I

 

 

DI TUTTE le cose che mi aspettavo di vedere tornando a casa dalla caserma dei pompieri, un uomo anziano che barcollava nudo in mezzo alla strada era davvero l’ultima.

Di solito la mia reazione sarebbe stata immediata: sarei sceso dal mio vecchio furgoncino Dodge Ram senza neanche spegnerlo e mi sarei precipitato verso di lui. Ma ero stanco – avevo appena fatto un turno doppio – e quindi non pensavo con lucidità. Sterzai lentamente per sorpassarlo, e fu solo quando lo vidi nello specchietto retrovisore che mi resi conto di quello che stavo facendo.

Frenai di colpo, ridestandomi dal dormiveglia. Che diavolo stavo combinando? Non potevo lasciare un anziano barcollante in mezzo a una strada a doppia corsia. I vigili del fuoco non facevano cose del genere. Noi aiutavamo le persone, fino a lanciarci dentro edifici in fiamme per trarle in salvo. Non abbandonavamo nessuno.

Era molto tardi, o presto, a seconda del punto di vista, ma in ogni caso l’anziano avrebbe dovuto stare a casa, a letto. Accesi le quattro frecce, presi una delle due grosse coperte di lana che tenevo dietro il sedile per un altro genere di occasioni e uscii dal furgoncino. I pompieri tengono in macchina ogni sorta di articoli d’emergenza, e io non facevo eccezione. Mentre mi avvicinavo all’uomo, la mia preoccupazione cresceva. Sembrava davvero confuso.

“Signore!”

Si guardava intorno come se cercasse di orientarsi, ma quando la mia voce lo raggiunse, si voltò di scatto e digrignò i denti, spalancando gli occhi, le dita delle mani curvate in artigli. Era una reazione davvero strana, tanto che feci un passo indietro, poi sollevai le mani nel tentativo di calmarlo. Fui però costretto a indietreggiare di nuovo quando l’uomo balzò verso di me, ringhiando e tentando di colpirmi.

“La prego, signore,” dissi abbassando la voce per calmarlo, “lasci che l’aiuti. Voglio solo aiutarla.”

I suoi occhi erano enormi, con le pupille completamente dilatate, e respirava a bocca aperta. Sembrava febbricitante e tremava, anche se in una notte così calda e afosa non avrebbe dovuto sentire freddo.

Gli porsi la coperta. “Signore, la prego, lasci che l’aiuti… Voglio davvero aiutarla.”

Serrò per un attimo gli occhi azzurrognoli e quando li riaprì mi stavano studiando. Gli sorrisi, sperando che dai miei occhi nocciola trasparisse il calore che tutti gli attribuivano. Dopo alcuni interminabili secondi abbassò la testa, come accettando il suo destino. Sembrava quasi che pensasse che volessi fargli del male invece di aiutarlo.

Lentamente e con gesti gentili gli misi la coperta intorno alle spalle e, avvicinandomi, lo avvolsi per bene, in modo che fosse completamente coperto. Gli rivolsi un ampio sorriso e lui rabbrividì di nuovo. Gli strofinai delicatamente le braccia e lo fissai.

Aprì la bocca, come per dire qualcosa, ma non ne uscì nulla.

“Che ne dice di un po’ d’acqua?” suggerii, circondandogli la schiena per incoraggiarlo a raggiungere il furgoncino.

Strada facendo, tirò fuori il braccio sinistro da sotto la coperta e me lo passò intorno alle spalle. Fu solo allora che notai che era più grosso e più alto di me, e quando si appoggiò contro di me, impiegai qualche secondo per trovare di nuovo l’equilibrio. Ero abituato a trasportare le persone, per cui dovevo solo trovare il passo giusto.

Dopo averlo fatto accomodare sul lato passeggeri ed essermi seduto al posto di guida, gli spiegai che intendevo portarlo all’ospedale.

L’uomo scosse la testa in segno di rifiuto.

“Signore,” dissi prendendo una bottiglia d’acqua che tenevo nel piccolo frigorifero dietro il mio sedile, accanto alle coperte, “deve farsi vedere da un medico, in modo da essere sicuro…”

“No,” ripeté scuotendo la testa. “A casa.” Puntò il dito verso la strada davanti a sé.

Io, tuttavia, non ero del parere che fosse in grado di prendere decisioni. Sembrava fuori di sé. Cercai di rendere la mia voce più dolce, calma e persuasiva. “Penso che lei…”

“No,” m’interruppe per la seconda volta, indicando di nuovo la strada di fronte a noi.

La guardai, ma solo in quel momento mi resi conto che ero da tutt’altra parte rispetto alla mia destinazione. Dovevo aver sbagliato strada a un incrocio.

“Merda,” borbottai. Dovevo trovarmi dall’altra parte della montagna. Non che Wyndam, Kentucky, fosse un posto molto grande. Sarebbe stato sufficiente tornare indietro e mi sarei trovato vicino a Winchester, che era a circa mezz’ora da Lexington, ma era comunque tardi, ero stanco e adesso dovevo anche fare il tassista per un anziano che chiaramente non era in sé. Era possibile che soffrisse di demenza senile o di Alzheimer e che non avesse nessuna idea di dove si trovasse casa sua.

“A casa,” ripeté, puntando il dito verso la strada a doppia corsia.

“Va bene,” sospirai mettendo in moto il furgoncino.

Dopo un po’, l’uomo iniziò a parlare piano in francese, che avevo studiato alle superiori, ma non lo ricordavo abbastanza da potergli rispondere. Le parole che riuscii a capire furono ‘amico’ e ‘buono’. Quando allungò una mano e mi diede un colpetto sulla coscia, gli sorrisi.

“Paura?”

Gli lanciai un’occhiata e poi tornai a guardare la strada. Non volevo investire nessun animale che attraversasse la carreggiata. “Mi scusi?”

“Hai… paura di me?”

“Ehm, no,” risposi sorridendo. “Non particolarmente.”

Colpì il cruscotto con un pugno, e quando tornai a guardarlo, aveva di nuovo le pupille dilatate e ringhiava.

“Si calmi.” Gli accarezzai la spalla nella speranza che si rilassasse. Non volevo che mi si scagliasse addosso mentre guidavo, col rischio di andare a finire in un fosso. “La prego, signore.”

Dopo un po’ lasciò cadere le spalle e chiuse gli occhi.

“Così, respiri,” lo invitai, continuando a toccargli la spalla con movimenti circolari.

Quando riaprì gli occhi, erano di nuovo azzurri come prima.

“Così va bene.” Sorrisi, e lui annuì prendendomi la mano.

Gli anziani, i cani e i bambini mi vogliono tutti bene. Sarebbe fantastico se anche gli uomini attraenti facessero altrettanto, ma non si può avere tutto dalla vita.

“Romanus,” mormorò.

“È il suo nome?”

Scosse la testa e si poggiò una mano sul cuore. “Fabron Chaloner.”

“Io mi chiamo Mason James.” Feci un ampio sorriso. “Mace, va bene?”

Annuì e mi strinse la mano. “Romanus.”

Dovevo avergli ricordato qualcun altro, ma non c’era problema. “Quanta strada dobbiamo fare, Monsieur Chaloner?” chiesi, senza togliere gli occhi dalla strada.

Poiché non rispondeva, mi voltai a guardarlo.

“Fabron.”

“Scusa, allora, Fabron.”

Indicò una diramazione, e prima di svoltare in una strada sterrata vidi quelle che sembravano delle rune incise su un segnale. La strada serpeggiava in un’area alberata, in cui la vegetazione era così fitta che i rami graffiavano i lati e il tetto del furgoncino. Dopo un attimo mi resi conto che stavo guidando in modo avventato e rallentai. Temevo che, se qualcuno fosse sceso per la stessa strada, avremmo fatto un incidente frontale. Accesi gli abbaglianti e ogni tanto mi fermavo ad ascoltare: se l’unica cosa udibile erano gli insetti, andavo avanti. Dopo quella che mi sembrò un’eternità, arrivai in una radura, e la prima cosa che vidi alla luce della luna fu un enorme falò. C’erano molte auto parcheggiate davanti a un’enorme casa in stile Tidewater, quelle con il tetto che forma un portico che corre intorno a tutto l’edificio, sia a piano terra che al primo piano. Vedendo tutta quella gente, ebbi l’impressione che Fabron si fosse allontanato da una specie di raduno.

Dopo aver parcheggiato, corsi al lato del passeggero e lo aiutai a uscire. Mi accorsi immediatamente che aveva ricominciato a ringhiare, mostrando i denti, e aveva gli occhi come pozzi neri da quanto gli si erano dilatate le pupille.

“Devo ringhiare anch’io?” scherzai, aiutandolo a uscire.

Non smise, ma non mi si lanciò neanche addosso come aveva fatto prima. Al contrario, continuò a ringhiare sommessamente, quasi come se facesse le fusa, mentre io lo aiutavo a mettersi in piedi e ad appoggiarsi al furgoncino. Dopo aver chiuso lo sportello, mi accinsi a condurlo verso la casa, e fu in quel momento che notai che avevamo attirato un po’ di pubblico.

“Salve,” salutai. “Qualcuno di voi sa dirmi se questo signore abita qui?”

Nessuno rispose, e tutti mi fissavano con occhi spalancati. Ma che diavolo?

“Qualcuno di voi lo conosce?”

“Lo conosciamo,” rispose una donna facendosi largo tra la folla. “Ma non conosciamo te. Chi sei?”

Come se fosse importante chi ero io. Ciò che importava era l’anziano. “Signora, quest’uomo abita qui o lo conoscete e basta? Potrei accompagnarlo a casa, se solo mi diceste…”

“Se dico che lo conosco e basta, cosa faresti?”

Era la conversazione più assurda che avessi mai avuto, ed ero stanco. “Come ho appena detto, lo porterei a casa, ovunque sia. Vorrei solo… abita qui o no?” chiesi, cercando di non sembrare impaziente o irritato.

“Abita qui,” rispose la donna, scrutandomi in viso e guardandomi negli occhi.

“Bene. Ha bisogno di stendersi e devo dirvi dove l’ho trovato. Vorrei anche darvi il numero di qualcuno da chiamare, perché ha bisogno di essere visitato da un dottore.”

La donna annuì, continuando a scrutarmi.

“Posso portarlo in casa, adesso?”

“Sì, certo. Mi scusi… è che lei… mi scusi.” Scosse debolmente la testa e si voltò. “Deacon, corri a chiamare Raoul. Paulo, Rector, aiutate il nostro amico con il Grand Rouen.”

Due uomini si avvicinarono, ma l’anziano scuoteva la testa, e quando mi spinse in avanti, i due si fermarono immediatamente.

Mentre ci dirigevamo verso la casa, gli dissi che doveva stare molto attento a dove andava di notte e a quanto potesse essere pericoloso trovarsi da solo per strada. Giunti alle scale, lo feci appoggiare di più a me, tenendo gli occhi fissi sui suoi piedi affinché non inciampasse.

Una volta all’interno, lo feci sedere sul divano e chiesi a uno dei due uomini dove fosse la cucina.

“Cosa le serve?” chiese il primo in tono calmo, quasi reverente.

“Un po’ d’acqua per lui,” risposi, tenendo una mano sulla spalla dell’anziano.

“La prendo io.” Mi sorrise guardandomi negli occhi. “Lei resti con Fabron.”

Annuii e mi sedetti di fronte a lui al tavolino da caffè, in modo da poterlo osservare. Aveva ancora quello sguardo stravolto e mi chiesi come mai. Forse il fatto di trovarsi a casa lo innervosiva, per chissà quale ragione. Forse…

“Ascolta,” sospirai, sporgendomi verso di lui e strofinandogli un braccio, “stai bene? Nessuno ti fa del male, giusto?”

Scosse lentamente la testa.

“Sei sicuro? Perché la violenza sugli anziani è in aumento ultimamente…”

“Le assicuro che nessuno abusa di lui,” disse una voce alle mie spalle.

Mi voltai e vidi quattro uomini, insieme alla donna di poco prima. E mentre la donna e due degli uomini erano vestiti, gli altri due no.

“Ma che diavolo?” gemetti coprendomi gli occhi. “Ma che cos’è, una colonia nudista? Non potreste mettervi addosso qualcosa mentre sono qui?”

La risposta alle mie parole fu il silenzio, che durò così a lungo che dovetti alzare lo sguardo per vedere cosa stesse succedendo. I due uomini nudi erano andati via.

“Grazie,” borbottai, e mi voltai di nuovo verso il vecchietto, che era tornato alla normalità. I suoi occhi azzurri fissavano i miei. “Mi fa piacere che ti sia calmato.”

Fece un sospiro profondo, poi mi sorrise. “Ero convinto che non avrei mai posato lo sguardo su uno come te, Romanus.”

“Mi chiamo Mace, ricordi?”

Scosse la testa. “Sei tu che non ricordi, o non sai, Romanus.”

Non avevo intenzione di litigare con quel signore così dolce. “Hai fame? Vuoi mangiare qualcosa?”

Annuì. Voltandomi vidi che la donna e i due uomini si erano avvicinati a noi e ci circondavano. Stranamente, non li avevo sentiti.

Cercavo sempre di non fare supposizioni basandomi su stereotipi o ruoli di genere. “Signora, è lei che cucina qui o c’è qualcun altro che…”

“Non sapevamo nemmeno che fosse andato via,” m’interruppe con voce tremante, sedendosi accanto all’uomo. “Fabron…” Cominciò a parlare in francese, finché le sue parole si sciolsero in pianto.

L’uomo cercò di calmarla, e quando uno degli altri due si sedette accanto a lui, mi alzai per lasciar posto al terzo e mi allontanai per non essere di troppo. Mi piacque come tutti lo abbracciarono e lo baciarono. Era al sicuro e mi sentivo sollevato.