notturno. I genitori gli avevano offerto la sua vecchia stanza, ma lui non voleva tornare come ospite o essere considerato ancora un ragazzino. Voleva che gli altri lo vedessero come uno di loro, sia che lavorasse come jackaroo sia che aiutasse in veste di veterinario, e l’unico modo perché ciò accadesse ‒ con i residenti in primo luogo, e forse anche con gli stagionali ‒ era vivere insieme ai lavoranti.

“Sei troppo silenzioso, amico.”

Jason spostò lo sguardo per vedere chi lo aveva raggiunto. Impiegò qualche secondo a dargli un nome. Cooper qualcosa. Non ricordava il resto. Aveva incontrato troppe persone nuove negli ultimi due giorni per riuscire a tenere a mente ogni cosa.

“È strano essere a casa eppure fare le cose diversamente dal solito,” spiegò. “Prima che partissi per l’università, la mamma non mi permetteva spesso di venire al dormitorio, e in ogni caso mai da solo e senza una ragione ben precisa. Non ero un jackaroo, quindi, per come la vedeva lei, non avevo ragione di stare qui.”

“Ora invece ce l’hai,” finì per lui Cooper.

“Forse,” rispose Jason con una punta di amarezza nella voce. “Neil mi ha assegnato lo stesso lavoro che ha assegnato a uno dei novellini. O ha paura che mi succeda qualcosa e che mio padre vada a cercarlo, oppure non si ricorda che ho vissuto alla stazione tanto quanto lui. Mi considera ancora un ragazzino.”

Cooper si appoggiò alla colonna che sosteneva il tetto della veranda, permettendo a Jason di ammirare il suo fisico slanciato. Per un attimo, si sentì in colpa per quello sguardo concupiscente, ma l’altro lo squadrava allo stesso modo. “Allora è cieco. Sei tutto meno che un ragazzino.”

Jason sorrise. Cooper non era Seth, ma era lì, era interessato ed era disponibile ‒ tre cose che Seth non sarebbe mai stato – e c’erano modi peggiori di trascorrere l’estate. Si portò la bottiglia della birra alle labbra e la svuotò tutta d’un fiato. “Mi andrebbe un’altra birra. Ne ho qualcuna in camera. Ti unisci a me?”

Il viso di Cooper si aprì lentamente in un sorriso e lo sguardo del jackaroo lo percorse di nuovo dalla testa ai piedi. “Dipende da cos’altro offri.”

Jason sorrise a sua volta. “Sono certo che sapremo trovare qualcosa che piaccia a entrambi.”

 

 


Capitolo 1

 

 

LO SQUILLO del telefono riscosse Sam Emery, il responsabile amministrativo di Lang Downs, dalla profonda concentrazione in cui era immerso mentre compilava il bilancio trimestrale per la stazione. Imprecò sottovoce rendendosi conto di aver perso il segno di dove era arrivato nella lunga fila di cifre, ma non c’era nessun altro in casa che potesse rispondere.

“Lang Downs. Sono Sam Emery.”

“Posso parlare con Jeremy Taylor?”

“No, è su ai pascoli,” rispose Sam. “Ma può lasciare un messaggio.”

“Può dirgli di chiamare Taylor Peak appena possibile? Riguarda suo fratello.”

Sam rifletté qualche secondo su cosa avrebbe potuto dire. Lui e Jeremy non facevano segreto della loro relazione lì a Lang Downs, ma il fratello del suo amante non accettava quello che c’era fra loro, motivo per cui entrambi lavoravano per Caine e Macklin e non per Devlin. D’altro canto, se c’era un problema, magari poteva essere di aiuto… sempre ammesso che l’uomo dall’altra parte della linea non condividesse gli stessi pregiudizi del suo padrone e fosse disposto a parlargli.

“Sono il compagno di Jeremy. È successo qualcosa a suo fratello?”

L’uomo esitò così a lungo che Sam pensò avrebbe riattaccato, ma alla fine si decise a parlare. “C’è stato un incidente. Devlin è stato portato all’ospedale di Canberra in elicottero. So che lui e Jeremy hanno avuto dei problemi ma ho pensato che dovesse saperlo.”

“Che tipo di incidente?” Sam si sentì stringere lo stomaco al pensiero di tutte le cose che avrebbero potuto andare male in una stazione: ossa rotte, arti stritolati, o peggio.

“Il cavallo l’ha disarcionato,” rispose l’uomo. “Più o meno un’ora dopo ha perso conoscenza e non siamo riusciti a svegliarlo. Sembra messo male.”

“Farò in modo che Jeremy lo sappia subito,” gli assicurò Sam. “Deve venire lì alla stazione o possiamo andare direttamente all’ospedale?”

“I caposquadra possono cavarsela da soli per qualche giorno. Non è ancora la stagione degli accoppiamenti. Ma se le cose vanno per le lunghe, ci sarà bisogno di qualcuno capace di decidere. Siamo abituati a seguire gli ordini del capo.”

Sam avrebbe avuto qualcosa da dire a proposito di mandriani testoni che prendevano decisioni stupide, ma l’avrebbe riservato a Devlin quando si fosse ripreso. Al momento, la priorità era far rientrare Jeremy dai pascoli e mandarlo a Canberra. Tutto il resto avrebbe potuto aspettare finché non ne avessero saputo di più sulla prognosi.

“Grazie per averci informato,” disse. “Se parla con la persona che lo ha accompagnato, la informi che Jeremy sta arrivando. Faremo il prima possibile.”

“Agli ordini,” rispose l’uomo prima di riattaccare.

Sam si appoggiò allo schienale e inspirò a fondo. Non aveva idea del modo in cui Jeremy avrebbe accolto la notizia. Era vero che lui e Devlin non si parlavano da anni, ma erano pur sempre fratelli. Sam non riusciva neanche a immaginare come si sarebbe sentito se ci fosse stato Neil ferito in ospedale. Di certo ne sarebbe stato devastato. Aspettare tuttavia non avrebbe migliorato la situazione, ma anzi avrebbe potuto fare la differenza tra il permettere a Jeremy di vedere il fratello ancora in vita oppure no. Inspirò di nuovo e prese la radio.

Controllò la frequenza che era stata assegnata quel giorno al suo amante e regolò il trasponder in modo che solo la sua radio ricevesse la chiamata. Non c’era bisogno per il momento che tutta la stazione venisse a conoscenza della notizia. Se ne sarebbero preoccupati quando avessero avuto informazioni più precise.

“Jeremy? Ci sei?”

La radio crepitò per qualche secondo, poi la voce di Jeremy gli arrivò attraverso l’etere. “Eccomi. Che succede?”

“C’è stato un incidente a Taylor Peak.”

Jeremy disse qualcosa che si perse nella statica, ma a occhio e croce non doveva essere stato niente di lusinghiero.

“Devi tornare,” insistette Sam. “Dobbiamo andare a Canberra.”

“Sam, non è un buon momento.”

“Jeremy Taylor, riporta immediatamente il tuo culo alla stazione. Tuo fratello è ferito,” lo rimproverò lui. “Dove sei? Possiamo incontrarci a metà strada per risparmiare tempo. Uno degli altri jackaroo penserà a riportare il cavallo.”

Il suo sfogo fu accolto da un lungo silenzio.

“Ci vediamo sulla strada che porta fuori dalla valle tra un’ora,” cedette infine Jeremy. “Portami un cambio di vestiti. Puzzo di pecora.”

“Ti aspetto al terzo cancello dalla stazione,” disse Sam. “A tra poco.”

Posò la radio e andò in cucina. Non si aspettava di trovarci nessuno ad esclusione di Kami e Sarah. Avrebbe raccontato loro quanto successo, chiedendogli poi di riferirlo a Caine e Macklin. Con sua sorpresa, però, c’era proprio quest’ultimo seduto a un tavolino di fianco alla porta della cucina.

“Che c’è che non va?” esordì l’uomo non appena lo vide entrare.

Sam non si prese la briga di chiedergli come facesse a saperlo. Era chiaro che glielo aveva letto in faccia. “Hanno chiamato da Taylor Peak. Devlin è stato disarcionato e l’hanno portato a Canberra in elicottero. Jeremy sta tornando. Partiremo non appena avrò preso qualche cambio di vestiti, e non so quanto staremo via.”

“Non importa.” Macklin si alzò. “Non lasciare che Jeremy torni indietro solo perché teme di trascurare il lavoro. Io e Devlin non siamo mai stati amici, ma è suo fratello e Jeremy deve restargli accanto finché sarà necessario. Non siamo a corto di manodopera e riusciremo a coprire i suoi turni.”

“Grazie,” fece Sam. “Lo apprezzo, anche se lui non avrà mai il coraggio di dirlo.”

Macklin sorrise. “Siamo intesi, allora.”

“Sono arrivato solo a metà del bilancio trimestrale.”

“Sam, vai!” lo spronò l’altro. “Caine se la caverà. E fateci sapere se c’è qualcosa che possiamo fare.”

Sam annuì e uscì diretto alla casa che divideva con Jeremy. Buttò qualche vestito in una valigia, la chiuse e la gettò dentro al cassone dell’ute, quindi si diresse verso il cancello dove avrebbe dovuto incontrarsi con il suo uomo. Era probabile che sarebbe arrivato in anticipo, ma meglio quello che fare tardi. Sarebbero partiti non appena Jeremy lo avesse raggiunto e magari avrebbero fatto in tempo a trovare Devlin ancora vivo.

 

 

SETH NON fu particolarmente sorpreso di non incrociare nessuno mentre attraversava Taylor Peak diretto verso casa. Ogni tanto poteva capitare di incontrare un gruppo di jackaroo appartenenti alla stazione confinante, ma la maggior parte delle volte gli unici esseri viventi erano le greggi di pecore sparpagliate qua e là nei pascoli. Fu invece più sorpreso quando scorse una macchina che si dirigeva verso di lui da Lang Downs. Si spostò sul ciglio della strada per farla passare e vide all’interno Sam e Jeremy. Li salutò con la mano ma loro non lo notarono oppure non lo riconobbero. Seth si strinse nelle spalle e proseguì. Probabilmente si erano scordati che sarebbe arrivato quel giorno. Chris di certo gliel’aveva detto, ma non poteva aspettarsi di essere in cima ai pensieri di tutti. Non era neanche più in cima ai pensieri di Chris da quando era partito per frequentare l’università, ma difficilmente il fratello si sarebbe scordato del suo arrivo. Poteva sempre contare su di lui, anche quando il resto del mondo lo deludeva.

Percorse gli ultimi chilometri con la sola compagnia della musica. Non riusciva a credere quanto fosse bello poter scegliere le canzoni e alzare il volume a suo piacimento, invece di dover sempre sottostare alle preferenze di Ilene.

Entrando nella stazione vera e propria, sorrise nel vedere Carley, la mamma di Jason, uscire dal dormitorio sommersa da un mucchio di lenzuola. Abbassò il finestrino e sporse fuori la testa. “Ti serve una mano?”

“Da quanti anni credi che lo faccia, ragazzino?” ribatté lei scherzosamente. “Tranquillo che non mi lascio sopraffare da qualche paio di lenzuola sporche.”

“Buttale nel baule,” insisté Seth mentre tirava la leva per aprirlo. “Così strada facendo mi aggiorni sulle novità.”

Lei gli rivolse uno sguardo esasperato, ma accettò e, qualche secondo dopo, gli sedette accanto nella macchina.

“Allora, che mi racconti?” chiese lui.

Il sorriso della donna si spense. “Devlin Taylor ha avuto un incidente. Jeremy e Sam stanno andando a Canberra. Non so altro, ma Sam sembrava piuttosto scosso quando è andato via, quindi immagino che non sia messo troppo bene.”

Seth si sentì stringere lo stomaco al pensiero di qualcuno costretto a correre al capezzale di un fratello ferito. Se lo avevano portato all’ospedale di Canberra e non a quello di Yass, che era più vicino ma anche più piccolo, allora doveva essere una cosa seria. “Questo spiega perché non mi hanno neanche salutato quando li ho incrociati per strada.”

“Tu invece spiegami perché c’è tutta quella roba là dietro. Chris ha detto che ti saresti fermato solo qualche giorno.”

“L’idea era quella,” rispose lui. “Ma poi mi sono reso conto che volevo tornare a casa. Spero proprio che Caine e Macklin abbiano bisogno di un paio di mani in più.”

“Se dicono no, ci penso io a convincerli,” disse Carley, l’espressione più determinata che mai. “Patrick comincia a invecchiare, indipendentemente da quello che ne pensa lui, e le mani gli danno più fastidio di quanto vorrà mai ammettere. L’orgoglio gli impedisce di dire a Caine e Macklin che non ce la fa da solo, ma stai pur certo che non rifiuterà se ti farai vedere giù alla rimessa e l’aiuterai con i lavori più pesanti.”

“Avresti dovuto chiamarmi prima,” esclamò Seth. “Sarei venuto di corsa.”

“Patrick non me l’avrebbe mai perdonato. Avevi una vita a Sydney: un lavoro e una ragazza. Non ti avrebbe mai chiesto di abbandonare tutto per lui. Ti ha sempre considerato un figlio e voleva che tu fossi felice. Se Sydney era la tua scelta, non avrebbe interferito.”

“Non importa più ormai,” disse Seth. “Resterò fintanto che andrà bene a Caine e Macklin. Sia che possa lavorare con le macchine o che debba uscire con una delle squadre, sono qui per rimanere.”

“E la tua ragazza? Irene, o sbaglio?”

“Ilene,” la corresse Seth con una smorfia di disgusto mentre parcheggiava davanti alla casa di Carley e Patrick – la casa di Jason puntualizzò la sua mente traditrice. “Non le interessava trasferirsi qui con me e a me non interessava restare. Mi è subentrata nell’affitto dell’appartamento. Le poche cose che volevo tenere ma che non ho potuto portarmi dietro sono in un deposito e ci resteranno finché non avrò un posto dove metterle. Il resto gliel’ho lasciato. La maggior parte non valeva neanche la pena di perderci tempo a discutere.”

“Oh, tesoro, mi dispiace.” Carley lo strinse in un tenero abbraccio.

Seth ricambiò con decisione. Dopo che sua madre era morta quando lui aveva solo quattordici anni, Carley era stata la figura che più di tutte aveva rappresentato quel ruolo. Non avrebbe mai chiesto apertamente le sue attenzioni – a ventisei anni non aveva bisogno delle coccole quanto un bambino – ma il ragazzino spaurito che viveva ancora dentro di lui non aveva nessuna intenzione di rifiutarle. Non gli dispiaceva aver perso Ilene, ma lo scarso giudizio dimostrato nello sceglierla, e poi nell’aspettare tanto prima di lasciarla, era una puntura dolorosa per il suo orgoglio.

“Sono contento di essere tornato,” rispose alla fine.

“Vieni dentro. Ti preparo una tazza di tè e continuiamo a parlare mentre faccio partire la lavatrice. Chris aveva programmato di stare vicino a casa oggi così da poterci essere quando saresti arrivato, ma è dovuto andare a prendere il posto di Jeremy dopo che ci hanno informato dell’incidente. Sapeva che avresti capito.”

Certo che capiva. Avrebbe fatto la stessa cosa se fosse stato al suo posto, ma ciò non toglieva che gli dispiacesse non vederlo. Non voleva andare a casa e aspettare seduto sul divano del salotto di Chris e Jesse senza niente da fare fino all’ora di cena, quando i jackaroo fossero rientrati dai campi. “Vengo solo se mi permetterai di aiutarti.”

“Bene, porta dentro le lenzuola, ma una volta che sono in lavatrice non c’è davvero altro da fare se non aspettare.”

Seth le prese dal baule in una bracciata e seguì la donna in casa. Quando era un ragazzino, aveva trascorso altrettanto tempo in quella cucina di quanto ne avesse passato in quella di Chris e Jesse. Lui e Jason avevano fatto i compiti insieme su quel tavolo per quasi tre anni; e se aveva fatto finta di avere più difficoltà con la matematica di quanto non fosse vero, era stato solo per permettere all’amico più giovane di raggiungerlo e potersi così diplomare lo stesso anno. Ovviamente, poi Jason aveva dovuto rovinare tutto andando a studiare veterinaria in un’altra città.

Seth aveva fatto domanda per la facoltà di ingegneria il giorno dopo che Jason aveva ricevuto la lettera in cui gli veniva comunicato di essere stato accettato ad Adelaide. E ora, sette anni dopo, era finalmente tornato a casa.

Portò le lenzuola in lavanderia e le infilò dentro la lavatrice.

Carley l’avviò, poi lo spinse di nuovo in cucina. “Siediti,” gli ordinò mentre cominciava a riempire il bollitore elettrico. “Raccontami che ti è successo.”

Seth si strinse nelle spalle. Non poteva raccontarle di essere tornato a Lang Downs perché era lì che si trovava Jason. Non era preoccupato dell’opinione che la donna avrebbe potuto avere di lui se gli avesse confessato di essere bisessuale ‒ non aveva mai battuto ciglio per le altre coppie gay della stazione ‒ ma poteva avere delle obiezioni riguardo al fatto che puntasse suo figlio. E se anche così non fosse stato, Jason avrebbe potuto non apprezzare che sua madre lo sapesse prima di lui. “Volevamo cose diverse. E un paio di settimane fa mi sono reso conto che non l’amavo abbastanza da accettare di cedere a tutte le sue pretese quando a lei non importava di me neanche quel tanto da scendere a compromessi sulle cose basilari.”

“Sembra che tu stia meglio senza di lei.” Carley gli mise davanti il cestino con i tè e una tazza. “Anche se qui non è che le ragazze abbondino. Quest’estate ci sono solo tre jillaroos. Ogni anno ne arrivano sempre meno.”

“Che ti aspettavi? La maggior parte di loro cerca un marito tanto quanto un lavoro. Pensano che Lang Downs sia piena di gay e di conseguenza un pessimo terreno di caccia.”

Carley fece una risatina. “Quindi dieci vuol dire ‘pieno’ di questi tempi? Ci sono molti altri uomini alla stazione.”

Seth si soffermò per un secondo a contare. Caine, Macklin, Chris, Jesse, Sam, Jeremy, Thorne, Ian… erano otto, ma Carley aveva parlato di dieci. “È arrivata una nuova coppia dall’ultima volta che sono stato qui?”

“Solo perché sono gay non significa che stiano con qualcuno o che abbiano in mente di restare,” insistette lei. “Abbiamo già avuto dei jackaroo gay che sono rimasti solo una o due stagioni. Lo sai bene.”

Aveva ragione, ovviamente, ma Seth non li aveva mai considerati perché arrivavano e partivano seguendo i ritmi delle stagioni e spesso senza che la loro presenza avesse questo grosso impatto sulla stazione e i suoi abitanti. Seth aveva sempre guardato agli stagionali come a un mare di volti interscambiabili, almeno finché uno di loro non dimostrava interesse per la meccanica.

Ma non importava. Seth non era mai stato con un uomo perché il suo cuore era troppo preso da Jason per riuscire ad andare oltre l’apprezzamento per un bel viso o un bel sedere se gli capitava di vederne, e non aveva intenzione di mettersi a dare la caccia ai jackaroo gay solo perché era single.

“Al momento ho messo una croce sulle donne. Dopo essere stato tre anni con Ilene ne ho abbastanza. Sarà bello godersi la vita a casa senza pressioni o altro.” E sarebbe stato bello vedere di nuovo Jason, anche se per quello avrebbe dovuto aspettare dopo cena.

“Sono contenta di averti di nuovo qui,” gli disse Carley mentre versava l’acqua bollente dentro la tazza. “Ho sentito la mancanza dei miei due ragazzi. Caine ti metterà subito al lavoro proprio come ha fatto con Jason, ma mi aspetto di vedervi a cena qui la domenica, anche se il resto del tempo mangerete alla mensa.”

“Sì, mamma.” L’aveva detto per prenderla in giro, ma la felicità che le lesse sul viso gli fece decidere di chiamarla più spesso in quel modo. La donna che lo aveva messo al mondo aveva appena meritato quel titolo, diversamente da Carley, che lo aveva appoggiato e aveva creduto in lui sin quasi dal suo primo giorno alla stazione.

“A che sta lavorando Caine?” le chiese per cambiare argomento. “Ha sempre qualche nuovo progetto in mente.”

“Si sta informando sui pannelli fotovoltaici e le pale eoliche,” rispose lei. “Vuole portare l’elettricità nei capanni. Il fuoco va già abbastanza bene, ma l’elettricità sarebbe particolarmente utile nel caso facesse davvero freddo o fosse molto umido. L’ipotermia è pericolosa.”

“A cena cercherò di scambiarci due parole,” disse Seth. “L’ingegneria elettrica non è il mio ramo, ma ne so abbastanza da potergli dare una mano. Mi piace infilare il naso nei motori, ma se riuscissi a mettere a frutto la mia bella laurea, almeno mi sentirei ripagato di tutta la fatica che ho fatto per prenderla.”

“Non ho mai capito perché sei voluto andare all’università quando ne sapevi già quasi quanto Patrick di motori e avresti potuto imparare da lui il resto.”

Seth si sentì arrossire. “Chris voleva che avessi più di una strada aperta, e all’epoca mi era sembrata una buona idea.”

“E ora?”

“Ora mi dà l’opportunità di mettere a disposizione di Lang Downs una serie di conoscenze che non avrei avuto altrimenti,” disse Seth. “Ne è valsa la pena.”