Capitolo Uno
ERA difficile spiegare cosa avesse svegliato Jude. Anche dopo, cercando di esprimere a parole questa esperienza, non ci riuscì. Un istante prima era perso in un sogno, quello subito dopo era sveglio, ansimante, seduto sul letto e bagnato di sudore freddo. Ma che diavolo? Gli mancava l’aria e si sentiva schiacciato in una pressa. Provare a dormire si rivelò inutile. Il panico non se ne andava; doveva alzarsi o sarebbe successo qualcosa di orribile. Quindi, anche se non aveva alcun senso, si alzò dal letto e andò in bagno.
Guardando i propri occhi castano scuro nello specchio, capì che forse era solo la sua vita a costringerlo a svegliarsi alle tre del mattino. Ultimamente gli sembrava che un pozzo si fosse aperto sotto di lui e che non riuscisse a uscirne. Andava tutto storto, non si vedeva una soluzione: aveva senso che quando dormiva il panico sfuggisse dal suo subconscio, dove lo teneva confinato tutto il giorno. Ma anche dopo essersi detto che quella paura aveva senso, non riuscì comunque a calmarla. Forse si sarebbe sentito meglio facendo una passeggiata; il suo monolocale gli sembrò a un tratto claustrofobico. Doveva uscire.
Il ventiseienne Jude Shea si infilò dei jeans, un maglione pesante, degli scarponi da trekking e lasciò la sua casa diretto al parco. Camminava piano, faceva più freddo di quanto pensasse, ma stare all’aperto lo aiutò a chiarire i pensieri. Si sentì più calmo, più sicuro, più tranquillo. Fino a quando non sentì ringhiare. Girò l’angolo e si rese conto di essere andato a sinistra invece che a destra. Aveva intenzione di prendere la strada per il ponte pedonale, ma invece aveva preso quella che passava da sotto, e ora si trovava all’imboccatura di una corta galleria. Poteva vedere la luna riflettersi sull’asfalto dall’altra parte, gli alberi spogli e anche la cancellata di ferro battuto. Ma tra lui e tutto ciò c’era il buio totale del tunnel puzzolente. Qualcosa di vicino stava ringhiando.
Ci mise solo un secondo a decidere di tornare indietro, ma in quell’istante sentì qualcosa risuonare dentro di lui. Era un impulso, una pressione che lo spingeva come un’onda, come se qualcosa o qualcuno lo stessero chiamando. Jude non aveva mai sentito niente del genere e non riusciva a capire cosa fosse. Non era doloroso, era come cadere, come la prima discesa sulle montagne russe. Rabbrividì e decise che niente lo avrebbe trattenuto dall’avanzare. Era una spinta troppo forte da ignorare. Doveva scoprire che cos’era che stava cercando fuori al freddo, perché forse se l’avesse trovato, la sensazione di vuoto allo stomaco se ne sarebbe andata. Poteva solo sperarlo.
Si avviò nella galleria, sentendosi stupido per aver esitato. Il ringhio era ovviamente solo il vento. Non doveva preoccuparsi come una donna di venire attaccato, era alto uno e ottanta, magro e muscoloso: non c’erano molti uomini che potessero ferirlo senza una qualche arma. Davvero, l’unica cosa di cui dovesse preoccuparsi era trovare un lavoro. Ne aveva cercato uno per le ultime due settimane, ed era esausto. Cosa ci faceva fuori dal letto alle tre del mattino? Cosa cercava, qualcosa che lo aveva attirato con il suo canto di sirena? Era folle, ciononostante si trascinò attraverso l’oscurità del tunnel verso l’altra parte.
Quando ne uscì e girò l’angolo, li vide. C’erano quattro cani in tutto, tre in piedi e uno per terra. I tre in piedi azzannavano a turno quello sdraiato. Ringhiavano forte, il cane non aveva più la forza di difendersi: sarebbe morto in fretta. Jude sentì il sollievo scorrergli lungo la schiena e seppe, oltre qualunque senso logico, che era lì per salvare il cane. Urlò, e ci fu un istante in cui si sentì solo il soffiare del vento. Aveva piovuto poco prima, e tra la fresca umidità nell’aria, le ombre scure della città contro un cielo di carbone, e il modo in cui le foglie venivano trascinate per la strada, c’era un che di sinistro quella notte. Quando i cani si girarono verso di lui e caricarono a testa bassa gli sembrò di affrontare un qualche nemico primordiale invece di cani randagi in un parco. Anche per qualcuno razionale come Jude ci fu un secondo di terrore prima di sentire la risata.
Si girò e vide un gruppo di persone emergere dal tunnel. Quattro uomini, tre donne, il primo della fila mise la mano nella giacca e chiese “Ehi tutto a posto?”
Aveva una pistola, di solito un uomo con una pistola lo avrebbe impensierito, ma in quel momento riuscì solo a sentirsi grato. Ricominciò a respirare.
“Cosa cazzo sta succedendo?” Chiese uno degli altri uomini.
Jude si girò ad affrontare i cani, e si accorse che erano spariti. “Dove sono andati?”
“Da quella parte.” disse uno dei ragazzi indicando gli alberi a sinistra. “Cazzo, sei fuori di testa.”
Jude non perse un altro secondo. Risalì correndo il leggero pendio e si inginocchiò davanti all’animale ferito. Era enorme, non come gli altri, la loro taglia era inquietante, ma comunque il più grosso cane che avesse visto.
“Oh, merda.” disse qualcuno dietro di lui.
Il cane alzò un poco la testa e guardò il suo salvatore, poi un ringhio gli uscì dalla gola. Rabbrividirono tutti, tranne Jude.
“Ommioddio, non toccarlo!” esclamò una donna.
“Torna indietro! Ti strappa via un braccio!” lo avvisò un uomo.
Jude era troppo vicino all’animale ferito. Se il cane avesse voluto avrebbe potuto squarciargli la gola o azzannare la mano tesa verso di lui. Non c’era niente che difendesse Jude da un attacco a quella distanza.
Ma non gli importava niente tranne che il cane era ferito e aveva bisogno di lui. Ogni altra preoccupazione impallidiva al confronto. L’istante in cui sentì quel respiro pesante e umido sulla pelle Jude seppe che sarebbe andato tutto bene. Appoggiò la mano sul naso del cane, che scattò con la lingua a leccargli le dita. Jude gattonò in avanti, prese delicatamente la testa del cane e l’appoggiò sulle sue ginocchia. Il cane si spinse in avanti, tentando di avvicinarsi all’uomo; il suo uggiolio fu quasi doloroso. Jude sapeva che l’animale di sicuro stava congelando, tremava di fatica e dolore, ma il suo bisogno innato di contatto fisico non aveva ancora superato l’istinto di sopravvivenza. Il cane voleva accoccolarsi sulle gambe dell’uomo.
“Stai tranquillo, piccolo, ti ho trovato.” promise Jude al cane, che chiuse gli occhi.
Ci fu un coro di oh dalle donne, versi di approvazione, alla fine l’ordine dell’uomo che aveva parlato per primo di aiutare quel coglione con il suo cazzo di cane. Jude guardò in alto, verso l’uomo con il cappotto di pelle, con sotto un vestito nero di Versace, e lo ringraziò.
“Sei un bastardo fortunato.” L’uomo gli sorrise e il diamante nei suoi incisivi lanciò un riflesso di luce. “Che cazzo stavi pensando, andare a coccolare un animale ferito?”
“Aveva bisogno di me.” disse Jude senza pensare.
“Beh, certo, suggerisco magari di usare il cervello la prossima volta.”
C’era sempre una prima volta.
CHI è che si alza nel bel mezzo della notte e va a salvare un cane? Come storia era folle, ma lo era ancora di più il fatto che non importasse a nessuno. Né alla segretaria gentile dell’ambulatorio veterinario della contea, né all’assistente che prese il cane in custodia, nemmeno alla veterinaria, nessuno di loro era interessato a ciò che lo aveva portato al cane, importava solo che lo avesse salvato. Era un eroe, tutti continuavano a dirglielo.
Ore dopo, riempiendo moduli nella sala d’attesa, si bloccò alla voce Nome dell’Animale, non riuscendo più ad andare avanti. Non poteva prendesi la responsabilità di un animale quando non sapeva ancora cosa fare della sua vita. Come poteva promettere di nutrire e curare un’altra vita quando non aveva neanche un lavoro? Seduto lì, a fissare il pavimento di linoleum, era difficile non sprofondare nell’autocommiserazione.
Un mese fa la piccola e florida azienda di relazioni pubbliche per cui Jude aveva lavorato nei tre anni precedenti era stata comprata da Sheridan Grant, un colosso dell’industria con uffici sparsi in tutto il paese. L’acquisizione aveva provocato molti licenziamenti e solo pochi posti erano stati risparmiati. Jude era stato uno dei fortunati, la sua reputazione e la sua lista dei clienti lo avevano salvato, ma avere un lavoro sicuro presto era diventato l’ultimo dei suoi problemi. Era stato scelto per il loro ufficio un nuovo amministratore delegato e Colton Bale era arrivato da San Francisco pieno di idee rivoluzionarie. In quel momento Jude non sapeva ancora cosa questo avrebbe comportato per lui.
“Mi scusi, uh, signor Shea?”
Scosso dalle sue fantasticherie, Jude sollevò lo sguardo verso il viso dell’assistente veterinaria. Era una ragazza molto carina, con una coda di cavallo, il cartellino la identificava come Amy. La trovò adorabile, ma non capì affatto l’effetto che aveva su di lei.
Con i suoi grandi occhi castani, le ciglia lunghissime, i lineamenti cesellati e la pelle perfetta, era l’uomo più vicino alla perfezione che Amy avesse mai visto. Inghiottì la gomma da masticare.
“Ah, potrebbe venire con me?”
“Certo.” rispose, e si alzò. “Ma dammi del tu, chiamami Jude.”
“Jude” ripeté, osservandolo da capo a piedi. Gnam gnam. Era un uomo decisamente gustoso, con i ricci castani lunghi quasi fino alle spalle, labbra piene da baciare e un fisico asciutto. Jeans stretti fasciavano lunghe gambe e quando si fece sorpassare per un momento, notò un culo sodo e rotondo. Era bello, proprio come piaceva a lei.
Jude la cercò con lo sguardo, indeciso sulla strada da fare dopo la hall, confuso sul perché fosse lui davanti quando non sapeva dove andare. Amy indicò alla sua destra e con passo veloce lo oltrepassò. Entrarono nella stanza tre porte più in là e Jude si trovò di nuovo davanti la Dottoressa Rosalie Powers, la veterinaria di ruolo. Decise che era il tipo di donna che gli uomini - quelli etero - si girano a guardare in strada: splendida, con i riccioli castani e gli occhi blu. Ma lui era gay: notava il suo fascino, ma non gli faceva effetto.
“Signor Shea, io...” cominciò la veterinaria.
“Jude.” la interruppe, e sbadigliò. “Per signor Shea è troppo tardi, o forse troppo presto.”
Il sorriso della dottoressa Powers era gentile. “Beh, Jude, parliamo del tuo cane.”
Il suo cane?
Gli avevano detto che il suo animale - il cavallo camuffato da cane - era probabilmente un incrocio tra un Terranova, un Husky o un Malamute. Era coperto di tagli e ferite, sembrava anche che fosse stato colpito con qualcosa di pesante. La dottoressa Powers aveva ipotizzato che fosse stato investito da una macchina e che poi gli altri cani lo avessero visto, giudicato indifeso e attaccato. In ogni caso era fortunato ad essere ancora vivo e si stava riprendendo ad una velocità prodigiosa. I raggi X avevano stabilito che non aveva ossa rotte, ma aveva qualche costola incrinata. Era incredibile che fosse già in grado di alzarsi. Aveva bevuto dell’acqua ma si rifiutava di mangiare. La dottoressa voleva tenerlo per la notte, ma non pensava di farcela.
“In che senso?” chiese Jude.
La dottoressa era quasi imbarazzata. “Temo che nemmeno la gabbia più grande possa contenerlo. È semplicemente troppo grande. Dovrei tenerlo nella gabbia dei lupi allo zoo o qualcosa del genere.”
Gabbia dei lupi? Quanto grande era questo cane?
“Quindi magari dovresti solo portarlo a casa. Ti do il nome di un veterinario e lunedì mattina puoi portarcelo e fargli dare un’occhiata.”
Jude era sorpreso. “Sta scherzando?”
Per dimostrargli che non stavano scherzando Amy, l’assistente, gli portò allegramente un conto di trecentoventidue dollari e settantaquattro centesimi. Non stavano affatto scherzando.
“Aspettate!” Alzò le mani. “Non posso avere un cane. Abito in un monolocale di sessantacinque metri quadrati.”
“Sei fortunato che è un monolocale.” Amy gli sorrise.
“Già,” aggiunse la dottoressa Powers, “perché quel cucciolo è un mostro.
“Cucciolo?”
La dottoressa Powers gli sorrise, e annuì. “Congratulazioni signor Shea. È un maschio.”
“Aspetti.” le disse. “Davvero non posso avere un cane.”
“Non molte persone potrebbero sistemare un cane così grande.”
“Non intendevo questo.”
“Nel tuo condominio non sono ammessi animali?” Chiese la dottoressa.
“No, ma...”
“Sei allergico?”
“No, è solo che...”
La dottoressa ridacchiò. “Jude, ti suggerisco di stampare degli avvisi e cercare il proprietario. È troppo in buona salute per un randagio e, diciamocelo, grande com’è qualcuno si sarà accorto della sua assenza. Un cane del genere non cade dal cielo.”
Jude sospirò mentre un senso di rassegnazione prendeva possesso di lui.
“Qualcuno verrà a cercarlo, te lo prometto.”
Ma la sua fortuna non funzionava in quel modo.
“Pensala così: non dovrai mai più avere paura che entri un ladro in casa. Nessuno sano di mente potrebbe provarci.” Ragionò la dottoressa.
Le lanciò un’occhiataccia.
Lei sorrise, le sfuggì una risata. “Cioè, davvero, chi sano di mente potrebbe rapinare un uomo che ha un lupo in casa?”
“Non è un lupo.” mugugnò Jude.
“No, probabilmente è un incrocio tra un Terranova o un cane dei Pirenei e qualcos’altro. Tranne per la forma delle orecchie e il muso mi sembra una di quelle razze. Ma il naso e la forma della testa sembrano quelli di un cane da slitta. Potrebbe davvero esserci una parte di lupo qui; non posso saperlo. Ma è un cane enorme. Pesa più di cinquantacinque chili e sono tutti muscoli. Non c’è un grammo di grasso.”
Jude gemette.
“Non ho spazio per un cane così grande in questa struttura.” disse la dottoressa dispiaciuta.
“Neanche io.” le assicurò Jude.
“Allora ti suggerisco di trovare il suo padrone.”
“Se cerca di mordermi?”
“Se cerca di morderti non me ne preoccuperei.” Sospirò la dottoressa.
“Perché?”
“Perché, signor Shea, se ti attacca, quello ti uccide.”
Jude si chiese se le era permesso dirgli cose del genere. Non avrebbe dovuto essere incoraggiante?
La dottoressa gli diede una pacca sulla spalla e lui intuì che aveva capito di poterlo fare. Molte persone si trovavano in fretta a loro agio con Jude, la veterinaria gentile non si dimostrava diversa. Suo padre gli diceva sempre che era un dono, il calore che emanava e che attirava le persone come le api col miele. Jude non se ne era mai convinto del tutto.
Il cane si stava riposando in un’altra stanza, ma quando lo accompagnarono al bordo della hall, Jude vide che si era radunato un gruppo di persone davanti alla porta. Le persone si agitavano, cercando di vedere nella stanza attraverso la finestra. Da dentro venivano rumori di cose che si rompevano.
“Cosa sta succedendo?” gridò la dottoressa.
“Il cane vuole uscire.” rispose una delle donne.
Jude sapeva che doveva tirarlo fuori da lì, prima di dover pagare il costo della ristrutturazione oltre a quello delle cure.
Arrivò davanti alle persone e guardò nella finestra: vide il suo “lupo” camminare avanti e indietro nella stanza. Era impressionante mentre caricava la porta e la prendeva a spallate. Se fosse stata di un materiale diverso dal metallo avrebbe già ceduto sotto il suo peso e la forza con cui la colpiva. Era in piedi con i denti scoperti, le labbra indietro, la testa bassa, le orecchie giù, sembrava uscito da un incubo o da un film horror. Se i suoi occhi avessero brillato di rosso sarebbe stato uguale a un licantropo. Il pensiero non era confortante. Jude si girò per guardare la dottoressa.
Lei stava aggrottando le sopracciglia. “Ok, siamo seri, se ti attacca probabilmente saremo costretti a sopprimerlo. È troppo grosso e pericoloso per lasciarti andare via con lui se non può essere controllato.”
“Quindi prima stavi scherzando.”
“Non stavo scherzando sul fatto che potrebbe ucciderti se decidesse di farlo, ma stavo scherzando sul lasciartelo portare via. Non permetterei di metterti in pericolo solo perché senti il bisogno di salvargli la vita. Se non risponde ai tuoi comandi dobbiamo sopprimerlo.” Jude si girò per guardare nella finestra e vide degli uomini fuori dall’altra porta della stanza che aspettavano di entrare. Sentì il brusio del walkie-talkie dietro di lui e la dottoressa Powers dire loro di aspettare che lui entrasse.
“Ok, Jude.” La sentì sospirare e sentì la sua mano sulla spalla. “Entra e vediamo se il tuo amico capisce che sei il suo angelo custode. I miei uomini entreranno nello stesso momento. Se ti carica lo sediamo.”
Era come un safari dall’altra parte della protezione, pensò Jude. “Scommetto che quando stanotte sei venuta al lavoro non avevi idea che il turno di notte sarebbe stato così movimentato.”
Lei scosse le spalle. “Succede sempre qualcosa qui, ma sì, questa volta è senza dubbio memorabile.”
Jude si schiarì la voce. “Devo solo entrare, eh?”
“Stai procrastinando.” Ridacchiò la dottoressa. “Allora, al tre. Vai!”
Prese un respiro e aprì la porta. Il cane ci mise solo un secondo a riconoscerlo. Sollevò la testa, smise di ringhiare e rilassò la postura. Piegò anche la testa di lato per guardare Jude come fanno sempre i cani.
“Ciao, bello.” Jude gli sorrise e si piegò su un ginocchio. “Ti ricordi si me? Ho l’odore di qualcuno che conosci?” Jude si accorse che gli occhi del cane non avevano bianco ai bordi, erano tutti neri. Era un po’ strano. “Vuoi venire a casa con me?”
In risposta l’animale si mosse in fretta. Se avesse voluto ferirlo nessun fucile caricato a sedativo avrebbe salvato la vita di Jude. Un momento prima il cane era dall’altra parte della stanza, l’istante dopo era di fronte a lui, a pochi centimetri dalla sua faccia, avrebbe potuto facilmente squarciargli la gola se fosse stato quello il suo obiettivo.
Jude rimase immobile mentre il cane lo osservava e poi rise, quando quello gli strofinò il naso bagnato contro il mento, gli sollevò la testa col muso e leccò la base della sua gola. Jude lo afferrò, immerse le mani nella pelliccia e accarezzò con forza il pelo morbido. L’uggiolio di risposta lo fece sorridere.
“Oh, certo.” disse la dottoressa Powers, quando Jude alzò la testa dal cane vide che sorrideva. “Si ricorda senza dubbio di te.”
Jude immerse la faccia nel collo del cane, e scoprì con piacere che il suo pelo profumava di pino e legno appena tagliato. “Ha un profumo fantastico. Con qualunque cosa lo abbiate lavato profuma davvero bene.”
“Non lo abbiamo lavato.” Ridacchiò. “Ma me ne sono accorta anch’io. Ha un profumo fantastico, è per questo che te lo dico: è il cane di qualcuno. Non innamorarti così tanto di lui da non mettere i volantini, qualcuno lo sta cercando proprio adesso.”
Si alzò in piedi e accarezzò di nuovo la testa del cane.
“Non ti preoccupare. Troverò il suo padrone, credimi.” Il cane sollevò il naso contro la mano di Jude e la leccò, poi strofinò l’orecchio contro il palmo.
“Ooh” tubò Amy sorpassando la dottoressa. “Guarda, è già pazzo di te. Deve saperlo che sei stato tu a salvarlo.”
Jude lo dubitava. “No, sta solo cercando di capire se so di pollo o di manzo.”
Lei ridacchiò, Jude tirò fuori il portafoglio e le passò la carta di credito.
“Addebitatemelo.”