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Talker by Amy Lane Italian Translation

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Description:

 

Tate "Talker" Walker, il Chiacchierone, ha passato la sua vita cercando di nascondere le sue cicatrici dietro ad una luminosa facciata punk. E finché non si è seduto di fianco a Brian Cooper su un autobus, la cosa aveva funzionato. Ma Brian ha passato la sua intera vita ad essere l'uomo invisibile ed è abituato a guardare oltre le apparenze. Quello che vede in Talker è un essere umano fragile e degno di essere amato.

 

Brian è apparentemente etero, ma Talker ha un disperato bisogno di essere amato e quando il suo comportamento porta a delle conseguenze dolorose, Brian è costretto a rivelarsi in modo drammatico. Ma lui farebbe qualsiasi cosa per far sì che Talker veda che è il Principe Azzurro che lui ha sempre desiderato.

 

ISBN-13:  978-1-61372-801-7
Pages:  87
Cover Artist:  Reese Dante
Translator:  Arianna Bonfanti

Categories: Amy Lane, Talker Series by Amy Lane, Italiano - Italian
Book Type: eBook
File Formats Available:.epub, .mobi, .prc, html, pdf
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Capitolo Uno




Ti seguirò


 


Allora




BRIAN COOPER era su un grande autobus, sulla strada per il suo primo incontro di atletica, quando vide per la prima volta Tate Walker. Era seduto per conto suo, perché non conosceva nessuno e si sentiva più o meno l’unica persona sulla Terra a non avere l’iPod o un cellulare che si richiudeva come un origami e per finire faceva anche il caffè. Tate arrivò più tardi e, ragazzi, era davvero uno spettacolo.


Metà del suo viso era reclamato da un glorioso tatuaggio tribale che si estendeva sotto al collo della maglietta a maniche lunghe, fino alla mano ricoperta da un mezzo guanto. Più tardi Tate si sarebbe fatto tatuare anche il braccio e avrebbe smesso di indossare magliette a maniche lunghe, ma quel disegno non era la cosa più sbalorditiva del suo aspetto.


Il suo orecchio destro, lo stesso lato del tatuaggio, aveva più di dodici piercing, così il suo naso, il sopracciglio e le labbra (anche se quello fu il primo ad andarsene). I capelli scuri come l’inchiostro erano tagliati alla moicana e il tatuaggio si estendeva anche sulla metà dello scalpo. Anche se la cresta si era trasformata in una coda di cavallo per l’incontro, Brian lo aveva visto in giro per la scuola  e spesso la portava divisa in punte alte dieci centimetri, probabilmente grazie ad un sacco di Super Attack e  lavoro di pettine.


Così lui era quello famoso per il look spaventoso e Brian non era indifferente al fatto che i ragazzi sul bus ne parlassero male. A Brian però non importava perché, quel giorno, Tate occhieggiò il posto accanto al suo e gli rivolse un sorriso timido, prima di sedersi  accanto a lui. Aveva un auricolare nell’orecchio e si muoveva appena sulle note della canzone che suonava per lui e per lui soltanto. Tendeva a scattare a volte, quando non era sulla pista da corsa – una contrazione involontaria, quasi come volesse scattar fuori dalla pelle – ma stava guardando Brian come se non fosse un tipo strano e per la prima volta dall’inizio della scuola, iniziata un mese prima, qualcosa che in Brian era congelato si sciolse.


Oh, grazie al cielo, Brian non era più da solo sul quel maledetto autobus.


Era seduto sul lato sinistro del bus, quindi non riusciva a vedere il tatuaggio di Tate, ma doveva ammettere di essere curioso. Ma non importava – qualcuno era seduto accanto a lui, qualcuno stava parlando con lui… e ragazzi, se parlava.


“Ehi, spero non ti scocci se mi siedo. Lo so, gli altri sparlano di me, sul fatto che sono gay e altre merdate.” (Lo dicevano veramente – e non lo facevano in modo carino, oltretutto.) “Ma ti giuro che non è contagioso o roba simile. Guarda, sto ascoltando questa banda che si chiama The Doves, vuoi sentirli? Kingdom of Rust è una canzone magnifica – triste, ma sai, magnifica. Ma se non sei in vena di ascoltare cose tristi, ho qualcosa di rock – il rock ti aiuta a caricarti per un incontro. Anche se non so…” esitò. “Tu tendi anche a fare un sacco di lanci. Hai bisogno di concentrarti o di essere tutto pompato?”


Finalmente si fermò e guardò Brian aspettandosi una risposta. Brian sbattè le palpebre e cercò di tirarne fuori una. “Non conosco la musica,” disse, imbarazzato. “Ma mi piacerebbe sentire quello che hai.”


Il ragazzo con il tatuaggio e la cresta allora sorrise, il suo sorriso era splendente e puro (e giusto un po’ sbilenco – i dentisti non avevano lavorato molto su quei denti), e passò a Brian il suo auricolare.


“Ti ho visto lanciare, giusto? E sei anche bravo a correre. Per forza ti hanno dato una borsa di studio!”


Brian arrossì. “Ho tipo dovuto fare un’audizione,” borbottò. “Ho studiato con dei tutori; era l’unico modo per farmi entrare al college.” Le sue spalle avevano già quegli spasmi. Avrebbe iniziato a pensare a come pagare la scuola quando sarebbe finita. Tate annuì come se quello succedesse tutti i giorni. “Vedi, io ero uno skater, sai? Ma dopo la seconda, la terza e la sesta volta che mi sono rotto il polso, uno dei miei coach a scuola mi ha infilato le scarpe da corsa, messo sulla pista e detto di tenere i miei piedi ben fermi per terra. Mi ha aiutato ad ottenere la mia borsa di studio, così siamo, sai, uguali.”


Brian osservò quell’espressione vulnerabile, una specie di “per favore, per favore fa che siamo uguali”, e si chiese perché qualcuno che si era tatuato mezza faccia, rasato il cranio, oltre a indossare jeans attillati che cadevano sui fianchi buoni solo a pulire il pavimento e una t-shirt di lustrini brillanti, avesse bisogno di essere “uguale” a qualcun’altro. Ma questo solo perché aveva appena incontrato Tate, ed era seduto alla sua sinistra.


Il ragazzo sembrava aspettare una risposta, così Brian mise insieme l’unica a cui riusciva a pensare.


“Ti sei rotto il polso sei volte?”


 


 


Ora


 


TATE si stava allacciando le scarpe da corsa mentre parlava a Brian del suo nuovo hobby.


Brian pensò seriamente di vomitare. Cambiò idea e meditò di prendere a pugni la parete; nel frattempo Tate continuò a parlare, cieco come un batterio alla supernova emotiva di Brian. Al termine del monologo, chiese a Brian come mai aveva l’espresione di uno che aveva appena inghiottito un ratto avvelenato. A quella domanda si guadagnò una risposta a due parole che lo fece avvizzire.


Fottiti, bastardo.


Risuonò tra di loro per un muto istante, e Tate lasciò che la sua facciata da duro scomparisse. “Cosa c’è che non va?” chiese, addolorato. Era difficile vedere il dolore sul suo viso. Prima di tutto, il tatuaggio tendeva a mascherare le sue emozioni, cosa che Brian era abbastanza sicuro fosse stata volontaria. Era anche difficile vedere Tate addolorato –era piuttosto simile ad un pezzo di cellophane maltrattato e appallottolato, trasparente e rotto.


Brian aveva imparato a non pensare più al tatuaggio, ai piercing o ai capelli, aveva imparato ad amare veramente il modo in cui Tate saltellava sempre sul posto o si contraeva, anche quando cercava di stare immobile.


Quello era Tate: sempre ad ascoltare musica che pareva provenire da un altro pianeta o a soccombere al bisogno di ballare.


Così anche se l’aspetto di Tate era un’apoteosi di camuffamento (i capelli acconciati in maniera tanto curata, il corpo – si era finalmente fatto fare il tatuaggio sul braccio – i vestiti, la faccia), era tutto per attirare l’attenzione, per non farla concentrare sulle cose che non voleva che la gente vedesse. Brian aveva fatto del guardare oltre la sua apparenza un vero e proprio studio.


Ed ecco perché questo nuovo “hobby” lo spaventava da morire.


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