PRIMA PARTE

 

Rosso

 

 

A CERTI uomini sta bene il rosso; ad altri no. Io, avendo i capelli rossi, lo evito come la peste. È un colore che dona al mio amico Jason. Grazie alla sua carnagione olivastra e i capelli scuri, ereditati dalla sua mamma spagnola, quando lui indossa il rosso ti ritrovi a guardarti attorno alla ricerca di un toro. Anche i pantaloni stretti da matador gli donano molto: gli fanno davvero un bel culo. È un vero peccato che li indossi raramente. Con questo non voglio certo togliere nulla ai pantaloni gessati che indossa di solito e con i quali potrebbe facilmente passare per un modello di GQ, anche grazie alla sensualità da manuale di quei fianchi stretti e all’espressione imbronciata che gli calza a pennello.

Io, al contrario, sembro sempre ciò che sono: un ragazzetto di campagna. All’abbronzatura ho rinunciato tempo fa, quando, da bambino, con la speranza che i puntini delle mie lentiggini si unissero, presi una brutta scottatura. Mi venne la faccia rossa come un peperone e in più le presi anche da mio padre.

Jason viene da Long Island, ma non parla mai dei suoi genitori; è sempre molto più interessato ai racconti sulla mia famiglia. All’inizio, quando ci siamo conosciuti, mi tormentava sempre perché io gli facessi sentire il mio accento del Minnesota.

Io gli rispondevo che poteva succhiarmi il cazzo, piuttosto. Santo cielo, una delle ragioni per cui mi ero trasferito a San Francisco era proprio per fuggire dal Minnesota. Perché mai avrei voluto ricordare di dov’ero, una volta arrivato qui? Sissignore, Bob. I miei fratelli maggiori adoravano vivere in Minnesota, ma io per nulla: volevo andarmene. Per questo ho colto la palla al balzo quando un rappresentante della SSFI, Sydney Sutherland Family Insurance, fece visita al mio college, lo scorso febbraio, alla ricerca di persone promettenti. La mia bravura con i numeri mi diede l’opportunità di rincorrere i miei sogni verso Gay central.

Incontrai Jason in un bar nel quartiere di Castro, non tanto tempo dopo il mio arrivo lì. Stavo parlando con il mio amico Mick, che in realtà avevo conosciuto dieci minuti prima e che continuava a parlarmi, motivo per cui, secondo i miei standard, poteva essere classificato come un mio amico. A ogni modo, Mick mi aveva appena proposto di fare un giro in tandem con lui per l’imminente parata del Gay Pride della città, quando un tipo affascinante, con addosso una camicia rossa in seta e dei pantaloni di pelle nera, spinse Mick da una parte con una gomitata e mi trascinò in pista. Si comportava come se mi conoscesse, ma fu solo due ore dopo, quando me lo stavo già scopando per bene, che capii chi fosse: era uno dei più quotati rappresentanti dell’azienda.

Il tirocinio che sto facendo, come attuario, mi tiene lontano da quei rivenditori imbroglioni e senza scrupoli come lui e dai loro conti spese. Per me erano tutti conservatori repubblicani, sposati, con 2,5 bambini, che cercavano disperatamente di stare a galla e di gestire le loro belle ville e lussuose Porsches. Mi faceva piacere scoprire di non essere l’unico gay a lavorare per loro.

Non avevo riconosciuto Jason, ma per lui era stato più semplice perché io mi distinguevo tra la folla per via dei miei capelli. Anche l’essere alto quasi uno e novanta senza scarpe non mi faceva passare certo inosservato. Jason dice di essere era alto più di uno e ottanta, ma solo con l’aiuto dei suoi stivali da cowboy muniti di tacchi.

Al lavoro non diamo a vedere ciò che c’è tra noi, anche se lui si premura di darmi sempre dei pizzicotti sul sedere quando passa per andare alle riunioni settimanali con Adrian Sydney Sutherland, il grande capo del dipartimento ovest. Guarda caso, faccio le mie visite quotidiane al distributore dell’acqua proprio quando Jason passa di lì. No, aspetta, ora che ci penso, l’abbiamo programmato. Ma per fortuna nessuno se n’è mai accorto. Anche se credo che il capo lo abbia sorpreso a palparmi un paio di volte. Quelle sue labbra strette e lo sguardo rigido, ogni volta che guardava nella nostra direzione, indicavano che aveva capito che c’era qualcosa sotto, ma forse si trattava solo di reflusso gastrico.

 

 

Capitolo Uno

 

 

Rosso

Dicembre 2008

 

 

AVEVA SMESSO di piovere, ma il vento freddo di dicembre soffiava sulla strada, tra gli alti edifici. Portavo gli stivali e mi muovevo a grandi passi; infilai le mani nelle tasche dei jeans più in fondo che potevo. Davanti all’armadio, mentre sceglievo cosa indossare, quella domenica mattina, l’ultima cosa che avrei immaginato potesse accadere era di ritrovarmi fuori dall’ufficio ad aspettare il mio capo.

Si avvicinarono due uomini in giacca e cravatta, dalla stessa camminata e più o meno dalla stessa stazza. Entrambi alti circa uno e ottanta. Proprio coloro che aspettavo: il mio capo e suo padre, in poche parole.

Mentre entravamo nell’edificio, Adrian Sutherland, il più giovane dei due, mi salutò con un cenno del capo e un “Salve, Ben” che riecheggiò in modo inquietante nell’atrio. Durante la settimana, c’era sempre gente che andava e veniva, ma ultimamente sembrava essercene molta di meno: diversi uffici erano vuoti a causa della crisi finanziaria. Una volta entrati, i due scambiarono due parole con la guardia che lavorava fuori dall’orario d’ufficio. Era un tipo imponente e di colore, che in quel momento era tutto preso dal lanciarmi delle occhiatacce da dietro il vetro. Sicuramente si stava domandando cosa ci facessi io lì. Me lo stavo domandando anch’io.

“Grazie per essere venuto nel tuo giorno libero.” Il sorriso, veloce e improvviso, sul viso del capo gli trasformò completamente il volto. Ultimamente, le ragazze al lavoro si domandavano se la sua perpetua espressione cupa fosse dovuta alla situazione economica oppure al fatto che era ancora single, dopo aver rotto con la sua fidanzata storica.

“Non c’è problema,” lo rassicurai. “La mia squadra stava comunque perdendo.”

Mentre aspettavamo l’ascensore, il capo si voltò verso suo padre. “Papà, questo è Ben Dutoit, l’attuario stagista di cui ti ho parlato.”

Per essere precisi, dato che Adrian Senior era quello che possedeva la maggior parte della società, sarebbe stato lui a meritarsi il titolo di ‘capo’, ma l’uomo passava praticamente tutto il tempo in un altro ufficio nell’East Coast. Gli strinsi la mano. La sua stretta letale si abbinava davvero bene con lo sguardo truce. Io, dentro il mio pullover striminzito, mi raddrizzai meglio che potei.

“Mi scuso per l’abbigliamento,” dissi, puntando il dito ai miei vestiti casual. “Ero al Royal a guardare la NFL quando ho ricevuto la vostra chiamata. Avete detto di fare più in fretta possibile e quindi...”

“Con chi giocano i Vikings oggi?”

“Coi Falcons,” risposi nervosamente. Adrian Senior aveva posto la domanda senza alcuna traccia di amichevole chiacchiericcio. Mi guardò dall’alto in basso come uno di quei cani che ti scrutano per bene prima di decidere se leccarti o morderti.

“I Giants vi schiacceranno come formiche la settimana prossima.” L’uomo si voltò verso i pulsanti dell’ascensore e rimase fermo a fissarli.Figurati se gli piacevo. Non appena le porte dell’ascensore si chiusero, iniziai subito a parlare di ciò che, fin dalla chiamata inaspettata, mi stava preoccupando parecchio.

“Non riuscivo a sentire bene a causa del chiasso, ma avete detto che Carl ha avuto un infarto?” Carl Hausfeldt, il principale attuario dell’azienda, era il mio superiore ma soprattutto il mio mentore.

“Sì, venerdì, verso l’ora di pranzo. Siamo stati all’ospedale fino a ora.”

“Sta bene?”

“Adesso sì, ma era in condizioni critiche fino a poco fa.”

A causa della crisi finanziaria, Carl aveva fatto uno straordinario dietro l’altro. Io avevo provato ad aiutarlo, ma c’era un limite a ciò che ero in grado di fare. “Sta abbastanza bene da ricevere visite?”

Mentre Adrian mi dava le indicazioni su come arrivare all’ospedale e sugli orari delle visite, notai che suo padre iniziava a innervosirsi sempre di più. “Ci vediamo nel tuo ufficio,” borbottò, quasi ringhiando, e ci lasciò lì.

Suo figlio lo guardò andare via, si rimise a posto il colletto della camicia e poi si voltò verso di me, sorridendomi. Magia pura. Una volta ho letto un sondaggio in cui delle persone mettevano delle foto di occhi in ordine di sensualità. Quelli chiari, con solo un accenno di bordo, erano al primo posto. Gli occhi del mio capo ne erano un esempio perfetto: una traccia impercettibile di grigio attorno a una pupilla nerissima. Due occhi che ti facevano venir voglia di dire ‘filiamo a letto assieme, subito!’.

“Carl ha detto che lo stavi aiutando con una dichiarazione attuariale.” Adrian mi porse un foglio di carta. “Qui c’è una lista di istruzioni. Quando avrai finito, mio padre porterà tutto all’attuario dell’ufficio dell’East Coast. Carl dice che conosci già la password.”

L’appunto, scritto a mano, era breve e conciso e finiva con un ringraziamento per essermi recato al lavoro durante il fine settimana. La mia preoccupazione si affievolì. Anche da un letto di ospedale, Carl era ancora in forma. “Okay, non dovrebbe esserci alcun problema.” Adrian Junior mi fece un altro di quei suoi sorrisi da far venire l’acquolina in bocca, poi si allontanò per raggiungere il padre.

Accesi il computer di Carl e inserii la parola “Chester”, il nome del cane di Adrian Senior. Una volta, Carl mi disse che aveva scelto quella password perché l’animale gli ricordava perfettamente il suo padrone. Era certo che se quel cane abbaiava forte quanto il padrone parlava, era alquanto semplice scorgere il nesso. Di solito, con il rumore di chiacchiere in sottofondo, non si riusciva a sentire nulla, ma ora che l’ufficio era immerso nel silenzio e i due uomini stavano discutendo, ogni parola che pronunciavano mi giungeva alle orecchie più che chiaramente.

“Da ciò che mi hai detto, pensavo fosse già qualificato.” La voce dell’uomo più anziano aveva ancora in sé l’indignazione di poco prima.

“Ben ha passato due esami e se passa anche il resto del programma dovrebbe essere a posto prima che Carl vada in pensione. In quel modo avremmo meno sconvolgimenti.” La voce del giovane era più misurata e quindi facile da cogliere.

“Potrebbe succedere prima del previsto.”

“Il dottore dice che Carl si riprenderà del tutto.”

Io ci speravo con tutto il cuore. Mi piaceva lavorare con Carl e mi aveva già insegnato moltissime cose del suo lavoro.

“Dovremmo ridurre il numero di impiegati, non assumerne altri...”

La voce del giovane si fece più alta, interrompendo il padre. “Ben è qui con noi da prima che Lehman Brothers cadesse a picco.”

“Non ha importanza. Dobbiamo mandare via qualcuno se vogliamo restare a galla e conosci le regole: l’ultimo arrivato è il primo ad andare.”

“Se proprio dobbiamo stare a quella regola, allora Millie Carruthers, alla reception, è stata l’ultima a essere assunta. In ogni caso, Carl non ha ricevuto nessuna lamentela, anzi, tutto il contrario.”

Le loro parole sfumarono mentre ciò che si dicevano diventava chiaro nella mia testa. L’industria delle assicurazioni non era stata colpita altrettanto duramente, ma a causa di tutte quelle politiche ad alto rischio, Fitch aveva da poco declassato la società da A- a BBB+. Da come sembravano andare le cose, il mio futuro all’interno della compagnia aveva le ore contate. Dannazione. Mi piaceva lavorare lì. La maggior parte delle persone che avevo conosciuto erano davvero simpatiche e poi io e Carl formavano proprio una bella squadra.

Scaricai i dati all’interno di una chiavetta USB e racimolai tutte le informazioni che mi avevano richiesto. Fortunatamente gran parte del lavoro era già stato fatto, in vista delle scadenze di fine anno. Bussai alla porta e consegnai il materiale. Il capo mi ringraziò, ma questa volta il suo sorriso era appena accennato.

Quando la guardia, che si chiamava Tyrone, mi fece uscire dall’edificio, i miei pensieri tornarono alla causa del mio nuovo problema. Secondo Carl, la crisi finanziaria globale era stata causata dai politici che avevano voluto rendere accessibili i tassi di interesse, facendo in modo che chiunque potesse investire su ciò che voleva, pensando che il boom sarebbe andato avanti per sempre.

Si erano dimenticati che correre rischi aveva delle conseguenze.

 

 

LA FESTA di Natale dell’azienda si tenne il fine settimana successivo.

“Vuoi qualcosa da bere, tesoro?”

Per un secondo, pensai di essere finito per sbaglio in un bar di Castro, ma la voce roca, densa di fumo di sigaretta che si rivolgeva a me era quella del manager delle assunzioni, la signora Christie. Presi il vassoio carico di bicchieri di vino, bottiglie di birra e bibite dalle sue mani.

Mi diede un colpetto sulle costole. “Non tutti insieme.”

“Ahi, che male.” La signora Christie poteva essere mia nonna ed era alta a malapena un metro e cinquanta. Non avrebbe potuto far male a una mosca, figuriamoci a uno grande e grosso come me. Provò a riprendersi il vassoio, ma lo sollevai così in alto da non permetterle di raggiungerlo. “No, su, è pesante. Ci penserò io. Vada a flirtare col signor Simmons; ha un debole per lei.”

La signora C. cercò di colpirmi con uno strofinaccio, ma anni e anni di pratica in cucina coi miei fratelli mi erano stati utili e schivai il colpo istintivamente. Sorrisi e mossi ancora i fianchi per evitarne un altro.

“Va bene, va bene, vai pure,” acconsentì la donna, scomparendo in cucina.

Dopo aver distribuito tutti i drink e premurandomi di averne ancora nel vassoio almeno uno di ogni bevanda, mi diressi verso l’angolo della stanza, verso l’enorme finestrone che partiva dal pavimento e arrivava fino al soffitto. Fuori si potevano vedere i parcheggi. Millie stava parlando senza un attimo di sosta, gesticolando tutto il tempo. Doveva proprio essere una bella storia quella che stava raccontando. Un vero peccato che Jason non la stesse ascoltando; la sua attenzione era rivolta verso qualcosa che stava fuori. Conoscendolo, si stava solo assicurando che nessuno si avvicinasse alla sua Corvette.

E quella la chiami una macchina? Se non potevo strisciarci sotto per scrostare la ruggine, non era degna di essere definita tale. Preferivo mille volte il mio furgoncino Ford Ranger, anche se Andy ci aveva fatto centinaia di migliaia di chilometri prima di cederla al suo fratellino.

Mi avvicinai a Jason e lo vidi far scorrere la lingua sul labbro inferiore: era il segnale che era il momento di passare all’azione. Lo ignorai e feci un inchino a Millie. “Gradisce qualcosa da bere, signora?”

Millie ridacchiò e prese una bibita gassata. “Grazie.”

Jason fece un verso d’assenso e prese il vino. “Staresti benissimo vestito da coniglietto di Playboy, Rosso.”

“Smettila di chiamarmi Rosso.” Gli feci il dito medio e posai il vassoio vuoto contro la finestra.

“Rosso?” ripeté Millie a bocca aperta.

Dopo aver sussurrato due parole di rimprovero a Jason, mi rivolsi a Millie. “Mio fratello, Chris, mi chiama così per infastidirmi.” Le risparmiai i dettagli su come Jason gridava quel nome quando scopavamo. A volte mi chiedevo se immaginasse di essere in una scena dibondage nel quale Rosso era la sua parola di sicurezza. Ma non poteva esserlo, visto che, dopo averla urlata, aggiungeva sempre ‘non ti fermare’.

Bevvi la mia Heineken e iniziai a scrutare i miei colleghi. La maggior parte di loro era in piedi a chiacchierare pacatamente; probabilmente non avevano tanto in comune, al di fuori delle ore di lavoro. Sempre che ce l’avessero una vita, al di fuori delle ore lavoro.

“Da quanto tempo sei alla SSFI?” chiese Millie, bevendo un sorso della sua bibita. Mi fissava coi suoi grandi occhi castani.

“Da luglio.”

“Ben è un maestro di tempismo,” cantilenò Jason dalla sua postazione alla finestra.

“Tempismo?” chiese Millie, inarcando un sopracciglio.

A giudicare dal sorrisino di Jason, il mio amico stava anche alludendo al fatto che di solito riuscivamo a venire assieme. “È più fortuna che tempismo. Quando il mio stage estivo finì, mi invitarono a rimanere, ma Lehman Brothers fallì pochi giorni dopo. Ora è difficile trovare un lavoro decente.”

“Pensi che anche noi siamo a rischio?” sussurrò Millie, dando un’occhiata veloce intorno alla stanza.

Sì, io e te, tesoro, ma non ebbi il coraggio di dirglielo.

Jason mi passò il vassoio vuoto. “Ora di riempirlo, Rosso.”

Mi scusai con Millie e accompagnai Jason in cucina. Arrivati alla porta, mi afferrò per un polso. “Attento, Rosso, potrei ingelosirmi.” Prima che potessi rispondere, mi mise l’altra mano attorno al collo, mi tirò verso di lui e mi infilò la lingua in bocca.

Il vassoio mi scivolò dalle dita e sentii tutto il corpo reagire. Una voce, dentro la mia testa, gridò ‘che cazzo sta facendo?’ Non avevamo fai fatto nulla del genere davanti ai colleghi, prima d’allora. Mi scansai, allontanandomi, e lo guardai ferocemente. Il cuore mi batteva all’impazzata, più veloce del fuoco di un incendio in Minnesota.

Jason sorrise, fece spallucce e sollevò le mani come in un gesto di resa. “Scusa, Ben, non ho saputo resistere. Sei così carino quando diventi tutto rosso.”

Non appena il mio respiro tornò normale, mi guardai attorno e notai che altre due persone erano arrivate alla festa: Adrian Sutherland e una piccola biondina che se ne stava appesa al suo braccio come se avesse bisogno di lui per reggersi in piedi. Beh, forse aveva bisogno del suo sostegno per via di quei cazzutissimi tacchi che portava. E indovina un po’, erano rossi. Si abbinavano al suo vestito aderente, che le lasciava la schiena completamente nuda. Iniziai a scrutare anche il resto: aveva delle braccia finissime che sembrava non avessero mai sollevato nulla di più pesante di una borsa Gucci. Era lei la nuova ragazza di Adrian?

Guardai il capo e i nostri sguardi s’incrociarono. Dannazione. Forse aveva visto il bacio. Quegli occhi che dicevano ‘portami a letto’ ora sembravano le canne di un fucile. Fece per parlare e io, per evitare l’esplosione imminente, afferrai il vassoio e scappai in cerca della protezione della signora Christie, in cucina. Aiutarla a pulire i bicchieri e preparare un altro giro di bevande (cocktail, questa volta) mi fece sentire nuovamente a mio agio. Dovevo comunque ammettere che non sapevo se fosse stato lo sguardo del capo o il bacio di Jason a scombussolarmi maggiormente.

Quando uscii dalla cucina, notai che il volume delle chiacchiere, dall’arrivo del capo e della sua compagna, era aumentato. Era come se la presenza dell’uomo avesse aggiunto un po’ di brio alla serata. Con chi avrebbe parlato? Cosa avrebbe detto? Perché, del resto, Adrian Sutherland non è uno di quei principali che si rintanano in ufficio tutto il giorno; anzi, è uno di quelli che si fermano a salutarti e a chiederti come ti va la vita.

Dannazione, ancora. Non aveva da bere. Feci un respiro profondo e mi avvicinai a lui e alla ragazza con lui. Dovevo ammettere che insieme formavano una coppia davvero attraente. Le spruzzate di grigio nei capelli di Adrian gli davano un’aria alla George Clooney e quella sensualità che hanno solo gli uomini di mezza età. L’abito, il taglio di capelli, le mascelle scolpite, la bionda sotto il braccio: tutto sembrava strillare ‘etero’, purtroppo. Peccato; mi era sembrato che avesse bisogno di una bella scopata.

Mi fece un sorriso affettuoso quando gli andai incontro. Meno male. Perlomeno non era ancora arrabbiato per quello che era successo con Jason.

“Grazie, Ben,” mi disse Adrian quando lo raggiunsi. La bionda scelse uno dei cocktail mentre lui prese una Heineken. “Laurel, questo è il nostro attuario in prova, Ben Dutoit.”

Non potevo stringerle la mano visto che stavo reggendo il vassoio, quindi le dissi “Piacere di conoscerla,” e le sorrisi. O almeno ci provai. Non era solo il sorriso del capo che mi scombussolava; era anche la sua voce, con quel suono da whiskey liscio che mi faceva contorcere lo stomaco.

“Piacere mio, Ben, grazie per il drink.” Laurel si portò il bicchiere alle labbra. La sua voce era dolce, ma i suoi occhi celesti mi squadrarono dalla testa ai piedi, come per capire meglio chi fossi. Macché burro, neanche il gelato si sarebbe sciolto, nella sua bocca. Rabbrividii.

“Senti freddo, tesoro?” Jason fece scivolare un braccio attorno alla mia vita.

Gli occhi di Laurel si strinsero per un attimo, poi si voltò e carezzò la manica della camicia del capo. “Adrian...” Lui chinò la testa per guardarla e le sorrise.

“Dai, Ben.” Jason mi tirò via da lì e mi sbarazzai dei cocktail sul vassoio in men che non si dica. C’era qualcosa di quella donna che mi dava veramente sui nervi.

Da quella sera in poi, tutti quanti al lavoro seppero che ero gay, ma a nessuno sembrò importare più di tanto.