Capitolo 1

 

 

“MARK… MARK!” Sopra lo scrosciare dell’acqua della doccia si sentivano a malapena i violenti colpi alla porta e la voce alta di Rachel. “Sono arrivati!”

“Merda!” Mark imprecò e il sapone gli scivolò di mano. Si accovacciò e tastò attorno ai piedi nel tentativo di afferrarlo e lo shampoo gli finì negli occhi. Quando trovò la saponetta, si rialzò e chiuse l’acqua per riuscire a sentire cosa stesse dicendo Rachel. Strizzò gli occhi, irritati dalla schiuma. “Sono in anticipo,” gridò. “Non avrebbero dovuto essere qui prima delle nove!”

“Beh, non è un problema mio. Devo andare adesso o farò tardi al lavoro. Gli dico di cominciare intanto. Ti conviene darti una mossa e venire fuori però, per assicurarti che non prendano niente di mio per errore.”

“Okay.” Mark sospirò. Riaprì l’acqua e lasciò che lo spruzzo caldo gli scorresse sul corpo e lavasse via la schiuma, finché i suoi occhi non smisero di bruciare. “Ciao, Rach!” urlò poi, ripensandoci, ma era troppo tardi: era già andata via.

Si erano detti ufficialmente addio la sera prima, scolando una bottiglia di vino e un paio di bicchierini di whiskey, ma in realtà si trattava più che altro di un au revoir. Avevano troppi amici in comune per non restare in contatto – anche se sarebbe stata dura per qualche tempo – e le cose erano piuttosto amichevoli tra di loro, considerate le circostanze.

Rachel era stata comprensiva tutto sommato, dopo essersi calmata e aver superato lo shock e l’incredulità iniziali. Avevano parlato per ore durante quella lunga notte in bianco qualche settimana prima, quando Mark aveva finalmente trovato il coraggio di confessarle di essere gay.

“Ma ne sei certo?” gli aveva chiesto Rachel. “Come puoi saperlo con certezza, Mark?”

Lui aveva fatto spallucce, incapace di guardarla negli occhi. Erano rossi per il pianto, e lui aveva riconosciuto l’espressione tradita sul suo viso. Guardarla gli aveva fatto male al cuore. “Lo so e basta. Penso di averlo sempre saputo, ma ho passato tanto tempo a mentire a me stesso.”

Mettere fine alla sua relazione con Rachel non era qualcosa che Mark aveva preso alla leggera. Stavano insieme dal loro secondo anno alla Manchester University, da nove anni, e convivevano da sei, per l’orrore di sua madre, in Irlanda. Le cose erano state piuttosto semplici tra di loro: erano sempre andati d’accordo e avevano sempre trovato piacevole l’uno la compagnia dell’altra. Lui aveva cercato davvero, con tutto se stesso, di ignorare il fatto che erano sempre sembrati più amici che fidanzati. Aveva imputato il suo disinteresse per il sesso alla pressione sul lavoro e alla stanchezza. Si era convinto che fosse normale che la scintilla si spegnesse in una relazione a lungo termine, ignorando di proposito che, fin dall’inizio, non c’era mai stata una scintilla. L’insistenza di sua madre perché chiedesse a Rachel di sposarlo e facesse di lei una donna rispettabile era ciò che l’aveva infine spinto a uscire allo scoperto e ad ammettere a se stesso che non sarebbe mai stato felice con una donna. Non era ancora del tutto dichiarato, ma per lo meno aveva finalmente ammesso a Rachel il motivo per cui non voleva sposarla.

L’incredulità della donna si era trasformata in dolore e rabbia, ma anche la rabbia si era infine tramutata in rassegnazione e accettazione. Non si aspettava che Rachel sventolasse bandiere arcobaleno in suo nome da un momento all’altro o che gli presentasse altri uomini papabili, ma sperava che la loro amicizia sopravvivesse. L’amicizia era il fondamento su cui avevano costruito la loro relazione e lui non avrebbe mai voluto perderla.

Uscì dalla doccia e si fermò sul tappetino; si passò un asciugamano tra i capelli alla bell’e meglio prima di avvolgerlo intorno ai fianchi stretti. Ripulì una piccola parte dello specchio dalla condensa e fece una smorfia quando vide il suo riflesso: sotto lo spruzzo di lentiggini, il suo viso era pallido e stanco per le ore piccole fatte con Rachel e l’eccesso di alcol. Si passò le dita tra i capelli rossi arruffati, scuriti dall’acqua fino a sembrare castani. Sentì dei passi pesanti sulle scale e il vibrato di voci maschili che proveniva da fuori la porta del bagno.

Maledetti addetti ai traslochi. Perché erano così in anticipo?

“Ah, cazzo!” imprecò quando si rese conto di non aver portato con sé il cambio. Oh, beh. Non aveva altra scelta. Tenne fermo l’asciugamano con una mano e aprì la porta del bagno con l’altra, affacciandosi sul pianerottolo: via libera. Si affrettò verso la camera degli ospiti dove aveva dormito nelle scorse settimane, aprì la porta, e gelò sul posto. Lì, di fronte a lui, c’era l’esemplare più esagerato di perfezione maschile che avesse mai visto al di fuori di un porno o dalla rivista Men’s Health.

Puntò lo sguardo all’altezza del petto dell’uomo, perché la larghezza di quelle spalle non poteva che attirare l’attenzione. L’addetto indossava una maglietta a mezze maniche blu scuro, che esibiva la scritta RICK’S REMOVALS a grandi lettere bianche. La stoffa era tirata al massimo sui suoi muscoli scolpiti e copriva a malapena i passanti della cintura dei jeans a vita bassa che portava.

L’occhio gli cadde spontaneamente e Mark non poté far altro che esaminare il rigonfiamento nel cavallo dei pantaloni. Bene, davvero molto bene. Fu più o meno a quel punto che il suo cervello tornò a funzionare e si rese conto che stava fissando spudoratamente l’inguine di un perfetto sconosciuto. Un perfetto sconosciuto grosso come una montagna che con tutta probabilità poteva spezzarlo in due con una mano sola.

Si sentì avvampare e il calore del suo rossore si estese sul collo, fino al petto, in un travolgente moto di imbarazzo. Trascinò in alto lo sguardo, sul viso dell’uomo – ugualmente magnifico, cesellato, dalla mascella quadrata, e giovane – e incrociò un paio di occhi grigi-azzurri che gli stavano fissando i capezzoli. “Ehm… ehilà,” disse, molto più che a disagio.

Lo sguardo del ragazzo si alzò di scatto. “Scusa, amico.” Sorrise, un poco imbarazzato. “Prendo una scatola e ti lascio in pace per… sì, per…” Gesticolò a caso verso i vestiti sistemati sul letto di Mark, dove un paio di vecchie mutande grigie e malconce che avevano visto giorni migliori troneggiavano in cima alla pila.

“Sì, okay.” I suoi occhi seguirono i movimenti dell’altro quando questi piegò le ginocchia e sollevò una scatola con estrema disinvoltura. Mark era certo che contenesse quasi tutti i suoi libri di programmazione. Si era quasi fratturato qualcosa solo spostandola dal letto al pavimento la sera prima, una volta finito di riempirla. I bicipiti del ragazzo sporgevano, curve perfette sotto la pelle liscia e dorata. Mark deglutì a fatica e si spostò per lasciarlo uscire, voltandosi nella direzione opposta all’addetto. Pregò il suo uccello di comportarsi bene e di non imbarazzarlo ulteriormente.

“Grazie.” Mentre si faceva piccolo per passare attraverso lo spazio ristretto, il braccio dell’altro gli sfiorò la scapola, e lui sentì un fremito caldo solleticargli la spina dorsale.

“Scendo fra un secondo.” Mark girò la testa e mentre l’addetto passava con attenzione per la porta, gli guardò le spalle larghe. Riempivano quasi tutto il telaio. Lui non era per niente minuto nel suo metro e ottantacinque, ma quel tizio doveva essere almeno dieci centimetri più alto di lui. I suoi occhi scivolarono in basso, per dare un’occhiata al suo sedere: poteva sbirciare senza essere scoperto intanto che l’altro era girato di schiena. Le spalle larghe si stringevano in maniera affascinante fino ai fianchi snelli, e la curva generosa del fondoschiena riempiva i jeans alla perfezione.

Cazzo. Il suo membro prese vita sotto l’asciugamano. Ripigliati, dannazione.

 

 

DOPO ESSERSI vestito ed essere riuscito a persuadere il suo uccello a darsi una calmata, scese in cucina, e mise il bollitore sul fornello. Sentiva delle voci di fuori, ma la casa sembrava altrimenti vuota. Le seguì fino alla strada, dov’era parcheggiato il furgoncino dei traslochi. Mark non aveva molta roba da portare via, perciò non c’era stato bisogno di un camion; un furgoncino e due uomini erano quello che gli era stato consigliato dalla ditta. La maggior parte dei mobili sarebbe rimasta a Rachel, ma, dato che si stava trasferendo in un appartamento non ammobiliato, ce n’erano alcuni che avrebbe portato via.

Il tizio che aveva incontrato in camera stava caricando la sua scrivania sul furgone insieme a un altro tizio ugualmente enorme.

“Ciao,” li salutò, pensando di ricominciare da capo e fingere che l’incontro imbarazzante in camera sua non fosse mai avvenuto. “Vi va una tazza di tè o caffè?”

“Sarebbe fantastico.” Il tizio ‘che non aveva incontrato in camera’ sfoggiò un sorriso. Saltò giù dal furgoncino, seguito dal ragazzo che aveva già conosciuto. “Due tè al latte, grazie. Niente zucchero per me, ma il mio fratellino qui, Jamie, lo beve con due cucchiaini. Io sono Ryan, piacere.” Gli tese la mano.

“Mark O’Brien.” Dovette guardare verso l’alto per incontrare gli occhi dell’uomo; erano azzurri, come quelli del fratello, ma i suoi capelli erano castani invece che biondi. Mark strinse anche la mano di Jamie, cercando di non arrossire come una ragazzina quando questi gli sorrise. “Vi lascio e vado a preparare il tè.” Poteva ancora percepire i punti in cui la pelle calda di Jamie aveva toccato il palmo della sua mano.

“Dobbiamo caricare tutte le scatole, vero?” chiese Ryan. “Tu sei… ehm… la signora che ci ha fatto entrare ci ha detto che tutte le cose imballate sono da portare nella casa nuova, giusto?”

Mark si domandò quante altre coppie i due avessero visto affrontare la stessa situazione: la divisione e la spartizione di beni comuni, la loro vita insieme smontata e ridotta a litigi su chi avrebbe tenuto quale padella, poltrona o piumino.

“Sì,” confermò. “Ma prendete solo i mobili che sono segnati con l’adesivo. Il resto è da lasciare dov’è.”

“Okay.”

 

 

MARK CERCÒ di starsene il più possibile fuori dai piedi. Aveva ancora le ultime cianfrusaglie da inscatolare: alcuni utensili da cucina, le cose che aveva usato quella mattina in bagno, e dei vestiti nella camera dove dormiva. Dato che si trattava di una piccola casa con due sole camere da letto era inevitabile imbattersi di continuo in Ryan e Jamie in corridoio o sul pianerottolo mentre entravano e uscivano con le sue scatole e la sua roba. Tutte le volte che vedeva Jamie, si scambiavano un sorriso impacciato e il suo cuore impazziva e cominciava a martellargli nel petto. Era ridicolo, ma era più forte di lui.

Era nella camera degli ospiti a impacchettare i pochi vestiti che erano rimasti in giro e a controllare di non aver lasciato niente nei cassetti quando qualcuno bussò. La porta era aperta, in realtà, ma sembrava che chiunque fosse non volesse correre rischi.

“Avanti.” Mark alzò la testa e vide Jamie spalancare la porta per entrare.

Il ragazzo si schiarì la gola. “Abbiamo quasi finito di sotto. Ryan sta caricando le ultime scatole dalla cucina, poi restano la TV e la poltrona in salotto. Posso prendere il resto delle cose da qui ora?”

“Certo.” Fece un cenno con la testa. “Non è rimasto molto.”

Jamie si abbassò per prendere una scatola di media grandezza dal pavimento accanto al letto. Quando la sollevò e spostò le braccia per migliorare la presa, il nastro adesivo che teneva insieme la base della scatola cominciò a staccarsi; l’altro imprecò e cercò di tenerla insieme e rimetterla a terra allo stesso tempo.

Mark alzò lo sguardo e si rese conto di quello che stava accadendo. Balzò in piedi e si avvicinò per reggere il fondo della scatola, ma era troppo tardi. Il contenuto si rovesciò sui piedi dell’addetto ai traslochi e sul pavimento della stanza.

Merda, merda e rimerda! Di tutte le stramaledette scatole che potevano aprirsi, proprio quella doveva essere?!

“Oh, cavoli, mi dispiace,” si scusò Jamie. “Spero che non ci fosse niente di fragile lì dentro. Hai dell’altro scotch? Sistemo la scatola e te la riempio di nuovo.”

“Ehm… sì, penso di averne in cucina.” Per favore, va’ a prenderlo, ti prego. Va’ e basta, senza guardare; mi sono già messo in imbarazzo a sufficienza di fronte a te oggi.

Si accovacciò e cominciò a raccogliere con frenesia gli oggetti a terra, ma non aveva un posto dove metterli, nessun luogo dove nasconderli. Jamie lo imitò, allungando le sue mani grandi per aiutarlo. Le dita del ragazzo sfiorarono le sue, poi si bloccarono quando l’addetto si rese finalmente conto di quello che aveva davanti agli occhi.

Mark rimase immobile, il corpo che scottava d’imbarazzo mentre entrambi fissavano gli oggetti riversi a terra. Insieme ad altri libri di programmazione, c’erano diverse riviste di porno gay, un paio di DVD dello stesso genere, una bottiglia di lubrificante, e – come ciliegina su quell’umiliante torta – un set di dilatatori anali di diverse misure.

Il suo cervello andò in cortocircuito. Non aveva letteralmente idea di cosa dire o fare. Cercò con disperazione di farsi venire in mente qualcosa di divertente, nella speranza che l’umorismo potesse aiutarlo a sdrammatizzare il terribile imbarazzo di quella situazione, ma la sua solita battuta pronta l’aveva disertato. Quindi attese, come un ladro colto con le mani nel sacco, l’inevitabile presa in giro – o peggio, il disgusto – da parte del ragazzo che gli stava di fronte.

Ma Jamie lo sorprese.

“L’ho visto quello. È davvero sexy.” L’addetto indicò uno dei DVD. Poi raccolse l’altro e studiò la copertina. “Questo è bello?”

Mark rimase in silenzio per un istante prima di rispondere. I suoi pensieri e le sue supposizioni cominciarono a muoversi e a risistemarsi formando un quadro completamente diverso, come le tessere di uno di quei puzzle a blocchi scorrevoli che amava da bambino.

“Ehm… sì,” disse, quando finalmente riuscì a rispondere. “Sì. Non è male, immagino.” Alzò lo sguardo per incontrare quello di Jamie, che gli rivolse un sorriso, piccolo e timido. C’era del rosa anche sulle guance dell’addetto, ma non era paragonabile al rovente rosso scarlatto che doveva tingere le sue.

“Immagino che questo sia il motivo per cui ti stai trasferendo, eh?” Jamie agitò un DVD. “Scusa… non sono fatti miei.”

“No, tranquillo,” disse lui di getto. Si rese conto all’improvviso che aveva davvero voglia di parlare della sua situazione con qualcuno che non fosse Rachel, anche se si trattava di qualcuno che aveva appena conosciuto. “E sì. Questa è la ragione. Non c’è molto che si possa fare quando ti rendi conto che la persona con cui stai è del sesso sbagliato.”

Afferrò il borsone in cui stava ficcando i suoi vestiti quando era successo il disastro con la scatola e cominciò a riempirla di quello che c’era sul pavimento. Jamie lo aiutò; le loro mani si sfiorarono di nuovo quando entrambi cercarono di raccogliere i dilatatori nello stesso momento.

“Lo so da quando sono bambino,” disse Jamie in tono pragmatico. “Ho sempre saputo che non mi piacciono le ragazze in quel modo.”

“Volevo essere quello che le persone si aspettavano che fossi, credo” ammise Mark. “Ho ricevuto una severa educazione cattolica irlandese… mi è stato insegnato che l’omosessualità è un peccato. Ho sepolto i miei desideri così a fondo che per tanto tempo sono riuscito a prendere in giro anche me stesso. Ma non potevo ignorarli per sempre.”

“La tua famiglia lo sa?”

“L’ho confessato a mia madre quando le ho detto che io e Rachel ci stavamo lasciando.” Mise gli ultimi articoli della sua collezione porno nella borsa e chiuse la cerniera bella stretta, nascondendo l’evidenza. “Non avevo intenzione di dirglielo così, per telefono, ma continuava a insistere di voler sapere perché non potevamo sistemare le cose.”

“Come l’ha presa?”

Mark arricciò il naso. “Meglio di come mi aspettassi, immagino. Voglio dire… non era contenta, non capiva, ma non mi ha diseredato né niente del genere. Ho due sorelle maggiori che non si fanno problemi in proposito. Penso che mamma sia solo delusa, sai? Voleva davvero che io e Rachel ci sposassimo e mettessimo su famiglia.” Ripensò a quando sua madre era scoppiata a piangere al telefono, al dolore nel proprio petto mentre cercava di non fare lo stesso. “Spero che si abitui all’idea prima o poi.”

“E tuo padre?”

“È morto un paio di anni fa.” Mark evitò i suoi occhi: non voleva vedere la compassione che era sicuro di trovarvi. “Un attacco di cuore. Per lui sarebbe stata più dura.” Il sollievo di non aver mai dovuto affrontare quella conversazione con suo padre lo faceva sentire in colpa ogni giorno.

“Quindi… ti vedi con qualcuno?” chiese Jamie. “Voglio dire… hai capito di essere gay perché hai incontrato qualcuno? Un uomo?”

“No.” Scosse la testa con vigore. “Certo che no. Non avrei mai fatto una cosa simile a Rachel. No, è tutta teoria… beh, a parte la sega che ho ricevuto a scuola da un altro ragazzo quando avevo sedici anni, episodio che ho cercato ardentemente di dimenticare.” Sorrise mestamente e arrossì di nuovo. “Non ho ancora avuto occasione di testare la mia teoria, ma sono abbastanza certo che sia affidabile.”

“Sarebbe un vero schifo se ti sbagliassi.” Jamie ricambiò il sorriso.

“Non mi sbaglio.” Mark permise al suo sguardo di percorrere la larghezza delle spalle forti e del petto del ragazzo prima di tornare a guardarlo negli occhi. Non si sbagliava per niente.

Jamie ricambiò lo sguardo e per un momento nessuno dei due parlò. Erano entrambi ancora in ginocchio sul tappeto, i libri di programmazione sul pavimento tra di loro; lui era aggrappato al borsone che aveva in grembo. Gli occhi del ragazzo si strinsero, come se stesse considerando qualcosa, poi brillarono con malizia. “Potresti testarla su di me se ti va.”

Mark lo fissò a bocca aperta, cercando di capire se stesse scherzando o facesse sul serio. Non sapeva come rispondere in entrambi i casi. “Io… non…” Non riuscì a concludere, a corto di parole.

“Non importa.” Jamie rivolse i palmi delle mani verso l’alto e alzò le spalle. “Ho solo pensato che magari avevi voglia di divertirti un po’, sperimentare. Pare che tu abbia parecchio da recuperare e io potrei darti una mano.”

Merda, forse era davvero serio.

“Okay, sì,” farfugliò prima che potesse convincersi che si trattava di una cattiva idea. Il suo cuore correva e i palmi delle sue mani erano sudaticci, stretti attorno alla borsa che aveva in grembo. “Va bene.”

L’espressione dell’altro si illuminò di nuovo con un sorriso. “Figo.”

Proprio in quel momento la voce di Ryan rimbombò per le scale. “Jamie, dove diamine sei, razza di scansafatiche?” Il suo tono suonava più scherzoso che davvero scocciato.

“Scusa, Ryan,” gridò Jamie in risposta. “Sto solo sistemando una scatola rotta.” L’addetto gli fece l’occhiolino e si alzò senza sforzo. Si muoveva con notevole agilità per uno della sua stazza, notò Mark, scattando in piedi con molta meno grazia. Estrasse il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni e picchiettò sullo schermo. “Quindi, qual è il tuo numero?”

Anche lui tirò fuori il suo telefono e si scambiarono le informazioni di contatto.

“È un problema se vengo io da te, nel tuo nuovo appartamento?” chiese Jamie. “Vivo con i miei perché frequento ancora il college. Do una mano a Ryan solo occasionalmente, di sabato, per guadagnare qualcosa in più, ma non posso permettermi di vivere da solo. Ai miei genitori non darebbe fastidio se ti portassi a casa fin tanto che siamo silenziosi, ma penso che tu preferisca…”

“Oh, Dio, sì. Sarò da solo, quindi puoi venire da me.” Mark poteva solo immaginare l’imbarazzo di dover affrontare i genitori di qualcuno per una semplice botta e via. E il pensiero che potessero sentire quello che succedeva a porte chiuse faceva venire voglia al suo uccello di ritirarsi nel suo corpo.

“Beh, possiamo preoccuparci più tardi dei dettagli.” Jamie si rimise il cellulare in tasca e sollevò un’altra scatola da portare di sotto. “È meglio che mi dia una mossa prima che Ryan si arrabbi.”

Passò prima con una spalla poi con l’altra attraverso la porta parzialmente aperta e Mark ascoltò il rumore pesante dei suoi stivali sulle scale mentre scendeva.

Che cosa cazzo era appena successo?

Si sedette sul bordo del letto e si passò le mani tra gli ingarbugliati ricci rossi. Era ancora sotto l’effetto della scarica di adrenalina dopo essere stato tradito da una scatola di cartone e aver ricevuto un’offerta da qualcuno che sembrava uscito da tutte le sue fantasie più sconce messe insieme.

Forse era solo un sogno. Forse da un momento all’altro si sarebbe svegliato e avrebbe scoperto che venerdì non era ancora nemmeno cominciato. Ma sembrava vero. Una risata sorpresa gli sfuggì dalle labbra. Benvenuto nella tua nuova vita, Mark O’Brien. Fatti sotto! Riusciva quasi a sentire il pubblico che applaudiva.