Tutto quello che non avreste voluto sapere sulla mia anatomia

 

 

TANTO PERCHÉ lo sappiate, non ho un pene gargantuesco.

Sorpresi, eh? La maggior parte delle volte, quando si leggono storie come quella che siete in procinto di cominciare, il protagonista è la perfezione fatta uomo, che se ne renda conto o meno. Se non lo sa, è perché ha una qualche tara mentale, e c’è bisogno che arrivi il bel culetto di turno per farlo uscire dal proprio guscio e fargli capire che la sua bellezza esteriore sovrasta di gran lunga quella interiore. Oppure sa di essere attraente e usa questa sua avvenenza come arma, fino a che l’oggetto della sua libidine non abbatte quel muro di narcisismo a suon di spruzzate e bei discorsi. Dopodiché, i due piccioncini saltellano allegramente incontro al tramonto e vanno a vivere a Perfection City, dove tutti hanno un uccello lungo venticinque centimetri e palle in grado di produrre puntualmente una secchiata di sperma all’ora.

Ma tornando a me, non ce l’ho neanche piccolo. Avevo più o meno quattordici anni quando cominciai a notare i miei compagni nello spogliatoio della palestra a scuola (e quando dico ‘cominciai a notare’ intendo proprio che mi concessi di osservarli per vedere se me lo facevano diventare duro – e sì, succedeva), e mi resi conto che i peni sono come i fiocchi di neve: non se ne trovano mai due perfettamente uguali. Alcuni erano grossi, altri piccoli. Qualcuno annegava nei peli, altri spuntavano dal deserto. Quello di Jacob Sides curvava verso sinistra, e ogni volta che incrociavo il suo proprietario nei corridoi, non riuscivo a impedirmi di pensare ‘Ecco che arriva Capitan Uncino’, e poi arrossivo violentemente perché ero certo che lui sapesse che pensavo al suo salsicciotto con le uova.

In ogni caso, non ho un batacchio grosso come una lattina di Coca Cola, ma neanche piccolo come una nocciolina. Sto da qualche parte nel mezzo. Nella media, se preferite. Regolare. Normale. Comune.

D’altronde, gli stessi aggettivi si possono usare per descrivere ogni altra parte di me.

Vi racconto tutto questo perché sono convinto che prima di proseguire abbiate il diritto di sapere cosa vi aspetta. Se deciderete di abbandonare la lettura prima che la storia sia finita, non vi biasimerò. Non troppo. Ok, ok, probabilmente vi darò degli stronzi dietro alle spalle; ma ehi, è dietro le spalle, quindi neanche lo saprete. Perciò, sentitevi pure liberi di interrompere la lettura. Stronzi.

Comunque, ecco tutto ciò che mi riguarda. E scusatemi se sto per sommergervi con un eccesso di informazioni.

Non ho dei gran pettorali, e neanche addominali su cui grattugiare il formaggio. Due cose, queste, che sono dei tali stereotipi nell’immaginario gay da risultare quasi offensive. Ho visto un porno qualche tempo fa in cui questo ragazzino stile ‘sotto il vestito niente’ si ritrovava in una casa infestata dai fantasmi nel bel mezzo del nulla (un’ambientazione spaventosa quanto lo sarebbe quella di una recita delle scuole elementari). Aveva pettorali e addominali inesistenti, ma un pene che, con il minimo impegno da parte sua, avrebbe potuto essere scambiato per un terzo braccio. Comunque sia, il tipino si ritrovava coinvolto in un’ammucchiata con quattordici fantasmi (tizi che erano partiti indossando lenzuola con i buchi per gli occhi e avevano finito con il non indossare nulla se non litri di sperma), ognuno dei quali, giuro su Dio, aveva distese e distese di addominali e pettorali. Così, alla fine del film (che, giusto per la cronaca, non aveva neanche un accenno di trama e non faceva per niente paura, soprattutto considerato che avrebbe dovuto parlare di fantasmi), decisi che volevo anch’io un fisico mozzafiato e mi avviai verso una palestra vicino a casa, con l’intenzione di accaparrarmi un personal trainer che mi avrebbe aiutato a dare una lucidata alla mia bellezza esteriore.

Lungo la strada fui però distratto dalle ciambelle offerte gratuitamente da un Dunkin’ Donuts di nuova apertura. Fu come se Dio, dopo aver preso atto della mia intenzione di far coincidere la mia stupendevolezza interiore con un’altrettanto incredibile bellezza esteriore, avesse deciso che il mondo non era ancora pronto ad accogliere una tale esplosione di meravigliosa meraviglia e, per impedirmi di raggiungere la palestra dove mi sarei trasformato nell’incarnazione vivente del dio del sesso, avesse creato dal nulla quel Dunkin’ Donuts e gli avesse fatto regalare le paste. Va da sé che non arrivai mai alla palestra. Invece, presi un fagotto alla crema. E una treccia al cioccolato. E un krapfen. E poi un altro krapfen.

Ecco quindi spiegata l’assenza di pettorali e addominali, o di qualunque altra cosa possa vagamente andarci vicino. In effetti, è più probabile che abbia qualche chilo di troppo sul punto vita. Ma non sono mica grasso, eh. Più che altro mi definirei… robusto. Una volta il medico mi disse che se avessi perso almeno cinque chili (va bene, erano dieci, ok?) sarei stato una persona più sana. E pensare che con i suoi quaranta, quarantacinque anni – appena qualcuno più di me –, mi era sempre sembrato un bel bocconcino e mi divertivo a fargli il filo. Ovviamente prima che mi desse velatamente dell’obeso.

“Non è quello che intendevo,” aveva esclamato il dottor Mi Piaceva Di Più Prima con un sorrisino scaltro. “Ho solo detto che se perdesse una decina di chili farebbe strage di cuori.”

Io l’avevo guardato storto. “E cosa le dice che non succeda già adesso?” A parte che l’unica cosa di cui farei strage in questo momento è la tua stupida faccia!

“Succede?” mi aveva interrogato lui.

“Continuamente,” avevo mentito. “Sono un Orso molto sexy. E sappiamo tutti che gli Orsi devono avere un po’ di roba in più nel tronco e una bella imbottitura sul davanti per mantenere il loro aspetto orsesco.”

Il dottor Non So Quando Tenere La Bocca Chiusa mi aveva rivolto uno sguardo perplesso. “Lei? Un Orso? Ma se ha tipo tre peli sul petto!” e aveva allungato la mano per tirarne uno, che era venuto via praticamente all’istante. “E questo è un pelo di gatto!” Il che era strano, perché non ho mai avuto un gatto.

“È una novità,” avevo replicato io, offeso. “Orsi senza peli. Ci incontriamo una volta al mese e discutiamo di quanto la nostra pelle sia liscia. Peccato, però, che i pantaloni di pelle comincino a irritarla. Stiamo pensando di passare al jeans. Una specie di look vintage. Avevo suggerito di usare anche i guanti in jeans, ma alla fine abbiamo concordato che sarebbe stato troppo.”

“Paul,” aveva detto il dottor Non Sono Così Boccalone Come Sembro, scuotendo la testa. “Il mio compagno è un membro attivo della comunità ursina. Non esistono Orsi senza peli. Si fidi. Lo saprei.”

“Lei è omosessuale?” avevo squittito io, cercando di rimettermi la camicia il più in fretta possibile. “Pretendo un medico etero. Uno che almeno non mi giudichi.”

“A barba com’è messo? Le cresce?” mi aveva chiesto lui, ovviamente giudicandomi.

“Ci mette qualche settimana,” avevo ammesso. “Credevo che la pubertà mi avrebbe aperto nuovi orizzonti, invece mi ha solo fatto venire i brufoli sul sedere.”

Il dottore aveva fatto la faccia di uno che avrebbe fatto volentieri a meno di quell’informazione.

È la storia della mia vita: ho la tendenza a dare aria alla bocca senza riflettere. È il mio dono. E la mia maledizione.

“Ma adesso non più,” mi ero affrettato ad aggiungere. “Ho quasi trent’anni ormai. Non ho più i brufoli sul sedere. Né da nessun’altra parte.” Il che ovviamente era una bugia. Proprio qualche giorno prima me n’era venuto uno sulla fronte e io l’avevo fulminato con lo sguardo attraverso lo specchio fino a farlo sparire. Non serve il Proactiv quando hai dalla tua una volontà forte come l’acciaio – inoltre, la pubblicità con Justin Bieber è solo un’enorme montatura.

“Va bene, va bene, Paul. Io voglio solo vederla in buona salute. Un po’ di esercizio non può certo farle male.”

“A lei invece un pugno in faccia farebbe male eccome,” avevo borbottato io in riposta.

Lui mi aveva guardato perplesso. “Prego?”

“Che c’è?” avevo ribattuto con aria innocente, sbattendo le ciglia.

Comunque davvero, non sono grasso. Potrei acconsentire a perdere qualche chilo, ma così c’è più me da amare.

Wow. Questa sì che era patetica.

Ok, quindi ora sapete che ho un pene di dimensioni medie, che non ho il fisico di un Adone e che non sono peloso. È un buon inizio, credo. Che altro c’è rimasto da dire?

Allora, ho i capelli neri – che tengo tagliati corti perché quando si allungano cominciano ad arricciarsi e sembra che mi sia morto un barboncino sulla testa. Qualche volta, quando mi sento proprio in vena di avventura, me li faccio a punta col gel, ma generalmente li tengo come vengono. Non ho la forfora, il che è una buona cosa, e la mia attaccatura non sta (ancora) arretrando, il che è anche meglio.

Ho gli occhi azzurri, e potrei dirvi che sono del colore del ghiaccio che ricopre un lago gelato sull’Himalaya, ma non sarebbe la verità. Una volta ho comprato delle lenti colorate per avere gli occhi azzurro ghiaccio, ma sembrava che mi fossero scese le cataratte, così le ho tolte. Non c’è niente che spinga i bei ragazzi a chiederti: “Ehi, vorresti fare sesso con me?” come le simil cataratte biancastre, ma i miei occhi sono, purtroppo, di un azzurro banalissimo, come quelli di buona parte della popolazione mondiale.

Poi vediamo… sono alto circa un metro e settantacinque, ma dico sempre di essere uno e ottanta perché sembra taaanto più alto. Non indosso gli occhiali quanto dovrei perché ho l’impressione che mi facciano sembrare il viso ancora più tondo, quindi vado sempre in giro strizzando gli occhi. Nei confronti degli estranei sono timido, a meno di non essere ubriaco, nel qual caso non riesco a tenere la bocca chiusa. Mi piacciono i videogiochi e i film d’azione spettacolari, quelli che fanno finta di avere una trama ma che in realtà sono un concentrato di esplosioni ed effetti speciali (e, ma che rimanga tra noi, credo di aver visto ogni singola commedia romantica mai girata. Ma sapete, sono gay; dobbiamo per forza fingere che ci piaccia Jennifer Lopez quando interpreta la parte di una cameriera di New York che, guarda caso, assomiglia a Jennifer Lopez. Ehi, J-Lo, non sei credibile quando cerchi di interpretare la classe operaia, quindi vedi di darci un taglio, eh!). Spesso quando cammino mi viene il respiro pesante, e ogni tanto muovo troppo le mani mentre parlo. Sono gay e qualche volta divento veramente gaio, anche se in genere non sono tanto effeminato quanto piuttosto… animato. Ma potrei anche sembrare un macho, se lo volessi. Un uomo che non deve chiedere mai, del tipo ‘vado fuori sotto la neve mi tolgo la camicia e spacco un po’ di legna per il camino’.

Come avrete già capito mi chiamo Paul e ho quasi trent’anni. Il mio cognome è Auster. La leggenda di famiglia vuole che in origine ci chiamassimo Austerlitz, ma che i miei nonni lo avessero cambiato dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo essere fuggiti da Amburgo per arrivare in America. Non volevano che qualcuno pensasse che fossero nazisti e io credo di doverli ringraziare per questo. Ci mancherebbe altro che la gente mi chiedesse se sono un parente di Hitler. Non sarebbe di certo il miglior punto di partenza per un’amicizia.

Purtroppo i genitori di mio padre sono morti, così addio incontri e addio ringraziamenti – a meno di non provare cose tipo il paranormale e i medium. E io non sono quel tipo di persona. Non più almeno. Tempo fa uscivo con un tizio che mi diceva che la mia casa era infestata dal fantasma di una donna che aveva perennemente il ciclo e vagava tra la camera e il bagno, lamentandosi continuamente per via dei crampi.

Eravamo usciti insieme sei volte prima che mi scocciassi definitivamente (“C’è così tanto sangue!” mugolava, raggomitolato nell’angolo del mio divano), ma alla fine l’avevo scaricato ed ero andato in internet alla ricerca di consigli su come liberarsi dei fantasmi mestruati. Però, udite udite, nessuno era stato in grado di aiutarmi. Così mi ero limitato a comprare una confezione di Tampax per flussi abbondanti e, con gran clamore, l’avevo messa sotto al lavandino, dicendo al mio fantasma – Flussie per gli amici – che poteva usarli quando voleva. Inutile dire che due settimane dopo i tamponi erano ancora tutti al loro posto e io ero leggermente irritato di non avere un fantasma che mi perseguitava, anche se perennemente, con le sue cose.

Mi spaventa compiere trent’anni? Nah. Forse. Un pochino. Ok, sono terrorizzato. Quando avevo sedici anni, mi sedevo davanti allo specchio e, pettinandomi il barboncino in testa, cantavo ‘Il mio amore un dì verrà’, certo che da qualche parte là fuori ci fosse un uomo che non aspettava altro che portarmi con sé nel suo castello a Cabo San Lucas. Un uomo che mi avrebbe preso e cullato tra le sue possenti braccia, raccontandomi, con accento di volta in volta diverso (qualche volta era cubano, altre cinese; quest’ultimo però non lo usavo spesso, perché poi non riuscivo a smettere di sghignazzare al pensiero di quella voce. E non chiedetemi di rifarla per voi: va contro ogni mio principio morale), tutto quello che mi avrebbe fatto una volta arrivati nel nostro Castello dei Sogni. Saremmo vissuti felici e contenti e mi avrebbe amato per il resto dei miei giorni, dandomi da mangiare chicchi d’uva e solleticandomi i capezzoli.

Ecco, a proposito, ho dei capezzoli molto sensibili.

Ovviamente il mio sogno non era quello di arrivare a trent’anni e lavorare come perito alla sezione rimborsi di una compagnia assicurativa. Non vi dirò quale, sappiate solo che probabilmente avete visto la nostra pubblicità in TV, e le prime due o tre volte avete sghignazzato, ma poi avreste voluto prendere a calci in culo quella maledetta mascotte. Pensate che la pubblicità sia brutta? Provate a lavorare qui. Alcune volte, per le feste a cui partecipano anche gli impiegati, c’è qualche idiota che viene costretto a indossare quel vestito da mascotte, e sono sempre tutti allegri e salutano con la mano, continuamente, come se fermandosi un secondo rischiassero l’amputazione. Detesto quella merda di costume. E, lo ammetto, mi spaventa anche un po’. Pensate che da piccolo rifiutavo categoricamente di festeggiare i compleanni da Chuck E. Cheese perché ero convinto che Chuck e i suoi amici fossero veri topi giganti, anziché semplici – e mostruose – marionette animate. Nessuno riusciva a togliermi dalla testa l’idea che non appena i miei genitori si fossero distratti, i mostri sarebbero scesi dal palco, mi avrebbero rapito e poi portato nel loro labirinto sotterraneo, dove mi avrebbero mangiato lentamente. Quando c’ero io alle feste ci si divertiva, statene pur certi!

Ops, ho divagato di nuovo.

Dove eravamo? Ah sì, al mio lavoro.

La mia anima viene lentamente prosciugata in un cubicolo che è più stretto di una cella. Credetemi, l’ho misurato. Ovviamente, però, la direzione non ha fatto una piega quando ho sollevato la questione. Anzi, in genere non apprezzano particolarmente quando prendo la parola alle riunioni del personale. Ma li capisco; quello che comincia come un semplice commento si trasforma sempre in una delle mie ‘tirate’. Parole loro, non mie. Ma non posso farci niente: quando qualcosa mi interessa tendo a infervorarmi (“Ma perché ogni Natale dobbiamo fare una donazione all’Esercito per la Salvezza? Odiano i gay! Tutti quei bei suonatori di campanelle non sono altro che ex-drogati fascisti e omofobi sotto mentite spoglie! E poi, perché dobbiamo dare dei soldi a un’organizzazione religiosa proprio per Natale?Gesù è nato ad Aprile!”). Quindi sì, preferiscono che taccia durante le riunioni.

E non mi sarei neanche aspettato di vivere ancora a Tucson, Arizona, terra della Guardia di Frontiera (alias il regime fascista), e patria dei 50°C (ma almeno è un caldo asciutto, amiamo ripeterci). Sono troppo pallido per vivere nel deserto. Invece di abbronzarmi divento rosino, fino al punto di assomigliare a uno di quegli orribili gatti senza pelo che nessuno vuole. Una volta provai ad andare in uno di quei saloni dove ti abbronzano con lo spray, ma l’addetta alla reception era arancione e io mi convinsi che avrei contratto un melanoma solo per aver respirato la sua stessa aria; così me ne andai di corsa, ma solo dopo averle casualmente detto che assomigliava a una carota bionda con le tette. Non trovò la battuta troppo divertente, o forse è solo che aveva perennemente l’aria incazzata.

Quand’ero più giovane immaginavo che da adulto avrei vissuto su uno yacht. Nelle mie fantasie, la Paramount mi metteva sotto contratto per una decina di pellicole insieme agli attori più belli di Hollywood e, dopo aver girato per tutto il giorno le scene d’azione di un film d’avventura gay sulla falsariga di All’inseguimento della pietra verde (il titolo era All’inseguimento dei gioielli di famiglia), ci spostavamo sul mio yacht, dove ci aspettava un’orgia selvaggia.

Invece vivo in una villetta di mattoni rossi nel bel mezzo di un quartiere borghese. Alla mia sinistra abita una coppia di settantenni razzisti e nudisti, che si divertono a organizzare serate per scambisti nella piscina dietro casa. Mi hanno anche invitato un paio di volte, ma dopo aver visto che tipo di gente frequenta le loro feste, ho ritenuto opportuno declinare. Quando gran parte del tuo corpo ha ceduto per effetto della gravità e tu indossi ancora i vestiti, io posso unicamente immaginare le tue palle che penzolano fino ad arrivarti alle caviglie, ma vederle di persona? No, grazie. In ogni caso, ogni volta che danno un party mi siedo accanto alla porta d’ingresso con uno spruzzino in mano, pronto a schizzare ogni vecchiaccio arrapato che tenti di copulare nel mio vialetto. Finora non è mai successo, ma una mattina mi sono svegliato, sono uscito a prendere la posta e ho trovato una confezione vuota di lubrificante da viaggio accanto alla cassetta. Sono tornato dentro, mi sono messo un paio di guanti e ho disinfettato tutto con la candeggina, cercando nel frattempo di non vomitare all’immagine che mi frullava in testa di due vecchi con i cappellini che ci davano dentro.

Dopo che quel mio ex mi ebbe raccontato del fantasma che ciclava (visto che bravo? Ho creato un neologismo) ovunque in casa mia, pensai di prendermi un animale da compagnia. Soprattutto perché avevo deciso che non sarei più uscito con nessuno per almeno diciassette anni. Valutai l’idea di adottare un gatto, ma l’accantonai rapidamente in quanto non volevo essere una di quelle persone. Sapete cosa intendo. Mia nonna Gigi (la mamma della mamma) era così; prendeva del tonno in scatola, si sedeva sulla sua vecchia poltrona – che odorava di Balsamo di tigre e sogni infranti – lo masticava e poi apriva la bocca, lasciando che la sua gatta la usasse come ciotola. Diceva che Mrs. Tingles, la gatta, era troppo vecchia per masticare da sola e lei voleva aiutarla. Al che io le facevo notare che ero l’unica persona al mondo ad avere una nonna che puzzava di pesce perché pomiciava col gatto, e lei si chiedeva ad alta voce se ciò la rendesse lesbica.

Mi dispiacque molto quando morì. Il gatto, non la nonna. Gigi è ancora viva. Ora ha un pappagallo omofobo che si chiama Johnny Depp. Quando le feci visita per conoscerlo, la prima cosa che l’uccellaccio mi sbraitò contro fu “Ocio ocio arriva il frocio!”, mentre la nonna sghignazzava da dietro la gabbia. Gigi giura e spergiura che era già così quando lo prese, e io quasi quasi le credo, perché la nonna non è il tipo di persona capace di odiare. Ama tutti, pressappoco. Solo che ora mi pesa andare a trovarla, perché ogni volta che metto il piede oltre la soglia Johnny Depp intona: “Ecco il culo del mondo!”

Così, piuttosto che prendere un gatto con cui limonare o un pappagallo che è a tanto così dal commettere crimini d’odio, optai per un cane. Guidando verso il canile mi ripetevo che ne volevo uno grosso, perché i cani grossi ti fanno sembrare taaanto più virile. Niente cani da brodo per questo gay, nossignore! Varcai la soglia con passo deciso e dichiarai, con la voce più profonda di cui fui capace, che volevo adottare un pastore tedesco! Anzi no, un rottweiler! Anzi no, un pitbull! Arrivai persino a chiedere all’addetta di darmi il pitbull più cattivo che avevano, e la informai che lo avrei chiamato Ringhio, oppure Zanna, o anche Mangiauomini, e che gli avrei preso un collare chiodato.

Lei, imperturbabile, mi chiese se per caso facessi parte di un giro clandestino di combattimenti fra cani. Io mi sentii giustamente rimbrottato e mi scusai, affermando che no, volevo solo un animale che vivesse con me e il mio mestruo fantasma. Evidentemente la donna pensò che quella frase – mestruo fantasma – si riferisse in qualche modo a me, perché mi chiese se fossi un transgender prima o dopo l’operazione. Fui sul punto di avventarmi sui due lunghi peli neri che le crescevano sul mento, ma lei sembrava così compiaciuta della propria apertura mentale che non me la sentii di strapparle quelle due oscenità, e nemmeno di spezzarle in cuore, così le raccontai che mi ero appena operato, che mi chiamavo Chaz Bono e che il mio ciclo mestruale mi mancava più di quanto potessi immaginare. Lei mi accarezzò teneramente il braccio e si offrì di assistermi nella ricerca di un ‘compagno animale’ capace di aiutarmi a dimenticare il mio sanguinamento vaginale. “Dopotutto,” aggiunse ridendo, “siamo ragazze, anche se una di noi adesso ha un pene artificiale. Se non ci si aiuta fra noi!”

La mia attenzione fu catturata quasi all’istante da un golden retriever di nome Duke. Le luci artificiali facevano risplendere in modo meraviglioso la sua pelliccia e, quando mi vide sorridere, assunse un’aria compiaciuta, quasi gongolante. Sapeva di essere bello e sapeva che lo sapevo anch’io. Ero sul punto di dire che era lui quello giusto, quando sentii una specie di squittio provenire dalla gabbia accanto. Duke girò la testa e ringhiò, per poi tornare a rivolgermi uno sguardo pieno di sentimento. Lo squittio si ripeté e Duke digrignò i denti.

Siccome sono curioso di natura, guardai nella gabbia successiva. Dentro c’era un bastardino, piccolo e arruffato. Era quasi completamente nero, tranne pochi ciuffi bianchi sulla schiena e sul muso, e anche la zampa destra era bianca, come se indossasse un solo calzino. Ma poi notai che non aveva le gambe di dietro e che il rumore che avevo sentito era il cigolio delle ruote del marchingegno che gli avevano legato al posteriore per aiutarlo a muoversi. Quando si accorse che lo guardavo, cominciò ad agitare il sedere avanti e indietro inclinando le ruote e facendole sbattere contro il cemento. Fu solo allora che mi resi conto che era anche senza coda.

“Che gli è successo?” chiesi alla responsabile.

Lei abbassò gli occhi su Rotelle (nella mia testa avevo già deciso il nome; originalissimo, lo so, non c’è bisogno che me lo diciate anche voi), gli sorrise con affetto e mi raccontò che era stato investito da un’auto qualche mese prima e che era stato necessario amputargli le zampe posteriori e la coda. Nessuno lo aveva cercato e nessuno si era mai offerto di adottarlo. Siccome era un sopravvissuto, lo avevano chiamato Fortunello, il nome più idiota che si fosse mai sentito.

Dalla gabbia a fianco Duke cominciò a ringhiare, irritato perché non lo guardavo più. Mi resi conto in quel momento che non era altro che un grosso bullo, mentre Rotelle era il piccoletto che nessuno voleva. Siccome sono abbastanza sensibile, è ovvio che mi immedesimai di più con quest’ultimo e che lo scelsi. Ed è altrettanto ovvio che lo chiamai Rotelle. Nessuna mia creatura si sarebbe mai chiamata Fortunello! La fortuna ce la saremmo creata da soli.

Quando portai Rotelle a casa, mi sentivo piuttosto sicuro di me. Gli voltai le spalle per un minuto – per tirare fuori le scodelle per il cibo e l’acqua che quel commesso così carino del negozio di animali aveva detto che dovevo assolutamente comprare – e lo lasciai libero di esplorare il nuovo ambiente. Purtroppo, quando andai a cercarlo scoprii che aveva fatto la cacca nel soggiorno e poi l’aveva sparsa per tutta la casa passandoci sopra con le ruote. Mentre ripulivo la schifezza mi ritrovai più volte col vomito in gola, ma considerai che fosse comunque meglio quello di un Johnny Depp omofobo che mi accusava di prenderlo in quel posto.

Quindi eccoci qui: questa è la mia vita. Chiedo ancora venia per la massa di informazioni che vi ho costretti a ingurgitare. Se preferirete non proseguire, vi capisco, anche se ciò mi autorizza ancora a darvi degli stronzi dietro alle spalle.

Va da sé che così facendo vi perderete il resto della storia, nonché le gesta di Helena Handbasket, mirabolante drag queen. Inoltre, non avrete occasione di incontrare i miei genitori (anche se mi rendo conto che questo non è un gran deterrente, visto quanto sono strani). Soprattutto, però, non saprete mai come mi fossi convinto di essere stato Freddie Prinze Juniorizzato, solo per scoprire che ’sto gran bel pezzo d’uomo chiamato Vince è invece la cosa migliore che potesse capitarmi e che forse, e dico forse, alla fine avrò anch’io il mio happy end.

Ovviamente, prima accadrà di tutto e di più – in fondo non è mica colpa mia se attiro i guai come una calamita! Purtroppo è così e non posso farci niente. In poche parole, questa è la vostra ultima occasione di fuga.

Ancora qui? Wow, figo. Detto tra noi, quel lettore che è appena uscito è proprio uno stronzo, vero? Si vede già da come cammina che ha un bastone su per il culo.

Bene. Siete pronti? Perfetto.

All’arrembaggio!