Capitolo 1

 

 

TUTTO COMINCIÒ con un uomo morto.

No, non è vero. Cominciò molto prima per Jimmy Dorsett, che era vivo e vegeto, anche se tutto solo, nella vastità del deserto, e ascoltava la sua Escort sferragliare e borbottare, domandandosi quanto lontano ancora lo avrebbe portato. Avrebbe preferito ascoltare la radio, ma era già rotta quando aveva comprato la macchina. E anche l’aria condizionata, e quello era il motivo per cui stava guidando di notte. O almeno uno dei motivi.

Sapeva che se avesse rallentato, l’auto sarebbe durata qualche miglio in più, ma teneva comunque il piede premuto sul pedale. Dava la colpa all’aver bevuto parecchio caffè e aver quindi bisogno di un bagno, ma la realtà era che guidava sempre veloce, anche se non aveva nessun posto in particolare dove andare.

Avrebbe potuto fermarsi a innaffiare un cactus, ma decise che avrebbe resistito ancora un po’. Aveva anche bisogno di altro caffè, e l’indicatore della benzina era vicinissimo al segno rosso della riserva.

A qualche miglio di distanza vide delle luci, segno che stava per avvicinarsi a un paesino. Non era nulla di che, qualche casa, piccolo e vicino all’autostrada, però ci abitava qualcuno e quel qualcuno possedeva più di quanto avesse lui. Un paio di edifici erano adibiti a delle attività commerciali non meglio identificate. Nell’oscurità Jimmy non capiva se fossero chiuse per la notte o per sempre. Due enormi distributori di benzina erano posizionati uno di fronte all’altro, entrambi avevano un’area ristoro e parecchio spazio per i camion per parcheggiare e fare manovra. L’illuminazione era abbagliante, fredda, dura, e non aiutava a riscaldare la notte del deserto.

Jimmy svoltò verso il distributore alla sua destra.

Si servì del bagno prima di ogni altra cosa. L’inserviente era un uomo grosso con la barba incolta che osservò Jimmy con attenzione. Immaginò che avesse la mano posata su una pistola, tanto per stare sul sicuro.

Il bagno era sporco, ma ne aveva visti di peggiori, di gran lunga peggiori. Almeno il lavandino funzionava, così si lavò le mani e si spruzzò il viso con l’acqua fredda. Non c’erano specchi, tanto meglio.

Quando ebbe finito, prese un sacchetto di patatine, una confezione gigante di Snickers e si servì del caffè nel bicchiere più grande. Portò i suoi acquisti alla cassa. “E trenta dollari di normale.” Ultimamente il prezzo della benzina era sceso, permettendogli di arrivare molto più lontano di prima, ciò nonostante il suo gruzzolo di banconote andava comunque sfoltendosi.

Il cassiere fece il conto, prese i soldi e gli diede il resto e lo scontrino. Non aprì bocca, nemmeno per pronunciare un grazie o un buon viaggio. Così Jimmy gli sorrise e disse: “Grazie. Buon lavoro.”

L’uomo non rispose.

Fece benzina ascoltando il ronzio della pompa, senza pensare a nulla. Era bravo a farlo, a isolare la mente in attesa di cosa sarebbe successo dopo.

Rientrò in macchina e accese il motore, si scottò la lingua con il pessimo caffè. Doveva prendere una decisione. La cittadina era a un incrocio, quindi, dando per scontato che non volesse tornare sui suoi passi, avrebbe potuto proseguire per ognuna delle altre tre direzioni. Guidò fino alla fine del parcheggio e indugiò per un momento: nord, est, ovest, nessuna sembrava più promettente delle altre. E le strade sembravano tutte uguali.

Fu in quel momento che notò il vecchio.

Era dall’altra parte della strada di fronte al distributore, la schiena contro un palo della luce, uno zaino appoggiato ai piedi. Aveva la barba grigia e indossava un cappello abbassato fino alle sopracciglia e una giacca in jeans così sbiadita da sembrare bianca. Non era coperto abbastanza per la notte del deserto, tremava. Non stava guardando la macchina di Jimmy o i due camion parcheggiati. Aveva l’aria di uno che aveva smesso di aspettare da parecchio tempo.

Anche a Jimmy, più di una volta nel corso degli anni, era capitato di sentirsi così. Nessun letto, nessun soldo, nessuna speranza. Diamine, quando l’Escort avrebbe tirato l’ultimo respiro e lui speso l’ultimo dollaro che gli era rimasto, sarebbe stato come quell’uomo, di nuovo.

Però in quel momento aveva una macchina che funzionava, un po’ di cibo e un po’ di soldi. Così attraversò l’autostrada vuota e si fermò di fronte al vecchio. Aprì leggermente la portiera, il finestrino era bloccato: “Bisogno di un passaggio?”

L’uomo non perse tempo nemmeno a dargli un’occhiata. Sollevò lo zaino, che aveva l’aria di essere pesante, e lo lanciò sui sedili posteriori per sedersi davanti. Entrambi chiusero le portiere.

“Dove stai andando?”

“Rattlesnake.”

Jimmy scosse la testa. “Mai sentita nominare.”

“È su a nord, sulla Highway 49. Nella patria della corsa all’oro.” La sua voce sembrava un camion sulla ghiaia: roca e spezzata. “Sei diretto da quelle parti?”

“Sicuro. Se la macchina ci arriva.”

Sembrava che, dopotutto, Jimmy avesse una destinazione.

 

 

L’UOMO SI chiamava Tom, puzzava di fumo, alcol, e sporco che si era andato ad accumulare con il tempo. Ovviamente, Jimmy aveva dormito in macchina di recente, ed era probabile che nemmeno lui profumasse di violette. Senza lamentarsi sopportarono l’uno l’odore dell’altro.

Tom avrebbe potuto avere un’età qualsiasi tra i cinquanta e gli ottanta. Aveva gli occhi acquosi e le mani gli tremavano. Tossiva in continuazione, un suono pieno, e rifiutò quando Jimmy gli offrì le patatine e il cioccolato. “Non ho fame.”

“Quando è stata l’ultima volta che hai mangiato?”

“Non so. Ma non ho fame.”

Be’, non si poteva obbligare qualcuno a mangiare, ma Jimmy mise da parte degli Snickers, per ogni evenienza.

Forse l’uomo voleva fare un pisolino, però la strada era lunga e deserta, e Jimmy non parlava con nessuno da un’eternità. “Era tanto che aspettavi un passaggio?” domandò.

Tom grugnì. “Dall’alba. Un camionista mi ha portato da Flagstaff fino a dove mi hai tirato su tu, ma per Santa Clarita non ci passava. E da allora non si è fermato nessuno.” Per la prima volta guardò Jimmy con attenzione. “Tu perché ti sei fermato?”

“Sembrava avessi freddo.”

“Dove stai andando? So che non è a Rattlesnake.”

Jimmy si strinse nelle spalle. “Non avevo nulla di preciso in mente.”

“Stai scappando?”

“No. Solo… guidando. E tu? Cosa c’è a Rattlesnake?”

Tom fece una lunga pausa prima di rispondere: “Ho pensato che forse…” Si interruppe per tossire con violenza, ma non finì la frase. Voltò la testa per guardare fuori dal finestrino. Jimmy fissò dritto davanti a sé, non c’era altro che il nulla.

Il silenzio si fece insopportabile: “Sei mai stato a Minden, nel Nebraska?” Non attese che Tom rispondesse. “È in mezzo al nulla, solo che non è molto lontana dalla I-80. Qualche anno fa ci ho vissuto per un po’. C’è un’attrazione per i turisti, il villaggio dei pionieri di Harold Warp. È una specie di collezione di collezioni. Come succede ovunque, anche nel Nebraska in tanti svuotano soffitte, garage e granai e mollano tutto a Minden.” Aveva passato l’estate lavorando allo snack bar a grigliare hamburger e friggere patatine nell’olio bollente, guadagnando lo stretto necessario per pagarsi una stanza in affitto presso una coppia di anziani che viveva vicino al lavoro. Non era andata poi così male.

“Non ci sono mai stato,” rispose Tom.

“Be’, se sei nei paraggi vale la pena fare una visita.” Gli tornò in mente il caldo opprimente di quell’estate, le pianure che sembravano non finire mai, e le lucciole che danzavano nella sera.

Aggiustò leggermente la sua posizione sul sedile. Le molle erano andate. “Hanno tutte queste macchine. Cioè in realtà la collezione inizia con le carrozze. Poi c’è un tram a vapore, delle Ford, anche più vecchie di questa carretta, per ogni decade di produzione. Ma non è la più grande collezione di macchine che abbia mai visto. Una volta ho lavorato in una fattoria per una settimana nel Missouri, aiutando a costruire dei recinti. Il mio capo aveva riempito un paio di granai con delle macchine. Erano centinaia. Doveva avere la mania delle aste, immagino. Non ne funzionava nemmeno una. Erano polverose, piene di ragni, insetti e topi, ma continuava a comprarle lo stesso.”

Il passeggero non rispose. Non tossì nemmeno. Jimmy bevve dell’altro caffè, che si era trasformato in un liquame freddo. “Una volta ero su un autobus diretto… Merda. Non mi ricordo dove stavo andando. Solo che pioveva, e non si vedeva fuori dai finestrini, perché erano tutti annebbiati. C’era una donna che sedeva a qualche fila di distanza. Poco più che una ragazzina in realtà. Quando sono salito, lei era già a bordo, e quando mi ha visto si è spaventata, forse pensava che le avrei fatto del male o qualcosa del genere.” A Jimmy succedeva spesso di suscitare quella reazione. Sebbene non fosse enorme, con qualche chilo in più era abbastanza grosso, e immaginava che il suo viso avesse una certa ruvidezza. La maggior parte delle volte non gli importava se le persone erano un po’ spaventate da lui, c’erano meno probabilità che provassero a fare i furbi; altre invece lo rattristava e lo faceva sentire solo, e quel giorno sul bus era stata una di quelle volte.

“Così ci facevamo sballottare, diretti da qualche parte, non c’erano molti passeggeri. E a un tratto la ragazza ha emesso un suono strano. Una specie di urlo soffocato, sai? Sono sceso dal sedile e le ho chiesto se stava bene, mi ha guardato con gli occhi più sgranati che avessi mai visto e mi ha detto: sto partorendo. E diavolo se era vero. L’autista ha accostato e chiamato l’ambulanza, ma il bambino aveva fretta. È nato proprio sul Greyhound, io, l’autista e un soldato l’abbiamo aiutata. Così sono stato uno dei primi essere umani che ha visto. Mi chiedo come sia diventato. Adesso dovrebbe avere quasi vent’anni. Quasi l’età che avevo io al tempo.

“Il bambino ci guardava stupito e urlava così forte da svegliare anche i morti. Si dice che sia una buona cosa quando un neonato urla tanto, lo so; però mi sono sempre chiesto se non fosse stato dispiaciuto per la vita in cui si era ritrovato.”

Dieci o forse quindici minuti più tardi, Tom si schiarì la gola: “C’è qualcuno che ti aspetta da qualche parte?”

Era una domanda semplice ma la risposta non lo era altrettanto: “Non esattamente.”

“Neanche a me. Non più. Però una volta sì. Quanti anni hai?”

Jimmy dovette fare due calcoli per potergli rispondere con precisione: “Lo scorso mese ne ho compiuti quarantatré.” Non aveva festeggiato… non c’era stato nessuno con cui farlo. Cazzo, non si ricordava nemmeno quando era stata l’ultima volta che aveva fatto gli auguri di buon compleanno a qualcuno.

“Be’, allora hai ancora tempo.”

“Tempo per cosa?”

Tom tossì ancora, poi rispose. “Ascoltami, Jimmy. Un giorno sarai un vecchio bastardo come me, ti pentirai di parecchie cose, e non potrai fare nulla per cambiarle. Non aspettare. Se hai qualcosa da sistemare nella vita, devi farlo ora, finché puoi.”

Cercando di ignorare la fitta al petto, Jimmy scosse la testa: “Io sto bene. È che divento irrequieto. Non riesco a stare in un posto troppo a lungo prima che mi venga il desiderio di andarmene e mettermi in viaggio. Non c’è nulla di male.”

Tom emise una risata strozzata: “Non c’è nulla di male fintanto che sei felice. Sei felice?”

Jimmy non rispose.

Qualche miglio più in là, Tom prese un pezzo di carta dalla tasca. Scricchiolò leggermente tra le sue mani. Con la coda dell’occhio, Jimmy lo vide aprirlo e fissarlo un po’, anche se era troppo buio in macchina per riuscire a leggere, poi lo piegò di nuovo e lo ripose.

“Avevo un figlio,” quasi sussurrò Tom. “A Rattlesnake. Lo amavo. Ma immagino fossi più innamorato della bottiglia. Ho lasciato lui e sua mamma quando era piccolo, e non l’ho mai più rivisto.”

Se Jimmy non fosse stato al volante, avrebbe strizzato gli occhi. Invece li assottigliò e tenne lo sguardo fisso sulla strada che cominciava a salire verso il passo Tehachapi. “Quanti anni ha adesso?” domandò con un nodo alla gola.

“Non so.” Tom tossì per un po’. “È grande.”

“Perché stai andando a Rattlesnake proprio adesso?”

“Sono malato. Penso sia stato tutto il rimpianto che mi sono tenuto dentro, è cresciuto come un cancro. Gli ho scritto una lettera. Volevo spedirgliela, ma non conosco l’indirizzo. Non so nemmeno se è ancora lì. Magari si è trasferito anni fa, ma non c’è l’ho fatta a buttarla via. Ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Così ho deciso che gliel’avrei data di persona. Se vive ancora lì.”

I desideri erano come un veleno, pensò Jimmy. Quando uno li esprime sono tutti luminosi e splendono, dolci come caramelle. Ma poi restano lì a languire, e finiscono col marcire. Diventano tossici. Era per quel motivo che non esprimeva mai nessun desiderio.

“Spero che tu riesca a trovarlo,” disse Jimmy.

Tom rispose con un sospiro. “Già. Sarebbe davvero bello vederlo, anche se mi odia a morte. Non mi importa anche se mi urla contro e mi insulta. Voglio solo vederlo.” Indietreggiò leggermente con il sedile – Jimmy si stupì che si reclinasse ancora – e chiuse gli occhi.

Bevve un altro sorso di caffè.

 

 

L’ESCORT FACEVA sempre più rumore man mano che saliva la montagna, fino a quando i brontolii e gli sferragliamenti diventarono allarmanti. Jimmy diede meno gas e sperò che la macchina sarebbe stata contenta una volta in discesa. Ma non fu così. I suoi lamenti diventarono invece sempre più forti man mano che si avvicinavano ai campi coltivati e poi attraversavano la sonnacchiosa Bakersfield diretti verso la Highway 99.

Normalmente non gli sarebbe importato della macchina, se fosse morta, pace. Gli era già successo. Avrebbe potuto fare l’autostop, o stare fermo nello stesso posto fino a quando non avesse guadagnato abbastanza da permettersi di prendere un autobus o comprare un altro rottame. Non sarebbe stato nemmeno un problema che fossero le prime ore del mattino, perché la temperatura era tollerabile e circolavano parecchi TIR. Ma per una volta aveva una destinazione da raggiungere. E un passeggero. Voleva davvero portare Tom a Rattlesnake.

Mentre continuava a guidare, il cielo cominciò a schiarirsi, anche se il sole non aveva ancora fatto la sua comparsa sulle Sierras. Un concerto di dilettanti, ecco cosa sembravano i rumori emessi dalla macchina: una band con troppe percussioni e i chitarristi che non riuscivano a decidere quale canzone suonare. Si inventò delle parole per tenersi sveglio. È una disdetta, per questa carretta, che a morire si affretta. Non è bello perdere ciò che posseggo, proprio sul più… bello. Be’, non aveva mai detto di essere un musicista.

Nonostante l’incessante chiasso del motore, e quello dentro la sua testa, Jimmy si sentiva le palpebre pesanti. Mancavano ancora due o tre ore per arrivare a Rattlesnake. La macchina forse ce l’avrebbe fatta, lui probabilmente no. Almeno non senza schiacciare un pisolino. Fu sollevato quando arrivò nei pressi di un’area di servizio alla periferia di Fresno e con riconoscenza imboccò l’uscita. “Ho bisogno di chiudere gli occhi per un attimo. Mezz’oretta.”

Tom non rispose.

Il parcheggio era vuoto eccetto che per qualche TIR, tutti posteggiati vicini in fondo, e un vecchio camioncino scassato di fianco ai bagni. I lampioni si erano spenti, ma la tenue luce del mattino era ancora timida. Jimmy guidò la macchina in un punto lontano dagli altri veicoli e spense il motore.

Prima che riuscisse a mettersi comodo, la sua vescica gli ricordò i litri di caffè che aveva bevuto. “Cazzo.” Avvisò Tom, che ancora dormiva. “Torno subito.” Tolse le chiavi dall’accensione e si girò per toccarlo. “Torno subito,” ripeté a voce più alta.

Fu in quel momento che Jimmy si rese conto che Tom non stava dormendo.

“Cazzo!” urlò cercando la maniglia della portiera. Una volta aperta, quasi cadde per terra. Rimase fermo in piedi, ansante, a fissare il suo passeggero.

Tom non aveva un aspetto molto peggiore di quando era stato in vita. Gli occhi erano chiusi, la bocca leggermente aperta, la pelle aveva assunto un pallore ceruleo. Ma sul viso non c’erano segni di sofferenza e se aveva emesso un qualche suono morendo, doveva essere stato troppo sommesso per sovrastare il chiasso del motore.

Anche se era stato testimone di una sola nascita, Jimmy aveva visto parecchie persone poco dopo che erano morte. Overdose. Incidenti. Una volta era passato davanti a un gruppo di poliziotti di fronte a un cadavere su una corsia di emergenza. Qualcuno aveva coperto il corpo, ma i piedi spuntavano fuori. E per alcuni torridi mesi in una cittadina del sud di cui non ricordava il nome, aveva lavorato in un cimitero come giardiniere, tosando prati, potando alberi, sbarazzandosi dei fiori vecchi. A dire il vero, là non aveva visto nessun morto, solo bare e tumuli appena scavati. La morte non era proprio una novità per lui, ma non aveva mai fatto la sua comparsa sul suo sedile passeggero.

Si calmò piuttosto in fretta, poi pensò al da farsi. Il suo primo pensiero fu di continuare a guidare diretto a Rattlesnake, trovare il figlio di Tom e consegnargli il corpo. Solo che a Jimmy non piaceva l’idea di guidare di fianco a un uomo morto, e sarebbe stata una situazione difficile da spiegare se lo avesse fermato la polizia, oppure se la sua macchina avesse seguito l’esempio di Tom e fosse morta anche lei.

Avrebbe potuto lasciare il corpo da qualche parte e svignarsela, ma sarebbe stato disonesto, e il povero Tom non meritava di essere trattato come un sacco della spazzatura. C’era poi da aggiungere che, al giorno d’oggi, del Grande Fratello, da qualche parte di sicuro c’erano delle telecamere di sicurezza e lui avrebbe comunque finito per dover dare delle spiegazioni.

Decise infine che l’opzione migliore sarebbe stata di chiamare immediatamente la polizia. Sì, avrebbe comunque dovuto raccontare ogni cosa – era inevitabile – ma non sarebbe sembrato così sospetto.

Cazzo. I poliziotti gli facevano venire l’orticaria.

Decise che andare al bagno fosse un’urgenza molto più pressante, in fin dei conti Tom era morto. Attraversò lo spiazzo fino al bagno freddo, pisciò neanche fosse un cavallo, e si lavò le mani. Quando uscì dal piccolo edificio maleodorante, si mise alla ricerca di un telefono pubblico. Ne trovò subito uno ma era rotto: la cornetta era stata fatta a pezzi e il microfono pendeva ancora dal filo.

Pensò di andare verso il furgoncino, ma alla fine si diresse ai TIR. Bussò con forza sulla portiera del primo che raggiunse. Crete Carrier, diceva la scritta sulla cabina guida in lettere dipinte impeccabilmente a mano. Lincoln, Nebraska.

Dovette bussare una seconda volta prima che l’autista facesse la sua comparsa al finestrino guardandolo in cagnesco. “Cosa vuoi?” urlò. In altre circostanze avrebbe trovato molto divertente i capelli crespi grigi che sparavano in ogni direzione.

“Ho bisogno di chiamare la polizia!” urlò a sua volta.

“Perché?”

“C’è un morto nella mia macchina!”

Be’, di sicuro aveva catturato la sua attenzione. Basito, l’uomo sbatté le palpebre poi scomparve. Doveva aver contattato via radio i colleghi, perché dopo pochi momenti tutti i TIR rigurgitarono una serie di uomini che sembravano essere stati svegliati da un sonno profondo.

“Fammi vedere,” disse il tizio del Crete Carrier.

Seguirono Jimmy in silenzio lungo il parcheggio, come un corteo funebre in cui tutti stranamente indossavano un cappellino da baseball. Quando raggiunsero l’Escort – con il finestrino del guidatore completamente abbassato – la attorniarono tutti a bocca spalancata.

“Già, è proprio morto,” concluse uno dei camionisti, un uomo con una grossa pancia e la barba lunga.

“Chi è?” domandò un altro. “Tuo papà?”

Jimmy scosse la testa. “Un autostoppista. L’ho caricato nel deserto. Credevo stesse dormendo.”

“Che storiaccia.”

Jimmy non poté che concordare.

Alla fine qualcuno si decise a chiamare la polizia; dieci minuti più tardi, a sirene spiegate, arrivarono due pattuglie con a seguito un’ambulanza. Quando si avvicinarono i poliziotti, i camionisti si allontanarono un po’. Jimmy rimase immobile. Sembrava che Tom fosse diventato un suo problema.

Anche se quasi tutti si concentrarono su Tom, un poliziotto prese Jimmy da parte. L’agente R. Ramirez – stando al suo distintivo – sarebbe stato il suo sogno erotico se Jimmy avesse avuto una predilezione per gli uomini in divisa. Era alto e palestrato, con capelli corti neri, grandi occhi castani che si increspavano agli angoli e una mascella volitiva. Squadrò Jimmy dalla testa ai piedi senza mostrare nessun giudizio sul suo aspetto.

“Posso vedere la sua patente, signore?” domandò l’agente.

Jimmy la estrasse dal portafogli. Era stata emessa nel South Carolina otto anni prima, ma era ancora valida. La porse a Ramirez, che la guardò da vicino. “L’indirizzo è quello giusto?” domandò.

“No.”

Gliela restituì e tirò fuori un piccolo taccuino. “Vive nel South Carolina, signor Dorsett?” Doveva già aver notato che la sua macchina aveva una targa dell’Oklahoma.

“Non più.”

“E qual è il suo attuale domicilio?”

A disagio, Jimmy si tese. “Io, eh, a essere precisi non ne ho uno. Sono… di passaggio.”

“Di passaggio verso dove?”

“Sacramento. Forse c’è un lavoro per me.”

“Capisco. Per favore mi racconti cosa è successo, signor Dorsett.”

Almeno era educato e non paternalistico. E lo fu per tutto il tempo mentre Jimmy gli raccontava come erano andate le cose. Ramirez fece altre domande continuando a prendere appunti. Non sembrava stesse cercando di far cadere Jimmy in fallo.

“Okay,” disse quando ebbe finito. “Aspetti qui, d’accordo?”

Jimmy annuì. Dove doveva andare? Nervoso, passò parecchio tempo a guardare il poliziotto parlare con colleghi e paramedici. I camionisti, annoiati, tornarono ai loro TIR alla spicciolata. Jimmy era contento di essere andato in bagno prima di aver chiamato la polizia, ma era davvero stanco. A breve sarebbe caduto a terra dal sonno.

I paramedici caricarono Tom sull’ambulanza e partirono a luci spente. I poliziotti rimasero e, dopo qualche minuto, Ramirez tornò da Jimmy a passo svelto. Non aveva l’aria contenta.

“Signor Dorsett, conosce qualcuno a Fresno?”

“Non un’anima.”

“Mi rincresce, ma le devo chiedere di rimanere nei paraggi mentre procediamo con le indagini.”

Merda. “Indagini? Era vecchio, malato ed è morto.”

“Lo so, e non ho nessun motivo per dubitare della sua testimonianza, ma non possiamo crederle sulla parola. Mi dispiace.” A suo discapito sembrava davvero sincero.

“Di quanto tempo si tratta?”

“Due o tre giorni. Dobbiamo aspettare i risultati dell’autopsia, e forse dei rapporti preliminari dal laboratorio. E anche sequestrare la sua macchina perché fa parte delle prove.”

Jimmy emise un lamento. “La mia macchina! Guardi, è tutto…”

“Lo so. Faremo il più velocemente possibile, me ne occuperò io stesso. Ma ripeto, ci vorranno un paio di giorni.” La sua espressione si fece seria. “Quando perquisiremo il veicolo, potremmo trovare dei narcotici?”

“Non so cosa ci sia nello zaino di Tom, ma non troverà droghe da nessun’altra parte.” Jimmy aveva fatto uso di stupefacenti quand’era stato più giovane. A volte pesantemente. Ma era giunto alla conclusione che le droghe erano la forma più tossica della speranza: funzionavano per un breve periodo per poi lasciarti in uno stato peggiore di quello precedente. Beveva ancora una volta ogni tanto, ma non spesso e di solito non molto.

Dopo averlo guardato attentamente ancora una volta, Ramirez annuì. “D’accordo. Ha abbastanza soldi per passare qualche notte in un motel? Altrimenti c’è un dormitorio vicino al centro città o la prigione, ma non credo sia una buona alternativa.”

Jimmy cercò di far mente locale su quanti soldi avesse ancora. “Quanto costa la stanza più economica?”

“Trentacinque a notte, se non ha molte pretese.”

A quella risposta gli venne da ridere: “Nessuna pretesa. E credo di potermi permettere di pagare per un paio di notti.”

“Bene. Le darò un passaggio.”

“Ok, bene.” Jimmy si strofinò il viso. “Posso prendere il mio borsone almeno?” Senza contare la macchina, il borsone conteneva tutto ciò che possedeva: qualche indumento, un paio di stivali da lavoro, un vecchio berretto di lana, articoli per la toilette, un lenzuolo, un asciugamano e un paio di libri malconci che aveva preso da qualche parte.

“No, mi dispiace. Ma può prendere quello che le serve per i prossimi giorni.”

Così Jimmy dovette subire l’umiliazione di prelevare mutande, calzini, le T-shirt, il sacchetto di plastica con il necessario per il bagno e un libro davanti ai poliziotti. Rimase a guardare mentre il portabagagli veniva chiuso con dentro il suo borsone. Almeno Ramirez gli aveva dato una grande busta di plastica in cui mettere le sue cose. Un gesto carino.

Non aveva mai viaggiato sul sedile anteriore di una macchina della polizia. Lo spazio era angusto; c’erano un computer portatile, parecchi bottoni e quadranti di equipaggiamento che non riuscì a identificare. Si trattenne dall’impulso di toccare a casaccio. Si sentiva fortunato a essere diretto in un motel invece che in prigione e non voleva tentare la fortuna.

Ramirez salì al posto di guida e gli fece un sorriso prima di mettere in moto. “Apprezzo la sua collaborazione. Lo so che è una seccatura.”

“Credo che sopravvivrò.” A differenza del povero Tom. “Si metterà in contatto con suo figlio?”

“Faremo del nostro meglio per rintracciare il parente più prossimo.”

“Cosa ne sarà del corpo?”

“Dipende. Se troveremo un familiare, lasceremo a loro la salma. Altrimenti, controlleremo se ha dei fondi da qualche parte per pagare la sepoltura.”

Jimmy emise una risata strozzata. “E quando scoprirete che non ha un soldo?”

“Cremazione e poi le ceneri verranno conservate per un certo periodo.”

Dopo un breve tragitto, Ramirez uscì dall’autostrada per immettersi in quella che una volta doveva essere stata una superstrada, costeggiata da motel degli anni cinquanta in chiaro stato di declino. Il Comet aveva una fioca insegna al neon a forma di astronave. Un paio di adescatrici vicino alla strada salutarono Ramirez, e lui ricambiò.

“Non è esattamente il Ritz,” commentò l’agente fermandosi all’accettazione. “Ma sicuramente meglio del dormitorio o della prigione.”

In quel momento Jimmy avrebbe dormito dappertutto. “Okay. Grazie per il passaggio.”

“Ecco il mio biglietto da visita. Chiami se ha bisogno di qualcosa o di fare delle domande. La contatterò il prima possibile. Posso trovarla qui. Solo non lasci la città, intesi?”

“Non lo farò.” Jimmy prese il biglietto e se lo infilò in tasca. Afferrando il sacco di plastica, uscì dalla macchina.

Però, prima che potesse chiudere la portiera, l’agente si chinò in avanti, e allungò il braccio: “Grazie ancora, signor Dorsett.”

Caspita, era davvero un bell’uomo. Se la situazione fosse stata completamente diversa, Jimmy avrebbe forse flirtato con lui. Ma si limitò a dare una stretta veloce alla mano di Ramirez, poi chiuse la portiera e si allontanò.