Capitolo 1: Anniversario

 

 

LA CARNAGIONE dorata di Spence era familiare, come raso sotto le mie mani. Affondò le dita tra i miei capelli mentre gli accarezzavo le gambe slanciate e facevo scorrere le labbra lungo la sua coscia, assaggiandolo come avevo fatto già tante volte prima d’allora. Ma anche in quel momento, dopo quattro anni passati insieme, Spence tremò sotto di me, proprio com’ero sicuro che avrebbe fatto.

Forse era vero, per noi fare l’amore era come ripetere una danza coreografata da tanta esperienza, ma questo significava solo che sapevamo con esattezza quello che volevamo, quello che l’altro desiderava disperatamente. Eppure quella notte, nel mezzo della celebrazione del nostro anniversario, dopo aver consumato due bottiglie di eccellente champagne, una buona cena, ed esserci scambiati parole dolci per un paio d’ore accoccolati sul divano, la nostra coreografia collaudata stava per essere accantonata per lasciare spazio alla sfrontata ribalta della spontaneità; sono abbastanza certo che nessuno dei due se l’aspettasse.

Mi chinai e feci scorrere le labbra sul fianco di Spence; baciai, sondai ed esplorai, evitando di proposito il membro eretto che si inarcava all’indietro e mi bloccava la strada.

Con testardaggine e immenso divertimento, spostai la dura lunghezza con la guancia e affondai la lingua nell’ombelico del mio compagno. Spence rantolò in risposta e si piegò in avanti, sopra la mia testa, come un ragno in caduta libera, ridacchiando come un pazzo e facendo di tutto per farmi staccare da lui.

“No! Non riesco a resistere.” Scoppiò in una grassa risata. “Fermo, fermo, fermo!”

Amavo la sensazione del suo membro che pulsava contro il lato del mio viso; ridacchiai malefico e mormorai contro i suoi peli pubici, che odoravano di sapone: “Cosa? Cosa c’è che non va? Non mi dirai che ti faccio il solletico, vero?”

Lottai per restare dov’ero, ma Spence mi si levò di dosso, mi fece distendere sul letto e allungò il suo meraviglioso corpo sul mio per tenermi fermo, posizionandosi a cavalcioni sul mio petto con le sue lunghe gambe, mentre allo stesso tempo mi strusciava l’erezione contro il viso, lasciandomi uno sbaffo di seme sulle labbra.

Lo leccai via. “Mhm. Squisito.”

Spence emise un gemito più forte quando gli afferrai le natiche e lo trascinai più vicino, succhiandogli i testicoli e facendoli roteare in bocca, giocando a hockey con le mie tonsille.

“Oh, cazzo,” urlò, ridendo così forte da ritrovarsi ad ansimare. “Smettila! Non mi piace!”

È difficile parlare con la bocca piena di palle, ma me la cavai comunque. “No, non ti piace. Ne vai pazzo!”

“Mi fai il solletico, accidenti!”

Slurp, slurp, ingoiai, soffiai. “Quindi dove stai cercando di arrivare, pasticcino?”

Si girò sopra di me in modo che la sua testa puntasse a sud invece che a nord, e, non appena fu in posizione, mi affondò il viso nell’inguine e soffiò contro i miei testicoli, come un papà giocoso avrebbe fatto sul pancino di un bebè per fare le pernacchie. Spence non produsse nessuna pernacchia, ma mi strappò un bell’urlo, che doveva essere quello a cui mirava, in ogni caso.

Sollevai i fianchi dal letto e inarcai la schiena per spingermi contro il suo viso. La considerai un’ottima mossa quando sentii le sue labbra allontanarsi dalle mie palle per percorrere la lunghezza della mia erezione e prendermi il glande nella bocca ridente.

“L’uomo bianco è tutto bagnato,” mugugnò attorno al mio membro.

Seppellii il viso nell’inguine di Spence e piegai la testa da una parte all’altra invano, per avere un’angolazione migliore sulla sua erezione; me lo tolsi di dosso e lo spinsi sul letto, al mio fianco. Ora che ci trovavamo nella vera posizione da 69, mi misi al lavoro con entusiasmo. E lui fece lo stesso.

Gemette quando feci scorrere la lingua attorno al suo glande e quando lo succhiai, ricavando ancora più liquido dalla sua fessura, per la gioia delle mie papille gustative.

“Sei delizioso,” sussurrai, e gli palpeggiai le natiche, sfregando lentamente un dito sulla sua apertura e facendolo rabbrividire di piacere. Le sue gambe tremavano contro di me, e per quanto frastornato ero abbastanza sicuro che anche le mie lo stessero facendo.

Quando si improvvisò Linda Lovelace e me lo prese fino in fondo alla gola, quasi a sfiorargli l’esofago – un’abilità di cui io non ero ancora padrone – seppi per certo che le mie gambe stavano tremando; Spence le raccolse contro di sé e mi afferrò il culo per tenermi fermo.

“Oh, piccolo,” ansimò sul mio uccello, abbandonandolo per un momento per tornare a occuparsi dei miei testicoli. Spence adorava succhiarmi le palle. E sapeva che l’amavo anch’io.

Lo imitai, lasciando andare il suo sesso, e mi feci spazio sotto le sue palle; gli alzai la gamba per avere più spazio, e premetti la bocca contro la sua apertura.

“Oh Cristo, Tyler,” rantolò, afferrandomi di nuovo per i capelli. Ma non mi spinse via questa volta, mi attirò più vicino.

Leccai la sua apertura come affamato, come fossi intento a divorare un cono gelato. Spence rabbrividì e ansimò e si spinse di scatto contro di me, e quando con la lingua cercai di farmi strada dentro di lui, inarcò la schiena più che poté e mi trascinò verso di sé.

“Ti piace,” mormorai contro la sua pelle. “No, non provare a negarlo. So che è così.”

Mi tirò i capelli fino a farmi dubitare che me ne sarebbe rimasto qualcuno entro la fine di quella piccola sessione. “Oh, che cazzo, Tyler, smettila di blaterare. Non ho bisogno della cronaca. Ma oh, Cristo sì, quello fallo ancora. Oddio!”

Sembrava aver deciso che non eravamo nella posizione ideale per quello che stavamo facendo, perché si arrampicò sopra di me e si mise a cavalcioni sul mio corpo, issato sulle sue forti gambe dorate. Abbassò il culo con lentezza verso il mio viso, e si mise comodo come una gallina che protegge il suo nido di uova.

E allora, felice come non lo ero mai stato in vita mia, gli strizzai le cosce per tenerlo fermo e ci diedi davvero dentro.

La sua apertura era squisita. I suoi testicoli sul mio mento erano la perfezione. E quando si piegò in avanti, non solo per esporsi ulteriormente, ma anche per prendermi di nuovo l’uccello in bocca, pensai di essere morto e asceso in Paradiso.

Strusciò il cazzo avanti e indietro sul mio petto; il suo respiro consisteva in piccoli, brevi ansiti, mentre io continuavo ad affondare la lingua nella sua apertura accogliente. Ero sicuro che si stesse godendo quello che gli stavo facendo perché le sue gambe, avvinghiate a me, cominciarono di nuovo a tremare e a stringermi nella loro morsa, finché non iniziai a sentirmi come una nocciola nelle ganasce di uno schiaccianoci. Il che mi ricordò che avevo fame.

“Adoro il cibo cinese,” biascicai attorno al suo ano.

Mezzo cinese,” ansimò. “Quante volte te lo devo ripetere? Sono mezzo cinese. Oddio, non fermarti, Ty. Ti prego, non fermarti.”

Il delizioso calore bagnato della sua bocca, che lavorava senza sosta sul mio uccello, mi eccitava talmente tanto che sapevo che, se avessi guardato in quella direzione, non sarei riuscito a vedermi i testicoli. Dovevano essersi ritratti nel mio corpo, su fino alla milza. Se il mio cazzo fosse diventato più duro di così, sarei stato in grado di tagliarci il vetro. O usarlo per piantare un chiodo.

Il fiato mi rimase bloccato in gola. Mi inarcai così tanto con la schiena che dovevo assomigliare a un ponte pedonale. Spinsi la lingua più a fondo possibile dentro Spence e, nel mio entusiasmo, mi dimenai come una tenda sbatacchiata dal vento. “Sto per, sto per, sto per…”

“Mhmm,” biascicò lui attorno alla mia erezione. “Dammelo, piccolo. Lasciati andare. Riempimi la bocca. Sfamami. Fatti assaggiare.”

Oltre ogni aspettativa, l’arco della mia schiena si alzò ancora di più. Mi stupii di non sentire lo schianto di un osso o di vedere un tendine schizzare dall’altra parte della stanza come un elastico. Con il culo perfetto di Spence in faccia a mo’ di maschera di Halloween, sentii i testicoli cominciare a bruciare e il mio uccello tendersi verso l’alto quando Spence succhiò, massaggiò, lo bagnò di saliva e lo prese fino in fondo.

E proprio quando ero sul punto di esplodere, lo strusciò sul mio petto, spingendo le sue palle contro il mio mento, e subito lo sentii gemere. Due secondi più tardi, dopo un momento di silenzio teso, quando tutto l’ossigeno sembrò essere stato risucchiato via dalla stanza per un paio di battiti e ci ritrovammo entrambi congelati in uno spasmo d’estasi, Spence gridò come una banshee nello stesso momento in cui lo feci io.

Il mio sperma affiorò proprio quando Spence avvolse la bocca attorno al mio sesso e lo prese fino alla base. Nello stesso istante, le sue gambe mi strinsero in una morsa d’acciaio e il suo liquido biancastro si riversò sul mio petto, dove lui si stava strusciando con frenesia, come se avesse perso ogni remora o controllo, cosa che ero piuttosto sicuro fosse accaduta.

Gli afferrai in tutta fretta le gambe e lo sollevai per riempirmi la bocca del suo uccello scivoloso, in balia del piacere, e magari anche per aggiudicarmi gli ultimi schizzi di sperma, ma era troppo tardi. Riuscii a catturarne un rivolo o due, ma il resto mi imbrattò il petto, dai capezzoli fino all’inguine. Non ero mai stato il tipo da mostrare grande ritegno, o che faceva a meno di qualcosa, quindi raccolsi più che potevo della sua essenza e la leccai dai polpastrelli. La sua gola, intanto, continuava a lavorare; Spence mi massaggiava con le mani mentre la sua lingua tentava ancora di strapparmi qualche goccia.

Ancora tremanti ma finalmente sazi, collassammo l’uno contro l’altro e prememmo il viso nei rispettivi cespugli di peli pubici imbrattati di sperma. Il membro di Spence si afflosciò lentamente contro le mie labbra, ma anche allora sentii altro succo fuoriuscire dalla sua fessura, quindi lo leccai via, rabbrividendo un’altra volta quando lui fu attraversato da un fremito in risposta alla mia fame.

Quando fummo di nuovo in grado di parlare, fu Spence a ritrovare la parola per primo. La sua voce era roca e debole. Quasi debole come mi sentivo io. “Beh, è stato nuovo e diverso.”

Il cuore mi martellava all’impazzata nel petto. “È stato stupendo.”

“Ti amo, Tyler Benjamin Powell,” canticchiò Spence, premendo le labbra alla base del mio membro e trascinandomi più vicino.

“Ti amo anch’io, Spencer Walter Chang. Più che mai.”

Ridacchiammo entrambi all’uso melenso dei nostri nomi interi, poi ci lasciammo cullare dalle crescenti tenebre che ci stavano avvolgendo. Sbirciai oltre il petto ansimante di Spence per guardare attraverso la porta scorrevole che conduceva sul terrazzo del primo piano. Le stelle stavano facendo capolino nel cielo californiano. In lontananza, una fila di palme sul pendio di una collina formava una sagoma che contrastava con le ultime sfumature brillanti di un tramonto arancione.

Fermi nella posizione del 69, Spence mi accarezzò dietro le gambe con mani gentili e premette il viso contro il mio stomaco. “Hai un profumo delizioso,” disse a bassa voce.

Appoggiai la mano sulla sua guancia, e lui girò la testa per baciarne il palmo. “Non ti sei ancora stufato di me?” chiesi con un sorriso. Conoscevo già la risposta a quella domanda, altrimenti non l’avrei posta.

“Non mi stuferò mai di te, Tyler. Ogni giorno che passo con te, ti amo di più del giorno prima. Anche quando sei un insensibile razzista e dici che sono un cinese in tutto per tutto quando sai che mia madre è bianca tanto quanto te.”

“Stai cercando di dirmi che anche a lei piacciono i cazzi cinesi?”

Ridacchiò. “Così pare. Se vuoi glielo chiedo la prossima volta che la vedo.”

Sorrisi contro il suo membro sempre più flaccido e un altro rivolo di liquido si riversò sulla mia guancia. Lo raccolsi con un dito, che poi mi ficcai in bocca. “Penso che tu abbia una guarnizione rotta. Continui ad avere perdite.”

Spence si irrigidì tra le mie braccia.

“Cosa?” chiesi. “Che c’è che non va?”

“Dov’è Franklin?”

Quando fece quel nome, congelammo entrambi sul posto.

“Porca puttana. È troppo silenzioso. Probabilmente è in salotto e sta mangiando le tue rose.”

“Maledetto cane,” ringhiai, “se lo sta facendo davvero lo uccido. Quelle rose che mi hai comprato non potevano essere a buon mercato.”

“Beh…”

“Beh cosa?”

Spence stava ridendo contro il mio stomaco. “Le rose in realtà me le ha date mia sorella per congratularsi del nostro anniversario. Ho solo cambiato il biglietto e ti ho detto che erano da parte mia.”

“Taccagno di un cinese!”

“E ci risiamo. Mezzo cinese. Mezzo cinese. E grazie. Ma ti ho preso qualcos’altro.”

Quello mi fece riprendere subito. “Sì? Cosa?”

Spence si allontanò da me per frugare nel cassetto del suo comodino accanto al letto. Ne tirò fuori una scatola di velluto della grandezza di un cellulare e, una volta accesa la luce, me la passò. “È per entrambi, in realtà.”

Mi sedetti accanto a lui, e Spence mi cinse la vita con un braccio, osservando ogni mio movimento.

Aprii la scatola di velluto e vidi due anelli, l’uno accanto all’altro, incastrati in un letto di seta nera. Erano entrambi dorati, ma uno aveva una striscia di onice attorno e l’altro era un anello di lapislazzuli. Un diamante era incastonato nel centro di entrambi i gioielli. Ed erano due diamanti di buone dimensioni.

“Fedi,” mi sussurrò Spence nell’orecchio. “Quella blu è per te. Quella nera per me. A meno che non abbiano scambiato le misure. In quel caso sono al contrario.”

Non potevo crederci. “Non importa quale è di chi. Le adoro entrambe.”

Ci eravamo sposati per capriccio in municipio l’anno precedente e ripromessi di trovare un paio di fedi prima o poi, ma il lavoro si era messo in mezzo e non ci eravamo mai riusciti. A quanto pareva, alla fine Spence si era stufato di aspettare.

Estrasse l’anello di lapislazzuli dalla scatola e disse: “Dammi la mano.”

Feci come mi aveva chiesto, e Spence mi mise la fede al dito. Calzava a pennello.

“Adesso a me,” disse.

Obbedii. Tenendo la sua mano calda nella mia, spinsi con delicatezza la fede di onice sul suo dito e, dopo averlo smosso un po’, l’anello superò la nocca e andò al suo posto.

“Sono perfetti,” mormorai, ammirando il bagliore dorato sulle nostre mani; uno con una striscia interna azzurra, l’altro nera.

Mi voltai e premetti le labbra contro quelle di Spence, le nostre mani ancora intrecciate, gli anelli nuovi che cozzavano l’uno contro l’altro; il nostro bacio sembrò durare per sempre.

Come ero certo sarebbe successo a noi.

Come avrebbe potuto un amore come il nostro non durare per sempre?

 

 

FRANKLIN NON aveva mangiato le rose, ma era riuscito a spostare la sedia della cucina fino al lavello e ad arrampicarsi quatto quatto sul bancone mentre noi eravamo in camera a fare cose di cui l’animale non aveva bisogno di essere a conoscenza. Una volta su, aveva mangiato tutti gli avanzi, inclusa un’intera pagnotta ancora intatta di pane all’aglio che avevo comprato per la cena del giorno successivo.

Spence si stava infilando le mutande mentre insieme valutavamo i danni dalla soglia della cucina.

“Dov’è il cane?” ringhiai.

Sentimmo un piagnucolio dietro di noi e ci girammo.

Franklin se ne stava disteso sulla pancia davanti alla porta d’entrata con un pezzo di carta stagnola che gli penzolava dall’angolo della bocca. I suoi occhi erano grandi come delle palline da ping-pong e sembrava che stesse per defecare o vomitare o esplodere. O forse tutti e tre.

Ci volle una sola occhiata a quel povero cane infelice per decretare: “Allarme categoria DEFCON 4. Dobbiamo portarlo fuori. Ora!”

Sia io che Spence partimmo di corsa: raccogliemmo i nostri vestiti da terra, dove li avevamo lanciati prima, e ce li infilammo così in fretta che non mi resi conto che stavo indossando la maglietta di Spence e lui la mia finché non fummo vestiti. Anche con il tempo contato – Franklin aveva preso a gemere e sembrava davvero disperato, doveva essere agli sgoccioli –, ebbi modo di godermi il profumo di Spence impregnato nel tessuto. Incredibilmente, nonostante fossero passati meno di cinque minuti dal nostro banchetto sessuale in camera da letto, sentii il mio uccello tendersi, ansioso di partecipare a qualsiasi altra scappatella fosse in serbo per noi durante quella magica notte romantica d’anniversario.

Dopo quattro anni, anche l’odore della maglia sporca di Spence bastava a farmi uscire di testa.

Peccato che se non avessimo portato Franklin fuori subito, la parte romantica della serata sarebbe finita, e avremmo passato il resto della notte del nostro anniversario ripulendo dove avesse sporcato il cane. Ne eravamo entrambi consapevoli.

Afferrai il guinzaglio, Spence prese le chiavi di casa e una manciata di buste per la pupù, e ci fiondammo fuori come razzi, trainati da Franklin in pole position.

Franklin fece i suoi bisogni a meno di due passi di distanza dal pianerottolo: per lo meno aveva lasciato il ricordino nel nostro giardino e non in quello dei vicini. Non appena ebbe finito, mentre Spence raccoglieva i resti impressionanti, Franklin fece la sua personale interpretazione canina di Cats, ballando e divertendosi in giro per il prato come se fosse in gara per un premio Tony per la miglior danza post-pupù di sempre. Con la lingua che penzolava dal suo grande sorriso canino, finalmente si calmò, e quando Spence finì di pulire e gettò il rifiuto nucleare nel cestino della spazzatura di fianco alla casa, ci avviammo per la nostra salutare passeggiatina serale, con Franklin che ci apriva la strada.

A braccetto, seguivamo io e Spence.

San Diego, nelle sere d’estate, è deliziosa. L’aria è mite, il cielo notturno non ha fine. Un miliardo di stelle aveva appena cominciato a fare capolino ora che il cielo si stava scurendo tutt’intorno a loro. Solo la tenue traccia di rosso del tramonto colorava ancora il confine ovest dell’orizzonte, disegnando vagamente il profilo della città in lontananza.

Spence e io avevamo comprato la vecchia casa in stile Craftsman nel quartiere di South Park a San Diego solo due anni prima. Il vicinato era pittoresco ma si stava pian piano snobizzando – come diceva Spence – per effetto della gentrificazione, che stava trasformando l’ambientazione anni ’50 in una versione moderna di se stessa. Dato che persone più giovani e abbienti avevano cominciato a trasferirsi lì, portando con sé imprese di alto livello e ristoranti con tanto di maître, anche il mercato immobiliare ne aveva tratto vantaggio, e le case più vecchie erano state sistemate e ristrutturate e vendute per il doppio del loro valore d’acquisto.

Immagino che anche io e Spence facessimo parte di quel gruppo di persone abbienti. Lui era un ingegnere informatico, e io mi occupavo della contabilità di una grande catena di fast-food. Tra me e lui, guadagnavamo circa ventimila dollari al mese. Insieme per quattro anni, sposati legalmente da uno, e genitori orgogliosi di un cane senza alcuno scrupolo che avevamo preso da Humane Society pensando che fosse saggio avere un cane da guardia – cosa che Franklin decisamente non era – io e Spence stavamo ora considerando altre aggiunte importanti alla nostra piccola famiglia. E non intendo un altro cane.

“Un maschietto sarebbe bello,” disse Spence di punto in bianco, camminandomi accanto. Avevo l’impressione che stesse parlando tra sé e sé più che a me, cosa che non mi impedì comunque di rispondere al commento.

“Anche una femminuccia,” dissi. “O uno di entrambi.”

Dato che Spence stava tenendo sia il guinzaglio che la mia mano, obbligò me e il cane a fermarci, stringendo gli occhi e lanciandomi un’occhiata che, se fossi stato nudo, sarebbe stata un’immediata fonte di eccitazione. “Non esageriamo,” disse, guardandomi dall’alto; era dieci centimetri più alto di me. I suoi occhi leggermente obliqui ridevano.

Alzai una mano in segno di resa. “Va bene. L’uno o l’altro. Non entrambi. Ma cosa preferiresti? Un bambino o una bambina? È una domanda a cui dovremmo trovare risposta prima di imbarcarci in un’adozione.”

Spence ci mise esattamente due secondi a rispondere, e questo era proprio il motivo per cui lo amavo così tanto. La sua risposta era la mia risposta, solo con meno ciance e con molta più sincerità.

Al chiarore della luna, il viso di Spence risplendeva, la sua espressione rilassata e dolce quando disse: “Quello che ha più bisogno di una casa.”

Annuii e mi premetti la sua mano contro le labbra. “Giusto.”

Continuammo a passeggiare sotto i lampioni, Franklin davanti a noi che scodinzolava felice, annusando qualsiasi cosa capitasse sul suo cammino. In lontananza, scendendo il lungo e graduale pendio della città, vedevamo le luci splendenti di Tijuana, come una fila di gioielli allineati all’orizzonte. L’aria della sera sapeva della legna bruciata di qualche camino. Era estate e non faceva per niente freddo: forse c’era qualcun altro oltre a noi che si stava godendo una serata romantica, sdraiati insieme sul pavimento del salotto, illuminati solo dalla luce tremolante del fuoco; i corpi nudi intrecciati, i calici di vino dimenticati al loro fianco, mentre si sussurravano parole d’amore che solo loro due potevano sentire e che non avrebbero mai dimenticato.

“Dio,” dissi ad alta voce, “mi sto immaginando scenari erotici con altre persone adesso. Devo sentirmi particolarmente romantico oggi.”

Spence mi picchiò contro con la spalla. “Bene. Mi piace quando sei bisognoso d’affetto.” E per la millesima volta da quando eravamo usciti da casa entrambi abbassammo lo sguardo sugli anelli che avevamo al dito.

Mi accostai per sfiorare l’orecchio di Spence con le labbra. Poi mi allontanai; ci stavamo avvicinando alla zona commerciale del nostro piccolo angolo di San Diego chiamato South Park. Nonostante, in teoria, i gay fossero accettati, ero ancora a disagio riguardo alle dimostrazioni d’affetto in pubblico, al contrario di Spence.

Sorrise quando mi allontanai da lui, perfettamente consapevole di quello che stavo facendo. “Il piccolo ragazzino cattolico ha ancora paura di essere se stesso.”

“Puoi scommetterci,” brontolai dolcemente. “Ma non preoccuparti. Questo piccolo ragazzino cattolico ti insegnerà una cosa o due quando ti avrà a letto nudo.”

Rise. “Ma l’abbiamo già fatto.”

Inarcai un sopracciglio per dargli corda. “Sì, e lo faremo di nuovo.”

“Bene,” ripeté, e questa volta lo disse con una vibrazione sexy della voce.

Superammo il caffè all’angolo, che era strapieno come al solito. Due signori anziani erano seduti al tavolo di fuori a giocare a scacchi e mangiavano dei muffin, illuminati solo dal fascio di luce che proveniva dal vetro alle loro spalle. Quando passammo, il labrador color oro sdraiato ai loro piedi alzò la testa per fare un cenno a Franklin, e i due cani strofinarono il naso l’uno contro l’altro.

Svoltammo a sinistra e imboccammo il corso. Era il nostro posto preferito per una passeggiata. La strada era fiancheggiata da alberi che spiegavano le ali sopra il traffico, e in alcuni punti raggiungevano l’altro lato e si tenevano per mano sopra la carreggiata. Ora che era estate, il fogliame era così folto che i lampioni riuscivano a malapena a illuminare il marciapiede, ricreando un’atmosfera quieta e ombrosa che ci permise di far incontrare di nuovo le spalle, di sfiorarci le mani e di scambiarci parole affettuose senza che il cattolico in me si sentisse a disagio.

Tre isolati più tardi, lasciammo il corso per addentrarci nel distretto residenziale, più o meno a un chilometro dalla via di casa nostra. Anche qui le case più vecchie erano tutte ben tenute, i giardini perfettamente curati, e non individuammo nessun catorcio tra le macchine parcheggiate per strada. I soldi avevano trovato modo di arrivare anche lì.

Più avanti, scorgemmo una staccionata sotto una schiera di falso pepe, e Franklin cominciò ad agitare la coda e a tirare il guinzaglio. Sapeva dove stavamo andando adesso, e il suo mugolio entusiasta non fece che confermarlo.

“Dai, dai, dai,” sembrava che dicesse mentre ci trascinava avanti verso Doggie Park, il suo posto preferito al mondo.

Con un ultimo balzo eccitato, strappò di mano il guinzaglio a Spence e cominciò a correre.

Spence rise. “Ecco che ci risiamo. Capacità di autocontrollo zero.”

“Già,” sorrisi. “Non sarebbe Franklin altrimenti.”

Spence e io scavalcammo la staccionata e piazzammo il sedere sulla traversa più alta come una coppia di bovari, a osservare Franklin che scorrazzava in cerchi sempre più larghi sull’erba tagliata trascinandosi dietro il guinzaglio. Si rovesciò addosso a due Chihuahua, apparentemente impegnati in una conversazione, e poi si fiondò tra le gambe di una ragazza con un volpino di Pomerania. La giovane donna strillò sorpresa.

“Scusa!” urlai, ma lei sorrise e agitò una mano, liquidando la faccenda.

I padroni di esemplari canini erano una razza indulgente.

Franklin annusò il posteriore di un pastore tedesco, a cui non sembrò dare fastidio, poi cercò di montare un beagle, che invece si infastidì parecchio e cercò di azzannargli i genitali. Se Franklin non si fosse spostato nel momento giusto, i suoi giorni di monta sarebbero finiti per sempre.

Ora che era scesa la sera e sull’erba si stava formando la rugiada, la maggior parte dei padroni raccolse i propri cani, agganciò il guinzaglio, e si diresse verso casa. Le macchine presero vita con un rombo dietro di noi e i loro fari gettarono fasci di luce sul prato. Accompagnati dallo stridore di gomme sulla ghiaia del parcheggio, i padroni, con i loro cani sistemati al sicuro sui sedili posteriori, imboccarono la strada e sparirono nella notte.

Doggie Park era appena illuminato dal bagliore della luna piena e da una luce di sicurezza in fondo, vicino ai bagni pubblici. Dato che il parco era recintato, non c’era rischio che Franklin scappasse; l’unico modo in cui avrebbe potuto farlo era passando per il cancello accanto alla trave della staccionata dove sedevamo io e Spence.

Al buio, ora che se n’erano andati quasi tutti, mi sentii abbastanza al sicuro da prendere la mano di mio marito.

“Adoro gli anelli,” dissi, ed entrambi abbassammo lo sguardo sulle nostre mani per ammirarli ancora una volta. I diamanti scintillavano colpiti dalla luce della luna mentre la fascia dorata brillava di un bagliore più tenue. Avevamo parlato di fedi per mesi, ma non avevo mai trovato un modello che mi piacesse. Come succedeva spesso per altri aspetti della nostra vita, Spence aveva preso l’iniziativa e trovato la soluzione perfetta.

Le sue dita si strinsero attorno alle mie. “Sapevo che erano quelli giusti appena li ho visti.”

“Mi conosci bene.”

Portò la mia mano alla bocca e mi baciò l’anello. “Tyler, ti conosco meglio di quanto conosca me stesso. Non mi importerebbe molto di questa vecchia vita se non ci fossi tu a condividerla con me. Mi credi, non è vero?”

Non importava da quanto tempo stessimo insieme, Spence era ancora in grado di sciogliermi il cuore con uno sguardo o una frase. Inghiottii il nodo che mi si era formato in gola e mormorai: “Sì. Vale lo stesso per me.”

Sorrise malizioso, i denti che brillavano nel buio. “Sempre molto loquace.”

Sobbalzammo entrambi quando la ragazza con il pomerania attraversò il cancello accanto a noi e disse: “Buona notte, ragazzi.”

“Buona notte,” rispondemmo. “Carino il cane,” aggiunse Spence.

Lei rise e prese il volpino in braccio. “È l’unico uomo nella mia vita che mi abbia mai resa felice.”

Spence mi tirò più vicino a sé, sempre pronto a esibire apertamente i suoi sentimenti, che fosse davanti ad amici o a sconosciuti. “Capisco cosa intendi,” disse. “So perfettamente cosa intendi.”

Gli diedi una gomitata nelle costole e la donna ridacchiò. Ci augurò di nuovo la buonanotte, posò a terra il pomerania, e se ne andò percorrendo la strada con il suo cagnolino davanti a sé.

Tornammo a voltarci verso il parco per vedere che cosa stesse facendo Franklin, ma non lo trovammo da nessuna parte.

Fischiai. “Franklin! Qui, bello.”

Il parco sembrava completamente deserto. Non c’erano né un cane né un essere umano in vista.

Spence si mise le mani a coppa attorno alla bocca e gridò: “Franklin, vieni qui, bello! È ora di tornare a casa!”

Sussultammo entrambi, preoccupati, quando udimmo un guaito. Sembrava provenire dalle toilette sotto il lampione di sicurezza.

Battei le mani, che per Franklin significava guai grossi, ma non sentimmo niente. Nemmeno un piagnucolio questa volta.

Spence e io scendemmo dalla staccionata e attraversammo il prato bagnato di rugiada, fischiando ancora di tanto in tanto, con la speranza di catturare l’attenzione di Franklin.

A circa cinque metri dai bagni pubblici, udimmo delle voci e delle risa. Ci fermammo di colpo.

“Pensavo che fossimo soli,” sussurrò Spence.

“Anch’io.”

Battei di nuovo le mani. “Franklin! Vieni qui. Adesso.”

Questa volta il piagnucolio fu inconfondibile; Franklin emerse dall’entrata dei bagni, ma solo quel che bastava per mostrarci il muso. Abbaiò terrorizzato, e fu in quel momento che mi accorsi che il guinzaglio lo stava trattenendo.

C’era qualcuno che lo teneva!

Sentimmo di nuovo delle voci che si parlavano sommessamente. Poi lo scarico di un gabinetto.

“Qualcosa non va,” biascicai.

“Non farti prendere dal panico,” sussurrò Spence prima di dirigersi a grandi passi verso l’entrata dei bagni, gridando con voce seria, quella che di solito riservava a me quando gli facevo venire i nervi: “Okay, lo scherzo è bello finché dura poco, ragazzi. Lasciate andare il cane e andiamocene tutti a casa.” Altre risa echeggiarono nelle toilette e subito dopo intervenne una voce. E non era la voce di un ragazzino.

“Se vuoi il tuo cane perché non vieni dentro a prenderlo?”

Spence non esitò. “È esattamente quello che intendo fare!”

Allungai un braccio per fermarlo, ma Spence era già troppo lontano. Sparì attraverso la porta e io corsi per raggiungerlo, standogli alle calcagna.

Le tenebre minacciose dei bagni mi mozzarono il fiato. Il primo rumore che udii fu il ringhio di Franklin, che si trasformò in un sorpreso guaito di dolore quando uno stivale o un pugno lo colpì con un inconfondibile tonfo.

La mia vista si tinse di rosso. “Pezzo di merda! Lascialo andare.”

Fendetti l’aria con una mano, cercando di trovare un muro, un cubicolo, Spence: qualsiasi cosa che potesse fare da punto di riferimento e rivelarmi cosa ci fosse attorno a me. Il buio era assoluto eccetto per l’ingresso, debolmente illuminato dalla luna, che però non riusciva a fare luce lì dentro. Al contrario, rendeva le tenebre ancora più penetranti.

Sentii il rumore di passi e le unghie di Franklin che si trascinavano sul pavimento di cemento. Sembrava che si stesse cimentando in una danza nervosa, cercando di scappare. Il cane ringhiò, ma la sua minaccia fu spezzata di nuovo sul nascere dal rumore di un calcio o di un pugno che affondava nella carne. Dopodiché, Franklin rimase in silenzio eccetto per l’occasionale piagnucolio.

“Dammi il cane!” urlò Spence da un punto più avanti, e mi domandai se potesse vedere la persona con cui stava parlando. Io di sicuro no. Ma sentii una presenza dietro di me, e poi un’altra. Sembravano avvicinarsi sempre di più a Spence. Poi, due mani spuntarono fuori dal nulla e mi diedero un forte spintone. Finii carponi in un cubicolo puzzolente; con la testa colpii un gabinetto e vidi le stelle.

Ci fu uno schianto di metallo. Quella che suonava come una spranga che colpiva il muro in cemento mi procurò il primo moto di paura vera. Mi sforzai di alzarmi.

“Spence,” gridai. “Corri! Esci da qui!”

Sentii i rumori di una colluttazione, un lamento da parte di Spence, e Franklin guaì di nuovo, come se nel mezzo della zuffa qualcuno gli avesse pestato una zampa.

“Stupido cane,” sbraitò una voce sinistra.

Qualcuno accese un accendino e la luce esplose nel bagno. Per un brevissimo istante, prima che qualcuno gli facesse cadere l’oggetto di mano, vidi la scena con chiarezza. L’uomo che teneva in mano l’accendino sembrava messicano. Potevo vedere il guinzaglio di Franklin avvolto attorno alla mano che teneva l’aggeggio; la fiammella traballava, scossa dal cane, che tirava il laccio cercando di scappare e scuoteva la mano dell’uomo. Il tizio indossava un berretto di lana in testa e il suo viso era tondo e grasso; aveva un orribile neo nero sulla guancia, che se fosse stato per me sarebbe sparito alla prima occasione. Ma forse ai rapitori psicotici di cani non importava un’accidenti dell’estetica.

Mentre il grassone teneva l’accendino in alto per illuminare la scena, tre uomini – uno di loro era Spence – lottavano contro il muro in fondo. Un tizio alto e allampanato con dei baffi incolti teneva la spranga di metallo come una mazza da baseball. Cercò di colpire Spence con tutta la sua forza, ma lo mancò; l’arma si abbatté sul muro, e un pezzo di cemento schizzò dall’altra parte della stanza, colpendomi una guancia. Trattenni il respiro, sorpreso dal dolore.

Ancora confuso dopo aver sbattuto la testa contro il gabinetto, mi lanciai barcollando nella mischia e cercai di afferrare Spence per trascinarlo verso la porta. Di nuovo, un paio di mani crudeli mi spintonarono a terra, e uno stivale con delle catenelle d’argento ai lati apparve dal nulla, colpendomi il petto.

Rantolai in cerca d’aria e mi raggomitolai su me stesso quando il secondo calcio mi colpì un fianco, facendomi urlare.

“Lasciatelo stare,” urlò Spence. “Cazzo, gli state facendo male!”

Una voce beffarda e gutturale provenne da dietro l’accendino ancora acceso: “Guarda guarda cosa abbiamo qui. Un muso giallo e il suo ragazzo succhiacazzi.”

“Lasciatelo stare,” gridai, e, proprio allora, la fiammella si spense: Spence tirò un gancio contro il lato della testa del tizio con il neo, facendolo indietreggiare nel cubicolo che avevo appena abbandonato, e l’accendino schizzò via; cadde a terra, scivolando nell’oscurità.

“Bastardo!” urlò qualcuno quando mi lanciai in avanti, cercando di raggiungere Spence e trascinarlo via, ma dovevo aver afferrato la persona sbagliata: un pugno emerse dal buio e sbatté con violenza contro il mio viso, facendomi roteare contro il muro. Il dolore mi esplose nella testa.

Mentre mi accasciavo a terra, sentii qualcuno ansimare: “Facciamola finita. Uccidiamo questi bastardi!”

“No,” gridai nel mio stato confusionale. “Spence, corri! V-vattene!”

E proprio mentre cercavo di aggrapparmi al muro e rimettermi in piedi, un altro bagliore di luce mi investì, questa volta riflesso nello specchio sulla parete; la superficie catturò il fascio di luce dei fari di una macchina di passaggio, che penetrava dall’entrata. Il piccolo barlume di speranza che si accese al pensiero che si trattasse della polizia si spense quando sentii la macchina proseguire, sulla scia dalla musica rap che rimbombava allegramente al suo passaggio.

Trasalii quando sentii la spranga colpire di nuovo il muro. Una volta. Due volte. Ma al terzo tentativo, il rumore che produsse cambiò. Un rumore più morbido. Un rumore più brutale, più spaventoso. Era il rumore di metallo che incontra carne; di metallo che schiaccia ossa.

Un gemito che non avrei mai immaginato di udire sfuggì dalla gola di Spence. Pensavo di conoscere ogni suono, parola, sussurro a cui avesse mai dato voce. Di rabbia, di gioia, di piacere. Ma quel suono era diverso. Fuoriuscì dal profondo del suo corpo come un soffio d’aria. Come speranza perduta.

Come l’abbandono stanco a qualsiasi cosa il destino avesse in serbo.

Ancora una volta, il metallo vibrò quando colpì il pavimento.

“L’hai mancato,” disse una voce con tono di scherno. Era la stessa voce gutturale di prima. Riuscivo già a riconoscerla come la voce del tizio grasso che teneva il guinzaglio.

Quando la spranga colpì ancora, il fragore che provocò fu un rumore che non avrei mai, mai dimenticato. Il metallo cantò con gioia insieme allo schianto di ossa, alla carne battuta. Qualcuno esalò un respiro sfinito, poi la spranga colpì ancora. E ancora. Un rumore bagnato. Un rumore crudele.

Ma quell’orribile respiro sfinito! Era stato Spence? Era stato Spence a esalare in quel modo?

“No,” piansi, e un altro calcio mi colpì in fronte. Poi un altro. Poi il buio mi inghiottì.

 

 

ORE PIÙ tardi – o giorni – cercai invano di riaprire gli occhi. I miei sensi, appena risvegliati, furono assaliti dal tanfo di feci e dall’odore acre di urina stantia, o forse era fresca? Mi tornò in mente dove mi trovavo e rabbrividii.

La mia guancia era premuta contro il pavimento. Cercai di muovermi, ma il mio corpo non rispondeva. Ero paralizzato? Ero morto? Le mie labbra formarono la parola ‘Spence’, ma, per quello che potevo sentire, non ne uscì alcun suono.

L’aria notturna mi raffreddava la pelle. Allungai una mano per farla scivolare sul pavimento nell’unica direzione possibile. Quando le mossi, le dita mi fecero male e una debole fitta mi attraversò il corpo a intermittenza: capii di essere rotto. Lì, nelle tenebre immobili e nel freddo crescente, sentii i capelli morbidi di Spence sfiorare i polpastrelli delle mie dita frantumate.

E poi qualcos’altro; qualcosa di appiccicoso. Era una pozza di sangue, già fredda al tocco. Non sapevo perché, ma ero certo che si trattasse di sangue. Lo sapevo e basta. Il silenzio attorno a me era assordante. Mi concentrai per sentire il respiro di Spence, ma udii soltanto i passi leggeri di un piccolo animale, un topo forse, che correva vicino alla mia testa. Il mio corpo tremò al mio debole tentativo di inspirare dell’aria, della vita. Ebbi un conato e un fiotto di vomito emerse dalle mie labbra. Il calore confortante del liquido si fermò sulla mia guancia.

Spence. Spence.

“No,” pregai nella mia mente un Dio a cui non credevo. “Non ancora. Non portarmelo via, non ancora.” Ma le tenebre risero, incuranti, e si appropriarono di nuovo di me.

E non pregai più.