una stanza tutta per sé
Ero caduto vittima di un cliché.
Ognuno di noi ha visto almeno uno di quei film – generalmente una commedia rosa ambientata in un liceo o un college – in cui, quando un personaggio particolarmente affascinante appare sulla scena, le luci si abbassano, la musica diventa sdolcinata e, a seconda del livello della sceneggiatura, agli altri personaggi si forma un filo di bava all’angolo della bocca. Il personaggio in questione fa il suo ingresso in mensa o in biblioteca, la musica parte e tutti i presenti, ma in modo particolare il protagonista, rimangono senza parole – anzi, lobotomizzati - di fronte alla sua evidente sensualità e alla sua natura ultraterrena. La vita, siamo indotti a pensare, non era nulla prima di tale divino evento.
Tuttavia, noi poveri spettatori siamo, almeno all’inizio, tenuti all’oscuro delle complicazioni che l’avvento di una tale bellezza porterà con sé.
E delle complicazioni devono esserci, altrimenti non ci sarebbe storia. Né vita. Né botteghino. Quali rocambolesche e incredibili avventure dovrà superare il nostro eroe per conquistare il ragazzo o la ragazza dei suoi sogni? E ne sarà valsa la pena? Ecco la domanda chiave: ne vale la pena? Perché, se la risposta è ancora sì dopo tutte le scene imbarazzanti, le battutacce sulle scoregge e le freddure, se alla fine siamo veramente affezionati a questi personaggi innaturali e stereotipati, allora arriviamo a perdonare qualsiasi incongruenza possa esserci nella storia. Ognuno di noi in fondo sta solo cercando di trascorrere qualche momento di tranquillità; nessuno si aspetta che una commedia rosa cambi la sua vita.
Logan Brandish. Ecco il mio vero nome. Con un nome del genere ero indubbiamente destinato a diventare uno scrittore, e sono anche abbastanza conosciuto. Sono persino stato capace di ricavare un discreto gruzzolo da quella che, a suo tempo, era sembrata una discutibile scelta professionale. Nonostante le mie vendite siano calate, ho comunque abbastanza successo da farmi offrire pranzi nei locali di grido dal mio editore, la Hillside Books. Specialmente quando vogliono che incontri un nuovo editor.
Bene, adesso che abbiamo finito con le presentazioni, ecco la mia storia.
Per farla breve, mi stavo strafogando: il mio nuovo editor doveva ancora arrivare e io avevo già ordinato metà del menù ed ero al secondo bicchiere di Long Island. In genere sono considerato un bell’uomo – capelli castani ben curati, un viso che è stato definito “cordiale” e un corpo che ha una certa familiarità con le palestre – ma non so dire quanto attraente potessi risultare in quel momento. A mia discolpa, devo dire però che tutti e tredici i piatti sul tavolo erano perfettamente allineati in tante piccole pile. Tengo molto all’ordine e al rispetto delle regole.
Di solito, quando devo incontrare un editor arrivo sempre con un certo anticipo e studio gli appunti del mio nuovo progetto. Ma questa volta i miei appunti erano stati distrutti, da me stesso, in un attacco di rabbia e autolesionismo. Tutto quello che ne era rimasto era un singolo pezzo di carta, che adesso se ne stava appoggiato sul tavolo con una macchia di salsa rosa nell’angolo destro. Succede!
Immagino che fosse proprio per questa ragione che quelli della Hillside Books avevano deciso di affiancarmi qualcuno: avevano intuito le mie difficoltà e pensavano che un editor potesse aiutarmi. Purtroppo, in casi come questo i redattori finiscono per trasformarsi in sergenti istruttori rompipalle, per cui prevedevo l’avvicinarsi di dure battaglie nelle settimane e nei mesi a venire. Quelli della casa editrice dovevano anche aver pensato che se mi avessero fatto incontrare il nuovo collaboratore, un certo Brock Kimble, in un affollato ristorante alla moda, la conversazione non sarebbe degenerata in un battibecco, come era invece successo con il precedente editor. D’altronde, essendo io il tipo di persona che rifugge le manifestazioni pubbliche di collera, avevano sicuramente visto giusto: non avrei rovesciato per terra il golosissimo carrello dei dolci e neppure lanciato piatti contro l’enorme lampadario di cristallo, anche se ammetto che il pensiero mi aveva sfiorato. Ero un bravo ragazzo, non avrei mai rovesciato il vino dentro alla fontana o schiaffeggiato una cameriera solo per essermi passata troppo vicina con il vassoio, ma avevo deciso che non sarei stato neppure troppo accomodante. Sì, avrei mangiato il loro cibo gratuito e bevuto dal calice della corruzione, ma non avrei rivolto neppure un sorriso al loro signor Kimble. La mia tolleranza era ormai come quella maglietta di Kool Aid che conservavo fin dai tempi del liceo e che rifiutavo di gettare via: consunta.
No, il signor Kimble avrebbe dovuto vedersela con le mie risposte secche e sbrigative e con i miei sguardi di sfida. Ero veramente fiero di questa mia strategia, già impostata come un copione nel mio cervello.
Poi, mentre stavo divorando un’ala di pollo come se fosse lei l’oggetto della mia vendetta, caddi vittima del mio cliché: fece il suo ingresso nel ristorante quello che può solo essere descritto (benché in modo inadeguato) come un uomo favolosamente bello. Lo giuro, il silenzio scese sull’intera sala e tutto si immobilizzò, quando lui comparve. Aveva una vita sottile, messa anche in risalto dal completo scuro abbottonato che indossava; le spalle erano larghe e poco sopra di esse, oh, che delizia, c’era un viso così proporzionato e perfetto da farmi venire voglia di ritrarlo all’istante. I capelli e gli occhi erano scuri e nell’insieme era talmente bello che per poco non mi strozzai. Poi mi resi conto di avere ancora l’ala infilata per metà in gola e, idiota, la sputai proprio quando i suoi occhi si posavano su di me. Il pollo atterrò sul piatto con un rumore quasi assordante e il mio viso si incendiò, alimentato dalle fiamme dell’imbarazzo. E sarei pronto a scommettere che anche le orecchie avevano assunto una bella tonalità rosso brillante.
Cominciai a ripetere tra me: per favore, fa che non sia lui. Per favore, fa che non sia lui. Per favore, per favore, per favore, fa che non sia lui.
Purtroppo era lui, e in un attimo mi raggiunse, sorridente. Abbassò gli occhi sul tavolo e sul casino che avevo combinato. “Vedo che ti sei tenuto occupato,” disse. “Belle orecchie.”
Mentre allungavo la mano verso la sua per stringerla, mi sentii soffocare e cominciai a tossire. Un boccone di pollo mi volò fuori dalla bocca e si schiantò sul tavolo, proprio davanti alla sua patta. L’umiliazione più totale. Cerca di non dimenticartelo, Logan.
“Mi dispiace,” dissi, prendendo un sorso d’acqua. Le persone intorno mi rivolgevano sguardi di disapprovazione per aver avuto l’ardire di rischiare di morire in pubblico.
“Nessun problema.” Sorrise e si sedette, appoggiando la valigetta sulla sedia accanto alla sua. “Mi sono state lanciate cose peggiori di un pezzo di pollo rigurgitato. Sono Brock Kimble.”
“Logan Brandish. Ma ovviamente lo sai già, altrimenti non mi avresti riconosciuto subito. Vorrei che avessero dato anche a me una tua foto.” Feci una smorfia. Non suonò benissimo, ma l’implicazione aveva quasi colto nel segno. Perdinci se era bello!
“Ti avrei trovato lo stesso con facilità. Tutti gli scrittori trasmettono quel senso di imbarazzo e inferiorità in pubblico.”
Aspetta un attimo. Cosa?
Posso solo immaginare l’impressione che gli altri dovevano avere di me, lì seduto accanto a lui, che con classe ordinava il suo drink. Aveva un’eleganza innata ed era disinvolto. Lui era Henry Higgins, io neppure all’altezza di Eliza Doolittle. Ero Nell, che ancora sputacchiava pezzi di pollo.
“Sei tu il mio nuovo editor?” gli chiesi. Il mio piano di essere acuto e distaccato era ormai andato in fumo.
Doveva aver già sentito quella domanda e quell’intonazione in passato perché sorrise, e fu come se la sala fosse stata percorsa da un brivido. “Sono entrato alla Hillside come modello per le copertine dei romance, ma dopo aver dimostrato le mie capacità,” si chinò verso di me, odorava di pulito e di fresco, “ed essermi aiutato giusto un poco con altri servizi, ho raggiunto questa posizione. Sono stato in qualsiasi posizione tu possa immaginare, se capisci cosa intendo!”
Aspetta un attimo. Cosa?
Occhi splendenti e sguardo malizioso. “Io credo nell’onestà totale; è importate che tu sappia questo di me, Brandish. Oppure Logan? Meglio Logan. Nel corso delle prossime settimane potrà capitare che le mie critiche feriscano i tuoi sentimenti, ma vorrei tu sapessi che io ci sarò anche per incoraggiarti. Faremo in modo che tu torni a decollare, vedrai. Sarò come Enrico V, ti scorterò alla vittoria… o qualcosa del genere. Non sono sicuro per quale motivo Enrico V sia famoso, oltre all’essere interpretato da Kenneth Brannagh. Allora, cos’hai da mostrarmi?”
“Ehm… io… ho qualche difficoltà…”
Spalancò le braccia. “Ecco perché io sono qui. Non hai nulla?”
Le mie dita si mossero verso il misero, patetico pezzo di carta appoggiato sul tavolo. Lo prese e lo lesse:
“La trireme navigava in alto mare.”
Osservò il foglio per un po’ di tempo, poi lo girò come se sperasse di trovarvi qualche altra cosa scritta dietro.
“Tutto qua?”
“Beh, c’era qualcos’altro…”
“Qualcosa di meglio, o qualcosa come questo?”
Non sapevo cosa rispondere: il fatto è che dopo la distruzione dei miei appunti non ero stato capace di andare oltre la prima frase. (C’era una volta una trireme che proveniva dal Kent. La trireme Irene aveva diciassette bambini. Le trireme sono delle navi molto molto grosse spinte da glutei sodi e irritati. “Tutti a bordo!”). È la prima frase a mettere in moto la storia, è il pulsante di accensione di ogni nuovo manoscritto. Nel mio caso, sfortunatamente, la prima frase di ogni nuovo lavoro è qualcosa di simile al far uscire un pallone da basket dall’uretra.
Feci spallucce e gli rivolsi un mezzo sorriso. A volte questo espediente mi aveva tirato fuori dai guai; ero la quintessenza dell’American-boy, la gente cantava rivolta verso di me quando alle partite veniva suonato l’inno nazionale.
“Hmmm, è pur sempre un inizio.” Mi restituì il foglietto. “Sai qualcosa sulle galere?”
“No.”
“Allora mi sa che dovrai metterti a studiare, sai?” Si chinò verso di me e continuò, con voce tonante, “Perché è certo come l’inferno che io non ne so niente e non ho la benché minima intenzione di farmi una cultura in proposito. Ci siamo capiti vero, fenomeno?”
Era un idiota. Un bellissimo idiota.
Un cameriere giovane e attraente si avvicinò con il drink di Kimble e io notai che si scambiarono un lungo sguardo. Fu allora che lo stomaco mi sprofondò e le palle si ritirarono nell’addome: seduto di fronte a me c’era il più affascinante uomo gay di sempre e io avevo di proposito compromesso ogni possibilità di approfondire la nostra conoscenza. Mi aveva anche fatto i complimenti per le orecchie! Inoltre, con la scena del pollo gli avevo sicuramente fatto sparire l’appetito vita natural durante, e non avrebbe comunque potuto ordinare, visto che il tavolo era già ingombro dei miei piatti.
Il cameriere mi rivolse uno sguardo disinteressato e chiese se desiderassi altro.
Vai via, cucciolo. Vai via.
“Ho letto il tuo blog,” disse Brock. “Molto divertente e arguto.”
“Non mi paragono certo a Noel Coward.”
“Mai sentito. Nome sfortunato però . Tornando al blog, come ti ho detto lo trovo interessante, ma dovresti prendere in considerazione l’idea di togliere i link a certi siti malandrini. Mi capisci vero? Intendo i blog pornografici e gli uomini nudi.”
Ma come osava?
“Vogliamo che l’attenzione sia puntata esclusivamente su di te e non che i visitatori del tuo sito siano distratti dalle belle foto. Vogliamo che rimangano lì e non che clicchino via all’inseguimento del primo paio di chiappe che vedono.” Proprio in quel momento quelle del nostro bel cameriere gli passarono accanto e Brock Kimble non poté fare a meno di seguirle con lo sguardo.
“È il mio blog, una specie di diario. Ci posto quello che mi interessa.”
“Questo l’ho capito, so cos’è un blog. Tuttavia, il Signore non ne sarebbe contento.”
Mi cadde letteralmente la mascella.
“Scherzetto,” disse con un sorriso incredibilmente malizioso.
Stava percorrendo con lo sguardo il ristorante alla ricerca del bel camerierino, lo stesso al quale avevo appena tirato uno schiaffone mentale. “Seriamente però, prendi in considerazione l’idea di rimuovere quei link.”
“Abbiamo finito?” gli chiesi, facendo del mio meglio per apparire irritato.
“Certo. Vuoi che ti aiuti a ripulire il blog?”
“No che non lo voglio! Non credo che tu mi piaccia, Kimble.”
“Bene, così puoi smetterla di preoccuparti di cosa penso di te.”
Mi gelai. Come poteva saperlo? Come aveva fatto a indovinare quanto io mi sentissi imbranato di fronte a lui?
I suoi occhi si fissarono in quelli del cameriere. “Ho un altro appuntamento,” disse, “e tu devi fare i compiti.”
Rimasi seduto fingendo di non prestare attenzione al mio nuovo agente che usciva seguito dal ragazzo. Nelle mie fantasie più sfrenate mi precipitavo dal cameriere e prendevo a calci il suo bel culetto, prima di farlo licenziare per aver flirtato con un cliente e per aver cercato di rubarmi l’uomo; dopodiché io e Kimble avremmo preso una suite dove avremmo scopato come conigli. Le attività amorose della mia immaginazione erano sempre molto eccitanti, peccato che la vita non fosse neppure paragonabile alla fantasia. Nella vita reale i baci non sono mai così dolci e il buco del culo si allarga solo fino a un certo punto.
Vivevo in una grande casa in stile vittoriano lungo una via residenziale di Adbury, insieme alla mia amica Janey Caster. Ci eravamo conosciuti al college ed eravamo diventati grandi amici fin da subito, adattandoci rapidamente ai rispettivi bisogni. La zona in cui vivevamo era carina: di classe ma non snob, e c’erano pochi bambini. Sul retro della casa c’era un giardino che cercavamo di far sopravvivere, anche grazie ai suggerimenti dell’esuberante signora Grace Allenson, una vecchietta simpatica, benché a volte un po’ impicciona, che viveva dall’altra parte di un piccolo steccato bianco. Io e Janey avevamo anche un persiano che avevamo chiamato Pappa al Gatto. All’epoca della scelta quel nome ci era sembrato eccezionalmente arguto: Janey era ubriaca, buon per lei, ma io non avevo proprio scuse.
Di tanto in tanto, e con nostro grande diletto, la via – East Second Street - sembrava essere terreno di uno scontro tra Mormoni e Testimoni di Geova. Era una cosa ridicola, bizzarra e – ne eravamo convinti – assolutamente plausibile. Talvolta due gruppi di rappresentanti delle rispettive fedi s’incrociavano su lati opposti della via, e in quei casi la signora Allenson si godeva lo spettacolo come se fosse a un incontro di pugilato.
“Guarda come si squadrano,” mi disse una volta mentre stavamo parlando separati dallo steccato davanti a casa. “Credi che assisteremo a una santa rissa?”
Aveva ragione, e per quanto assurdo possa sembrare mi aspettavo quasi di vederli scrocchiare le dita mentre cominciavano a cantare, una specie di scena tagliata da West Side Story.
Quel giorno entrai in casa e trovai Janey esattamente dove mi aspettavo che fosse: in ginocchio sul divano sotto alla finestra, intenta a osservare un gruppo di Mormoni che andavano di porta in porta lungo la strada. Pappa al Gatto era raggomitolata accanto a lei in una pozza di sole che era riuscita a filtrare tra i rami degli alberi. Janey indossava i suoi pantaloncini blu preferiti e una maglietta bianca striminzita. I suoi capelli ramati erano racconti in una coda disordinata e stringeva in mano uno Snickers mangiato a metà. Adorava gli Snickers, invece i Milky Way le facevano schifo. Chissà poi perché!
“Ciao, ragazzo,” disse senza staccare gli occhi dai Mormoni. “Non ci crederai ma ci hanno saltato di nuovo. Perché continuano a ignorarci?”
“Sinceramente non me ne importa proprio niente.” Sospirai come se fossi appena rientrato da un lavoro particolarmente spossante.
“A me sì, invece! Nessun Mormone o Testimone di Geova ha mai bussato a questa porta da quando ci siamo trasferiti. Perché diavolo non lo fanno? Siamo peccatori esattamente come tutti gli altri, perché non stanno cercando di convertirmi? Sono tremendamente offesa,” disse, addentando la barretta.
“Vai a dirglielo allora. Faresti meglio a toglierti quei vestiti e a renderti presentabile, però.”
“Darò loro ancora un po’ di tempo, forse si stanno solo preparando. Forse la mia anima è così nera che si rendono conto di dover usare tutte le risorse possibili.”
“Sì, scommetto che è proprio così.” Mi lasciai cadere sul divano accanto a lei, mentre Pappa al Gatto mi rivolgeva uno sguardo infastidito.
Janey non era il tipo che si lasciava ignorare; quando voleva qualcosa faceva in modo di ottenerla, e anche con gli interessi.
Circa un anno prima aveva scoperto che una stella del cinema degli anni ’30, una specie di Irene Dunne, era cresciuta in una vecchia casa proprio in fondo alla nostra via. La casa era cadente e abbandonata e Janey aveva dato il tormento all’Associazione Storica fino a che non l’avevano ristrutturata, convincendoli che avrebbe potuto essere una meravigliosa attrazione turistica: i patiti dei vecchi film l’avrebbero adorata. “È stata candidata a cinque Oscar!” aveva urlato in faccia al presidente, una bigotta presuntuosa di nome Della, che tra l’altro era anche un avvocato. “E tu quanti ne hai vinti?” Della aveva finalmente ceduto, ma non prima che Janey avesse improvvisato un articolo sul quotidiano locale in cui la inseriva tra i membri dello studio legale Gesù, Maria & Giuseppe.
“Come è andato l’incontro con il nuovo editor?” chiese. Aveva un viso minuto, delicato, con grandi occhi verdi e sapeva essere amabile ma anche manipolatrice.
“Non mi piace. È molto carino, ma non mi piace.”
“La stessa sensazione che ho io verso quei Mormoni: sono carini ma non mi piacciono.”
La verità però era che avrei dato volentieri la mia palla destra per essere io quello che aveva lasciato il ristorante in compagnia del bel Brock. Pensare a lui, a quel corpo elegante sotto al vestito altrettanto di classe, fece sollevare i miei pantaloni sul davanti, mentre Pappa al Gatto mi osservava e mi giudicava.
“Curtis sta arrivando,” dissi, alzandomi dal divano. “Digli che sono nella mia stanza.”
“Stanne certo. Non lo voglio qui accanto a me mentre faccio stalking, rovinerebbe tutto il divertimento.”
“Janey, non è così male.”
“Logan, tesoro, il tuo ragazzo è di una noia mortale.” Sedette composta sul divano e mi guardò. “La settimana scorsa mi ha intrappolato in cucina e ha tenuto un’interessantissima conferenza sulle scatole di cartone.”
Sì, uscivo con un venditore di scatole di cartone ed era interessante esattamente quanto uno si immagina. Lo avevo conosciuto quando avevo avuto bisogno di un scatola per spedire a mia madre Lucille dieci copie firmate di uno dei miei libri. Tutti i suoi amici ne chiedevano sempre una, ammesso che poi lei si ricordasse di consegnarle, ma questo è un altro discorso. Curtis, quel giorno, in negozio, mi guidò nella scelta e fu così che cominciò la nostra relazione.
“È dolce,” dissi, camminando verso le scale.
Curtis Little, capo del Little Boxes Big Store, ecco tutto quello che sapevo di lui. Anche quando mi capitava di fargli visita al negozio cercavo sempre di svignarmela in fretta. Scatole di cartone, voglio dire, chissenefrega? Cercavo solo di tenere sempre a mente che era un uomo molto dolce e che questo doveva pur contare qualcosa. In fondo meglio un tipo dolce come Curtis che uno irritante come il bellissimo Brock Kimble. Mi aggiustai l’erezione ed entrai in camera.
Avevo trasformato la mia stanza, da biblioteca o ufficio o qualunque fosse il suo uso originario, in qualcosa di molto meno severo, o almeno ci avevo provato: non c’è più di tanto che uno potesse fare per renderla accogliente. La stanza aveva un soffitto decorato molto alto e due grandi finestre, davanti alle quali due librerie in rovere moro si aprivano ad angolo, come braccia che invitavano alla lettura. Erano stipate di libri, appunti e qualsiasi altro oggetto che non avesse un proprio posto definitivo, ma ogni cosa era ordinata e facilmente rintracciabile: i libri in ordine alfabetico per autore, i CD per artista. La mia scrivania era direttamente davanti alle librerie ed era lì che si trovava anche il portatile che usavo per scrivere. Io dormivo dall’altra parte della stanza, in un vecchio letto a slitta che avevo trovato in casa. Cercavo di non pensare a tutto il sesso fantasma che quel letto aveva visto, ma alla fine dei conti era sempre meglio che dormire su un materasso usato da sconosciuti, oppure no?
Accesi il portatile e feci finta di scrivere.
Dieci minuti dopo Curtis, vestito come al solito di marrone e bianco, era sulla soglia. Non sarebbe mai entrato in una stanza senza essere invitato e non si sarebbe mai annunciato con un colpetto di tosse, così se non mi fossi accorto di lui sarebbe rimasto lì, perfettamente immobile, per chissà quanto tempo, mimetizzandosi alla perfezione con il legno. Avrebbe potuto dire qualcosa per attirare la mia attenzione, ma la sua voce era così bassa che difficilmente lo avrei sentito dall’altra parte della stanza.
Era un ragazzo comune: niente di eccezionale e niente di orribile. Era Curtis, era sempre sorridente e spesso si aggiustava gli occhiali sul naso. Aveva un taglio di capelli corto e ordinato, e qualche volta, quando rideva, gli fischiava il naso. Fisicamente aveva un solo attributo che spiccava, che parlava addirittura: il fondoschiena. Aveva un bel sederino rotondo e sapeva esattamente come valorizzarlo, anche se non intenzionalmente.
Sorrisi. “Entra pure, Curtis.” Mi resi conto che avevamo l’abitudine di rivolgerci l’uno all’altro come semplici conoscenti. Neanche amici, ma conoscenti.
“Ma come ho fatto ad accaparrarmi l’uomo più talentuoso, bello e meraviglioso dell’intero stato?” disse, avvicinandosi con la sua andatura dinoccolata e dandomi un bacio sulle labbra. “Ti ho portato qualche articolo della nuova linea.”
Mi porse alcune piccole scatole ancora schiacciate. Curtis mi portava sempre delle scatole, talvolta anche con dei colori sgargianti.
“Venderanno un sacco.” Non avevo mai visto qualcuno eccitarsi così per delle scatole. Amava il suo lavoro. Per quanto strano ciò potesse apparire agli occhi di chi lo conosceva, lui amava le scatole.
Lo baciai di nuovo e lasciai che le mie mani scivolassero sulla sua schiena verso quel culo magnifico, fino a stringerlo tra le dita. Lo sentii diventare duro, ma se ciò dipendesse delle mie carezze o dal suo pensare alle scatole non saprei dirlo, né al momento me ne preoccupavo. Tra un bacio e l’altro Curtis continuava a descrivere, con il fiato corto, la sua nuova linea: di quale materiale fosse fatta, quanto fosse resistente, la gamma dei colori. Io volevo solo scopare e, Dio lo benedica, il suo blaterare stava cominciando a infastidirmi.
“Domani notte su PBS trasmetteranno un documentario sulla produzione delle scatole, dovremmo guardarlo…”
Lo spinsi sul letto e tirai gli elastici del suo sospensorio, sbavando al pensiero del suo culo. Le mia dita lo scavarono, lasciandogli segni vermigli sulla pelle. Ecco quello che volevo: il rischio nei toni del rosso e del viola, i graffi nella carne.
“Ahi!” urlò e si fermò immediatamente. “Tesoro, mi hai fatto male. Potremmo essere un po’ più delicati?”
Ecco, usava spesso il plurale maiestatis e per me era come lo scorrere delle unghie su una lavagna.
“Scusa, dolcezza,” dissi, mentre gli abbassavo i pantaloni e il sospensorio con più tenerezza, ma con meno passione. Il mio desiderio era andato.
Lui invece era ancora duro: Curtis non deludeva mai in quell’area. E aveva anche un uccello di tutto rispetto, proprio come lui: imbalsamato, rigido e sempre pronto ad aiutare, gli mancavano solo gli occhiali. Il problema, vedete, era che Curtis non era mai stato un esperto nell’usarlo. Io non ero certo un Casanova, ma almeno possedevo una certa dose di immaginazione. E Curtis? A Curtis piacevano le scatole.
In ogni caso cercai di farmelo ritornare duro. Gli massaggiai un po’ l’uccello, passandoci anche la lingua di tanto in tanto, poi gli tirai gentilmente le palle.
“Ahi!” gridò ancora. “Il mio scroto! Tesoro, sei arrabbiato con me? Non possiamo farlo normalmente, come sempre?”
Normalmente, sì. Normale, sicuro e noioso, ecco Curtis. Sorrisi. “Certo.”
E fu così che lo facemmo: esattamene come voleva lui. Ma qualcosa scattò dentro di me, qualcosa che riconobbi solo molto tempo dopo.
Quando, a sera inoltrata, Curtis andò via sembrava soddisfatto, quasi quasi mi aspettavo che mi dicesse “Bravo, ben fatto!” con un buffetto sulla testa, come se avessi fatto il mio dovere. Mi sciacquai la bocca e mi preparai un drink: mi aspettava una nottata di ricerche nautiche.
Nei miei romanzi cercavo sempre di parlare di cose che conoscevo almeno un po’: il college, la vita nei piccoli centri, i vicini e via di seguito, la vita dell’America di questi primi anni del nuovo secolo raccontata con un poco di satira e, speravo, di veleno. Non mi ero laureato con l’unico scopo di passare ore e ore a leggere le parole scritte da altre persone, i resoconti altrui delle avventure di vecchi marinai. Eppure eccomi lì, ad esplorare Internet con il mio machete invisibile come se fossi il fratello ritardato di E. L. Doctorow o il cugino geloso di Mary Renault . D’altronde, se decidi di scrivere un romanzo storico devi metterci dentro degli avvenimenti storici, a meno che tu non sia Dan Brown. Ops, questa era cattiva, tanto figurati se gli capita di leggere qui!
Si trova un sacco di roba su Internet a proposito delle vecchie navi da guerra: galee, trireme e via di seguito. Visitai tutti i siti più importati alla ricerca di notizie interessanti. La verità, comunque, è che non importa quanto tu possa essere interessato a un argomento, non importa quanto tu sia appassionato, dopo un po’ si tratta solo ed esclusivamente di lavoro. Di tanto in tanto, però, mi imbattevo in qualche pagina a tema erotico: gli antichi sembrano ispirare un vasto immaginario sessuale. Il tempo è un grande romanziere, anche di letteratura gay, come la chiamano al giorno d’oggi. Queste pagine, comunque, tennero acceso il mio interesse molto più a lungo del dovuto, in fin dei conti avrei dovuto impiegare il mio tempo a fare delle ricerche e non ad ammirare schiavi muscolosi e perfidi imperatori.
Perché avevo scelto di scrivere un romanzo storico ambientato su una galea? Non sapevo nulla del mondo antico se non quello che avevo imparato da History Channel, e avevo sempre avuto l’impressione che quel canale non fosse particolarmente affidabile. D’altro canto la storia, nel mondo moderno, è una musa truccata che assomiglia più a una sirena pop che a una mezza dea un po’ troia. Se cerchi qualcosa con un po’ di sostanza devi scavare e io mi chiedevo perché mai avessi scelto un argomento che mi obbligava a fare delle ricerche. Poi lo ricordai: era stato un istinto irrefrenabile. Volevo cimentarmi in qualcosa di nuovo ed espandere i miei orizzonti. A sentirne parlare potrebbe sembrare un progetto degno di ammirazione, ma mi ero ritrovato come al centro di una distesa immensa, ed ero troppo pigro per affrontarla.
Guardai l’ora: le due di notte. Decisi di andare a letto, salvai su una chiavetta tutti i dati che avevo raccolto e spensi il portatile. Mi appoggiai allo schienale della sedia e mi stiracchiai. La mattina seguente sarei potuto tornare alla mia amata routine. Ogni giorno uguale al precedente, con solo qualche piccola variazione di tanto in tanto. La mia vita ruotava intorno alla quotidianità e agli elenchi. Erano attaccati al muro, ripiegati nei libri, salvati sul portatile; elenchi di cose da fare, posti da vedere prima di morire, e, naturalmente, schemi o mezzi schemi di possibili libri. Qualche volta mi capitava addirittura di trovarne uno e non ricordare più a cosa si riferisse. Avevo anche un mucchio di liste di possibili viaggi; non ero un viaggiatore, ma mi sarebbe piaciuto diventarlo. E in più li conservavo tutti perché non si può mai sapere. Mi si potrebbe definire un maniaco degli elenchi, in un certo senso.
La mia routine quotidiana era impressa a lettere di fuoco nel mio cervello:
sveglia (importante)
stretching
controllo di mail e messaggi
colazione
telegiornale del mattino (ma non troppo per non rovinarsi la giornata)
palestra (ogni giorno della settimana aveva la sua lista di esercizi)
scrittura fino a…
pranzo
navigazione in Internet, generalmente porno
cardio-fitness
scrittura
un po’ di TV
cena
scrittura
caffè
chat online
preparazione per la notte
sega
Queste erano le mie giornate: tranquille e definite, delle gran boccate d’aria. Curtis naturalmente saltava fuori di tanto in tanto, ma riuscivo a inserirlo nella routine. Ecco perché lui era perfetto per me: si amalgamava bene con la mia vita. L’ho già detto che si amalgamava?
Tuttavia qualche volta, e più spesso in quel particolare momento della mia vita, sdraiato, di notte, da solo sul letto (Curtis raramente dormiva da me) mi chiedevo in che modo la mia vita sarebbe stata diversa se avessi avuto accanto persone diverse in un posto diverso. Magari accanto a Brock Kimble nel suo vestito perfetto, e magari in un luogo dove non ero mai stato.