Capitolo Uno
"Ehi, coach! Dove sono i palloni da basket?"
Jake Campbell alzò lo sguardo dal suo blocco per gli appunti e socchiuse gli occhi in direzione di Jeremy: giovane, un running back . Si prese un momento per trovarlo nella sua personale catalogazione dei ragazzi che conosceva di vista, per nome, per classe e per posizione: tutti quelli che avevano giocato in una squadra che lui aveva allenato tra i diversi sport.
“Non stiamo giocando a basket, oggi,” replicò controllando il foglio delle presenze che Jeremy aveva appena firmato.
“Oooh, dai! Dobbiamo correre?”
“Ci puoi scommettere,” rispose Jake con voce strascicata e un sorriso compiaciuto. “Fuori,” aggiunse con un certo gusto. “Al freeeeeeddo.”
Le spalle del ragazzo si piegarono verso il basso, poi lui si diresse verso le uscite della palestra che portavano al campo da football e alla pista circolare. Jake sorrise e scosse la testa, spuntando i nomi di quelli che uscivano dagli spogliatoi, uno per uno.
Il coach apprezzava il suo lavoro alla Parkview High. Lui piaceva ai ragazzi e loro piacevano a lui, almeno la maggior parte. Aveva allenato tutte le squadre: football, wrestling e baseball. E aveva vinto. Lì in Georgia vincere era un grande affare.
I ragazzi avevano solo due ore o giù di lì di riscaldamento prima che Jake dovesse affrontare il suo vero lavoro. Non era cambiato niente da quando anche lui, come studente, aveva camminato su quel parquet anni prima: a nessuno importava abbastanza dell’Educazione Fisica in una scuola superiore per cercare di cambiare le cose. Sbuffò spuntando l’ultimo nome sulla lista. Le selezioni per la squadra di baseball sarebbero iniziate quel giorno. Ancora due ore di quella obnubilante ripetizione e finalmente sarebbe stato in grado di arrivare alla roba veramente buona.
“No, Carolyn. Non è possibile presentare una petizione della PETA per ottenere una dispensa dalla dissezione della rana. La rana è già morta e si è donata alla scienza. Non lasciate che il suo sacrificio sia stato vano,” disse Brandon Barlett, scuotendo la testa mentre camminava verso la parete principale del laboratorio, guardando gli studenti infilarsi i guanti in lattice e le maschere di stoffa.
“Jimmy, niente fuoco oggi. Spegni il Bunsen,” commentò distrattamente, udendo uno sbuffo stizzito e il fruscio leggero della fiamma alimentata a gas che si spegneva. Corresse la taratura dello strumento per Callie e andò alla lavagna.
Brandon estrasse gli occhialetti dal taschino della camicia e li inforcò mentre guardava i materiali per la didattica. “Avete tutte le indicazioni per la dissezione e, credetemi, non è cambiato niente da ieri. Sì, Kelly?”
“Professor Barlett, che succede se mi macchio l’uniforme?” domandò la cheerleader.
“Ci sono dei grembiuli nell’armadietto. Sarebbe una misura di sicurezza intelligente,” replicò. “Drake?”
“Come prima cosa posso tagliare la testa?”
“Il taglio della testa all'inizio è forse scritto nelle istruzioni?”
“No, professor Barlett.”
“Stiamo tentando la sorte, non seguendo le indicazioni?”
“Cosa potrebbe succedere?”
“Sfregare bene il vassoio per la dissezione ogni pomeriggio per una settimana.”
“Ok, non credo che taglierò la testa.”
Brandon roteò gli occhi. Matricole. Non più con gli occhi spalancati e spaventati, non ancora abbastanza maturi per avere fiducia nel loro buonsenso. “Ottima scelta.”
Mentre gli studenti finalmente si mettevano al lavoro, annotò i loro nomi sul libro delle presenze, registrando anche l’assegnazione delle attrezzature per ogni coppia. Alzò lo sguardo, un mezzo sorriso sul volto. Questo era il suo laboratorio. Dopo quasi dieci anni di insegnamento, venticinque domande di sovvenzione e un buon numero di dispute con il committente e il consiglio scolastico, alla fine avevano deciso di costruire quell’impianto di grandi dimensioni.
Era orgoglioso del suo lavoro alla Parkview High, tanto più perché si trattava del suo liceo: aveva camminato per quelle stesse sale per quattro anni e si sentiva come a casa, anche se gli studenti erano ogni anno più giovani. Aggrottò la fronte guardando verso il banco delle cheerleader. Non che si sentisse vecchio, ma...
Dando una scorsa al programma, Brandon decise di prendersi una pausa alla fine, prima dell’ultimo blocco. Aveva saltato il pranzo – dimenticato nel frigo di casa – e doveva scappare dall'aula per non perdere le proprie facoltà mentali. Sollevò la testa per vedere le viscere di rana che Drake e Aaron si stavano lanciando a vicenda e sospirò. Alcuni giorni poteva sentire il suo cervello scivolare fuori dalle orecchie.
Un’ora prima dell’ultima lezione della giornata, Jake era seduto al tavolo nell’angolo della sala professori, a sorseggiare la sua acqua e a spiluccare il suo panino mentre leggeva. Aveva mimetizzato un tascabile tra le pagine sportive del giornale del mattino, così che, ogni volta che qualcuno entrava nella stanza, era facile arricciare protettivo i fogli intorno al libro. Non poteva fare altrimenti: non valeva la pena di sottostare agli scherzi di quei noiosi riguardo la sua capacità di lettura.
Sedeva con le spalle al muro e i piedi sul tavolo, in attesa che entrasse uno degli altri allenatori e sperando che nessuno facesse lo sforzo di mettersi a parlare con lui. Al liceo, una vita fa, era stato un leader del branco, popolare, atletico, di bell’aspetto. Ora, come allenatore nella stessa scuola che lui aveva frequentato, aveva a che fare con un branco di insegnanti che, ai loro tempi, erano stati tutti secchioni e ne aveva risentito per principio.
Jake aveva imparato presto come si dovessero sentire gli emarginati. L’unica differenza, pensò con un sorriso, era che non gliene fregava un emerito cazzo di quello che gli altri pensavano di lui.
Dopo aver incontrato Rhonda, Brandon camminava al suo fianco, parlando di lavoro. Come la professoressa di chimica, che aveva presentato una petizione all’amministrazione per ottenere per la classe uno stage avanzato, anche Brandon ne aveva avanzata una e ora stavano discutendo i piani per le prossime nove settimane. Entrarono in sala professori continuando a parlare, fino a che Brandon si guardò intorno e vide Jake Campbell seduto da solo, che leggeva.
Erano, ed erano sempre stati, opposti completi e totali. Jake era stato il re dell’Homecoming e del ballo di fine anno quando era Senior , oltre a Mr. Popolarità. Brandon era stato il Valedictorian ed il capitano della Squadra Accademica. Un nerd tra i nerd, non così popolare perché non era certo come tutti gli altri studenti. Meditando ancora, afferrò il suo pranzo e si sedette ad un tavolo rotondo al centro della stanza, dove avrebbe potuto continuare a parlare con Rhonda.
Jake sprofondò lentamente nella sua poltrona e sollevò più in alto i fogli: i suoi occhi erano ad un livello che gli permetteva di vedere la sala, ma distolse velocemente lo sguardo prima di avere un qualsiasi rapporto.
Brandon aveva cercato di stabilire un contatto visivo, di fargli almeno un cenno, ma l’altro l’aveva volutamente ignorato. L’insegnante di scienze sospirò: aveva cercato di essere suo amico e anche di Misty e Troy – altri studenti della loro classe che erano tornati ad insegnare lì – ma sembrava quasi che i tre non lo avessero riconosciuto. Ovviamente loro erano ancora legati alle vecchie convinzioni delle scuole superiori, le tenevano ben vicine ai loro cuori. Si chiese perché ci provasse. Scuotendo la testa a qualcosa che gli aveva detto Rhonda, iniziò a mangiare.
Jake poteva sentire soltanto alcune persone nella stanza. Brandon Barlett era uno di loro e lui non ne sapeva il motivo. Pensò che fosse perché si ricordava di quel ragazzo che aveva frequentato la sua stessa classe. Non importava quanti anni fossero passati, per lui il liceo era stato il giorno prima. Jake non era mai stato il tipo di ragazzo che godeva nel prendersi gioco degli altri, ma alcuni suoi amici e compagni di squadra sì e rammentava bene il modo in cui avevano trattato Brandon e i suoi amici. Era un ricordo doloroso: non ci aveva avuto niente a che fare, però non aveva mai cercato di fermarli.
Il coach si spostò sulla sedia e tirò su col naso mentre leggeva la stessa riga del suo libro. La porta della sala si aprì di nuovo e lui sollevò gli occhi in tempo per vedere Gerald e Lena entrare insieme. Sospirò quasi sollevato: i suoi compagni nell’emarginazione, gli insegnanti di educazione fisica di salvataggio. Erano una razza in via di estinzione, i veri allenatori. Gli altri istruttori della scuola o erano docenti part-time, come Troy, o professori che avevano toccato le attrezzature sportive una sola volta nella vita, come Misty. Erano peggiori delle persone che si limitavano all’insegnamento teorico e tuttavia pensavano di essere al vertice della catena alimentare, a cavallo tra il mondo accademico e quello sportivo. Solo pochi sapevano fare bene il loro prezioso lavoro e quelli erano furbi abbastanza per ignorare le invisibili barriere tra le classi docenti.
“Ehi, ciao bello!” borbottò Jake in segno di saluto, mentre ripiegava il giornale. I suoi occhi andarono volutamente dalla massiccia figura di Gerald, con la sua testa color moka perfettamente rasata, alla bionda atletica accanto a lui. “E ciao anche a te, Lena,” aggiunse con un sorrisetto.
Gli occhi di Brandon si spostarono verso l’alto per osservare i nuovi arrivati che, ormai immersi nella conversazione con Jake, non gli rivolsero né un sorriso né tanto meno un’occhiata. Rassegnato, scoperchiò il suo contenitore con l’uva e lo spinse al centro del tavolo, verso Rhonda, in modo che potessero mangiarla insieme.
“Sei proprio un pervertito!” Lena rise sommessamente, mentre si dirigeva verso il frigorifero.
“Come butta, coach?” chiese Gerald con la sua voce profonda, sedendosi. “Chi ha vinto ieri sera?” Indicò il giornale che Jake aveva ancora in mano. “Riesci a dirmelo anche tenendo i fogli al contrario?” domandò piegando un angolo della carta con una risata.
Jake si schiarì la gola e arrossì vagamente, abbozzando un sorriso imbarazzato mentre cercava di lasciarsi scivolare in grembo il suo libro, irrigidendo di nuovo il giornale.
Rhonda ridacchiò nel bel mezzo di una frase e Brandon corrugò la fronte, lanciando uno sguardo oltre la sua spalla, verso Jake e Gerald, un altro degli allenatori di football. Sembrava che stesse prendendo in giro il collega per qualcosa. Tornò a fissare la donna accanto a lui. “Cosa?”
Lei si sporse in avanti, sussurrando: “Jake stava tenendo il giornale al contrario! Sai, quello che era troppo occupato a leggere intensamente per accorgersi della nostra presenza.”
Brandon inarcò le sopracciglia e fece un largo sorriso. “Davvero?” domandò a voce bassa, resistendo alla tentazione di girarsi di nuovo. “È abbastanza strano che Gerald se ne sia accorto.”
Jake tirò un calcio al collega sotto al tavolo, avvampando ancora di più e scivolando ulteriormente sulla propria sedia. Lena lanciò una bottiglietta d’acqua a Gerald, ridacchiando. “Vi odio, tutti e due,” dichiarò il coach con un piccolo sorriso, gettando il libro sul tavolo e ridendo insieme a loro.
Sghignazzando ancora una volta, Rhonda si sporse in avanti. “Non pensi che sia carino? Io penso che sia davvero carino!”
“Gerald?”
“No, idiota! Jake!” mormorò eccitata.
Brandon si chiese dove fosse finita l’insegnante di chimica fredda e padrona di sé. Doveva avere dieci anni più di lui. “Ah... Io sono andato a scuola con Jake,” disse, a disagio.
“Non mi avevi detto che eravate amici! Magari potresti parlargli un po’ di me,” civettò tranquillamente la donna, portandosi una ciocca dei suoi capelli rossi dietro l’orecchio.
In quel momento Brandon fu certo che portasse una parrucca. “Ho detto che andavamo a scuola insieme, non che siamo amici. E, se desideri avvicinarti a lui, sarebbe meglio che foste soli. Non mi è mai piaciuto, neanche adesso,” aggiunse deciso. Rhonda aveva preso a gettare occhiatine e flirtare oltre le sue spalle.
“Come va la squadra quest’anno?” chiese Lena mentre si sedeva. Aveva allenato la squadra di softball e tra le due fazioni c’era sempre stato un velo di competizione.
Jake fece spallucce e raddrizzò la schiena. “Non saprei davvero dirtelo,” rispose in modo ambiguo, facendole un sorriso. Gerald scoppiò in una fragorosa risata. Il coach captò qualche frammento di conversazione proveniente dall’altro tavolo e sbirciò i due. La professoressa di chimica lo guardava sbattendo le ciglia in maniera allarmante, tanto da fargli spalancare gli occhi. Automaticamente osservò Brandon interrogativo, non sapendo se tornare a fissare Gerald di fronte a sé, certamente più rassicurante.
Brandon per caso lanciò uno sguardo oltre la sua spalla e vide Jake fissarlo con un’espressione interrogativa sul volto. Non riuscì a fare a meno di trasalire e scrollare le spalle in segno di scusa, indicando con la testa la collega Rhonda.
“Penso di... penso di aver lasciato le docce aperte!” sbottò improvvisamente l'allenatore alzandosi, mentre Gerald continuava a ridere battendosi una mano sulla coscia. Lena lo osservò mettersi in piedi con un’espressione quasi indignata sul volto, ovviamente pensando che la stesse prendendo in giro per aggirare la loro annuale discussione sulle partite. Il capo allenatore li salutò, raccolse la propria roba e guardò Brandon in maniera distratta, un’ultima volta.
L'insegnante non sapeva perché ma i suoi occhi cercarono e incontrarono di nuovo quelli di Jake, mentre girava lento la testa verso la porta attraverso cui l'altro sarebbe potuto scappare. Poi tornò a rivolgersi a Rhonda, schiarendosi la gola e parlando un poco più forte: “Allora, mi stavi per dire com’è andato il processo di applicazione per le tue classi preparatorie. Che cos’ha detto il Consiglio esattamente?”
“Non puoi nasconderti a lungo da me, Campbell!” esclamò Lena rivolta a Jake, che ne0l frattempo era sgattaiolato verso l’uscita. Si voltò e le rivolse un sorrisino a metà tra il malizioso e l’irritante, che poi spostò verso il tavolo dove sedeva Brandon, ancora occupato a distrarre la professoressa di chimica. Gli fece un ultimo piccolo sorriso, un cenno di ringraziamento, e svanì in tutta fretta.
Osservando la fuga di Jake con la coda dell’occhio, Brandon concentrò la sua attenzione sulla collega, che ora stava entusiasticamente scartabellando tra i suoi documenti. L'uomo realizzò che aveva fatto la sua buona azione, per quella giornata. Forse per la settimana.
“Salute? Vuoi che insegni salute alle matricole?” domandò Brandon per la terza volta, stordito. Era nell’ufficio del professor Berry – lo stesso professor Berry che era stato suo insegnante di geometria – e stava scuotendo la testa. “Ho biologia avanzata, uno studente del secondo anno e una classe intera di matricole di fisica. Non posso prendermi anche la classe di salute!” puntualizzò trionfante.
“Ma hai avuto la classe di biologia preparatoria che avevi richiesto,” gli ricordò Tom con un sorrisino, dondolandosi sulla sedia. Roteò gli occhi e scosse la testa. “Senti, lo so che non è il tuo campo, ma non abbiamo nessun altro neanche lontanamente in grado di presiedere questo corso e non possiamo cancellarlo perché è necessario. Tu ricordi il programma, Brandon,” continuò con voce roca. “Basta che metti un dvd di 'Rescue 911' e ti siedi a leggere mentre i marmocchi dormono.”
“Altrimenti taglierete la classe di biologia preparatoria?” si lamentò Brandon. “Non puoi assumere un supplente? Uno che lavori un’ora e mezzo al giorno? Mi ricordo com’era la classe di salute, è questo che mi terrorizza: idioti che praticano la CPR , luride descrizioni di malattie scabrose e come mettere un preservativo alle banane!”
“Si sono sbarazzati dei preservativi,” replicò Tom con un sorriso ironico. “I genitori hanno vinto.”
“Al diavolo!” mugugnò Brandon, seduto rigido sulla sedia. “Grande. Semplicemente fantastico. Matricole e salute. Gesù, Tom! Bene, lo farò. Non ho molta scelta, lo farò.” Non c’era neppure da chiedere.
“Beh, suppongo che tecnicamente potrebbe chiudere,” ipotizzò Tom con una scrollata di spalle. “Purtroppo il corso di salute era già stato programmato durante quest’ultimo blocco, quindi dovrai prorogare la pianificazione finché la classe preparatoria non sarà stata regolata.” Strinse le labbra in segno di disapprovazione. Era ovvio che non era felice di chiedere una cosa simile a Brandon, però semplicemente non aveva scelta. “Abbiamo perso parte del personale durante la pausa natalizia, lo sai: congedi di maternità, qualche pensionamento inaspettato... Siamo anche a corto di allenatori di baseball finché non si presenterà qualcuno spontaneamente,” proseguì ad occhi socchiusi. L'altro grugnì senza sbilanciarsi, pensando già alle modifiche che avrebbe dovuto fare per riuscire ad inserire tutto quanto. Non gliene fregava veramente niente del turnover del personale. “Grazie per esserti offerto,” concluse Tom facendo un sorrisino, i suoi occhi che si illuminavano di affettuoso divertimento.
Pietrificato, Brandon sbatté le palpebre e guardò l’uomo che aveva guidato la sua carriera di insegnante negli anni e che era diventato un suo buon amico. “Cosa?” sibilò lentamente, in maniera minacciosa.
“Non ti preoccupare.” Tom fu rapido nel continuare. “Ho sentito che quella squadra è una macchina ben oliata, hanno solo bisogno di un ulteriore supporto, non dovrai fare molto. Diavolo, io non so nemmeno cosa ti ritroverai a fare, ma non sarà difficile! E dato che hai la preparazione adeguata per essere un allenatore, sei la persona più qualificata per questo ruolo. In realtà tu sei l’unica persona qualificata per questo ruolo.”
Brandon lo squadrò incredulo. “Come diavolo...? Quale preparazione?” domandò con una voce più alta del solito.
“Sei un uomo e sei grande abbastanza per tenerli sotto controllo,” rispose Tom gesticolando. “E hai dimestichezza con lo studio dell’anatomia e della fisiologia, no? Allenatore!”
Prendendo coscienza della propria mascella spalancata, Brandon la richiude di scatto. Fissò il collega con aria assente, a lungo, poi si sfregò le mani sul viso.
“Altro, Tom?” domandò con una voce pericolosamente tranquilla.
“Brandon,” sussurrò l'altro. “So che non sarebbe roba tua e sono veramente dispiaciuto. Ma so che capisci che la scuola ha bisogno di te per essere valida, perché possa giocare. È tutto per i ragazzi.”
L’insegnante di scienze sospirò, rilassando le spalle. Quella era l’unica cosa che poteva farlo crollare, e – dannazione! – Tom lo sapeva. Brandon avrebbe fatto qualsiasi cosa per i ragazzi. Per quello si alzava alle cinque meno un quarto del mattino e guidava per quaranta minuti per essere a scuola alle sei a fare da tutor, un compito che invece tutti gli altri docenti evitavano come la peste. “Va bene, Tom,” assentì stancamente.
“Grazie, Brandon!” esclamò l'uomo con sincerità, alzandosi e tendendogli la mano. “E, a differenza del tuo lavoro di tutoring, otterrai un pagamento supplementare per il tuo compito di allenatore,” aggiunse con entusiasmo.
Brandon ridacchiò e si alzò per stringergli la mano. “Beh, è già qualcosa. Immagino che la classe di salute sia già in aula con un supplente, vero?”
“Jake Campbell ha deciso di fare il suo doppio turno con la classe di salute e di fisica applicata fino a che non troveremo qualcuno di permanente. E lui è l’uomo con cui dovresti parlare riguardo al baseball,” rispose. “Ehi, non vi siete diplomati insieme?”
“Sì, lo stesso anno,” annuì Brandon con un lieve cenno del capo. “Alla fine l’hai imparata, la graduatoria,” aggiunse con un sorrisino.
“Avevo ancora tutti i capelli, allora...” Tom si voltò con un rapido sorriso. “Vuoi che dica a Jake di farsi trovare non appena finisce la lezione?” si offrì, indicando con un gesto il microfono per le comunicazioni pubbliche.
Brandon fece una smorfia. “No, lo troverò vagando fuori dalla palestra, credo di sapere dov’è il suo ufficio,” rispose assottigliando le palpebre e squadrando attentamente la cartina della scuola appesa alla parete.
“Sempre che tu lo trovi lì!” rise Tom con sarcasmo. “Uno come lui non è mai riuscito a rimanere fermo in un posto, neanche quando era più giovane. Grazie di nuovo, Brandon. Non lo dimenticherò.”
Annuendo, il professore uscì e si diresse verso il complesso sportivo, passeggiando per le sale vuote, col rumore della suola di gomma dei suoi mocassini che risuonava lungo i muri. Imboccò il corridoio dove erano situati gli uffici, controllò le targhette su ogni porta finché non trovò quella con scritto 'Coach Campbell', ma la stanza era buia e la porta chiusa. L’insegnante di scienze si voltò, deciso ad andare direttamente alla palestra. C’erano gli studenti più anziani seduti sulle tribune e alcuni lanciatori, ma nessun professore in vista. Brandon corrugò la fronte ricordando costernato quello che Tom gli aveva detto: la modifica dell’orario della classe di salute e lo spostamento della classe preparatoria nel secondo blocco. Jake probabilmente era con la prima classe, quindi quella era la classe Senior di educazione fisica lasciata a controllare le matricole. Il professore di scienze si diresse verso l'aula dove si teneva il corso di salute, controllando l’orologio: mancavano cinque minuti agli annunci del pomeriggio.
La stanza si trovava appena fuori dal complesso delle palestre. Jake vide una pallina di carta volare nell’aria e colpire il bordo del cestino: lì vacillò, sembrava che si stesse aggrappando disperatamente al sacco della spazzatura di plastica. Jerome – matricola e wrestler – letteralmente si sporse dal suo banco soffiando freneticamente e il coach ridacchiò in maniera sommessa. La pallottola di carta ondeggiò un poco e poi cadde con un plop sul terreno accanto al cestino.
“Oh, maledizione!”
“Oh oh!” gridò Jake con gioia. “E un dollaro al maestro per il colpo di mattone!” rise tendendo la mano, il gesto universale che stava significare ‘Dammi i miei soldi’.
“Uff!” gemette Jerome, mentre scavava nelle proprie tasche e ne tirava fuori quattro quarti di dollaro. Si alzò e si trascinò verso di lui, sbattendoli con uno schiaffo nel palmo dell'uomo. “La prossima ce la farò,” assicurò inclinando la testa, prima di afferrare la cartaccia, gettarla nel cestino e poi tornare al proprio posto. Il coach aveva stretto un patto con le matricole più pigre: se avessero fatto canestro nel cestino dei rifiuti, lui ne avrebbe riconosciuto i meriti in base alla difficoltà del tiro. Ma se fallivano, gli spettava un dollaro di multa per essere stati troppo pigri per alzarsi e fare dieci passi fino al cestino.
Brandon si fermò sulla soglia, appoggiato allo stipite, faticando a nascondere un sorrisetto sulle labbra: si chiese cosa avesse messo in palio Jake nel caso il tiro avesse fatto centro. Poi un gruppetto di ragazze iniziò a parlottare a voce alta, guardando nella sua direzione. Sbatté le palpebre, chiedendosi se avesse qualche macchia sulla camicia o sulla cravatta. Abbassando la testa, però, si ricordò che la cravatta se l’era tolta e si era rimboccato le maniche dopo l’ultima lezione, in seguito si era slacciato i primi due bottoni della camicia e si era tolto gli occhiali in preda all’agitazione per la conversazione con Tom. Si era anche passato le dita sulle tempie e tra i capelli mentre discuteva con lui, spettinandoli, proprio lui che normalmente teneva i suoi capelli neri ordinatamente raccolti sulla nuca. Cristo! Doveva sembrare un invasato.
Quando rialzò gli occhi, le tre ragazze stavano ancora bisbigliando, indicandolo col dito, e subito arrossirono. Sollevò un sopracciglio, stupito, e guardò il docente nella parte anteriore dell’aula. Jake avvertì il brusio e si voltò a guardare la porta aperta, con la fronte corrugata. “Mr. Barlett,” disse, mascherando la confusione e la sorpresa con quel tono solitamente amichevole, un modo di salutare un po’ sfacciato. “Cosa possiamo fare per te?”
Le ragazze piombarono nel silenzio e alcuni dei ragazzi ridacchiarono, mentre Brandon si limitava a scuotere la testa. “Sono il nuovo insegnante di salute,” replicò, provocando ancora più tumulto tra le studentesse. Dio! Perché facevano così?
Jake aggrottò la fronte, lanciando un’occhiata verso le sue cinguettanti matricole femminili, e si voltò verso Brandon con un sorriso un po’ confuso. “Le mie scuse,” commentò ironico, guadagnandosi qualche fischio sarcastico. Si alzò e si incamminò verso la porta. “Già già... Dai, ragazzi, fate pratica di colpi in banca,” ordinò alla classe. “Sono tutto tuo,” sussurrò una volta usciti in corridoio. Si fermò e si accostò alla porta, guardando di nuovo dentro. “Sono un gruppo generalmente buono,” mormorò sottovoce al collega. “Non dovresti avere molti problemi.” Fece una pausa, osservandolo. C’era qualcosa di diverso in lui ma non riusciva a capire cosa fosse, oltre al look un po’ più sgualcito del solito. Non erano gli occhiali. La cravatta che mancava, forse? Quel luccichio un po’ infastidito nei suoi occhi? Jake fece una scrollata di spalle mentale, appoggiandosi al muro. “Vuoi prendertela con me attraverso gli annunci?”
La classe strepitava vitale e Brandon fece un tenue sorriso. “Se non ti dispiace, Tom ha detto che ne devo parlare con te,” disse sotto la voce degli altoparlanti che fischiavano a tutto volume. Quando suonò la campanella, tutti gli studenti furono fuori in un attimo, camminando in mezzo a loro, anche se le ragazze rallentavano il passo. “Salve, Mr. Barlett.” “Ci vediamo domani, signor Barlett.” “Non vedo l’ora di essere nella sua classe di salute, Mr. Barlett.” Il volto di Brandon si faceva sempre più perplesso.
Jake sorrise mentre l’ultimo si trascinava in corridoio. “Tu certamente li hai entusiasmati, bello!” rise. “Di che hai bisogno da uno come me?”
Brandon sollevò le sopracciglia. Bello? Si era perso qualche passaggio...
“Ah, Tom Berry mi ha scaricato questa classe sulle spalle come una cascata di mattoni circa mezz’ora fa, poi mi ha fatto un altro tiro. Dovrei fare anche l'allenatore.”
“Allenatore?” ripeté Jake con una smorfia. Era per quello che era venuto lì? “Per quale squadra?” domandò sospettoso.
“La tua,” rispose Brandon con un velo di seccatura nella voce. “Ha detto che sono a corto di allenatori di baseball e che stanno più o meno raschiando il fondo del barile,” mormorò.
Il coach sbatté le palpebre. E, sbattendo le palpebre, la sua bocca si socchiuse leggermente. Quindi erano entrambi allenatori? Chi dei due si sarebbe occupato della squadra? “Sai qualcosa di baseball?” domandò incredulo.
“Guardo le partite, mi capita di essere un tifoso dei Braves, grazie mille!”
“Buon per te, Sporty!” replicò Jake con una lieve irritazione. “Ne sai abbastanza per poter allenare?”
“Direi di no. Ed è quello che ho cercato di spiegare a Tom, solo che le sue guance e il suo naso erano diventati rossi e tu sai cosa vuol dire.” Brandon incrociò le braccia. “Ha detto qualcosa su di me, sul mio essere ‘uomo e abbastanza grande per tenere i ragazzi sotto controllo’, quindi credo che voglia dire qualcosa,” mormorò ad occhi bassi. Quel commento l’aveva punto sul vivo: in realtà sapeva di non poter allenare, non importava granché l’essere un buon insegnante. “Allora, siccome non è poi una così pessima idea, non puoi dire a Tom il contrario. E così sia,” concluse.
Jake aggrottò la fronte, guardandolo. “Non volevo insultarti,” sospirò. “È solo che ci stiamo già affacciando alla nuova annata e non sapevo nemmeno se fossi io l’allenatore. Mi dispiace,” mormorò con un tono un po’ frustrato, abbattuto “Dio, chi abbiamo perso?” sussurrò quasi tra sé.
Brandon lo fissò, vedendo la verità nelle sue parole, e di nuovo scrollò le spalle. “Indovina, sono latore di cattive notizie. Non uccidere il messaggero!” scherzò con una punta di umorismo. “Sicuramente c’è qualcosa che posso fare per aiutarti, si dice in giro che io sia un insegnante al di sopra della media... Non può essere una cosa così diversa dall’essere un allenatore. Anche se non esattamente qualificato,” propose, serio. “Uno starnuto non è un colpo di stato.”
“No di certo,” replicò Jake con durezza. “Ma questo non è solo uno sport, qui. Abbiamo otto ragazzi che devono essere notati quest’anno, c’è in gioco il loro futuro.”
“Allora non rifiutare la mia offerta,” dichiarò Brandon con fermezza.
Il coach incontrò i suoi occhi e infine acconsentì con un cenno, sospirando.
“Purché tu tenga bene a mente come ci si comporta e cosa stai facendo. E, dal momento che ti è stato scaricato addosso questo incarico, hai bisogno di vestiti, vero?” chiese con un gesto della mano, indicando i suoi abiti. Era a un passo dal portare un tweed. Cristo, poteva quasi vedere l’ombra degli occhialetti da laboratorio sulla sua faccia!
Brandon sbatté le palpebre, perplesso. “Vestiti? Ho pantaloncini da corsa, maglietta e scarpe in macchina.”
“No, non vestiti da allenamento,” sbuffò Jake. “Gli allenatori si vestono ogni giorno come i giocatori. Sto parlando di scarpe coi tacchetti, pantaloncini da baseball, maglia protettiva, maglietta. Hai la taglia che ti serve?” domandò come ripensandoci, facendogli cenno di camminare con lui.
Pantaloncini da baseball? “Non credo...” replicò l’insegnante di scienze. “Sai, lasciare che tutta la classe sappia cosa sta succedendo probabilmente non è una buona idea. I ragazzi, specialmente i tuoi, che sono così bravi, se ne accorgeranno. Sarebbe meglio dire che li sto osservando o qualcosa di simile.”
“No, altrimenti non avrebbe senso,” considerò Jake. “Devono rispettare te o chiunque altro o perderai solo il tuo tempo. Troveremo il modo. Coach della terza base forse... tutto quello che dovrai imparare saranno i segni, le basi, e le loro funzioni,” spiegò mentre entravano in palestra per andare nel suo ufficio. Alcuni ragazzini stavano vagabondando per le gradinate, L'allenatore assottigliò le palpebre: la sua classe ormai avrebbe dovuto essersi svuotata. “Dove dovreste essere?” urlò improvvisamente; la sua voce echeggiò lungo tutte le pareti, facendo sobbalzare i ragazzi che si dispersero subito.
Brandon si era tirato un po’ indietro dopo quel grido clamoroso, ma sorrise mentre seguiva l'altro nel suo ufficio. Si ricordò di quando erano intorno ai campi da football: Jake era stato il quaterback più popolare, ovviamente. “Non mi sembri molto diverso, sai?” disse prima di poterci pensare.
“Diverso?” ripeté il coach confuso, mentre andava verso uno scaffale in alluminio in un angolo del suo minuscolo ufficio in muratura. “Diverso da cosa?”
“Sui campi da football gridavi in quel modo, mi ricordo. Potrei ancora sentirti dalle gradinate,” rispose l'insegnante con le mani in tasca.
Jake si guardò alle spalle, dopo aver tirato fuori un paio di calzoncini bianchi da baseball. “Oh,” replicò arrossendo leggermente. “Non pensavo che tu fossi mai venuto a eventi del genere,” continuò a disagio, non sapendo come rispondere.
“A pochi,” ammise Brandon “Volevo vedere il perché di tutto quel baccano quando hai vinto i regionali,” continuò. Lui ancora non sapeva nulla di football, ma era stata una vera esperienza.
“E l’hai capito?” domandò Jake incuriosito. Lui ricordava bene il ‘baccano’: la folla ruggente per l’eccitazione, la banda che suonava a tutto volume dagli spalti, la stretta degli avversari e i grugniti durante i placcaggi, il freddo, le luci e gli odori di sudore ed erba e le cadute perfette. Dio, quanto l’aveva amato! Aveva vissuto per quello.
“Sì,” annuì Brandon a bassa voce. “Era un mondo di cui non ho fatto parte... Però è stato molto emozionante da guardare.” Vide che lo sguardo del collega era corso lontano, così come il suo silenzio si era fatto pregno di ricordi. Avrebbe voluto avere anche lui memorie del genere. La cosa migliore che aveva, invece, era la calma piatta di quando correva miglia e miglia attraverso le campagne, tra campi coltivati e boschi frondosi. Sapeva di essere stato molto vicino a qualcosa di simile allora.
Jake lo guardò perplesso e annuì. L'insegnante era stato un tipo particolare: aveva sempre avuto il fisico dell’atleta, ma non l’aveva mai visto partecipare a nulla. Non erano mai stati nemmeno in palestra insieme perché la matricola Brandon non era arrivata a Parkview se non al secondo anno. Già allora era uno dei ragazzi più grossi, alto quasi quanto Jake e dalle spalle altrettanto larghe, anche se più snello. Probabilmente non aveva mai avuto il desiderio di usare il suo fisico a discapito delle sue capacità intellettuali, suppose il coach.
“Ok,” sbuffò. “Questi dovrebbero andarti bene,” disse, mentre gli consegnava i pantaloncini, una brillante maglietta protettiva blu a maniche lunghe da mettere sotto la camicia e un paio di jeans sportivi dello stesso colore. “Che numero di scarpe porti?” chiese sollevando un piede e osservandosi la scarpa da ginnastica con fare distratto. “Beh, il primo giorno starai bene con le scarpe da tennis.” Poi ripensò agli eventi di quella giornata. “Ehi, grazie per avermi aiutato a fuggire, comunque.”
Brandon si bloccò coi vestiti appesi al braccio, fino a quando non si ricordò confusamente di Rhonda.
“Ah, sì! Nessun problema, ho visto che succede quando Rhonda si fissa su qualcosa. Certo, di solito si tratta di progetti o sovvenzioni o cose del genere, ma ha sempre quella luce spaventosa negli occhi.” Fece una pausa. “E porto il 12 di scarpe .”
“Ti posso prestare un paio delle mie,” annuì Jake. “Sono 12 e mezzo, le devo indossare in modo che sollevino il piede, per la mia caviglia,” divagò mentre alzava la scarpa coi tacchetti e la infilava. Era malconcia e scucita, ma la guardava con amore tenendola tra le mani. “In realtà la placca per sollevare c’è ancora,” mormorò, colpendo il cuscinetto spesso. “Ci sono degli adesivi sopra, non ho mai cercato di toglierli,” borbottò distrattamente. “È una sorta di sostegno alla parte esterna del piede in modo che le suole non si consumino, ma devono essere trattate bene se non se ne vuole comprare un altro paio. Costano circa 50 dollari, credo.”
“Grazie, vedrò come si mettono,” disse Brandon. “Mi vado a cambiare... Gli spogliatoi sono dall’altra parte del corridoio, vero?”
“Sì, ma...” Jake si schiarì la gola avvampando un poco. Con un certo imbarazzo e col sorriso di chi aveva appena morso una pallottola, chiese: “Boxer o slip, amico?”
Brandon si tirò su i pantaloni, valutando la questione prima di voltarsi verso Jake. “Non mi stai dicendo che dovrò indossare qualcosa sotto questi, vero?” La sua voce tradiva vero divertimento. Non vedeva nessuna possibilità di indossare quella roba con della biancheria intima.
“Solitamente scivolano sotto i pantaloni, ma dal momento che non stiamo giocando sembreresti un po’ ridicolo. Gli slip bianchi sono i migliori,” rispose Jake il più seriamente possibile. Improvvisamente gli era venuta in mente l’immagine di uomo che stava partendo con un commando e quell'idea lo stava tranquillizzando, almeno un po'.
“Ok, afferrato,” disse Brandon, guardandosi i pantaloni, incerto. “Torno subito.” Lasciò l’ufficio attraversando il corridoio, lasciò cadere i vestiti sulla panca tra le file di armadietti e iniziò a spogliarsi. Forse era destino, pensò con ironia. Quella mattina aveva indossato degli short bianchi di spandex invece dei soliti slip, con l’intenzione di andare a correre nel parco una volta tornato a casa. Almeno non avrebbe avuto l’aspetto di un secchione totale con biancheria rossa o nera che si intravedeva dai pantaloni bianchi.
Si infilò la maglia protettiva, sorpreso che fosse così elastica e confortevole. Fece qualche mossa nei pantaloni, sbatté le palpebre stupito quando scoprì che aderivano perfettamente e senza nessuno sforzo particolare. Dovette ancheggiare più volte per tirarli verso l’alto, sicuro per un momento che non sarebbero riusciti a superare i suoi fianchi senza l’ausilio del talco o qualcosa del genere. Alla fine però calzarono e si guardò allo specchio quasi inorridito. Quei così sembravano una seconda pelle. Si infilò la maglia (come meglio poteva) e si mise il jersey a tracolla sul braccio, tornando nell’ufficio di Jake a piedi nudi.
“Se ordinate dei pantaloni per me, credo che sarebbe meglio avere una o due taglie in più,” disse Brandon non appena fu rientrato.
Jake alzò gli occhi dal suo libro e lo guardò. Lo valutò, notando forse per la prima volta quanto fosse veramente in forma. La maglia protettiva si incollava a lui come carta bagnata, delineando muscoli che il coach non avrebbe mai pensato di vedere su un insegnante di biologia, e i pantaloni in realtà lo vestivano benissimo, abbastanza larghi da consentirgli di indossare un’attrezzatura di protezione adatta, lasciandogli allo stesso tempo abbastanza scioltezza da non ostacolare nessun movimento sul campo. Gesù! “No,” mormorò, piegando la testa e sollevando un sopracciglio. “No, per me è perfetto,” commentò distrattamente.
Brandon si guardò e si strinse nelle spalle, portandosi i capelli dietro l’orecchio. “Se lo dici tu... Credo che mi ci vorrà un po’ per abituarmi,” commentò, sedendosi e infilandosi le calze blu che il collega gli aveva porto.
Jake lo guardò con una serie di stupide occhiate, prima di concentrare di nuovo la sua attenzione sullo schema di Sudoku appoggiato sulla cattedra. Un altro hobby che nascondeva agli occhi della scuola. Lentamente nascose il blocchetto e osservò di nuovo l'insegnante da sotto le sopracciglia abbassate. Senza più quelle sue soffocanti camicie e cravatte, sostituite da quella stretta maglia blu e dai candidi pantaloni bianchi, sembrava un atleta, uno di quelli che avrebbe rimorchiato in un bar. Guardandolo di nuovo, lentamente allungò la mano verso il giornale per metterlo in vista. Quando eri un coach di educazione fisica, in qualunque scuola fossi, nessuno credeva che avessi un cervello funzionante. Se venivi beccato a fare qualcosa che poteva essere considerato intellettuale – come leggere un libro – immancabilmente tutti ti avrebbero visto come ‘uno intelligente'. Il problema era che la maggior parte della gente se ne usciva con ‘Guarda che non ci sono le figure, cretino!’ o altre cose del genere; raramente c’era qualcuno che chiedesse se fosse un buon libro. Non voleva ascoltare le battutine di Brandon.
Jake si schiarì la gola e annuì ancora. “Fidati di me, sarai contento di averli. Facciamo dalle tre e mezzo, quando i ragazzi escono da scuola, fino ad un orario che può andare dalle cinque e mezzo alle sette di sera. Farà freddo quando il sole scenderà e, a volte, ci sarà da bagnarsi. Cerchiamo di non lavorare quando c'è un temporale e, nel caso, ripieghiamo in sala pesi.” Prese una matita e cominciò a tamburellare sulla scrivania, pensieroso. “Che altro...?” mormorò tra sé mentre si guardava intorno. “Facciamo anche un bel po’ di trasferte, non troppi pernottamenti, quindi tanto vale informare la tua fidanzata o tua moglie in ogni caso,” continuò scavando nel programma e controllandolo. “Abbiamo avuto qualche sabato o domenica di partite,” disse. “Abbiamo un torneo in Florida durante le vacanze di primavera e, di solito, durante la prima settimana di maggio portiamo i ragazzi a Turner Field per una partita o due e, per questo, c’è da stare fuori una notte.” continuò consegnando il programma a Brandon. “L'allenamento è un lavoro a tempo pieno,” sussurrò il professore di educazione fisica sottovoce. Quella era una delle cose che gli insegnanti regolari non avevano mai capito: avevano i ragazzi dalle sette e mezzo del mattino fino alle due e mezzo del pomeriggio e, la maggior parte delle volte, li lasciavano a loro stessi. Alcuni sponsorizzavano i club o facevano tutoring, ma poi cancellavano l’odore della scuola dalle loro scarpe e ne se andavano a casa. Gli allenatori, invece, trascorrevano notti, fine settimana ed estati intere coi loro ragazzi. Li aiutavano con la scelta del college, telefonavano per loro quando erano troppo ubriachi e davano loro consigli sulla vita sentimentale. Tenevano contatti con gli studenti anche quando ormai avevano imparato a camminare con le proprie gambe e avevano preso i loro diplomi. Quando Jake era andato al college e si era reso conto di essere bisessuale, il suo allenatore del liceo era stata la prima persona che aveva chiamato.
“Non sono sposato,” rispose Brandon tranquillamente, l’unico commento che sentiva di dover fare in merito ai tornei, ai week end e ai viaggi. Si era già impegnato, lo sapeva, quindi non c’era altro da fare che dare il meglio di sé. Calcolò ben presto le restrizioni alla quantità di sonno e fece una smorfia, anche se all’apparenza sembrava calmo. Lunghi giorni. Giorni sempre più lunghi. Iniziava alle quattro e quarantacinque del mattino, tutoring per sei o sette studenti, poi in classe dalle sette e mezzo alle due mezzo. Ora, invece di lavorare sul suo dottorato di ricerca nel tardo pomeriggio, avrebbe avuto baseball e partite; un altro ripasso del programma lo convinse che il suo lavoro personale sarebbe dovuto slittare a dopo le nove di sera, dopo la pianificazione giornaliera, dopo la classificazione dei compiti, dopo lo stilare i test; tutto ciò saltando il sabato, il suo unico giorno libero. Anche la domenica se ne sarebbe andata. L’esercizio fisico, non aveva idea di quando praticarlo. Forse dopo la pianificazione del dottorato. Avrebbe potuto correre intorno al laghetto di casa.
“Da dove vuoi farmi cominciare?” domandò il nuovo coach.
“Sei in erba,” osservò Jake senza rispondere. “La pratica è effettivamente divertente, dopo aver estirpato i piagnoni,” disse cercando di sollevargli il morale, appoggiandosi allo schienale della sedia e mettendo i piedi sul tavolo.
Brandon rise e si rilassò un poco. “Piagnoni, eh? Di che si lamentano? Si prendono le palle basse nell’inguine?”
“Ecco perché c’è il sospensorio,” replicò Jake immediatamente, era la sua risposta standard ai reclami circa l’impatto del dolore in quella particolare area. “E se è finita tra le loro noci è perché il tiro era pessimo e quindi se lo sono meritato. Non siamo qui per far loro da babysitter,” insistette con veemenza. “So che voi accademici li trattate coi guanti bianchi, ma se non fai sentire loro il peso del rapporto sulla scheda, sono fuori dalla squadra. Se si fanno male, giocheranno lo stesso. Se si ammalano, si faranno vedere comunque. Ti garantisco che alcuni miei ragazzi sono tuoi studenti e partecipano in maniera eccezionale. Ti garantisco che ogni giorno della settimana un tuo ragazzo ha le dita fermate col nastro, indossa una cavigliera, una ginocchiera o si sta cercando un qualche maledetto livido.”
Era molto protettivo riguardo la categoria, ora. Sapeva cosa voleva dire essere uno studente atleta. Erano etichettati con il titolo di ‘assi’, ma messi in classi semplici, anche se avrebbero dovuto essere studenti con tutti gli onori; quando facevano qualcosa di particolarmente ammirevole in ambito accademico, gli altri dicevano che era tutta fortuna. Per non parlare delle lesioni, degli estenuanti orari degli allenamenti e delle difficoltà che seguivano l’amare uno sport. Jake sbuffò sonoramente dal naso per calmarsi, cullato dallo schienale della sedia, e chiuse gli occhi col collo dolorante.
Annuendo con le sopracciglia inarcate davanti alla baruffa verbale del vecchio coach, Brandon sapeva di aver toccato un tasto dolente, forse proprio risalente ai tempi della scuola. E più Jake ne parlava, più la cosa sembrava avere un senso. L’insegnante di biologia assentì lentamente: l’allenatore aveva ragione. Se da una parte i nerd si erano sentiti respinti e discriminati per il non essere belli o atletici, gli ‘assi’ erano stati discriminati per quanto riguardava i voti e le frequenze. Pensò che entrambi i gruppi avevano ottenuto due bastoni corti. “Mi dispiace,” disse a bassa voce.
Jake aprì gli occhi e lo fissò per un attimo, per poi sfoggiare un disarmante sorriso. Respinse quelle emozioni, spingendole indietro finché non vennero dimenticate. Era bravo, anche a giocare sulla sua immagine di bruto quando ce n’era bisogno. Usava quel voltafaccia ogni giorno. “È acqua passata,” mormorò, offrendogli il suo solito ghigno beffardo, e i suoi occhi tornarono di nuovo caldi e castani. “Di solito succede così quando non mi danno il mio succo di frutta a pranzo,” scherzò con imbarazzo, portandosi le mani dietro le spalle, massaggiandosi la nuca e inarcando la testa, costringendo la sua colonna vertebrale a scricchiolare in modo allarmante.
Il telefono sulla sua scrivania iniziò a squillare pretenzioso. Jake lo guardò: alzò la mano, indicando a Brandon di aspettare, e tolse i piedi dal tavolo per raggiungere il pulsante del viva-voce. “Questa è la Literacy Self Test Hotline,” decantò con voce profonda e professionale. “Dopo il segnale acustico, lasciate il vostro nome e numero di telefono e recitate una frase usando la parola del vocabolario. La parola di oggi è arrogante.”
“C’è uno studente lì con te?” chiese la voce di Troy Peterson, con cautela.
“No.” Jake rise indirizzando una strizzatina d’occhio a Brandon.
“Allora vai a farti fottere!” sibilò Troy. “Sei stato tu a mandare l’annuncio per il rapporto di domani mattina?”
“Quale annuncio?” domandò Jake nel tentativo di sembrare innocente, appena in grado però di mantenere salda la voce, tremolante per il divertimento. Brandon piegò la testa e sorrise al suo cambiamento. Era bizzarro che un uomo fosse in grado di mutare da uno stato d’animo all’altro in quel modo.
“Cito,” replicò l’insegnante e coach, ovviamente riportando la lettura di qualcosa. “Alle 11:42 precise di questa mattina, la manutenzione si occuperà di eliminare la polvere dalle linee telefoniche. Tutti gli insegnanti dovrebbero coprire l’altoparlante integrato nei loro telefoni in classe con una borsa, in modo da raccogliere la polvere.”
Brandon sollevò le sopracciglia, soffocando una risata. Jake rideva ascoltando in silenzio, scuotendo la spalle mentre si copriva la bocca, sibilando un poco nel tentativo di non ridere ad alta voce. “Non sono stato io!” esclamò finalmente.
“Io me ne lavo le mani,” disse Troy in tono accusatorio. “Tutta la colpa ricadrà sulle tue impressionanti e solide spalle, caro,” lo avvertì prima di riagganciare.
Jake praticamente sghignazzò e Brandon partecipò con una risatina. “È stato divertente,” commentò, spostando gli occhi. Aveva rapidamente scoperto che Jake Campbell era molto più del classico stereotipo di asso.
“Ehi, dovrò pur divertirmi in qualche modo!” Jake ridacchiò mentre afferrava la cartella e si alzava. “Ora, il vero divertimento arriverà quando vedremo quante persone effettivamente lo faranno,” ridacchiò e diversi fogli dello schema del Sudoku volarono a terra.
Brandon si chinò a raccogliere le carte, guardando gli schemi. “Dio, odio queste cose! Non riesco mai a capirli entro il tempo preposto,” borbottò porgendoglieli. “Devi avere più pazienza di me, mi fanno sentire frustrato. Preferisco i cruciverba.”
Jake si mise a ridere, un po’ a disagio mentre le riprendeva.
“I cruciverba richiedono una conoscenza che va oltre i numeri dall’uno al nove,” mormorò. In quel momento suonò la campana per gli ultimi autobus, il che significava che erano le tre e dieci. “Cazzo, devo vestirmi!” sbuffò, infilando il blocco tra i fogli e allungandosi nel piccolo spazio vicino a Brandon per recuperare la sua borsa.
Aggrottando le sopracciglia per la risposta goffa e autocommiserante di Jake, Brandon si alzò. “Ti aspetto fuori dal diamante principale.” Il complesso scolastico aveva tre campi, due da baseball e uno da softball, così come un campo da football e un percorso, due campi da calcio e sei da tennis.
“Sì, sì, ci incontriamo tutti questa settimana. Poi le squadre vengono divise,” rispose Jake distrattamente mentre si toglieva la camicia e la gettava sulla poltrona. “Ehi!” disse senza fretta. “Grazie,” soggiunse sottovoce mentre guardava Brandon, levandosi i pantaloncini.
L'insegnante si fermò sorpreso, per non parlare dello shock dal vederlo praticamente nudo di fronte ai suoi occhi, ma riuscì comunque a fargli un onesto, aperto sorriso. “Di niente.” Si chiuse la porta alle spalle e uscì, un po’ confuso, non capendo come mai il suo cuore avesse deciso di fargli quello scherzo nel vederlo così... e perché ne stesse ancora godendo. Oh, cielo!