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Horizons by Mickie B. Ashling eBook

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Alla Ricerca di Zach by Rowan Speedwell Italian Translation

Alla Ricerca di Zach by Rowan Speedwell Italian Translation

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Description:

Per cinque anni, Zach Tyler, figlio di uno dei più ricchi produttori di software del mondo, è stato tenuto in ostaggio, torturato e violentato. Quando finalmente viene soccorso dalle profondità della giungla venezuelana, è fisicamente e psicologicamente distrutto; ma, lentamente, comincia a ricostruire la vita che avrebbe dovuto vivere, prima che un bacio innocente lo spedisse all’inferno.

David, il suo migliore amico, ha vissuto questi ultimi anni nel senso di colpa e nel dolore. Ogni relazione in cui si è imbarcato è andata in pezzi, a causa dei sentimenti che non riesce a smettere di provare per un ragazzo che credeva morto. Quando Zach viene riportato a casa, David è fuori di sé dalla gioia – e poi devastato, quando Zach lo taglia fuori dalla sua vita.

Due anni dopo, David ritorna a casa, e lui e Zach devono fare i conti con il vuoto che si è aperto fra di loro, con ciò che provano l’uno per l’altro, e con quello che il futuro ha in serbo per loro. Ma Zach nasconde dei segreti, e uno di essi potrebbe anche distruggere il loro fragile amore.

ISBN-13:  978-1-61372-827-7
Pages:  276
Cover Artist:  Catt Ford
Translator:  Niccolò Cortelazzo

Categories: Rowan Speedwell, Italiano - Italian
Book Type: eBook
File Formats Available:.epub, .mobi, .prc, html, pdf
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Capitolo Due


 


 


 


“Gli ostaggi sono al sicuro, Capitano. Ci sono tutti e sono stati identificati. Il perimetro è stato messo in sicurezza.”


Il capitano John Rogers si spostò il casco all'indietro con un colpetto, e si rivolse al suo subordinato: “Vittime?”


“Jamison si è preso un proiettile nel polpaccio; il medico si sta occupando di lui. A parte lui, nessun ferito sul nostro fronte. Sul fronte nemico finora abbiamo tre morti e dodici feriti, senza contare quel povero bastardo che hanno legato alla sbarra e ucciso a frustate. Merda.”


“E tra gli ostaggi? Nessun ferito?”


“Sembra che uno degli uomini abbia qualche costola rotta. A parte quello, lividi e una caviglia slogata. Dannatamente fortunati.”


“L'intera operazione si è basata sulla fortuna, tenente Pritzker,” osservò Rogers.


“Davvero, capitano. È stato un puro miracolo che uno degli olandesi avesse quel trasmettitore GPS sperimentale impiantato nel corpo. La miglior pubblicità che potresti mai chiedere per il tuo prodotto.” Il tenente si premette le dita sull'auricolare. “La caserma è stata messa in sicurezza. Rimane solo quello che sembra essere il quartier generale del comandante. Da là, prima hanno sparato, ma ora il fuoco si è interrotto; quello che sparava o è stato colpito o è morto.”


“O sta dosando i colpi per opporre una resistenza più efficace,” disse cinicamente il capitano. “È andata un po' troppo da manuale per i miei gusti. Voglio che una squadra faccia il giro dell'edificio e si avvicini da dietro con massima cautela. Non mi fido di tutta questa fortuna.” Lanciò un'occhiata alla manciata di combattenti nemici inginocchiati a pochi metri da lui, le loro mani poggiate sulla testa. “Chiedi a uno di loro dove sta il comandante del campo.”


Pritzger si piantò davanti a uno degli uomini, che erano stati disarmati e ammanettati. “Tu. Come ti chiami?” chiese in spagnolo.


“Ernesto Camillo” rispose con voce spenta.


“Dov'è il tuo comandante?”


L'uomo indicò col mento l'edificio lontano. “L'ultima volta che l'ho visto, era là.”


“C'è qualcun altro nell'edificio?”


L'uomo rise, un breve sbuffo privo di umorismo. “Solo il suo cagnolino.”


“Che ha detto?” domandò Rogers. “Non ho capito.”


“Perrito” disse Prizger. “Significa 'cagnolino'.”


“Ha un cane là dentro?”


“Se ne ha uno, dubito che sia un cagnetto” disse Prizger asciutto. “Probabilmente è il tipo a cui piacciono i Doberman o i Rottweiler. È il genere di cani che piace a questi paramilitari fissati.” Indicò la vittima delle frustate, che proprio in quel momento veniva fatta scendere a terra da un paio dei suoi compagni, mentre venivano sorvegliati da alcuni uomini delle forze armate americano-olandesi che avevano condotto l'operazione. “Fottuto bastardo machista. Informa la squadra della possibilità che ci sia un cane da guardia...”


L'ometto scoppiò a ridere e disse qualcosa. “Cosa?” disse Rogers, “non capisco il suo dialetto.”


Priztger rispose: “Ha detto che non è un cane da guardia”.


“Meglio essere prudenti,” osservò Rogers.


Aspettarono finché le squadre non ebbero circondato l'edificio, dopodiché entrarono. Era una semplice struttura a due stanze. Quella principale, dove si trovavano loro, era un ufficio; attraverso la porta aperta, Rogers poté vedere nell'altra stanza un letto rifatto e un'altra porta, spalancata dall'entrata dell'altra squadra pochi momenti prima. L'ufficio conteneva una scrivania, un portatile, cassettiere, una sedia e una gabbia per cani – una gabbia del tipo più grande, pensata per cani come i Rottweiler e i Doberman menzionati da Pritzger. Era vuota. Vicino alla finestra giaceva un corpo che Roger ipotizzò fosse quello del comandante; aveva delle mostrine d'oro finte sulle spalline dell'uniforme, un'altra fissazione tipica di questi paramilitari. Era stato strangolato con un sottile laccio di cuoio. Sembrava un guinzaglio. “Nessun altro nell'edificio, Capitano,” disse uno dei ragazzi che erano entrati per primi. “Chiunque l'abbia fatto, deve essere scappato prima che arrivassimo.”


“Prendete il portatile e quello che riuscite a tirare fuori da quelle cassettiere” ordinò Rogers. “Ci saranno ogni tipo di informazioni sui finanziamenti, le attività, rapporti con altre organizzazioni, contatti... I ragazzi a Bragg si strozzeranno su questa roba. Quelli adorano le scartoffie.”


Priztger annuì e istruì una manciata dei suoi uomini, dicendo loro di cominciare dalle cassettiere vicino alla scrivania. Lui stesso girò attorno alla gabbia per cani fino agli armadietti dietro.


E si pietrificò sul posto.


Rogers se ne accorse e si mise in allerta. “Tenente?”


“Shh,” disse Pritzger. “Ragazzi, state... shh...” Si mosse piano, accucciandosi.


Rogers spostò la gabbia e vide cosa stava guardando Pritzger. Sollevò una mano a indicare che tutti gli altri presenti nella stanza dovevano stare fermi.


Incastrato tra il lato più lontano degli armadietti e il muro, sotto uno scaffale, in uno spazio che sarebbe dovuto essere troppo piccolo per ospitarlo, stava una figura umana ossuta e nuda, con un grosso cespuglio di capelli attorno alla testa. Era tutto raggomitolato, con il volto nascosto, la schiena incurvata, le costole e la spina dorsale in rilievo e solcate da cicatrici. Era peggio che magro; sembrava uno scheletro con la pelle addosso. Rogers si chiese da quanto tempo il corpo stesse lì – non molto, si disse, dal momento che non sentiva l'odore della putrefazione...


Poi vide le costole espandersi in un accenno di respiro, e comprese che quella cosa era viva.


“Merda,” mormorò.


“Chi sei?” domandò Prizger in spagnolo. “Va tutto bene, non ti faremo del male.”


La cosa emise un suono. Sembrava l'uggiolio di un cane. Di un cane...


Rogers lanciò un'occhiata alla gabbia. “Cazzo,” sussurrò. “Cazzo, Tenente. Il cane. Il cane del comandante...”


L'aggrovigliata massa di capelli si sollevò. Un viso emaciato, pallido, guardò verso di loro e gemette di nuovo. Poi emise un debole latrato e tentò di premersi più a fondo nell'angolo. “Gesù” mormorò Prizger; poi, di nuovo, in spagnolo: “Non ti faremo del male. Dicci chi sei. Come ti chiami?” Allungò una mano; la creatura trasalì ma non fece alcun tentativo di mordere o opporre resistenza, anche quando Prizger gli appoggiò una mano sulla spalla. “Su, vieni fuori. Non ti faremo del male.”


“Ma quella cosa è... un essere umano?” chiese uno degli uomini dietro la scrivania. Gli occhi della creatura si mossero nella sua direzione. Immersi nell'ombra, Rogers non poteva dire di che colore fossero, ma a giudicare dalla reazione, doveva aver capito le parole del soldato.


“Parla inglese” affermò Rogers con voce piatta. La cosa guardò verso di lui, uno sguardo stranamente fermo e vuoto. Era lo sguardo di qualcuno che da molto tempo non si cura più di niente. “Capisce l'inglese, e scommetto il mio coglione sinistro che è lui quello che ha ammazzato il comandante.”


“Ho dei dubbi che possa strangolare persino una banana matura,” obiettò Prizger.


“Non sottovalutare il potere dell'adrenalina che l'odio può generare, tenente.”


La cosa gemette e tornò ad appoggiare la testa sul pavimento. Rogers premette gli auricolari. “Randy?” fece al medico. “Ho bisogno che tu venga qui. Jamison sta bene?”


“Sì” gli rispose Randy nell'auricolare. “Che succede lì?”


Rogers abbassò lo sguardo sulla figura sul pavimento. “Non ci crederai mai...”


 


 


Trovarono un paio di pantaloni da jogging che si allacciavano in vita; le gambe erano troppo corte, ma in ogni caso l'uomo non era in grado di stare dritto in piedi per più di qualche minuto. Si acquattava nello sporco del campo, avvolgendo le braccia attorno alle ginocchia, e lasciava vagare lo sguardo nel vuoto. La maglietta che il medico gli aveva messo addosso penzolava in ampie pieghe dalle sue braccia emaciate. Rogers aveva visto foto di gente che usciva dai campi di Auschwitz o di Berger-Belsen dopo la liberazione negli anni quaranta, e avevano quello stesso aspetto. Pritzger si inginocchiò accanto al ragazzo, tagliando il collare chiodato con un paio di cesoie che qualcuno aveva rinvenuto. La fibbia era stata saldata. “Deve essere sulla ventina,” disse Randy Josten, scribacchiando sul suo blocco note. “Americano o Europeo – ben nutrito nell'infanzia, fortunatamente per lui – ossa sane, denti fragili per la malnutrizione, ma ancora tutti al loro posto, e segni di cura dentale nel passato. Camillo dice che dev'essere stato qui per cinque anni, più o meno. Quando saremo tornati a Bragg potremo cercare tra gli annunci di gente scomparsa e vedere se riusciamo a scoprire chi è.”


“Ancora non parla?”


“Latrati. Uggiolii.” Randy rabbrividì. “Quel ragazzo è traumatizzato mentalmente e fisicamente, capitano. È esaurito. L'hanno picchiato; alcune costole si sono rotte e si sono saldate male; da quello che mi sembra di capire, non può prendere un ampio respiro senza sentire dolore. Gli hanno rotto anche alcune dita, e il polso, e Dio sa cos'altro. E,” disse prendendo fiato, “è stato stuprato. Non so quanto spesso, ma considerando che l'ultima volta è stata un'ora fa, direi piuttosto regolarmente. È ricoperto di cicatrici su tutte le gambe e sul fondoschiena a causa delle sbarre di quella fottuta gabbia, e potete vedere voi stessi che non riesce nemmeno a stare in piedi.”


“Quindi immagino che deve essersene stato in quella gabbia più o meno di continuo negli ultimi cinque anni. Cazzo.” Rogers scosse la testa. “Riportiamolo a Bragg e mettiamolo nelle mani dei dottori di laggiù; lasciamo che sia il contingente olandese a fare pulizia di quelli che rimangono. Quelli sanno cosa sta succedendo e hanno contatti coi nativi migliori dei nostri. Caricate il ragazzo sull'elicottero con gli altri ostaggi, il computer e la roba che abbiamo preso dall'ufficio, e muoviamoci.”


“Sissignore,” disse Randy. “Cosa?” aggiunse vedendo Rogers pietrificarsi all'improvviso.


“Mi è venuto in mente qualcosa” rispose Rogers. “Qualcosa a proposito dei computer. Hai detto cinque anni?”


“Sì, è quello che ha detto Camillo.”


Rogers attraversò il campo base fino a raggiungere il ragazzo. Accucciandosi di fronte a lui, gli sollevò il mento per studiarne il viso e lo guardò a occhi spalancati. Fuori dalla semioscurità dell'edificio dov'era stato rinchiuso, gli occhi che lo fissavano apparivano di un freddo azzurro cristallino, dall'espressione dura e attenta. “Zach?” chiese.


“Cosa?” Randy l'aveva seguito. “Lo conosce?”


“Zach? Sei proprio tu?” gli chiese Rogers di nuovo. “Zach Tyler?”


E il ragazzo... abbaiò. “Cazzo,” disse Rogers. “È lui. Zach Tyler.”


“Porca merda,” replicò Randy. “Della Tyler Technologies? Ma il figlio di Tyler era stato rapito nella fottuta Costa Rica. Siamo nel Venezuela orientale – a migliaia di chilometri di distanza!”


“Forse che il tango non si è spostato?” chiese Rogers sarcasticamente. “È lui. Ricordo la descrizione, le foto – cazzo, era su tutti i canali, soprattutto dopo che i genitori avevano pagato il riscatto e non gliel'avevano restituito. Cinque anni. Merda.”


Zach uggiolò. Rogers abbassò lo sguardo su di lui e gli lasciò andare il mento. “L'hai detto, ragazzo. Altroché se l'hai detto.”


 


 


Ho dimenticato cosa sia la gentilezza. Continuo ad aspettare che succeda qualcosa, che mi svegli da questo sogno, oh, così piacevole, ma non mi sveglio. Non può essere la realtà; so cos'è la realtà – è una gabbia, e avanzi di cibo e botte e dolore e stupri e fame. Per così tanto tempo ho saputo esattamente cosa aspettarmi; ho salvato la mia sanità mentale indurendomi dentro, rispondendo alla crudeltà con l'indifferenza quando potevo, e con l'odio quando non potevo. Non avevo molto di cui andare orgoglioso, ma svegliarmi ogni giorno ancora vivo per cinque anni con Esteban, mi ha dato il tipo di forza necessaria ad andare avanti. L'odio può renderti forte; l'ha fatto con me.


Ma questa gente che mi dà da mangiare e da bere, che è gentile quando mi mette addosso dei vestiti e mi prende in braccio e mi mette a sedere su un sedile imbottito e addirittura mi allaccia al sedile – questa gente mi confonde, e non so come comportarmi con loro. Questa non è la realtà. Mi spaventa, anche se in qualche modo è piacevole.


All'inizio, quando mi hanno messo addosso la tuta, non riuscivo più a smettere di accarezzare il tessuto con le dita, e di strofinare la guancia contro il ginocchio. È così morbido, così pulito. E ha un odore tanto buono, quanto è bello da toccare.


Non mi piace il volo in elicottero. Non mi piace il rumore, né le vibrazioni, né il modo in cui si solleva in aria. Sono fuori allenamento. Ci sono altre persone a bordo dell'elicottero, gli altri ostaggi liberati e i soldati incaricati di proteggerli, ma loro sono perlopiù eccitati e felici. Non so cosa pensare di loro. E loro, del resto, non sanno cosa pensare di me. Alcuni di essi mi fissano, come se fossi un qualche tipo di animale. Sollevo il labbro e ringhio debolmente, solo per fargli sapere che hanno ragione.


Sembra che continuerò ad avere paura per sempre, ma finalmente l'elicottero tocca terra; siamo arrivati all'aeroporto. Ancora rumori e confusione, ma c'è anche quella gentilezza inaspettata, e poco dopo sono seduto nella cabina di un aeroplano.


Di nuovo, ho paura – non perché abbia terrore di volare, ho preso l'aereo molte volte nella mia vita, ma tutto quello che riesco a ricordare adesso è quell'ultimo terribile volo in Costa Rica; l'atterraggio e l'uscita dall'aereo, io che mi guardo intorno in cerca dell'autista che mia zia avrebbe dovuto mandare a prendermi, e poi più nulla, finché non mi risveglio nella giungla ed Esteban mi sta guardando. Comincio a sudare freddo, e uno dei soldati vicino a me mi chiede se sto bene. Non gli rispondo, ovviamente.


Non dovrei sentirmi in questo modo, non dovrei ricordare queste cose, perché sono in un mezzo di trasporto truppe dell'Esercito, non nella prima classe di un jet di lusso. Gli altri ostaggi non sono su quest'aereo. Solo io e un mucchio di soldati; non gli stessi di prima, eccetto il tenente che mi ha strappato di dosso il collare quand'eravamo nel campo base. Sta in piedi vicino alla testa dell'aereo a parlare con uno dei piloti.


Mi fanno male le gambe e anche la schiena. Mi gratto le cosce attraverso la tuta grigia. Fa male, e cerco di trattenere un gemito. Ho fatto molta pratica nel sopportare il dolore, ma per qualche motivo questa volta non riesco a controllarmi.


“Ehi, signor tenente” chiama il tipo che mi aveva chiesto se stavo bene. “Il vostro passeggero, qui, è agitato da qualcosa.”


Il tenente si volta e attraversa il corridoio. Mi sorride. “Ehi, tutto bene lì, Zach?” Esita un momento prima di pronunciare il mio nome, come se non fosse sicuro che sia giusto. Neanch'io ne sono del tutto certo.


Mi strofino di nuovo le cosce. Rabbrividisce, poi mi dice: “Sei scomodo sul sedile, è così, ragazzo?” È più a suo agio a dire 'ragazzo'. “Immagino che i tuoi muscoli siano tutti arrugginiti da tutto quel tempo trascorso in quella gabbia.” Si raddrizza, si guarda intorno, e si allontana verso la coda dell'aereo, dove non posso vederlo. Un minuto dopo, torna da me e mi slaccia la cintura. “Il protocollo non lo consentirebbe, ma credo che là starai meglio,” dice, e mi solleva dal sedile. “Diavolo, ragazzo, anche bagnato fradicio non raggiungeresti la cinquantina di chili.” Mi porta alcune file più giù, dove ha ripiegato alcuni sedili e ha messo i cuscini sul pavimento. Quindi mi poggia giù sui cuscini. “Ecco qua. Va meglio?”


Alzo lo sguardo su di lui, e incontro i suoi occhi per la prima volta. Sono castani. Sento le mie labbra muoversi, incurvarsi, e mi accorgo di stare sorridendo. Non credo di stare ringhiando, perché lui sogghigna a sua volta.


Mi raggomitolo sui cuscini, così morbidi e comodi, e dormo per il resto del viaggio. Quando apro di nuovo gli occhi, il tenente mi sta scuotendo la spalla. “Stiamo per atterrare, ragazzo, e per un po' dovrai allacciarti alle cinture. Mi spiace.”


Sperimento di nuovo quel sorriso di prima, e sollevo le braccia affinché mi tiri su. E lui lo fa, ridendo. “Ho un nipotino che si comporta così, ma lui ha tre anni. La tua scusa qual è?”


Appoggio la testa sulle sue spalle. È gentile, e profuma di buono. Non mi dà fastidio nemmeno che mi abbia svegliato dal primo sonno veramente piacevole che abbia avuto da anni. Non sapevo nemmeno che si potesse dormire nei sogni.


Mi allaccia al sedile e aspetto che l'aereo atterri e si fermi, e che lui venga di nuovo ad acchiapparmi. Questa volta mi trasporta fino alla testa dell'aereo, dove alcuni uomini in bianco con una barella sono in attesa. Mi mettono sulla barella, ma quando cominciano a spingermi, allungo un braccio, gli afferro la manica e gemo. Mi dà una pacca sulla spalla e dice: “Passerò a vederti all'ospedale, ragazzo. Non preoccuparti”.


Il suo sorriso è caldo e mi ispira fiducia. È l'unico, finora – ma di lui mi fido. Lascio che gli uomini della barella mi portino via fino all'ambulanza, ma adesso ho di nuovo paura. Non so più cosa mi aspetti. Con Esteban, sapevo sempre cosa mi aspettava, ma ora non più, e sono terrorizzato.


Nulla mi è più familiare, e io ho paura.


 


 


Richard Tyler sollevò dalla scrivania del suo cubicolo il telefono che squillava. Il numero in sovrimpressione sullo schermo era quello della reception. “Tyler” disse in tono assente, concentrato sullo schermo del computer di fronte a lui.


“Rich, ho qui davanti a me un paio di uomini del Dipartimento di Stato,” gli comunicò Abby. La sua voce tremava.


Fu come un pugno nello stomaco. Eccole: le notizie che aspettava da quando, cinque anni prima, il riscatto di dieci milioni di dollari era scomparso nelle foreste dell'America Centrale. Come paralizzato, rispose: “Falli accomodare nella sala conferenze piccola. Arrivo subito”. Appese il telefono e lo fissò per un momento.


Poteva trattarsi anche solo di un altro di quegli interminabili colloqui che si era dovuto sorbire per tutti gli ultimi cinque anni, pezzi grossi del Dipartimento di Stato in cerca di nuovi indizi che potessero condurli alla cattura dei terroristi che avevano rapito Zach da quell'aeroporto in Costa Rica, teoricamente uno dei luoghi più sicuri dell'America Centrale. Il rapimento aveva scosso il mondo degli affari e quel piccolo paese a vocazione turistica aveva rafforzato le misure di sicurezza, ma ormai era troppo tardi per Zachary. Richard si massaggiò la fronte e prese un ampio respiro. Questa volta, tuttavia, gli sembrava ci fosse qualcosa di diverso, e Richard credeva di capire il perché. Meglio farla finita subito. Chiuse il programma a cui stava lavorando e lasciò il cubicolo.


Barry Genelli, il suo vicepresidente responsabile di ricerca e sviluppo, stava nel cubicolo accanto – tutti lavoravano allo stesso piano; niente uffici dirigenziali nella sua compagnia, una delle più grandi al mondo per le entrate, ma una delle minori in termini di privilegi per i dirigenti – e lo vide passare. “Che succede, Rich?”


“Un'altra visita dal Dipartimento – immagino per la questione Zach,” rispose Richard con voce piatta.


“Non è detto, magari stanno cercando qualcosa come il chip di localizzazione progettato da Davey, quello che abbiamo venduto a quella compagnia olandese. Al Dipartimento di Stato devono avere almeno trentamila impiegati che lavorano all'estero; sarebbe un cazzo di affare.”


“Dimentichi che quella compagnia olandese ha comprato anche i diritti di produzione. È con loro che dovranno trattare, se vogliono il chip.”


Barry scrollò le spalle. “Abbiamo ancora i brevetti. Ci dovranno un sacco di royalties.”


“Sì,” Richard annuì disinteressato. Si passò la mano tra i capelli brizzolati e attraversò il labirinto di cubicoli fino all'area con la reception e le sale conferenze.


I due uomini che lo aspettavano non erano i soliti pezzi grossi. O meglio, uno dei due lo era – quello che si portava dietro l'immancabile ventiquattr'ore – ma l'altro era un uomo con l'uniforme dell'esercito e le mostrine da capitano. Richard si bloccò sulla soglia, sentiva che gli si torcevano le budella. Eccoci. “Signori” esordì. Si chiuse la porta alle spalle e ci si appoggiò contro, le mani nelle tasche posteriori dei jeans.


“Lei è il signor Richard Tyler?”


“In persona. Cosa posso fare per voi?”


“Riguarda suo figlio Zachary.”


“Già. L'avevo immaginato.” Richard attraversò la stanza fino a fermarsi davanti alle vetrate. Si aprivano su uno spettacolare scorcio delle Montagne Rocciose del Colorado. “L'avete trovato, no?”


Vide nella finestra il riflesso dei due uomini che si guardavano l'un l'altro. Il pezzo grosso disse: “Sì, signore. Immagino abbia sentito dell'operazione congiunta americana-olandese che la settimana scorsa ha salvato dieci ostaggi dalle mani di un'organizzazione paramilitare?”


“Già. Già. E così era finito laggiù? In Venezuela?”


“Sì, signore.”


Richard smise di trattenere il respiro. No, non poteva sopportarlo; non adesso. Credeva che ci sarebbe riuscito, ma no. “Presumo che l'abbiate identificato al di là di ogni dubbio.” Disse, bruscamente.


“Sì, signore,” confermò il capitano. “Aveva fatto registrare le sue impronte digitali per quel programma di protezione dei minori alcuni anni fa...”.


“Gesù,” disse Richard da sopra la spalla. “È rimasto abbastanza di lui da poter confrontare le impronte digitali? No”– sollevò la mano per prevenire la risposta – “risparmiatemi i dettagli, per il momento. Solo, ditemi – quando potremo riportarlo a casa?” Non disse i suoi resti, anche se era esattamente quello che aveva pensato. Ma era di Zachary che stavano parlando. Il suo orgoglio, il suo ragazzo brillante, il suo figlio adorato. Non dei raccapriccianti resti.


“Be',” rispose il capitano, “ci sono dei problemi di salute, sia fisici che mentali, di cui bisognerà occuparsi. Avrete bisogno di un buon fisioterapista, e...”


Richard ruotò su se stesso e fissò il capitano. “Fisio... state dicendo che Zach è vivo?”


“Sì, signore,” disse il capitano con sorpresa. “L'abbiamo trovato in Venezuela, prigioniero di quella stessa organizzazione paramilitare che aveva rapito l'altro gruppo dal Suriname... Signore...?”


Richard si piegò sul tavolo delle conferenze, le sue mani premute sulla superficie per sostenersi. Lottò per controllare il respiro, per frenare la tendenza all'iperventilazione che lo affliggeva regolarmente da cinque anni. Ma questa volta – questa volta era sul serio la fine dell'incubo. “Mio Dio,” disse piangendo, e si passò le mani sulla faccia per asciugarsi le lacrime. “Il mio Zachary – il mio ragazzo...”


“La prego, signore, si sieda,” consigliò l'uomo in borghese. “Posso portarle qualcosa da bere?”


“No, no, grazie” gli rispose Richard. Di nuovo si passò la mano sulla faccia. “Dio. Devo dirlo a sua madre... Lui sta bene? Avete parlato di fisioterapia... gli hanno fatto del male?” I suoi occhi schizzavano dall’uomo in borghese al capitano. Gli stavano nascondendo qualcosa...


“È uscito da quel campo sulle sue gambe,” spiegò il capitano, “ma non voglio mentirle dicendole che sta bene. È in cattivo stato, signor Tyler. Ho visto le condizioni in cui ha vissuto e non erano buone, inoltre ha subito dei danni fisici che non sono guariti bene.”


Richard si sedette. “Che tipo di danni?”


“Credo che farebbe meglio a parlarne direttamente col dottore che lo ha in cura. Non conosco tutti i dettagli. So che tengono Zach all'ospedale civile di Fayetteville, vicino Fort Bragg. Lo stanno ancora sottoponendo a dei test; vogliamo essere sicuri che non nasconda qualche infezione ignota. Dopo tutto, ha passato cinque anni nella giungla in condizioni pessime, un terreno di coltura privilegiato per ogni sorta di malattia. Ci sono anche degli psicologi al lavoro su di lui; ne ha passate tante.” Il capitano prese un respiro. “Il mio nome è John Rogers; sono io il comandante della task force americana-olandese che ha soccorso quegli ostaggi. E sono stati i miei uomini a trovare Zach.”


“Il capitano Rogers,” proseguì quello in borghese, “ha riconosciuto suo figlio e lo ha spedito immediatamente a Fort Bragg, dove è stato identificato dalla banca dati cui avevamo accennato prima. Da allora, il suo passaporto e la sua carta d'identità sono stati ritrovati tra i documenti recuperati dalla base dei rapitori. Il governo venezuelano, benché in questo momento storico non sia in rapporti particolarmente buoni con gli Stati Uniti, è comunque stato molto collaborativo nella ricerca dei rapitori...”


“Anche se, per colmo dell'ironia, il vero aiuto ci è venuto dal fatto che uno degli uomini d'affari olandesi rapiti si era fatto impiantare quel localizzatore GPS che lei ha progettato,” disse il capitano Rogers.


“Non l'ho progettato io,” chiarì Richard con voce tremante. “È stato David Evans – il figlio della mia governante. Lavorava per noi quando Zach è stato preso. L'ha fatto per Zach, lavorandoci tutta l'estate dopo che... Ne era ossessionato. Diceva che se Zach avesse avuto qualcosa del genere...” Tacque. David. Alla fine, era stato David a fare la differenza. “È stato lui a salvarlo. David. David ha salvato Zach.”


“Lo penso anch'io,” concordò il capitano Rogers. “O, quantomeno, ha reso possibile il nostro salvataggio. Questa volta siamo stati dannatamente fortunati.”


“Capitano,” mormorò Richard. “Prego Dio che siate sempre così fortunati.”


 


 


“Il signore e la signora Tyler? Sono il dottor Duffey.”


L'uomo tese la mano a Richard; lui la strinse, e lo stesso fece Jane un momento dopo. Duffey sembrava un medico competente. Era un uomo di piccola statura, con una spruzzata di capelli castani troppo grossi per rimanere aderenti al cranio. “Ho lavorato con Zach da quando è arrivato, cinque giorni fa. La maggior parte del tempo l'ho impiegata nel metterlo a suo agio; ha trascorso i primi due giorni raggomitolato in posizione fetale, terrorizzato a morte. Ma negli ultimi giorni ha mostrato grandi miglioramenti.”


“Lei è lo psicologo?”


“Lo psichiatra. Sono specializzato in vittime di traumi. Il dottor McKinnon invece è il medico che si occupa delle sue condizioni fisiche. Zach è conciato male, ma la causa è soprattutto la malnutrizione. Stando così le cose, siamo più che altro preoccupati del suo stato psicologico. Comunque, vedrete il dottor McKinnon più tardi nel pomeriggio.”


“Quando potremo vedere mio figlio?” chiese ansiosamente Jane.


Duffey le sorrise. “Presto,” disse con tono rassicurante. “Ma prima che andiate dentro ci sono alcune cose che devo dirvi. Per prepararvi.”


“Prepararci per cosa?” domandò Richard.


Il dottore si grattò la fronte. “Non vi hanno detto niente su di lui, eh?”


“Continuano a dirci di aspettare e parlare con lei. Cosa c'è che non va in Zach?”


“Oltre ad essere gravemente emaciato per la malnutrizione, è estremamente traumatizzato e non-verbale.”


“Cosa intende dire con 'non-verbale'?” chiese Jane.


“Non parla.”


“Sappiamo cosa vuol dire 'non-verbale'” disse Richard, impaziente, “ma che significa precisamente nel caso di Zach? Ha qualcosa che non va alla gola? Vi ignora quando provate a parlargli? Emette strani suoni? Non emette suoni di alcun tipo?”


“Abbaia.”


Nella piccola sala d'attesa calò il silenzio. Quindi Richard chiese a bassa voce: “Che cosa cazzo significa 'abbaia'?”


“Che abbaia. Guaisce. Talvolta uggiola. Reagisce come se fosse un cane.” Il dottor Duffey scosse la testa. “Da quello che mi ha detto il tenente che l'ha portato qui, è stato trattato per cinque anni come se fosse un cane. Chiuso in una gabbia, con un collare, nutrito con avanzi, saltuariamente portato fuori legato a un guinzaglio – ma non molto spesso; i muscoli delle gambe sono atrofizzati, e avrà bisogno di fare fisioterapia molto a lungo prima che possa camminare senza aiuto per più di pochi passi.”


“Oddio...” disse Jane, la mano sulle labbra.


“Cazzo,” sussurrò Richard.


“E c'è di peggio,” li mise in guarda Duffey. Entrambi lo guardarono. “Vi suggerisco di mettervi seduti. Tutti e due.”


“Cazzo” disse ancora Richard, ma entrambi obbedirono. Si allungò per prendere la mano di Jane e la strinse forte.


“È stato violentato, non è così?” chiese Jane. Richard sbatté le palpebre e la guardò. Lei gli restituì lo sguardo. “È un ragazzo bellissimo, Richard. È inevitabile che qualcuno voglia ferirlo in quel modo. Le persone malvagie vogliono distruggere la bellezza – perché non la capiscono” gli disse semplicemente.


“Sì. Abbiamo prove fisiche che sia stato molestato sessualmente per un lungo periodo; ci sono cicatrici sia nella zona genitale che in quella anale. Nulla che indichi danni permanenti, intendiamoci, a parte le cicatrici; e nessuna traccia di malattie veneree. Quando si sarà ripreso, dovrebbe guarire completamente.”


Richard fece un verso sprezzante. “Ma è proprio quello il problema, o no? Come ci si riprende da una cosa del genere?”


“Poco alla volta, temo.” Il dottor Duffey scosse la testa. “Il fatto che continui a non parlare dopo cinque giorni di cure non è un buon segno. Ma spero che, ora che siete qui, le sue condizioni migliorino più rapidamente.”


“Ne dubito,” disse con ferocia Richard. Si alzò e si allontanò da loro, fissando fuori dalla finestra proprio come aveva fatto nella sala conferenze dei sobborghi di Colorado Springs. Qui il panorama non era altrettanto suggestivo – solo il parcheggio dell'ospedale.


“Richard,” mormorò Jane.


“Be', Jenny, è la verità. Non ha motivo di amarci. Per la prima volta nella sua vita si è innamorato, e come ci comportiamo noi? Lo mettiamo su un aereo e lo spediamo tutto solo nelle mani di quel bastardo che l'ha stuprato e distrutto – e tutto per tenerlo lontano da qualcuno che lo amava. E quel qualcuno l'ha salvato, cazzo, Jenny. Gesù. Avremmo dovuto lasciare che stesse con David – almeno sarebbe stato felice. E tutto intero.”


“Credo di capire che Zach sia gay,” disse il dottore con delicatezza.


“Credevo fosse semplicemente un quindicenne,” disse Richard con tristezza. “La pensava così anche David. Diceva di avere a cuore Zach, ma che era troppo giovane per una relazione seria; aveva detto a Zach che avrebbero dovuto aspettare. Credevo si trattasse solo di... di ormoni, o qualcosa del genere, che si fosse preso una piccola cotta per David. Si conoscevano da una vita, e lui era più grande, più maturo... David era appena uscito dal liceo, risparmiava soldi per il college, lavorava per la mia compagnia, ma era il figlio della mia governante e viveva nella tenuta con noi. Si vedevano tutti i giorni. David era abituato a portarlo in giro dappertutto, finché Zach non fosse stato abbastanza grande da prendere la patente... Gesù. Non ha nemmeno la patente...” Richard affondò la faccia nelle mani e pianse.


Jane gli si avvicinò e lo circondò con le braccia, la guancia dolcemente abbandonata contro le scapole del marito. “Mia sorella vive in Costa Rica, e ci aveva chiesto di mandare giù Zach a trovarla. Abbiamo pensato che sarebbe stata una buona idea fargli passare un po' di tempo lontano da David, se si trattava solo di una cottarella, capisce? E David accettò. Disse che Zach doveva schiarirsi le idee, che doveva diventare più grande prima che fosse pronto per una relazione con chiunque, uomo o donna che fosse. Eravamo tutti d'accordo di mandarlo via. Richard dà la colpa a se stesso, ma siamo tutti colpevoli,” disse Jane al dottore.


“Non è affatto colpa vostra,” rispose il dottor Duffey. “Scarichiamo la colpa sul vero responsabile, sulle spalle dell'uomo che ha fatto tutto questo, il cosiddetto 'generale' Benito Esteban.”


“Lo hanno preso? È dietro le sbarre quel bastardo?” domandò Richard, asciugandosi il viso con gesti irritati. “Voglio vedere la faccia di quello spregevole, disgustoso...”


“È morto” disse il dottore sorpreso. “Non ve l'hanno detto?”


“No. È rimasto ucciso nel raid?”


“No. Zach l'ha ucciso.”


 


 


Quando la porta della camera dell’ospedale si apre sobbalzo spaventato. Dovrei essere abituato al brusco andare e venire dei dottori, ma dopo aver vissuto così a lungo a contatto coi soli suoni delle voci umane e del frinire degli insetti tra gli alberi – oltre all'occasionale colpo di pistola – tutto questo sbattere, vibrare, fischiare, e squillare, mi sconcerta. No, diciamoci la verità: lo trovo del tutto insopportabile, irritante, spaventoso...


Ed ecco Fluffy Duffey, il mio strizzacervelli personale. È piccolo e ha un aspetto innocuo, con quei soffici capelli castani e gli occhi gentili e pazienti. “Ciao, Zach,” dice. “Come ti senti oggi?”


Come sempre, Fluffy.


“Com'era il pranzo? L'infermiera ha detto che hai ripulito il piatto.”


E mi sarei mangiato anche il vassoio, se fosse stato commestibile. Mi hanno detto che il mio stomaco è rimpicciolito, per cui non ci può stare dentro molto cibo, ma sono affamato. I primi giorni non avevo appetito, ma sto recuperando il tempo perso.


Mi prende la mano e mi sente le pulsazioni. È uno strizzacervelli, ma a quanto pare è anche un vero dottore; sembra che capisca quello che dicono i monitor, i grafici, e tutta quella roba. Qualunque cosa gli comunichi il mio polso, sembra che ne sia soddisfatto. “Hai visite,” dice.


Sbatto le palpebre, senza capire.


“I tuoi genitori. Sono qui.”


Per un minuto buono, non capisco che intende dire. Cosa sono dei genitori? Poi il cuore comincia a martellare e mi sale la paura. No. Non loro. Esteban mi ha detto che loro non si sono mai curati di me, che non hanno mai mandato il riscatto che aveva chiesto, che gli avevano risposto che non gli importava cosa ne facesse di me, che mi avevano mandato da lui di proposito... Comincio a iperventilare, e Fluffy mi piazza una maschera per l'ossigeno in faccia. “Respira piano,” dice sopra il sibilo dell'ossigeno. Non riesco a respirare. Sono terrorizzato. Questo è un sogno e ho già capito cosa succederà dopo: loro entreranno e i loro volti saranno volti di mostri, sventreranno Fluffy e cominceranno a divorarmi i piedi, a quel punto mi sveglierò e ci sarà di nuovo Esteban con me, solo che stavolta lui saprà che cosa ho sognato e comincerà a raccontarmi altre storie sui miei genitori, su che razza di mostri siano e come hanno divorato tutti quelli che conosco. Sto piangendo dal terrore adesso, dopo che per anni non ho più pianto, non riesco a respirare e Fluffy è agitato; certo, non tanto agitato come lo sarà tra un minuto, quando loro entreranno nella stanza e gli strapperanno la gola...


E loro entrano, e sono persone normali, estranei con facce spaventate. Trattengo il fiato aspettando che si trasformino in mostri, ma loro si limitano a starsene lì in piedi. La donna sta piangendo e l'uomo la cinge con le braccia. L'uomo ha capelli ricci e neri come i miei, ma con delle spruzzate d'argento qua e là; i suoi occhi sono scuri, e ci sono solchi sul suo viso che diventano più profondi appena guarda verso di me. La donna ha capelli biondi, tirati indietro e annodati in un modo di cui una volta conoscevo il nome, qualcosa di francese; ma non riesco a vedere la sua faccia perché l'ha affondata nella spalla dell'uomo. “Jane” le dice, e in quell'istante lo riconosco. Le spruzzate d'argento e le rughe mi confondono, perché mio padre non aveva capelli grigi o rughe sulla faccia. Ma adesso sì.


Smetto di iperventilare; sto ancora piangendo, ma sono lacrime silenziose, non singhiozzo più. Prendo una serie di rapidi respiri e mi libero della maschera di ossigeno. Fluffy sembra sollevato. “Stai bene?” chiede a bassa voce. Mi limito a fissarlo, quindi sposto lo sguardo sugli altri. I miei genitori. Dick e Jane. Mi ripulisco dalle lacrime. Sono calmo adesso; quella fredda, vuota calma che mi riesce così bene; posso guardarli e riuscire a credere che, almeno questa volta, non si trasformeranno in mostri per poi divorare tutti.


“Zach?” dice papà, la voce incerta.


Non rispondo, ma incontro il suo sguardo. I suoi occhi sono arrossati e stanchi, ma sul suo viso c'è l'accenno di un sorriso. Ho male da qualche parte dentro di me e spalanco gli occhi. Credevo di essere abituato al dolore, ma questo è un tipo di male diverso, un male a cui non so come reagire.


A quel punto la donna si volta e la guardo. I suoi occhi sono azzurri, come i miei, ma sono anch'essi arrossati e provati. In questo momento, quei due assomigliano più l'una all'altro che ognuno di loro a me. Entrambi stanchi, vecchi e tristi. E ora mi sento anch'io stanco, vecchio e triste. È doloroso. Singhiozzo e chiudo gli occhi.


Qualcosa mi tocca la mano e spalanco di nuovo le palpebre. È la mamma, Jane di Dick e Jane. Una volta andava su tutte le furie quando la chiamavo così. È un modo di dire che ho preso da quel vecchio libro che davano da leggere ai bambini a scuola anni fa – Divertimento con Dick e Jane – o qualcosa del genere. Il loro cane però si chiamava Spot, non Zach. La mano di mamma è fredda e minuta. Posso sentire piccoli ossicini da uccellino. Potrei spezzare quelle ossa senza nemmeno pensarci, anche nelle condizioni disastrose in cui sono. Dopo qualche giorno di cibo e riposo mi sento più forte, molto più forte di quando ho strangolato a morte Esteban. Se ho potuto fare una cosa del genere, poche piccole ossa non saranno nulla. Ma non le spezzo. È così piccola e fragile, molto più esile di quel che ricordavo. Mugolo di disappunto e i suoi occhi si allargano. Non dice niente, rimane lì a fissarmi in preda all'orrore, come se fossi io quello che sta per trasformarsi in un mostro e divorare i piedi della gente. E forse ha ragione. Forse sono io il mostro. Dopotutto, nessuno di loro ha strangolato qualcuno con un guinzaglio di recente, no?


Jane ricomincia a piangere. “Oh, Zach, bambino mio,” dice e mi circonda con le braccia, stringendomi delicatamente a sé, come se temesse di rompermi. La sua mano è gelida ma le braccia sono calde e mi sento come un uccellino nel nido.


Dio, come vorrei che non fosse solo un sogno.


 


 


So cos'è la realtà, e non è questa.


La realtà è fredda, e dura. La realtà è un posto dove ci sono solo dolore e odio.


La realtà è dove mi sveglierò.


Alcune persone sono felici di svegliarsi dai loro incubi nella realtà; ma quando la tua realtà è un incubo, non avverti un gran miglioramento. Comunque non dormo bene, non più di poche ore alla volta; per cui non sembra valerne molto la pena. Non faccio alcun tipo di esercizio che mi stanchi; e del resto, quando sei addormentato, non puoi vedere cosa c'è là fuori, tutte quelle cose che aspettano solo che abbassi la guardia. Non che mi importi; so cosa mi aspetta. È nella stanza dietro la porta, a pochi metri di distanza.


È mattino presto, la luce è bassa, ed Esteban non si è ancora alzato. Striscio fino alle sbarre della gabbia e piscio nel secchio sul pavimento. Non devo fare nient'altro, il che è un sollievo; anche se le sbarre che formano il pavimento di questa gabbia per cani sono sollevate a qualche dito da terra, potrebbe volerci un'ora o due prima che l'inserviente di Esteban venga a spostare via la gabbia sulle sue ruote e pulisca sotto. Non è un problema che si verifica spesso – poche fibre nella mia dieta. Ma non mi piace ricordare che è un'altra delle cose su cui non ho controllo. Una volta ero un ragazzo molto pulito. Mi disturba il fatto di non esserlo più.


L'inserviente e io ci odiamo di un odio cordiale e sincero. Lui detesta pulire dove sporco, e io lo detesto perché può stare dritto in piedi. Saranno tre o quattro mesi che non posso alzarmi, dall'ultima volta che Esteban mi ha portato a fare una passeggiata per il campo. Cerco di tenere in esercizio i muscoli sulle gambe facendo stretching quando non c'è in giro nessuno, come adesso: mi tendo verso il basso ad afferrare le dita dei piedi e tiro, allungando i tendini e i muscoli della schiena, delle gambe, delle spalle e delle braccia. Fa male. Fa sempre male. I muscoli bruciano e le sbarre del fondo della gabbia affondano nel fondoschiena nudo, nelle cosce, nei polpacci. Ma continuo a pensare che un giorno o l'altro avrò l'opportunità di uccidere Esteban, e ho bisogno di essere sufficientemente forte per riuscirci.


Ma chi sto prendendo in giro?


Per una volta è l'inserviente il primo a comparire stamattina. Succede ogni tanto, quando Esteban è in giro a stuprare i bambini, o a cavare gli occhi delle vecchie, o a tagliare le ali alle mosche. C'è stato un po' di casino alcuni giorni o settimane fa – non saprei – e credo stia succedendo qualcosa. Ultimamente Esteban è un po' troppo felice. Detesto quando è felice. Quando è felice, è eccitato, ed è il mio culo a riceverne i dubbi benefici. L'unica cosa peggiore è quando è incazzato – allora ogni parte di me ne beneficia.


L'inserviente si chiama Ernesto; tra me e me lo chiamo 'Che'; non che quel tipo abbia la più pallida idea di chi sia, per cui potrei anche dirlo ad alta voce. È davvero stupido. Lui mi chiama 'Perro', ma quello lo fanno tutti. È quello che sono: il cane di Esteban. La colpa è mia – quando per la prima volta arrivai qui ero un ragazzo dalla lingua sciolta e gli dissi di andare a scoparsi un cane. E lui decise di prendermi in parola.


Il Che mi porta il secchio dell'acqua attraverso la botola del cibo sul fondo della gabbia. Come sempre, nel secchio ci sono un rasoio di plastica e uno straccio, ma niente sapone. Credo di ricordare ancora come fosse fatto il sapone. Mi passo il rasoio sulla faccia, radendomi la barba rada; credo di essere prossimo ai vent'anni, ma pur avendo i capelli neri, non ho molti peli sul viso, il che è un bene – non riesco a immaginare come potrei radermi una barba fitta con un rasoio da donna come questo. L'inserviente mi fa usare un rasoio da donna perché hanno la lama meno esposta di un vero rasoio. Una volta, anni fa, ho provato a tagliarmi il polso con un rasoio da uomo, e Esteban gli ha spaccato il culo per questo. Ma a Esteban non piace la barba sugli altri uomini – nessuno dei suoi uomini la porta – anche se lui ce l'ha. Dev'essere una qualche stronzata sulla virilità. Per essere un tipo che si sbatte culi tutti i giorni, ha una vera fissazione per la virilità. Immagino che uno strizzacervelli avrebbe parecchio materiale su cui lavorare.


Mi rado e mi asciugo con lo straccio, usando meno acqua possibile; quella che avanza sarà tutta quella che potrò bere per oggi, e preferisco essere nudo e sporco che nudo e assetato. Quindi lancio il rasoio al Che, per principio. Lo straccio finisce nella piccola pila nell'angolo della gabbia. È il mio hobby, collezionare stracci. Un giorno mi farò una trapunta. Il problema è che, ogni poche settimane, quando Esteban mi fa piegare sulla sua scrivania col suo cazzo nel culo, il Che si intrufola dentro e mi porta via la pila di stracci. Credo che la cosa mi irriti più della scopata. Quelli sono i miei fottuti stracci, stronzo.


Ma non parlo mai al Che. Non parlo con nessuno. Non c'è nessuno qui con cui voglia parlare.


Sento Esteban fuori, che urla a qualcuno, e poi sento lo schioccare della frusta e quel qualcuno riceve quello che merita. Non succede spesso – Esteban non è stupido – ma neanche così di rado. Fa parte della vita nella giungla. A Esteban piace la sua frusta, e gli piace la disciplina. Ma i suoi uomini sono ben nutriti. Io no – ma io sono solo un cane. Le botte mi deprimono, però – a Esteban piace la sua frusta – l'ho già detto? – e questo lo mette di buonumore, e quando è di buonumore...


Lui entra poco dopo, macchie di sudore sull'uniforme da paramilitare, un ghigno sulla faccia e il cazzo in tiro che gli fa una tenda all'altezza dell'inguine. Apre la gabbia, mi acchiappa per il collare e mi tira fuori, sul pavimento. “Eccolo qui il mio bravo cane,” canticchia, “ecco il mio cagnolino”, mi tira per i capelli e mi mette il guinzaglio. “Il pelo del mio cagnolino si sta arruffando tutto” osserva. “Ernesto, ricordami di farlo strigliare.” E scoppia a ridere come se avesse detto qualcosa di fottutamente divertente. Un simpaticone, Benito Esteban. Non è grasso, ma è grosso e muscoloso, con un collo taurino. Accanto alle sue, le mie piccole braccia emaciate sembrano ramoscelli. Mi strofina la faccia contro il pavimento; giro la testa appena in tempo per evitare che mi faccia uscire sangue dal naso, ma lo zigomo mi si spacca contro il legno e fa male. “Giù, cane” dice, e avvicino le ginocchia, le mie braccia sono piegate sotto il torace e il mio culo scheletrico è esposto all'aria, l'immagine del cane sottomesso. Mi fa stare in questa posizione mentre si occupa dell'inserviente, dandogli ordini a cui non presto più ascolto. Lo sento dire qualcosa a proposito di 'ostaggi' ma niente di preciso. Non è difficile immagine cosa lo stia rendendo così allegro, anche tralasciando il piacere di staccare a frustate la pelle dalla schiena di un povero stronzo. Ha degli ostaggi, il che significa riscatti, il che significa più fondi per il suo piccolo esercito. È un momento felice a Esteban-landia.


Il Che finisce di ricevere le istruzioni della giornata, ed Esteban si siede dietro la scrivania, strattonando la sua estremità del guinzaglio e schioccando le dita. Gattono verso di lui e mi siedo sulle cosce dietro di lui, attendendo ordini. Mi chiedo se i cani veri odino i loro padroni tanto quanto io odio il mio. “Su” ordina, schioccando di nuovo le dita. Se fossi stato un vero cane, gliele avrei staccate a morsi, ma non lo sono, per cui mi sollevo in una posizione mezzo accovacciata, le ginocchia piegate, gomiti sul tavolo. Ci sono dei fogli sopra, ma non riesco a leggerli; sono in spagnolo e nella sua calligrafia. Non ho mai imparato a leggere lo spagnolo e la sua calligrafia fa cagare. Sento un fruscio alle mie spalle, poi la pressione brutale del suo cazzo contro il mio culo, e poi si sta spingendo dentro, mormorando di piacere. Niente saliva, niente lubrificazione, solo quel grosso cazzo. Per fortuna, ormai non lo sento quasi più; i muscoli sono strappati o morti o sfregiati o qualcosa del genere, e una volta che è entrato, si tratta solo di lui che mi riempie un'altra volta, per poi tirarlo fuori. Comincia a muoversi a ritmo e a quel punto si tratta solo di aspettare che venga. Una volta o due, anni fa, ho avuto una reazione fisica; ma il mio cazzo ormai non si indurisce più, neanche se me lo stuzzica. Lui dice che sono stato sterilizzato. Può essere. Che mi importa?


Però sto attento a non pensare a nulla quando mi scopa, perché a volte ho il sospetto che possa leggermi nel pensiero, e quando mi scopa mi rende vulnerabile. È molto bravo a trovare le cose che ti feriscono, a distruggere bei ricordi, ricordi della mia vita passata, dei miei genitori, di tutto. Sto attento in particolare a non pensare mai a Taff.


Taff è stata l'unica persona che mi abbia mai baciato, e voglio ricordarlo così, perciò non penso mai a lui quando c'è in giro Esteban, il che significa praticamente mai. Il ricordo del bacio di Taff è pulito come nessun altro. Qualche volta ho degli incubi su Taff, ma se non parli, non puoi gridare nel sonno. E del resto, non potrei mai dormire con Esteban nella stanza, e il Che non ha mai detto niente in proposito, per quanto ne sappia.


Esteban non mi bacia mai; qualche volta me lo fa succhiare, ma la cosa non lo fa impazzire, per qualche ragione. Forse perché, anche se me la faccio sempre sotto dalla paura, ho ancora tutti i denti. Non ho mai avuto le palle di morderlo, ma forse non è del tutto sicuro che io non possa farlo. Se c'è qualcosa che mi rende felice, credo sia questo.


E mentre Esteban mi scopa, quello stronzo del Che mi ruba gli stracci. Bastardo.


Esteban viene rumorosamente, grugnendo e schiacciandomi la testa contro il tavolo, per cui all'inizio non sento niente. Poi li sento, spari fuori dall'edificio e lui che urla. Esteban esce, mi tira per il guinzaglio e mi getta nella gabbia. Si rimette i pantaloni ed estrae la pistola che tiene in un fodero nella parte bassa della schiena – la tiene in un posto che non potrei mai raggiungere – e si piega accanto alla finestra. Imprecando, solleva di un pollice il telaio della finestra, infila la canna della pistola nella fessura e comincia a sparare. Il Che è sparito.


Mi piego e slaccio il guinzaglio dal collare. Poi alzo lo sguardo e mi rendo conto che Esteban ha chiuso la gabbia, ma non a chiave, nella fretta di andare a sparare. Facendo molta attenzione, apro la gabbia. Sta ancora sparando. Mi blocco quando si ferma per estrarre il caricatore vuoto dalla pistola e schiaffarne dentro uno nuovo; ma si è completamente dimenticato della mia esistenza.


Il guinzaglio è un'ottima garrota; basta far passare un'estremità attraverso il manico e farlo scivolare attorno alla testa di Esteban. E tirare. Forte. Non riesco a stare del tutto in piedi, ma con lui accucciato, riesco a fare abbastanza leva da buttarlo a terra di schiena; la pistola gli cade di mano, e io la calcio via. Quindi lo spingo di nuovo sullo stomaco e mi piazzo sulla sua schiena, tirando il guinzaglio come se lo stessi cavalcando. Non so da dove stia attingendo tutta questa forza. Esteban deve pesare cinquanta chili più di me, ma è lui quello a terra, e il laccio di cuoio è sottile ma resistente, e io trovo l'energia per tirare. E tirare. Finché smette di lottare. Fino a che non giace perfettamente immobile. Fino al momento in cui il puzzo di vescica e intestini svuotati mi riempie le narici, e capisco che è morto. Allora lo lascio andare e incespico lontano da lui, per poi crollare esausto sulle ginocchia.


Fuori, gli schiocchi si sono fermati. Non so chi ci sia là all’esterno, ma immagino sia un gruppo paramilitare rivale; Esteban si stava lamentando di alcuni del posto ultimamente. Ridacchio tra me con una punta di isteria – non usciranno altre lamentele dalle sue labbra. Ma non importa chi vinca la battaglia là fuori, sono spacciato. Gli uomini di Esteban mi uccideranno per quello che ho appena fatto; un gruppo rivale mi ucciderebbe solo perché sono qui. Non c'è più niente che io possa fare, e tuttavia qualcosa mi spinge a lasciare andare il guinzaglio e a strisciare nell'angolo dall'altra parte della cuccia, rannicchiandomi nello spazio più stretto che riesca a raggiungere. Quindi mi appallottolo e attendo di morire.

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Reviews and Ratings Reviews
by sandra q. Date Added: Wednesday 23 January, 2013
bello anche se molto drammatico. spero di leggere alti libri di questa autrice

Rating: 5 of 5 Stars [5 of 5 Stars]