ATTO PRIMO: La semina

 

 


 

Capitolo 1

 

 

DAVID ERA seduto contro le ruvide assi della staccionata della stalla delle mucche: guardava Gertrude morire. Verso la fine, quei grandi occhi marrone si aprirono e lo fissarono per un lungo istante. Nella tenue luce della lampada, le sopracciglia creavano delle ombre profonde e David non poté intravedere quale emozione celassero. Era felice di sapere che lui le era accanto? Sapeva che era giunta la sua ora? Era sollevata di poter finalmente abbandonare la fattoria in cui aveva trascorso tutta la vita?

Era solo una mucca. Probabilmente non pensava nessuna di quelle cose. Quando richiuse le palpebre, fu per l’ultima volta. Un’ora dopo smise di respirare e se ne andò.

Con lei sembrò essersene andata un’intera era, silenziosamente e in punta di piedi. David era lì quando Gertrude era nata. Era stata la sua prima mucca, gli era stata assegnata quando era ancora nel ventre della madre, come regalo di compleanno. L’aveva cresciuta e l’aveva portata alla fiera agricola di Harrisburg quando aveva sedici anni. Era una stupenda Jersey color caffè dalle classiche pezzature. Quel giorno aveva vinto il nastro come terza classificata. David era così orgoglioso di lei. Negli anni a seguire Gertrude era rimasta una fedele e affidabile mucca da latte.

Un fattore non poteva affezionarsi agli animali. Era una cosa da stupidi. Ma David non era riuscito ad abbattere Gertrude quando aveva smesso di produrre latte. Per qualche anno la sua produzione era stata stentata, fin quando David non aveva deciso di mandarla in pensione sui pascoli. Se qualcuno glielo chiedeva, lui rispondeva semplicemente che era utile avere una mucca anziana che mostrasse ai bovini più giovani cosa fare e quale fosse la routine. E Gertrude aveva una personalità da matriarca. Sapeva rimettere in riga mucche e giovenche. Ma la verità era che David non sopportava l’idea di caricarla sul rimorchio e portarla al mattatoio.

Era stata una parte della sua giovinezza ed era giusto che ora fosse morta. Sapeva il cielo che quel ragazzino era ormai un ricordo lontano.

Spense le luci della stalla e si incamminò verso la casa. Era stato da sciocchi rimanere alzato a vegliarla. Le incombenze dell’indomani lo attendevano e non si curavano del fatto che lui avesse dormito o no. David si sentiva vecchio.

La luce della cucina era accesa. Controllò l’orologio. Erano appena le cinque di mattina. Amy doveva essere sveglia.

Le ultime due estati, Amy era tornata dal college per lavorare come infermiera tirocinante all’ospedale di Lancaster e per aiutarlo a gestire un programma di agricoltura civica attraverso gruppi di acquisto solidali. Amy si occupava del servizio clienti. Faceva i volantini, imballava i prodotti da spedire e trattava coi clienti quando venivano a ritirare la loro parte. Era brava in quel campo. Avrebbe voluto poterla pagare di più, ma come ogni altra attività della fattoria, quel programma dava ben pochi introiti. David proprio non capiva come facessero gli altri contadini a sbarcare il lunario. Suo nonno aveva estinto tutti i debiti per la fattoria, ma tra le tasse, la manutenzione, le riparazioni, il mantenimento degli animali e tutto il resto, David ce la faceva per il rotto della cuffia. Come era solito dire suo padre: “C’era poco sugo sul piatto.”

Aprì la porta scorrevole e vide Amy in vestaglia che prendeva delle uova fresche dal frigo.

“Ciao, papà.” Lo salutò con uno sbadiglio. “Che ci facevi nel fienile a quest’ora?”

“Gertrude è morta.”

“No! Ma che peccato.” Amy non sembrava molto affranta. Ma dopotutto lei aveva imparato sin da piccola a non affezionarsi agli animali.

David afferrò un bicchiere dalla credenza, raggiunse il frigo e si versò del succo d’arancia, ma quando fece per portarselo alle labbra si accorse di avere un nodo alla gola. Rimise giù il bicchiere e prese un gran respiro. Ridicolo. Non gli si era mozzato il respiro così nemmeno dopo la morte di Susan, ma la moglie era stata malata per anni, perciò la sua dipartita alla fine era stata una benedizione.

“Si vive. Si muore. Così è la vita.” La sua voce era ancora roca, ma il nodo si era sciolto un po’. Bevve il suo succo.

Quando posò di nuovo il bicchiere, trovò Amy a fissarlo con un cipiglio confuso. “Sembri così cinico. Mi preoccupi. Dovresti accettare l’invito a uscire della signora Robeson. Penso che tu le piaccia molto.”

“Non sono interessato alla signora Robeson.”

Amy alzò gli occhi al cielo. “Magari dovresti darle una possibilità. La mamma è morta da due anni e non vorrebbe vederti da solo per sempre. E la signora Robeson ha insegnato a me e a Joe alla scuola di catechismo. È una donna molto dolce.”

David fissò la figlia con uno sguardo di avvertimento. “Non mi va di discutere della mia vita amorosa, grazie. Vuoi cucinare quelle uova o stai aspettando che si schiudano?”

Amy grugnì una risata, ma aprì un cassetto per estrarre una padella. “Schiavista! Mi preoccupo solo per te. Detesto saperti qui tutto solo quando io sarò di nuovo a scuola. E Joe non torna quasi mai a casa.”

“La cosa non mi dispiace.”

“Lo so! È proprio quello il problema. Ti stai trasformando in un vecchio eremita scontroso. La prossima volta che ti vedrò avrai una barba lunga fino alla cintura. So che vivi di pranzi precotti, hot dog e patatine. Non è salutare. Dovresti risposarti. So che anche il pastore Mitchell la pensa così.”

“Il pastore Mitchell vuole liberarsi delle vedove e delle zitelle dandole in matrimonio così da non doverle più assistere. Non mi interessa.”

David non era del tutto serio, ma Amy sembrò scioccata. “Papà! Che cosa terribile da dire!”

Lui mosse le sopracciglia senza alcun segno di pentimento e uscì dalla cucina.

Salì al piano di sopra per farsi una doccia. La stanchezza della notte insonne lo investì insieme al getto d’acqua calda. Sarebbe stata una lunga giornata. Perché aveva sentito il bisogno di vegliare su Gertrude? Lei probabilmente non si era nemmeno resa conto della sua compagnia. Ma al solo pensiero della mucca, un’altra ondata di tristezza lo colpì. Un’immagine gli attraversò la mente: l’immagine di un ragazzino ridente che giocava mentre le foglie autunnali gli cadevano attorno. Non sapeva da dove spuntasse o il perché gli fosse venuta in mente.

Fuori dalla doccia, ripulì con una mano lo specchio appannato. Studiò il proprio riflesso valutando se gli servisse o no il rasoio quella mattina. La sua immagine riflessa lo sorprese, come sempre. Si sentiva così vecchio che si aspettava di vedere dei capelli bianchi e un viso raggrinzito che lo fissava dallo specchio, ma tra i suoi capelli castano scuri c’erano solo dei piccoli sprazzi di grigio alle tempie, oltre a qualche pelo grigio tra la barba corta. Il suo viso non era giovane ma nemmeno rugoso. Aveva perso una dozzina di chili da quando Susan era morta, e quello sembrava aver tolto qualche anno al suo aspetto.

Okay. Allora non sembrava vecchio, ma era così che si sentiva. E improvvisamente capì come mai aveva vegliato su Gertrude. Aveva voluto vederla fuggire finalmente da quella fattoria, lasciare il proprio corpo e andarsene, lontano, dove nessuno avrebbe potuto fermarla né seguirla.

Un giorno anche lui se ne sarebbe andato, forse proprio in quel modo. Avrebbe chiuso gli occhi e sarebbe svanito, lasciandosi alle spalle un guscio vuoto. Ma che il Signore lo aiutasse, aveva compiuto appena quarantun anni a maggio. Anche se fosse morto alla stessa età di suo padre, cioè a cinquantotto, lo aspettavano ancora anni di attesa.

Doveva solo… aspettare.

Non sopportava di vedere quello sguardo malinconico nello specchio. Sciocco! Con uno sbuffo di derisione per se stesso si asciugò, poi si lavò i denti, evitando di incrociare di nuovo con lo sguardo quel riflesso. Doveva sbrigarsi. Aveva tante cose da fare e nessuno che le avrebbe fatte per lui.

 

 

CHRISTIE SI rimise in piedi nell’angusto cubicolo del bagno. Dovette sorreggersi al muro con la mano per riuscirci, ma non sapeva se fosse a causa di tutto l’alcool che aveva bevuto o delle sue ossa che sentivano il peso dei trent’anni. Il rimbombo dei bassi della musica faceva tremare il divisorio nero sotto la sua mano.

“È stato stupendo! Posso contraccambiare il favore?” Il ragazzo, un bel latinoamericano, lo guardava con aria speranzosa.

“No, grazie. Sono a posto.”

Christie non era venuto, ma gli andava bene lo stesso. Si era eccitato e si era dato da fare con la mano nei pantaloni, ma gli era passato lo stimolo dell’orgasmo. E quella era decisamente colpa dei Martini. Dei Martini e della noia. Aveva accettato di divertirsi con quel ragazzo solo perché era un turista che aveva trovato il coraggio di farsi avanti con lui. Non se l’era sentita di rifiutarlo. E beh, era anche un gran bel fusto, con la pelle color caramello e occhi grandi e profondi. Era così giovane e inesperto che in mezzo alla massa del club si era subito distinto.

“Fantastico. Oh… aspetta. Ho qualcosa qui.” Il ragazzo tirò fuori dalle tasche dei jeans una bustina trasparente con dentro tre pilloline blu. “X, bello. Un tizio me ne ha dato un assaggio. Dice che è roba buona.” Aprì la bustina, prese una pillola per sé e tenne la busta aperta per lui.

“No, grazie. Ho già bevuto troppo.”

Il ragazzo fece spallucce e mandò giù la pillola a secco. “Tienile per dopo, allora. E pensa a me.” Gli fece l’occhiolino, chiuse la busta e gliela infilò nella tasca anteriore dei jeans attillati.

“Grazie.” Christie sorrise. Non aveva intenzione di usare le pillole, ma era stato un gesto carino.

“Ti auguro una bella serata!”

Il giovane manzo lasciò il bagno. Lui invece se la prese comoda, si lavò le mani nel lavandino e si risciacquò la bocca. Allo specchio notò le proprie pupille dilatate, il nero cerchiato da pochissimo blu. Sembrava anche sciupato, invecchiato. Sentì che era in arrivo la stanchezza da sbornia. Voleva tornarsene a casa.

Di nuovo nel club, si fece strada tra la marea di corpi. Era un sabato sera e il locale, The Boiler Room, era così pieno da sfiorare i limiti di sicurezza. Christie non sopportava più quei posti. Da tempo si sentiva strano, più critico nei confronti degli ambienti che frequentava sempre. Con lo sguardo cercò tra la folla il suo coinquilino, Kyle.

La pista da ballo e la zona bar erano sature del solito mix di turisti in cerca di un’esperienza da ‘Club gay newyorkese’ e clienti abituali, sparsi qua e là in gruppetti coesi. Christie conosceva tutti i clienti abituali. Lui stesso ne faceva parte. E poi c’erano anche i soliti coglioncelli con la testa china sui cellulari. Ma cosa guardi? Grindr? Sei in un club, cretino.

Quella fitta di fastidio gli ricordò il motivo per cui quell’ambiente lo aveva stancato. Era troppo superficiale, troppo effimero. I turisti andavano e venivano, gli abituali restavano e diventavano sempre più acidi e cinici – e più vecchi – col passare degli anni. Christie incluso.

E Gesù, era lui, o i twink diventavano sempre più giovani giorno dopo giorno? Dei poppanti, tutti quanti. E un tempo Christie era stato così. Ora invece si sentiva un vecchio pezzo di cuoio. Il brivido di quella vita iniziava a svanire, ma era dura staccarsi da un’abitudine lunga otto anni. Tutti i suoi amici erano ancora entusiasti di continuare a quel modo, soprattutto Kyle. Il suo migliore amico non aveva alcuna intenzione di far finire la festa.

Christie individuò Kyle sulla pista con Billy. Anche Billy era di quelle parti. Era un omone muscoloso dal cuore tenero che aveva una cotta enorme per Kyle. Andavano a letto insieme saltuariamente, ma Kyle era l’ultima persona al mondo a volersi accasare. Quella sera se l’era spassata con almeno un altro tizio, a quanto ne sapeva lui, un ragazzino coi capelli rossi. E aveva l’aria scombussolata di uno che aveva appena fatto del gran sesso.

Christie si fece largo fino a loro. “Ehi!” urlò per farsi sentire. “Io sono pronto ad andarmene.”

Kyle fece gli occhioni da cucciolo triste e gli prese le mani, obbligandolo a danzare. Ballarono insieme per qualche minuto, ma lui ne aveva davvero abbastanza. Era l’una passata e voleva andarsene. “Tu resti?” chiese a Kyle.

L’amico scosse la testa. “No. Sono a posto. Andiamo.” Diede un bacio focoso e Billy, poi salutarono i loro conoscenti mentre Kyle lo trascinava verso l’uscita.

Percorsero sei isolati camminando con calma. Christie adorava vivere nell’East Village, ma doveva ammettere che la prossimità al Boiler Room aveva giocato un ruolo fondamentale nella sua scelta di prendere in subaffitto un appartamentino super costoso. Era stato un elemento fondamentale nella scelta di Kyle, quello era certo. Abitavano in un locale con una sola camera da letto, ma Christie pagava una fetta maggiore di affitto e quindi a lui spettava la privacy. Kyle invece dormiva in un letto a scomparsa nel salottino. Era una lotta continua tenere ordinato quel posto ma, nonostante tutto, quell’appartamento aveva tre lati positivi: posizione, posizione e posizione.

Si dovettero appoggiare l’uno all’altro per salire le sei rampe di scale. Come dettato dalla loro routine post-club, scalciarono via le scarpe, si sfilarono i jeans e si sistemarono sul divano per l’ultimo giro di bevute in mutande. Kyle si accese una canna, e Christie prese dal tavolino una bottiglia di rosso mezza vuota e la stappò. Si reclinò contro il divano e tenne la bottiglia in equilibrio sul palmo aperto della mano, testando la propria sobrietà. La bottiglia traballò. E tanto.

“Finirai col rovesciarla, idiota!” si lagnò Kyle. “E quello è vino rozzo!”

“Vino rozzo?” Christie ridacchiò. Kyle gli passò la canna, Christie la prese con una mano e se la portò alle labbra. Inalò, ma solo una tirata. Era ancora ubriaco di Martini.

“Rozzo!” riprovò Kyle. “Roz-sso! Rosso! Vino!”

Scoppiarono entrambi a ridere a crepapelle. Il vino rosso in questione per poco non si rovesciò. Christie ripassò la canna a Kyle e si portò la bottiglia alle labbra. “Allora credo che dovremmo sbrigarci a berlo, prima che lo faccia cadere.”

Kyle fece un tiro, trattenne il respiro e poi soffiò fuori una nuvola odorosa. Subito fece un altro tiro, aspirando con tanta forza da far brillare di rosso fiammante la punta dello spinello. Cavolo, lui sì che sapeva ridurre una canna in un mozzicone nel giro di un minuto. La ripassò di nuovo a Christie.

“Naa, sono a posto.”

Kyle fece spallucce e prese un’altra profonda boccata.

“Grazie a Dio domani non devo svegliarmi presto. La regola della domenica,” sospirò Christie. Temeva già il dopo sbornia.

“Peccato che il giorno dopo la domenica sia il lunedì,” si lagnò Kyle. La voce gli uscì buffa perché stava cercando di trattenere il fumo nei polmoni.

“Non me lo ricordare.”

Christie aveva adorato lavorare come graphic designer, ma di recente aveva perso la vocazione, per di più i rapporti col capo si erano inaspriti. Christie sapeva di esserne il responsabile: non lavorava più secondo i suoi standard. Doveva provare con qualche galleria d’arte o qualcosa di simile. Trovare una rinnovata motivazione. Forse lo avrebbe fatto proprio l’indomani: una pigra uscita domenicale.

Il suo sguardo cadde sulla pila di documenti legali sul tavolino da caffè. Oppure… la contea di Lancaster, in Pennsylvania. Forse quella poteva ispirarlo con qualcosa di fresco? Grugnì una risata beffarda. L’unica cosa fresca in quel posto era il letame.

Kyle notò l’oggetto della sua attenzione e iniziò a cantare, a voce troppo alta e stonando di proposito: “Nella vecchia fattoria, iaaaa-iaaaa-oooo!”

“Chiudi il becco!”

Kyle grugnì come un maiale e grufolò contro la spalla di Christie, che scoppiò a ridere.

“Quante volte devo ripetertelo, non è una fattoria, è solo una casa,” protestò.

“Se non è in città è una fattoria. Mosche, merda di maiale e campi di mais alti come palazzi o campi di fagioli o quello che è.”

“Sei strafatto. È solo una casetta in campagna. Smettila di sbavarmi addosso, e spegni quel mozzicone prima di bruciarti le dita.” Christie lo allontanò da sé con una spinta. L’altro spense il mozzicone nel posacenere.

“Magari lo avessi anch’io un parente riccone che mi lascia un’eredità,” borbottò Kyle.

La zia di Christie, Ruth, non era affatto ricca, ma era un’anziana sveglia e frugale. Gli aveva lasciato la propria casa senza alcuna condizione. L’avvocato aveva stimato che dalla vendita ne avrebbe ricavato almeno centomila dollari, ma Christie voleva almeno andare a vederla prima di vendere. Aveva dei bei ricordi di quando visitava quella casa da piccolo.

“Non dirmi che quello era l’ultimo spinello,” piagnucolò Kyle.

“Sì. E comunque abbiamo già fumato abbastanza. Ora di andare a nanna.”

“Cazzo.” Kyle sembrava abbattuto. Si stropicciò gli occhi coi palmi delle mani. “Magari delle pillole? Ne hai qualcuna?”

Christie guardò l’orologio. “Cristo, Kyle, sono quasi le due di notte.”

“Oh, e andiamo! L’erba non mi sballa più un granché. Non riuscirò a dormire. Hai qualcosa o no?”

Christie fissò l’amico, o almeno ci provò. Tutto era sfocato. Diamine, aveva davvero bevuto troppo quella sera. Al club aveva bevuto ben cinque Martini, più uno shottino offerto da Mick. Li aveva diluiti nell’arco di tre ore perciò non erano poi così tanti, ma il fatto di essere un avventore regolare del Boiler Room significava che i baristi ci andavano giù pesante con le dosi di alcool nei drink. In più non aveva mangiato molto a cena. Quell’unica tirata lo aveva sballato di brutto, e ora si sentiva male. Gli girava la testa.

Kyle, però, continuava a fissarlo con aria speranzosa. Davvero non si era ancora sballato a sufficienza? Che cavolo. Christie non era mica il suo babysitter. E poi non dovevano andare da nessuna parte.

Tirò fuori la bustina che gli aveva dato quel ragazzino e la lanciò a Kyle. “Un tipo mi ha dato queste. Ha detto che sono X. Però non lo conosco bene, quindi magari non dovremmo…”

Ma Kyle aveva già aperto la busta, si era messo le due pillole in bocca e le aveva mandate giù.

“Ehi!”

“Scusa, ne volevi una anche tu?” Kyle si mise una mano davanti alla bocca, fingendo un’aria imbarazzata.

“Che razza di accaparratore!”

Kyle ridacchiò, dapprima piano, poi sempre più forte, fino a doversi appoggiare di peso a Christie, in preda alle risate. “Scusa! Scusami davvero! Che maleducato! Ed erano le tue pillole! Ommioddio!”

“Scemo.”

“Non sono scemo!” Kyle si raddrizzò e tirò le spalle indietro, lanciandogli il suo miglior sorriso da rimorchio. No, Kyle non era uno scemo. Era uno splendore, cazzo. Capelli biondo platino, grandi occhi blu, statura minuta, un po’ come lui. Erano praticamente gemelli. Gli uomini andavano matti per Kyle, che era anche un tenerone. Era una sgualdrina, certo, ma avrebbe dato un braccio per aiutare un amico. E poi Christie non aveva diritto di parlare a proposito di sgualdrine.

La posa di Kyle vacillò. Gli occhi sembravano strani. Christie si allarmò. Kyle non avrebbe dovuto prendere tutte e due le pillole. “Devi bere un po’ d’acqua, Ky. Vado a prendertela.”

Andò in cucina a prendere a entrambi dell’acqua. Era ora di chiudere la serata. Kyle sarebbe finalmente riuscito a dormire dopo una doppia dose di X? O sarebbe stato iperattivo per ore, costringendolo a chiacchierare? E se avesse dato di matto come qualche mese prima dopo aver preso delle pillole al club? Quella notte Christie se l’era quasi fatta addosso dalla paura.

Aspettò in piedi davanti al lavandino che l’acqua scorresse un po’ affinché fosse più fresca. Sbatté più volte le palpebre per uscire dal torpore. Riempì due bicchieri e tornò in salotto.

“Ora voglio che tu beva tutto il bicchiere. Devi…”

Kyle era accasciato sul divano, gli occhi girati all’indietro a mostrare una mezzaluna bianca tra le palpebre socchiuse, schiuma che gli usciva dalla bocca. Il corpo era scosso da lievi singulti.

Christie urlò. “Kyle!”

La nottata cambiò subito direzione. I due bicchieri che teneva in mano caddero al suolo frantumandosi e spargendo acqua ovunque. “Kyle, oddio!”

Christie si ferì i piedi nonostante i calzini mentre inciampava verso il divano, ma sopportò con una smorfia e proseguì verso Kyle. Lo scosse e gli aprì a fatica la mandibola, lottando contro i denti contratti. “Kyle, stai bene? Kyle!”

Si guardò attorno, alla ricerca disperata di qualcosa che lo aiutasse ad aprire la bocca dell’amico. Come faceva a respirare attraverso tutta quella schiuma e quella porcheria? Corse di nuovo in cucina, tagliandosi di nuovo i piedi, e afferrò uno strofinaccio. Lo torse fino a formare una corda e lo infilò a forza tra i denti di Kyle. “Oddio. Ommioddio!”

Cercò a tentoni il telefono sul tavolino e digitò il numero delle emergenze. “Aiutatemi! Vi prego! Il mio amico è in overdose. Ha le convulsioni.”

“Si calmi, signore. Mi dia il suo indirizzo.”

Christie glielo riferì. “Siamo al sesto piano, appartamento 613. Sbrigatevi vi prego!”

“L’ambulanza è in arrivo. Ora signore, ho bisogno che lei si calmi e aiuti il suo amico. Può farlo?”

L’operatrice, che il Signore l’avesse in gloria, lo guidò con fermezza e con gentilezza attraverso tutti i passaggi per liberare le vie respiratorie di Kyle. Le convulsioni erano finite, ma ora era privo di sensi. L’operatrice gli disse cosa fare per mettere l’amico sul fianco e impedirgli di soffocare.

Christie seguì le istruzioni, ma gli sembrava di fare tutto nel modo sbagliato. Era un disastro ed era pure troppo ubriaco per ragionare a mente lucida. Afferrò il telefono di Kyle con una mano e mandò un messaggio veloce a Billy. Aveva bisogno di aiuto subito.

Sembrarono passare pochissimi secondi prima che Billy bussasse con irruenza alla porta e Christie lo lasciasse entrare. L’uomo non disse nulla, si lasciò solo cadere in ginocchio di fianco a Kyle e prese a praticare la rianimazione come se sapesse quello che faceva. Aveva il volto bianco dalla paura e le lacrime agli occhi.

“Signore?” Christie si era scordato di avere ancora il telefono all’orecchio.

“Un mio amico sta facendo la rianimazione,” sussurrò all’operatrice.

Gli veniva da vomitare. La stanza divenne grigia. Il telefono gli scivolò dalle dita e fu assalito dal terrore.

E se fossi stato troppo sballato per chiamare l’ambulanza?

E se fossi stato io a prendere le pillole, o se le avessimo prese entrambi? Ora sarei ridotto anch’io come Kyle? Chi avrebbe chiamato l’ambulanza?

Kyle sta morendo? Come farò a vivere con me stesso se Kyle muore?

Per la prima volta in otto anni, Christie si mise a pregare. Pregò con dedizione e sincerità e con tutto se stesso. Ti prego, Dio, fa che Kyle viva. Giuro che rinuncerò per sempre alle feste, non toccherò mai più alcool o droghe. Fa solo che Kyle non muoia!

In lontananza si sentì il suono delle sirene, poi il mondo di Christie divenne tutto nero.