Denying Yourself by Silvia Violet eBook

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Un aiuto d’amore by Andrew Grey Italian Translation

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Il momento di decidere by Anna Martin Italian Translation

Il momento di decidere by Anna Martin Italian Translation

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Description:

All’apparenza, Jesse Ross è il tipico ragazzo che ha una tipica storia d’amore con la sua compagna di college, Adele. Ma quello che la sua ragazza non sa è che Jesse ha una storia – con un uomo – e sta esplorando la sua sessualità in modi che lei non potrebbe mai immaginare. La sua vita è divisa in rigidi comparti e va più che bene per Jesse, il quale non ha intenzione di definirsi né bisessuale né sottomesso.

Tuttavia, Jesse si trova a un punto di svolta quando il suo Padrone, Will, ammette di volere di più, di volere Jesse come suo partner e non solo come suo sottomesso. Improvvisamente, la vita che Jesse aveva così convenientemente preparato non è più molto bella. Alla fine, Jesse deve mettere in tavola tutte le carte: per la sua ragazza, il suo amante e per sé stesso.

ISBN-13:  978-1-61372-903-8
Pages:  236
Cover Artist:  Taria Reed
Translator:  Rebecca Traduce

Categories: Anna Martin, Italiano - Italian
Book Type: eBook
File Formats Available:.epub, .mobi, .prc, html, pdf
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Read an Excerpt:

Capitolo Uno


 


 


ERANO le 4 del pomeriggio di un venerdì ed ero al lavoro, quando il mio cellulare emise una musichetta familiare. Il messaggio era semplice e non mi dava nessun indizio sull’umore in cui lo avrei trovato.


Will: 7 di sera.


Ecco. Tre parole, ma mi dicevano tutto quello che avevo bisogno di sapere. Nell’ora successiva, non vidi l’ora di lasciare il mio lavoro in una libreria indipendente del centro e in pratica finii per correre fuori dall’edificio non appena l’orologio suonò le cinque.


Come succedeva ogni venerdì, arrivai a casa proprio quando Adele se ne stava andando. Le diedi un bacio veloce mentre si dirigeva verso la porta con una gonna nera e una maglia bianca; i suoi lunghi capelli rossi ondeggiavano dalla coda alta. Le piaceva il suo lavoro come manager di un ristorante francese assai carino in città; era un posto decisamente molto piccolo e lì lei era famosa più o meno come il cibo. Era stata Adele che aveva praticamente rapito lo chef quando viveva in Francia qualche anno prima e lo aveva convinto a trasferirsi in America. Adesso si occupava di dirigere il suo ristorante mentre Theo poteva cucinare il cibo con cui era cresciuto. Tutti erano felici.


Anche se… avevo i miei segreti. Non appena Adele se ne andò, mi diressi verso la cantina e passai venti minuti sul tapis roulant, seguiti da un’altra ventina di minuti di boxe per allentare la tensione dei muscoli e scaldarmi, per così dire, per la serata che mi aspettava. Quando ebbi finito, me ne andai in camera nostra e scelsi dei vestiti carini – nel caso uscissi più tardi – e feci una doccia, assicurandomi di lavarmi con molta accuratezza.


Non gli piaceva quando indossavo deodoranti o dopobarba troppo forti, perciò scelsi un antitraspirante senza profumo e indossai vestiti larghi. Anche questa routine mi era familiare. Lasciai la casa con venti minuti di anticipo in modo da avere dieci minuti per arrivare a casa sua.


Dopo aver parcheggiato fuori, mi diressi verso il retro della casa e salii, assicurandomi di chiudere la porta dietro di me e andando direttamente verso le scale sul retro che portavano all’attico, dove mi spogliai e sistemai con ordine tutti i miei vestiti vicino alla porta.


Poi mi sedetti sui talloni, intrecciai le dita dietro il collo, abbassai la testa e aspettai.


“Buonasera, Jesse,” mi disse da dietro, poi sentii il rumore della porta che si chiudeva. Probabilmente stava aspettando che mi mettessi in quella posizione. Era bello pensare che era tanto ansioso di cominciare la nostra sessione; tanto quanto me.


“Buonasera, Padrone,” risposi sommessamente e lo sentii dirigersi verso di me.


“Mi sei mancato,” mi disse semplicemente e passò le sue dita tra i miei capelli. Decisi di cambiare posizione e mi lasciai andare al suo tocco, solo con la mia testa, mentre lui mi grattava gentilmente il cuoio capelluto e mi tirava i capelli. Questo era il mio modo di dirgli Anche tu mi sei mancato.


Erano passate due settimane dall’ultima volta che ci eravamo visti, circostanze e impegni familiari si erano frapposti alla nostra relazione. Non era il tempo più lungo che eravamo stati senza vederci, ma significava spingere i limiti di quanto riuscivamo a sopportare. Avevo bisogno di lui più frequentemente di una volta ogni due settimane. Se riuscivamo ad avere i nostri ritmi, di solito avevamo due sessioni a settimana.


“Mi chiedo cosa dovremmo fare con te questa sera,” fece, mentre mi lasciava andare i capelli per dirigersi verso lo stereo. Sia io che il Padrone eravamo appassionati della persistente musica rock che suonava in sottofondo, qualcosa di forte e teso che ci aiutasse a creare un’atmosfera.


Mantenni i miei occhi incollati al pavimento, anche mentre sentivo che arrivava dietro di me con due manette imbottite e mi attaccava i polsi ai gomiti, il destro al sinistro e il sinistro al destro.


“Provale,” fece il Padrone, e obbedientemente io tirai i due lacci. Non avrei voluto essere da nessun’altra parte.


Quelle manette mi erano familiari: erano di pelle marroncino chiaro con bordature in pelle di pecora. Erano le mie preferite perché il Padrone le aveva comprate per me e non le avrebbe mai usate per qualcun altro. Lo intravidi di sfuggita mentre si muoveva e non potei controllare l’ondata di calore che andò dritta al mio cazzo. Stava indossando dei pantaloni in pelle marrone scuro e una T-shirt che una volta doveva essere stata del colore del tè al latte, ma che era stata lavata fino al punto da essere così tanto sottile che ci si poteva vedere attraverso.


I suoi capelli erano lunghi e arruffati, come sempre, e attraverso le finestre che c’erano sul soffitto, brillavano tutte le sfumature di rosso e mogano nella luce della sera. Padrone Will aveva una costituzione snella e atletica, che aveva ottenuto facendo snowboard sulle montagne del Canada che si vedevano dalla sua casa di Seattle: dalle finestre sul soffitto, in effetti, se uno ci stava davanti.


Una volta che mi fui sistemato, il Padrone venne davanti a me e poggiò le sue mani sul mio petto nudo, aiutandomi ad alzarmi in piedi. Adesso che ero legato, mi prese il volto tra le mani e portò le sue labbra sulle mie.


La sensazione delle sue labbra e della sua lingua calda che spingevano sulla mia bocca era quasi troppo per me. Mi alzai in punta di piedi per annullare la piccola distanza che era creata dalla differenza di altezza tra noi: lui stava indossando degli stivali mentre io ero scalzo. Il mio cazzo, che era già duro, cominciò a farmi male in un modo che mi era molto familiare e io volevo di più. Con lui, c’era sempre quel volere di più.


“Vorrei metterti il collare stasera, Jesse. Ti va bene?” mi domandò, mentre interrompeva il nostro bacio.


Annuii silenziosamente, visto che non mi aveva dato il permesso di parlare.


“Grazie,” disse il Padrone, accettando il dono della mia sottomissione. Camminò verso il muro e scelse un sottile collare in pelle marrone chiaro, che si abbinava alle manette che avevo ai polsi.


Quando si ritrovò di nuovo di fronte a me, abbassai la testa. Rimanemmo così, due pari fino al momento in cui quel pezzo di pelle mi avvolse il collo e lui lo allacciò dietro, spostando con delicatezza i miei capelli lontano dalla chiusura. Da quel momento, finché non avrebbe deciso di togliermelo di nuovo, appartenevo a lui.


Questo era un rituale che aveva sviluppato. Nei primi giorni della nostra relazione, non ero molto a mio agio con tutto quello che le nostre sessioni implicavano. Perciò Will ne aveva organizzate alcune in cui non indossavo il collare e mi riferivo a lui con il suo nome o come “Signore” e lavoravamo sul cercare i nostri rispettivi limiti. Ultimamente, raramente – forse quasi mai – gli negavo l’offerta che mi faceva di mettermi il collare, ma mi dava ancora una possibilità di scelta e io lo apprezzavo. Rendeva il mio dargli controllo ancora più profondo.


Il collare mi aiutava a perdermi e ad andare nelle profondità del ‘sottospazio’, uno stato mentale dove ero più che volenteroso di dare tutto il controllo al mio Padrone. Venni trasportato da un altro bacio, ma questa volta mi tenne stretto e mi forzò a chinarmi all’indietro, sottomettendomi alla sua volontà mentre mi dominava con la bocca. Vivevo per quei baci, quelli che mi forzavano ad accettare il mio posto nella gerarchia della stanza, mi spingevano ad accettare il ruolo che avevo scelto. Perché di certo non era un ruolo facile.


Con attenzione il Padrone mi aiutò a mettermi in ginocchio e, quando fui sistemato, aprì il davanti di quei meravigliosi pantaloni di pelle e tirò fuori il suo pene lungo e duro. Gli servì solo alzare un sopracciglio nella mia direzione e la mia bocca fu subito su di lui, succhiandolo nella mia bocca e leccandogli la cima, disperato di sentire il suo odore e il suo sapore. Una volta che ebbi succhiato tutto il suo sapore, volevo il suo odore e presi un bel respiro, rilassando la gola e facendo in modo di prenderlo tutto dentro la mia bocca finché il mio naso si ritrovò tra i suoi corti peli e le sue palle mi solleticarono il mento. Usai la mia lingua per bagnarlo con attenzione finché non emise con suono gutturale con la gola per cui vivevo, un mezzo gemito e un mezzo sbuffo, un avvertimento.


Gli piaceva venire prima che le nostre sessioni entrassero nel vivo. Una volta gli chiesi il perché e mi rispose che lo aiutava a rimanere controllato se aveva già avuto un orgasmo. La cosa aveva senso.


“Inghiottisci,” mi comandò, non che la parola fosse veramente necessaria. Non c’era modo che potessi sfuggire alle sue dita forti tra i capelli, che mi tenevano lì mentre il suo cazzo si gonfiava e schizzava il suo tesoro lungo la mia gola. Ero elettrizzato dalla sensazione e ingoiai felice tutto quello che mi dava.


Divenne morbido nella mia bocca e lo leccai finché fu pulito, poi mi sedetti sui talloni mentre lui si allontanava. Non c’erano parole di ringraziamento per i miei sforzi. Il Padrone si girò e andò a preparare qualcos’altro dietro di me. Apprezzai il momento: mi diede tempo di pensare.


 


 


DIVENTAI un sottomesso quando ero ancora al college e stavo scoprendo la mia sessualità. Una notte di pazzie in un club BDSM mi aveva intrigato e qualche settimana dopo incontrai una delle ragazze del club in una caffetteria. Era una Mistress, una Dominatrice, e dopo qualche appuntamento dove parole come “limite estremo” e “livello di dolore” e “Parola di sicurezza” divennero parte del mio vocabolario, ci accordammo per cominciare una relazione.


Laura era più vecchia di me solo qualche anno, ma si manteneva con una grazia che mi ricordava quella delle star dei vecchi film della prima metà del secolo. Era una signora nel senso più vero della parola. Era anche orgogliosa di riuscire a trovare i recessi più oscuri dell’animo di qualcuno e tirarli fuori per ispezionarli, andando a toccare la profondità della loro psiche e usando quelle informazioni a suo vantaggio. Non mi fece mai veramente male, neanche quando mi batteva la pelle con un frustino o uno scudiscio o un flagellatore con più code. Non ho usato la mia parola di sicurezza neanche una volta con lei, benché mi avesse veramente spinto ai limiti della mia zona sicura, fermandosi sempre prima che le urlassi di smetterla.


È stata la bella Laura ad aver incasinato la mia sessualità fino a farla diventare una cosa fluida, non un’etichetta prefissata che spesso è solo bianca o nera. Mi ha aiutato a definirmi come pansessuale, eteroflessibile e disponibile a prendere in considerazione una relazione con un altro uomo. La nostra relazione Dominatrice/sottomesso è stata messa a dura prova quando si è fidanzata e spinta al limite quando si è sposata, anche se abbiamo continuato a mantenere la nostra connessione con la benedizione del marito, a condizione che non prendessimo mai parte a rapporti sessuali. Andava bene così. Potevo contare sulla punta delle dita le volte che avevo realmente scopato Laura.


Tuttavia, quando è rimasta incinta di due gemelli le cose tra noi tre hanno cominciato a deteriorarsi. Non ero felice di abbandonare la relazione Dominatrice/sottomesso a cui avevo dedicato due anni e mezzo della mia vita, ma anche io potevo accettare il fatto che non potesse continuare ad assumersi la responsabilità di un sottomesso quando presto avrebbe avuto due bambini di cui occuparsi.


È stato allora che mi ha suggerito di incontrare Will.


Nonostante la mia immersione nel mondo del bondage e della disciplina, non ero mai stato davvero un membro della comunità più ampia, anche se Laura lo era. Avevo già sentito il suo nome durante delle conversazioni, ma non avevo mai incontrato quell’uomo finché non ero stato costretto a scegliere tra essere un sottomesso per Will o rimanere da solo. La mia reazione iniziale quando me l’ha suggerito è stata no: non c’era proprio speranza che mi sottomettessi a un altro uomo. I miei precedenti pensieri da mente aperta, messi alla prova, mi si ritorcevano contro.


E poi l’ho incontrato. Will era carismatico e gentile, era anche divertente e simpatico e aveva un carattere d’acciaio che era chiaramente visibile anche mentre ci bevevamo una birra in un bar del centro. Mi è piaciuto immediatamente come persona e abbiamo deciso di incontrarci di nuovo, come amici, per vedere come si poteva svolgere la nostra relazione.


“Ti porterò al limite in modi che Laura non ha mai fatto prima, solo perché così sarà la nostra relazione. Ma penso che sia qualcosa che dovresti considerare.” Mi disse una notte.


La chimica tra noi era innegabile e in fondo in fondo ero curioso. Finii per prendere due mesi di ferie al lavoro, mentire alla mia ragazza su dove mi trovavo e andare a stare con Will. Senza alcun dubbio quelle sono state le due settimane più intense della mia vita.


Quando furono finite, me ne andai, tornai al mio appartamento e mi disse che, se volevo continuare la nostra relazione, avrei dovuto aspettarlo, in ginocchio, il sabato seguente. Mi feci trovare lì e la nostra relazione è cominciata a crescere nei successivi otto mesi.


“A cosa stai pensando così intensamente, Jesse?” mi domandò il Padrone, mentre batteva leggermente con le dita tirandomi su il mento in modo che lo guardassi.


“A te, Padrone,” gli risposi con sincerità. “Al modo in cui sono diventato tuo.”


Il Padrone sorrise e potevo vedere il suo calore, nonostante tutta la pressione che mi metteva addosso per farmi adempiere al mio ruolo. “Sai sempre quello che dire,” mi disse con una leggera risata e si chinò per accarezzarmi gentilmente una guancia.


Invece che aiutarmi ad alzarmi, stavolta, il Padrone mi obbligò a seguirlo in ginocchio verso il muro più lontano, dove mi alzai in piedi appoggiando le spalle sui supporti per le ginocchia della panca e facendo forza sui piedi. Una volta che fui in piedi, il Padrone mi fece chinare mettendo una mano sul mio petto e l’altra sul mio fondoschiena, obbligandomi a piegarmi a faccia in giù sulla panca. Bloccò con rapidità le mie caviglie e poi cominciò a sistemare un pezzo di corda attorno alla mia vita, tra le mie gambe e di nuovo su per attaccarla alle mie braccia e ai polsi già legati.


Il Padrone mi prese le mani, assicurandosi che la circolazione fosse ancora buona, e poi mi lasciò per un momento per andare a scegliere un gioco. Feci respiri lenti, ricordandomi che non mi aveva mai fatto del male prima, non oltre i miei limiti, e che io avevo implicitamente fiducia in lui.


Il leggero rumore dei suoi passi indicò il suo ritorno al mio fianco e dalla posizione del mio petto appoggiato alla panca potevo sentire ogni battito del mio cuore. Mi domandai se mi avrebbe mostrato il gioco prima o se l’avrebbe fatto scorrere sul mio corpo. Magari l’avrebbe messo tra le mie dita o tra le mie labbra o tra le mie gambe…


Ci fu un rumore sordo sul mio posteriore, seguito da un calore familiare mentre il sangue si affrettava in quell’area. Il Padrone fece scivolare lo scudiscio sul mio culo e sulle mie cosce, mentre le estremità di pelle scamosciata mi solleticavano leggermente prima che la sensazione sparisse e io mi preparassi per il prossimo colpo.


“Lascia che ti senta, Jesse,” ordinò il Padrone e, quando arrivò il colpo successivo, emisi un gemito basso.


Dalla posizione in cui ero bloccato, poteva dirigere i colpi solo verso il mio sedere e le mie cosce: non che io mi lamentassi di ciò. Invece di far male, le sensazioni che mi causava mi eccitavano, più di quanto già lo fossi, mentre mi stava solo riscaldando con colpi leggeri. Tuttavia, smise troppo presto e non potei fare a meno di piagnucolare per la perdita.


“Non preoccuparti, non è la fine,” mi rassicurò e potei intuire un mezzo sorriso nella sua voce.


Invece di mettermi giù, il Padrone mi lasciò in quella posizione e liberò le mie braccia dalle manette, lasciandole attorno ai miei polsi e legandoli nuovamente alle gambe della panca. Adesso ero allungato con la mia schiena esposta e il Padrone legò di nuovo le corde in modo che le mie cosce e i bicipiti fossero inclusi in quell’intricata ragnatela.


Sparì per un momento e fui di nuovo lasciato solo con i miei pensieri, anche se questa volta non si allontanarono troppo dalla sensazione della frizione attorno al mio corpo e da come potessi agitarmi in modo da sfregare le corde su di me. Poi ritornò, dicendomi di aprire la bocca e inserendoci una ball gag, un bavaglio con una palla, assicurando i lacci intorno al mio volto in modo che fossero stretti ma non mi ferissero la pelle.


La prima volta che mi aveva imbavagliato ero dubbioso, non era una cosa che a Laura piaceva molto perché limitava la mia abilità di infilarle la lingua nella fica. Ma al Padrone piaceva, perciò era una cosa che mi ritrovavo spesso tra i denti e che obbligava la mia bocca a rimanere aperta e la mia lingua abbassata. Mi diede un quadrato di tessuto morbido e rosso in mano, visto che non potevo urlargli rosso (la mia parola di sicurezza), che lo avrebbe fatto interrompere qualsiasi cosa stesse facendo. Lasciar cadere il tessuto avrebbe avuto lo stesso effetto.


Un’altra cosa che avevo imparato era che non si poteva mai prevedere cosa il Padrone avrebbe fatto successivamente. Proprio quando mi aspettavo che prendesse nuovamente lo scudiscio e cominciasse a passarlo sulla mia schiena, sentii le sue mani ben oliate sulle mie spalle. Le accarezzò delicatamente, allentando la tensione, e io mi rilassai sotto la sua abile manipolazione dei miei muscoli. Sembrava che avesse usato un qualche tipo di olio riscaldante, perché mi stava lasciando una meravigliosa sensazione di pizzicore sulla pelle.


Dopo che le sue mani mi lasciarono, sentii un liquido caldo gocciolare sulla mia colonna vertebrale fino a scendere in mezzo al mio sedere. Da lì ne sentii una leggera quantità scendere sui peli delle mie cosce, spingendomi a un bisogno impazzito. Spinsi in avanti le mie anche, ma non c’era sollievo, niente a cui andare incontro, e i miei lamenti adesso erano di frustrazione.


Non potevo rilassarmi, non fino in fondo, neanche mentre le sue mani andavano giù e continuavano a lavorare la mia schiena, lungo la mia spina dorsale e i miei bicipiti, arrivando fino alla vita e scendendo, accarezzando gentilmente la pelle che fino a poco prima aveva fustigato.


“Stai bene, Jesse?” mi domandò, per controllare.


Annuii. “Ottimo.”


Per lunghi momenti fui lasciato solo di nuovo con il suono dei miei respiri, affannati a causa del bavaglio, e la sensazione dell’aria nell’attico che raffreddava la mia pelle oliata. Doveva essersi tolto gli stivali perché non lo sentii avvicinarci, perciò il dolore del frustino sul mio culo mi fece urlare e divincolarmi dai miei legacci.


Invece di continuare a darmi corpi forti e dolorosi, cominciò a passare il fondo della pelle del frustino sulle parti più sensibili del mio corpo: la pianta dei piedi, sotto le braccia, le costole, proprio sopra l’ombelico, l’incavo dove le mie chiappe incontravano le cosce, l’interno coscia.


Stavo tremando dal bisogno e avrei implorato il suo tocco se fossi stato in grado di parlare. Poi risistemò le mie ginocchia in modo che fossero più aperte e cominciò a toccarmi lo scroto con il frustrino.


Grazie alle corde non saltai su, ma ci provai lo stesso. Le sensazioni cominciavano a essere troppe per me e avevo paura che avrei raggiunto l’orgasmo solo da quelle. Poi il Padrone cominciò ad alternare colpi più leggeri con frustrate più forti e sentii che mi immergevo ancora di più nel sottospazio.


“Oh, e puoi venire quando sei pronto,” mi fece presente il Padrone sovrappensiero e io sospirai di sollievo. Non mi stavo avvicinando all’orgasmo ma appena mi rilassai, lo sforzo di trattenermi divenne chiaro.


Il Padrone continuò a colpirmi le palle con il frustino e si chinò in avanti, prendendomi il cazzo in mano, anche se era scivoloso a causa dell’olio. Ci vollero solo pochi tocchi per farmi venire, mentre urlavo nel bavaglio. Fu così intenso che rimasi a tremare e a essere scosso in tutto il corpo. Il Padrone mi tolse velocemente i lacci del bavaglio e mi accarezzò i capelli, permettendomi di calmarmi piano.


Quando ebbi fatto, sdraiato languidamente sulla panchina, mi sistemò in modo da liberarmi dai lacci, lasciando solo le manette ai polsi e il collare. Le sue mani erano sempre sulla mia pelle, facendomi capire che era vicino e si stava prendendo cura di me. Era questo atto di sottomissione di cui mi beavo: qualcuno che mi amava profondamente e che si prendeva cura di me.


Sapevo che la sessione poteva finire a questo punto, visto che entrambi avevamo ottenuto l’orgasmo e avevamo accontentato i nostri rispettivi bisogni. Alcuni giorni le nostre sessioni finivano a questo punto, senza alcun bisogno di penetrazione. Ci andava bene a entrambi. C’erano giorni in cui mi trovavo ad agognare letteralmente il suo tocco e la sensazione di completamento che mi dava quando mi scopava e altri in cui non ne volevo sapere. Ma il punto di essere un sottomesso è assecondare il desiderio di un altro, quindi una volta che fui libero dai miei legacci mi alzai sui miei piedi instabili e misi di nuovo le mie mani dietro la testa.


Il Padrone si chinò in avanti e mi diede dei baci leggeri sulla bocca, poi sui segni dove c’erano stati i legacci del bavaglio, facendomi passare il dolore nei punti dove avevano marcato la pelle. Ero pronto a qualsiasi cosa volesse farmi.


“In ginocchio, Jesse,” mi comandò, con voce sommessa ma autoritaria, e io obbedii immediatamente, mettendomi giù mentre mantenevo la mia posizione con le mani dietro il collo. “Tutte e quattro.”


Mi chinai in avanti e mi tenni perfettamente fermo mentre girava intorno a me lentamente. Poi, con uno schiocco delle dita che indicava che avrei dovuto seguirlo, camminò verso la puleggia alla mia destra. Il Padrone è stato il primo a usare il bondage in sospensione su di me e, benché la mia prima esperienza fosse stata vagamente terrificante, avevo imparato ad amarlo.


C’erano molti modi diversi in cui poteva legarmi; per alcune delle forme più intricate di bondage potevano essere necessarie alcune ore. Il Padrone era molto bravo in diversi tipi di shibari – bondage con corde – e gli piaceva tenermi sempre attivo, manipolando il mio corpo in diverse posizioni ogni volta che giocavamo.


Il Padrone mi fece alzare nuovamente e, una volta che fui stabile, abbassai gli occhi verso il pavimento. Mi fece tenere le braccia in alto mentre mi legava la corda attorno al petto e alla parte superiore del corpo e questa semplice richiesta mi fece bruciare i bicipiti dallo sforzo. Dopo che il primo punto del gancio di sospensione fu legato, abbassò le mie braccia e ammanettò i miei polsi insieme, in modo che fossero tenuti sulla parte inferiore della mia schiena. Da lì, un altro pezzo di corda fu legato fino alle mie spalle, attorno al mio sterno e alle braccia, legandole dietro di me.


I due pezzi di corda furono lasciati sul pavimento e il Padrone li lasciò alla mia vista per un momento, tornando con altre due paia di manette di pelle che furono chiuse proprio sopra le mie ginocchia. Altre due corde furono poi legate a quelle manette; ero pronto.


Il Padrone prese in mano tutte e quattro le corde e con grazia se le gettò dietro la spalla, togliendole dal mezzo, mentre mi aiutava a sedermi di nuovo. Allora il sistema di pulegge fu abbassato fino a qualche metro sopra di me e il Padrone passò a legare tutte le corde insieme attraverso l’anello di acciaio e, ancora una volta, a un secondo punto ‘di sicurezza’ sul soffitto. Tirò su le mie gambe in modo che non toccassero il pavimento e le separò. Potevo ancora chiuderle ma perché avrei dovuto farlo?


Una volta che fu soddisfatto di com’ero legato, il Padrone spinse il bottone sulla puleggia per tirami su, fermandolo quando mi trovai all’altezza perfetta per farmi scopare da lui. Si allontanò dal mio fianco per lunghi momenti, lasciando che mi abituassi alle corde, guardando il soffitto nero mentre cambiava la musica rock in qualcosa di più pesante, più forte, adatto a scopare. Quando tornò, riuscii a vedere un brillio argentato nella sua mano e mi prese il mento, alzandolo in modo che lo potessi vedere, facendo oscillare una catena davanti ai miei occhi. Stava ridacchiando. Erano pinze per capezzoli.


Naturalmente sapeva quanto dannatamente sensibile fossi in quella zona. Lo guardai male mentre passava i suoi palmi sul mio petto per far inturgidire i capezzoli e ridacchiò ancora vedendo la mia espressione.


“Oh, Jesse, dovremo proprio toglierti questo cazzo di atteggiamento.”


E… ero duro di nuovo. Il Will dominante, il mio Padrone, era sexy come pochi.


Non fece veramente male quando attaccò le pinze, era più una specie di pressione consistente, che in realtà era molto piacevole, un po’ come se stesse costantemente pizzicando in modo dolce i miei capezzoli. Grugnii quando si allontanò e lasciò la catena sul mio petto.


È passato troppo tempo dall’ultima volta che mi ha scopato era tutto ciò a cui riuscivo a pensare. Proprio troppo tempo.


Mi strofinò l’ano con un dito leggero, stuzzicando tutta l’area finché non mi dimenai tra le corde, implorandolo silenziosamente per avere di più. Ridacchiò sommessamente e aggiunse del lubrificante freddo e bagnato mentre infilò il primo dito fino alla nocca. In qualche modo fu peggio così, perché volevo il suo cazzo, non il suo dito, anche se apprezzavo il suo bisogno di prepararmi. Più lubrificante e un altro dito mi fecero gemere e lamentare a voce alta, facendomi guadagnare uno schiaffo forte e doloroso sul mio culo.


“Silenzio,” mi rimproverò il mio Padrone e strinsi i denti per evitare i suoni d’implorazione che mi uscivano dalla gola.


Girò le sue dita e le inserì tutte dentro di me, spingendo varie volte prima che un terzo dito si andasse ad aggiungere agli altri due. Nonostante il mio precedente orgasmo, le mie palle facevano male perché volevano essere liberate un’altra volta e dovetti fare appello a tutto il mio autocontrollo per rimanere silenzioso e calmo sotto il tocco delle sue abili dita.


Finalmente, finalmente, il Padrone rimosse le sue dita e appoggiò la testa del suo cazzo sulla mia entrata. La sua presa sulle mie anche era quasi dolorosa e si muoveva lentamente, torturandomi, spingendo appena dentro di me e poi fermandosi, poi spingendo ancora e fermandosi di nuovo.


“Per favore, Padrone, per favore” lo implorai, guadagnandomi tre altre forti sculacciate sul culo, una per ogni parola, che potrebbero essere state ciò che comunque volevo.


“Cosa vuoi?” mi domandò.


“Voglio che mi scopi, per favore, Padrone,” gli risposi.


Mi schiaffeggiò di nuovo, ma mi stava già piacendo e poi si ficcò per tutto il resto della sua lunghezza dentro di me. Il cuore mi stava battendo così forte in petto e il respiro mi usciva affannato, ma essere riempiti da lui era fantastico, quindi potevo dimenticarmi di tutto il resto.


In quel momento gli appartenevo, totalmente, completamente, ero consumato da lui. Non importava nient’altro, nessun altro tranne l’uomo dietro di me, che mi portava in tutto un altro livello di eccitazione, sesso e desiderio, spingendo il suo corpo nel mio, ancora e ancora, forzandomi a sottomettermi a livello fisico, emotivo e mentale.


Il suo braccio strisciò sul mio corpo e si chinò su di me, raggiungendo la catena che collegava le due pinze ai miei capezzoli e tirandole con una mossa veloce. Urlai mentre il sangue raggiungeva quell’area, in parte dal dolore ma soprattutto dall’improvviso bisogno.


La mia schiena s’inarcò e lui colpì un nuovo punto dentro di me e io venni così dannatamente forte, con il suono del suo orgasmo che seguiva il mio. Continuò a spingere, lentamente e molto profondamente per prolungare il piacere finché poteva, anche se ero così esausto che avrei potuto addormentarmi proprio lì, nel mio piccolo nido di corde.


Il Padrone rilasciò subito le mie gambe, togliendo le corde in modo che potessi poggiare i piedi a terra per stabilizzarmi. Mi strofinò la parte inferiore della schiena con un gesto veloce e rassicurante e poi mi aiutò a mettermi in piedi rimuovendo il resto dell’attrezzatura.


“Come stai, Jesse?” mi domandò dolcemente e mi baciò una spalla.


“Bene Padrone, grazie.”


Era a pochi passi dietro di me mentre afferravo la mia pila di vestiti e mi dirigevo verso il secondo piano, verso il piccolo bagno per gli ospiti, dove di solito mi pulivo.


“Vieni con me oggi?” mi domandò. Era un comando che avrei potuto rifiutare se avessi voluto, ma non c’era ragione perché lo facessi. Più tempo con il Padrone era sempre una bella cosa.


Mi condusse verso il suo bagno e aprì la doccia: era una doccia con stile, con piastrelle e vari getti. C’ero stato una o due volte prima di allora, ma di sicuro non l’aveva resa un’abitudine.


“Entra,” mi disse con un sorriso. Lasciai i vestiti sul pavimento ed esalai un gemito di contentezza mentre l’acqua calda lavava via la patina di sudore e sesso e allentava il dolore dei miei muscoli.


Il Padrone mi seguì e mi attirò tra le sue braccia. L’acqua mi colpiva il petto e lui si riempì i palmi di bagnoschiuma e li passò sulla mia pelle. Anche se il mio cazzo rispondeva al suo tocco, lo ignorai. Questo aveva più a che fare con l’erotismo di lui che mi toccava la pelle. Era una cosa rituale, lui che mi aiutava a pulirmi.


Restituii il favore e il Padrone si pulì in modo rapido ed efficiente e poi mi disse di prendermi tutto il tempo di cui avevo bisogno. Nel bagno degli ospiti di solito facevo lunghe docce, che mi aiutavano a calmarmi e a ritrovare la strada per tornare nella mia pelle. A volte Jesse Ross sembrava una persona totalmente diversa.

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Reviews and Ratings Reviews
by sandra q. Date Added: Friday 25 January, 2013
solo x chi ama le storie molto hot. genere bdsm ma anche storia d'amore.

Rating: 4 of 5 Stars [4 of 5 Stars]